NTN, questione di equilibrio

Su Skialper di marzo abbiamo provato gli ultimi attacchi da telemark

Non sono una novità, ma sono una novità. Difficile da spiegare. Lo standard NTN per il telemark (la sigla significa proprio New Telemark Standard) ha fatto la sua comparsa sul mercato già da qualche anno, dal 2011 per la precisione, eppure fino a un paio di anni fa nessun produttore aveva mai approcciato il mercato mettendosi in concorrenza con Rottefella, che ha messo a punto lo standard. Trattandosi di uno standard open, parecchi produttori si sono avventurati in questi ultimi due anni a sviluppare il loro prodotto tentando di migliorare e oltrepassare le proposte di Rottefella. Chiunque - non proprio chiunque, in realtà - sia dotato di macchine per la lavorazione dei metalli a CNC può in teoria buttarsi nello studio, nello sviluppo e nella progettazione di un attacco da telemark partendo dallo standard NTN, che è bene ricordarlo ancora una volta, ha a che fare con la predisposizione degli scarponi, non con la costruzione degli attacchi. Molti produttori artigianali o semi artigianali si sono buttati recentemente nell’impresa. E noi, su Skialper n. 104 abbiamo provato i principali modelli, in abbinamento con diversi scarponi. A Emilio Previtali l’onore (e l’onere) della prova.  

DUE PIN - La novità rispetto alla proposta Rottefella, per buona parte degli attacchi di nuova concezione, è la ibridazione del sistema NTN classico con una punta dello scarpone che è stato battezzata da alcuni ‘a 2 pin’, fornito cioè di inserti LowTech già in uso da tempo immemore per l’accoppiata attacchino/scarpone ultraleggero da scialpinismo. 

IL GIUSTO SET-UP - La sciata con gli scarponi NTN richiede un minimo di adattamento. Il fulcro della rotazione dello scarpone non è lo stesso degli scarponi 75 mm e la lunghezza delle molle sotto il piede è quasi sempre inferiore, in qualche caso addirittura assente. Succede quindi che la scelta delle molle (differenti per durezza e di conseguenza comportamento) e la scelta dello scarpone abbiano notevole importanza. I suggerimenti, se anche voi siete curiosi di fare un giro di prova, sono due: non arrendetevi alle prime sensazioni negative e provate più attacchi possibili con più scarponi possibili, le combinazioni sono numerosissime. 

IN PROVA - Abbiamo messo ai piedi Rottefella NTN Freeride e Freedom, 22 Design Outlaw NTN, The M-Equipment Meidjo, ATK Race Newmark 2016, abbinandoli a scarponi Scarpa TX Pro e TX Comp, Scott Vodoo NTN e Crispi Evo NTN.

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Alla scoperta di Sella Nevea

Su Skialper di febbraio-marzo 5 itinerari in Friuli

«Non si sente molto parlare delle Alpi Giulie, forse perché sono un po’ nascoste nell’angolo più orientale della catena alpina o forse a causa della loro modesta quota. Oppure perché si trovano a cavallo di un confine che politicamente non c’è più e fisicamente… non è mai esistito». Inizia così l’articolo di Leonardo Comelli sulle possibilità scialpinistiche della zona di Sella Nevea, in Friuli, su Skialper 104 di febbraio-marzo 2016.

TRE MOTIVI PER ANDARCI - Ecco tre buoni motivi per venire ad assaggiare la neve delle Giulie. La natura integra, la quota accessibile, la fruibilità senza confini. Tre fattori che sono i punti di forza per chi ricerca un certo tipo di montagna e un certo tipo di skialp. Se per voi scialpinismo significa qualcosa di più che salire e scendere e vi piace usare le pelli per esplorare mondi nuovi senza tralasciare il piacere di tracciare delle belle curve, allora le Giulie sono il posto ideale verso cui dirigere le punte dei vostri sci. Qui infatti basta fare una piccola deviazione dalle poche e frequentate gite classiche per ritrovarsi da soli e scoprire senza difficoltà un pendio ancora intatto da tracciare. 

TANTA NEVE - Basti pensare che a febbraio 2014 la sommatoria della neve fresca al suolo era di quasi sedici metri e ad aprile 2014 - a 1.800 metri - c’erano ancora sei metri di neve al suolo. Quindi nel periodo invernale, che di questi tempi vuol dire tutto e niente, si fanno delle gran belle sciate in una powder ancora intatta e poi, rimanendo la neve a lungo, ci si diverte anche in tarda primavera. A riprova della grande soddisfazione della sciata freeride nelle Giulie, anche nell’ultimo video della TGR (Teton Gravity Research), Almost Ablaze (se non se ne intendono loro di powder…) c’è un bel capitolo dedicato solo al freeride nel comprensorio di Sella Nevea. Per meglio scoprire questa bella zona, Skialper propone cinque itinerari con le pelli… 

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Goulotte che passione

Su Skialper di febbraio tre proposte di diversa difficoltà sul Bianco

Tre gouolotte nella patria delle goulotte… il Monte Bianco. Per parlarne, anzi scriverne, sul numero 104 di Skialper (già in edicola), abbiamo scelto Marco Romelli, profondo conoscitore di queste montagne, sulle quali ha scritto anche un libro.Ecco qualche anticipazione.

GOULOTTE CHÉRÉ - «La Chéré è nota per essere la prima goulotte per eccellenza, una specie di rito di passaggio dalle cascate all’alpinismo invernale. Abbiamo scelto la via perfetta per le nostre prove generali. La giornata però non è altrettanto perfetta: il bollettino meteo parlava di variabilità ma qui, a 3.800 metri, troviamo solo nuvole e vento». Si trova al Triangle du Tacul ed è molto frequentata e adatta alle prime esperienze, a condizione di non sottovalutare ambiente e quota. Spesso tracciata e in condizioni, ad eccezione dei periodi più caldi e secchi (caduta sassi) o dopo abbondanti nevicate.

GOULOTTE LAFAILLE - «Facciamo l’ingresso in uno scenografico e deserto anfiteatro glaciale, dominato dalle fiammeggianti torri del Tacul e dei suoi aguzzi satelliti. Per via di una scommessa a me tocca il tiro della terminale, che affronto con vago orrore. Il crepaccio è enorme e inconsistente, un muro di neve senza appigli. Di fronte a questo genere di cose è meglio essere concilianti e aggirare un po’ i problemi: trovo un passaggio facile a destra e poi faccio un lungo traversone per tornare sulla retta via». Anche se tecnicamente facile, la Goulotte Lafaille richiede più esperienza della Chéré perché meno frequentata e ‘addomesticata’. Spesso in condizioni tra novembre e aprile, ma piuttosto variabile in funzione dell’annata.

GOULOTTE DELAFOSSE-PERROUX - «Al leggendario maltempo dell’estate 2014 fa seguito un autunno bello e mite. La conca del Glacier du Géant è incrostata di ghiaccio e colate mai viste, normalmente inesistenti, sono prese d’assalto. Alla vigilia di Natale andiamo anche noi a dare un’occhiata. Scegliamo la Delafosse Perroux, piuttosto breve, l’ideale per questo periodo freddo e con poche ore di luce. Le condizioni sono davvero strepitose e la grande frequentazione non fa che migliorare le cose. Il ghiaccio è lavorato dai passaggi e il misto già ben ripulito dalla neve inconsistente». Questa goulotte è la più impegnativa delle tre sia per le caratteristiche del terreno (misto, passaggi tecnici) che per l’estrema variabilità delle condizioni. Non si forma tutti gli anni: le buone condizioni si riscontrano potenzialmente tra ottobre e aprile dopo un periodo di maltempo estivo o autunnale, con nevicate umide in quota. Se mancano gli effimeri plaquages che ricoprono la roccia la salita diventa molto dura, con misto ripido e delicato.

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Moro in vetta al Nanga Parbat

E' la prima invernale e il quarto 8000 nella stagione fredda del bergamasco

E dunque anche il Nanga Parbat è stato salito d’inverno. Nella stagione invernale più affollata nella storia della montagna, la cordata di Alex Txikon e Muhammad Ali ‘Sadpara’, a cui si è aggregata quella di Simone Moro e Tamara Lunger, ha attrezzato e percorso la via Kinshofer, giungendo infine ieri sulla cima.  
Dando uno sguardo alla composizione della cordata, l’esperienza di Moro lo pone sicuramente in rilievo, con ormai i suoi quattro ottomila raggiunti in prima invernale. Con dieci ottomila (estivi) lo segue il giovane basco Alex Txikon, il quale indicava però come vero leader del gruppo il pakistano ‘Sadpara’ (soprannome dovuto al suo villaggio natale). La sua storia è quantomeno interessante: nato ai piedi delle montagne, in gioventù ha lavorato in una cava di marmo, salvo poi ritornare nei suoi luoghi natali dove ha imparato ad arrampicare lavorando come portatore per numerose spedizioni, sia estive che invernali. Infine, anche se pare che abbia dovuto rinunciare alla vetta a ormai poca distanza da essa, un plauso va anche a Tamara, che sebbene sia giovane e con poca esperienza è arrivata a pochi passi dall’obiettivo. 
Aspettiamo ora fiduciosi la prima salita in invernale del K2. E anche, perché no, la prima salita invernale in stile alpino di una delle montagne più alte della terra.  


Al di la' del Beni

Atleta, alpinista, manager di successo. Su Skialper un'intervista a Boehm

«Benedikt Böhm a 38 anni ha già conquistato traguardi che basterebbero a rendere interessante e ben vissuta la vita di una decina di persone in gamba. Probabilmente i lettori lo conoscono per le sue imprese sportive con la squadra nazionale tedesca di scialpinismo, per i podi alla Patrouille des Glaciers e per le grandi montagne in velocità sugli sci, ottomila compresi. Però queste sono cose che fanno anche altri, anche se in genere non tutte insieme ma specializzandosi nelle une o nelle altre. E no, neppure la sua posizione di general manager di Dynafit può definire adeguatamente ‘Bene’ Böhm perché sono abbastanza numerosi anche gli sportivi che commutano la loro esperienza in posizioni professionali, seppure difficilmente al vertice di un’azienda leader. Est modus in rebus, invece. È il modo». Inizia così l’intervista di Guido Valota su Skialper 104, già in edicola, a Benedikt Boehm. General manager di Dynafit, Boehm è stato membro della nazionale tedesca di scialpinismo dal 2003 al 2006, secondo classificato alla Patrouille des Glaciers nel 2008, 2010 e 2014, ha fatto registrare anche il record di salita e discesa con gli sci al Muztagh Ata (7.546 m) nel 2005 e al Gasherbrum II (8.035 m) nel 2006 e delle salite e discese veloci di Manaslu (8.163 m) e Broad Peak (8.054 m). Ecco qualche anticipazione.

L’INFANZIA -
«Sono nato e cresciuto a Monaco, senza alcuna connessione con la montagna, quinto di sei fratelli in una famiglia con una visione molto aperta. Non c’era una chiave della porta: eravamo in tanti a frequentare la nostra casa, con amici, parenti e molti valori morali… ma non altrettanti finanziari! Ciò è stato molto importante per imparare a conquistarsi le cose e da adolescente a guadagnarsi da subito la vita». 

DYNAFIT -
«Erano i primi anni 2000, tempi eroici per lo scialpinismo, quando una parte dell’avventura stava anche nell’andare alla ricerca degli attacchini impossibili da trovare in Germania! Mi sono innamorato di questo prodotto, mi affascinava, e mi chiedevo: ‘ma come è possibile che la gente snobbi un prodotto del genere e non se ne accorga?’. Allora ho preso carta e penna e ho scritto una lettera molto motivata direttamente a Heiner (Oberrauch, fondatore di Oberalp, ndr). Poco professionale, ma molto convincente! Mi invitò a Bolzano, ne parlammo, io incarnavo anche personalmente la visione sportiva di Dynafit e tutto iniziò così». 

GARE E MONTAGNE -
«La vera base per la quota è stato il Perù. Nessun manuale, solo esperienza sul campo: è stata la spedizione più bassa come quota ma quella dove abbiamo rischiato di più. Spingevamo moltissimo, sempre, niente acclimatamento per sfruttare meglio il tempo. Facevamo un sacco di errori, non riposavamo, era una gara a chi beveva meno, a chi portava più peso nello zaino, restavamo senza gas o senza cibo. Basti si beccò un edema polmonare, mi sono ammalato anche io, ma volevamo andare. Abbiamo sciato numerosi 6000 lontani, lo Huascaran, e infine il 15 agosto (me lo ricordo perché è il mio compleanno) sono salito sull’aereo per Monaco ammalatissimo per lo sforzo. Ero esaurito e mi dicevo: ‘Mai più la quota!’. Ma è stato assolutamente necessario. In montagna è naturale sbagliare. Anche nel business ed è necessario per imparare».

FUTURO - 
«Negli ultimi cinque anni sono intervenuti più cambiamenti che nei precedenti cinquanta e questa evoluzione correrà sempre più velocemente. La specializzazione è sempre maggiore, ogni segmento diventa più maturo ed esigente. Se vuoi sopravvivere devi essere il migliore, anche perché il mercato è sovrastimato. Tante aziende stanno entrando ora in questo settore e probabilmente molte ne usciranno anche perché gli ultimi inverni stanno imponendo una selezione. Un manager deve prendere in considerazione tutti questi aspetti e per fortuna il brand Dynafit è forte abbastanza per coprire le quattro stagioni».

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Virgola, punto e a capo

Su Skialper di febbraio un racconto con la split ai piedi in Valle d’Aosta

Prima grande nevicata stagionale ad Ovest, ecco l’occasione per esplorare un canale lungo il vallone Citrin, dalle parti del Gran San Bernardo, zona piuttosto frequentata all’inizio dell’inverno perché tra le poche innevate. Ne è nato un racconto con la split ai piedi di Ettore Personnettaz. Ecco alcuni estratti dell’articolo.

FORME - «Virgola, breve segno di pausa, graficamente rappresentato da un punto fermo allungato verso la direzione in basso a sinistra. Nel nostro caso però descrive una situazione, un ambiente, un’esperienza esplorativa ed emotiva vissuta con la splitboard. Dopo tanta attesa e ripetute richieste a Babbo Natale, la nostra amata neve ha fatto capolino i primi giorni di questo 2016 sulle Alpi Occidentali. (…) Poter sfruttare finalmente neve naturale ha riacceso il desiderio di raggiungere con i propri mezzi alcune mete a dicembre solamente sognate. Una di queste era rappresentata da un canale che per la sua forma e sviluppo è stato denominato la virgola, appunto».

NEVE - «Giunti dunque nel punto di partenza della nostra gita in split, a poco più di 1.500 metri di quota, una finissima ma fitta nevicata inizia a interessare l’imbocco del vallone di Citrin, luogo per me di tanti ricordi.
Qui, appena più in basso nel vallone di Flassin, c’erano tre skilift che hanno di fatto battezzato il sottoscritto e tantissimi abitanti e amanti della neve».

META - «Dopo un tempo che appare infinito e una fatica quasi insostenibile, giungiamo sulla linea spartiacque, a 2.300 metri, che ci introdurrà verso l’ingresso del canale, la visibilità è praticamente nulla; la fiducia riposta nel mio compagno invece totale.

DISCESA - «Ci aspetta un ingresso sui 45-50° con tanta neve che sembra, in apparenza, appena incollata al pendio. La leva dello zaino airbag è pronta in posizione, la fatica dimenticata o quasi, la concentrazione massima, breve pausa – virgola? - e si parte».

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Georgia, the last paradise

Su Skialper di febbraio-marzo un interessante articolo di Luca Pandolfi

Immaginate un posto con infinite possibilità di prima traccia, senza nessuno in giro, con polvere zuccherosa che ricopre candidamente ogni cosa e una nonna che vi cucina leccornie locali cotte sulla stufa in ghisa. Benvenuti in Caucaso! Tutto nasce in una stagione molto secca sulle Alpi. «Quel tipo di frustrante situazione che ti spinge a comprare un biglietto aereo per qualche selvaggia destinazione esotica, alla ricerca dell’oro bianco» scrive Luca Pandolfi su Skialper di febbraio-marzo. Destinazione Georgia, un articolo da leggere e guardare (le foto sono di Matteo Calcamuggi) con attenzione. 

GUDAURI -
«A due ore e mezza di macchina a nord di Tbilisi si trova la nostra prima destinazione, Gudauri per l’appunto. Qui le piste sono abbastanza piatte e monotone ma sono circondate da un terreno tra i più incredibili che mi sia mai capitato di vedere e sciare. Fin dall’inizio un susseguirsi infinito di spine dai 35° ai 50° catturano la nostra attenzione». Per dormire c’è il monastero ortodosso isolato su una cresta. 

SVANETI -
Fino a pochi anni fa quest’area era chiusa ai turisti a causa dell’alto pericolo di brigantaggio. «Villaggi come Mestia, con le loro caratteristiche torri, scuotono i miei sensi; non ho mai visto niente di simile in nessun altro paese. Le montagne sono imponenti e non hanno niente da invidiare all’Himalaya e alle Ande… Alloggiamo nella casa di una famiglia, sotto l’ala protettrice della  Babuska, la nonna, che ci coccola, preparandoci, prima e dopo le nostre scorribande in montagna, pranzi e cene deliziosi, a base di prodotti locali». 

POWDER -
«Ogni mattina partiamo pelli ai piedi direttamente fuori da casa, serpeggiando tra gli animali che vivono liberi nelle strade del villaggio e i loro escrementi. La neve, anche se diversa in quanto molto secca, è perfetta; 30-40 centimetri di fresca e nessuno sciatore nel raggio di centinaia di chilometri. (…) Sciamo ogni giorno una linea diversa, spingendoci  sempre più lontano dal paese alla ricerca di linee  interessanti e stimolanti. Sudiamo vodka in salita e ingoiamo polvere in discesa».   

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Leggeri in salita? Forse si, forse no

Su Skialper di febbraio un interessante test sul consumo di ossigeno

In molti sport l’atleta amatoriale spesso sceglie l’attrezzatura emulando i pro senza valutare se questo materiale non sia piuttosto un handicap; ecco allora Master dello sci alpino che cercano di condurre la curva con sci che solo la forza di Hirscher o Ligety riesce a deformare o ciclisti amatoriali che pedalano su bici con rigidità e geometrie impossibili per loro. E che dire degli scialpinisti di medio livello che scelgono i leggerissimi attrezzi da gara usati dai campioni senza considerare che in discesa questi sci rischiano di penalizzare chi non è in possesso di un’ottima tecnica? Quale vantaggio danno realmente in salita? In bibliografia scientifica non ci sono lavori che abbiano comparato, sulla neve, in condizioni reali, attrezzi con caratteristiche diverse. Ecco allora che ci ha pensato il ‘Doc’ Massimo Massarini, medico dello sport e consulente di Skialper. I risultati? Su Skialper numero 104 di febbraio-marzo.

IL TEST -
Per fornire dati attendibili bisogna definire bene la modalità di esecuzione del test. La scelte sono state dettate dalla necessità di ripetere le prove in maniera più costante possibile in modo da poter confrontare i dati. Si è quindi optato per un percorso di 350 metri di dislivello positivo con pendenze medie. Ciò ha garantito che ogni prova durasse abbastanza da poter raggiungere uno stato stazionario dei parametri misurati (consumo di ossigeno, ventilazione, frequenza cardiaca), ma al contempo non troppo prolungata per evitare che l’affaticamento influenzasse le prove successive. Ai quattro atleti, tutti con ottima esperienza di gara, è stato chiesto di ripetere le salite a un’intensità tra il medio e la soglia, cercando di coprire il percorso a velocità quanto più costante possibile da una prova all’altra. Dopo ogni test gli atleti avevano circa 45’ per recuperare e assumere bevande con maltodestrine e barrette energetiche

GLI SCI - Gli sci sono stati scelti con riferimento a tre categorie ben definite: gara, speed touring, scialpinismo classico. La Ski Trab, in base a questo criterio, ci ha fornito il Gara WC Aero 164 cm, il Maestro 164 cm (entrambi montati con attacco Trab da gara) e il Sintesi 171 cm montato con Dynafit TLT Radical ST. Gli attrezzi andavano quindi dai 900 grammi del gara con attacco ai 1650 grammi del Sintesi. Le pelli sagomate erano identiche per i tre modelli allo scopo di eliminare un’ulteriore variabile. 

IL METABOGRAFO - Ma la vera particolarità di questo complesso test è nell’utilizzo della tecnologia che ha permesso di misurare in modo assolutamente preciso il dispendio energetico degli atleti. La scelta è caduta su un sofisticato e nuovissimo apparecchio, il Cosmed K5, recentemente messo a punto dalla Cosmed di Roma che è riuscita a costruire un metabografo portatile del peso di circa 400 grammi da indossare sul dorso. Il K5 misura quindi tutti i parametri dello sforzo come i litri di aria ventilati, la frequenza degli atti respiratori, l’ossigeno consumato, la CO2 prodotta, la FC e, grazie al GPS, la velocità, la distanza e il dislivello coperto.

I PARAMETRI - Per confrontare i risultati si è deciso di incrociare i dati in modo da individuare un parametro di rendimento che potesse evidenziare in maniera obiettiva il dispendio energetico che i diversi sci avrebbero potuto comportare. Si è deciso di considerare i litri totali di ossigeno consumati in ogni salita e di dividerli per il peso dell’atleta, ottenendo il consumo per chilo. Il dato ottenuto è stato quindi diviso per i metri di dislivello. In questo modo si è arrivati a un numero che esprime il costo energetico della salita per metro di dislivello. Quanto più è alto questo numero tanto più è elevato il dispendio energetico del gesto. E quale sarà stato il dispendio energetico con i diversi sci? Per saperlo basta comprare Skialper 104, già disponibile su app e in edicola da questa settimana… 

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Gia' disponibile Skialper 104 di febbraio-marzo

Un numero completamente ristilizzato e ricco di proposte interessanti

La neve si è fatta desiderare nell’inverno più secco che si ricordi e la copertina di Skialper di febbraio-marzo (già disponibile per il download su app iOS e Android), uno scatto dalle tinte nordiche del fotografo Mattias Fredriksson, ha un unico strillo, dedicato all’alta pressione che ha interessato il continente in questi mesi. Un tema che torna anche nell’editoriale di Davide Marta, ‘Fragole a dicembre’, corredato da una insolita foto di Damiano Lenzi che scia… sulle foglie. Una paginetta per riflettere, non solo sul climate change ma soprattutto sull’ansia della nostra società che vorrebbe tutto (la neve) subito (all’Immacolata) e nelle giuste condizioni e che a gennaio già pensa al mare

RESTYLING - Prima di affrontare gli argomenti del numero 104, un gradito regalo per i nostri affezionati lettori: Skialper è tutto nuovo. La rivista è infatti stata sottoposta a un restyling completo, con un layout più pulito, che valorizza ancora di più i contenuti fotografici e facilita la lettura. Un ‘ritorno al futuro’ all’insegna della semplicità.

LEGGERI IN SALITA? - È l’eterno dilemma dello skimo race (e non solo). Attrezzi sempre più leggeri ma, quanto si guadagna in termini di affaticamento e sforzo fisico? Nessuno aveva mai provato a determinare il costo energetico della diversa attrezzatura tranne il nostro ‘Doc’ Massimo Massarini che ha organizzato un test scientifico su 350 m di dislivello positivo con sci (Ski Trab) dal gara al touring scoprendo che… Le foto che documentano l’esperimento sono di Alo Belluscio.

MADE IN THE ITALIAN ALPS - La Sportiva e Ski Trab hanno raggiunto un importante accordo che di fatto crea il polo dello skialp italiano. Gli sci dell’azienda di Ziano di Fiemme saranno i Trab made in Bormio con una speciale serigrafia all’insegna del total look Laspo. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Delladio e Adriano Trabucchi, gli artefici dell’agreement.

NTN - La nuova parola magica significa New Telemark Standard. Stiamo parlando degli attacchi per lo sci a tallone libero che, sulle orme dei Freedom e Freeride di Rotteffella, diversi costruttori stanno lanciando sul mercato. Modelli che possono essere un’alternativa anche per la pratica dello skialp ‘free heel’. A patto di trovare il giusto set-up con lo scarpone adatto tra quelli presenti sul mercato (ce ne sono alcuni anche con i pin). A valutare affidabilità e possibili utilizzi di questi bindings ci ha pensato Emilio Previtali.

GOULOTTE CHE PASSIONE - Che il nostro collaboratore Marco Romelli fosse un appassionato e grande conoscitore del Monte Bianco lo sapevate già. Questa volta presenta ai lettori di Skialper tre goulotte, in ordine di difficoltà, da non perdere per gli amanti del genere.

RIPIDO ALLA VALTELLINESE - Di lavoro fa il gestore di un rifugio ma appena può si lancia sui pendii più belli (e ripidi) della sua Valtellina. Carlo Battista Mazzoleni presenta sei itinerari steep & deep da non perdere, con l’approvazione di un pioniere del ripido locale come Mario Vannuccini.

POLVERE DELL’EST - Ci hanno girato anche un film della Teton Gravity… quindi Sella Nevea sarà un bel posto per skialp e freeride. O no? Leonardo Comelli presenta cinque itinerari doc nella località friulana.

OPPEL - Un canale, un bivacco, una frana che lo distrugge. E l’impresa di due amici, uno nipote dell’alpinista al quale il bivacco era dedicato, che scendono il ripido canale con gli sci. Siamo sull’Antelao, vicino a Cortina.

GERRY E MATTIA - Stiamo parlando di Davide Terraneo e Mattia Varchetti, probabilmente già conosciuti dai lettori di Skialper, soprattutto Davide che è anche collaboratore. Già, però essendo collaboratore non si parla mai di lui e delle sue discese di ripido… Eccolo accontentato con l’amico Mattia, cresciuto sciisticamente e alpinisticamente insieme.

GEORGIA THE LAST PARADISE - Luca Pandolfi vi dice qualcosa? Lo snowboarder ormai stabilitosi a Chamonix ci porta alla scoperta (con le stupende foto di Matteo Calcamuggi) della polvere di questo Paese caucasico che sembra proprio essere la prossima frontiera dello sci in neve fresca. 

FORNI - La zona dei Forni, in alta Valtellina, è il luna park dello skialp, probabilmente uno dei comprensori più famosi al mondo per le pelli. Però il nostro Guido Valota ci porta alla scoperta di qualche itinerario inedito, magari sconfinando anche al Gavia…

WHITELAND - A ottobre eravamo andati a visitare la bottega artigianale dove vengono sfornati solo pochi sci, costruiti con maniacale cura. Ora abbiamo messo Balma e Zube sulla neve per vedere come vanno i due modelli di Whiteland. 

SPLITBOARD - Di neve in giro ce n’è poca però nella sezione splitboard della rivista Ettore Personnettaz racconta la sua esperienza nel canale della Virgola, nella valle del Gran San Bernardo, mentre Luca Albrisi ricorda una bella gita della scorsa stagione. Rigorosamente con le split ai piedi.

AL DI LÀ DEL BENI - Bendikt Böhm, manager Dynafit, ex fondista e scialpinista agonista, alpinista… Un personaggio che a 38 anni ha già raggiunto traguardi che basterebbero a rendere interessante la vita di una decina di persone in gamba… Lo ha intervistato il nostro Guido Valota.

ISPO - Tutti si buttano sullo skialp, era la parola d’ordine alla fiera ISPO di Monaco di Baviera, ma il mercato è grande abbastanza per accontentare produttori artigianali e big player degli sport invernali? È quello che ci domandiamo nelle 15 pagine dedicate alla fiera dove naturalmente presentiamo le principali novità dell’inverno che verrà con le foto di Federico Ravassard.

PREVIEW - Le novità 2016/17 di Scott, Movement e Picture.

MILLET TOUR DU RUTOR EXTREME - Quattro pagine dedicata alla classica Grande Course in programma a inizio aprile in Valle d’Aosta. 

UP & DOWN - Particolarmente ricca la sezione dedicata alle gare, dai report delle tappe di Coppa del Mondo di Albosaggia e Andorra, all’opinione di Fabio Meraldi sulle critiche di Kilian alla ISMF per la mancata classificazione ex-aequo con Michele Boscacci alla Valtellina Orobie. Proprio Boscacci è l’atleta intervistato, ma non mancano botta e risposta con Raffaella Rossi, Alba De Silvestro e Nicola Pedergnana. E poi il parere di quattro atlete sul movimento femminile e quello di cinque organizzatori sui calendari sempre più affollati. Senza dimenticare il report in presa diretta dalla Vibram Hong Kong 100, prima gara del circuito Ultra Trail World Tour. 

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A proposito di livello di pericolo 3

Ha fatto discutere il testo pubblicato qualche giorno fa, torniamo sul tema

Sono tre mesi che aspettiamo la neve e adesso, che finalmente è arrivata, i soliti benpensanti ci avvertono che c’è pericolo e che non si deve andare. 
Anch’io sono sicuramente incluso tra i benpensanti perché invito ad avere coscienza del pericolo e coscienza vuol dire percezione, vuol dire consapevolezza, comprensione, capacità di giudizio. Queste non sono virtù ma solo capacità individuali che permettono di agire senza affidare la nostra vita alla fortuna o, ancor peggio, alla legge di Murphy: se esiste anche una sola possibilità che una cosa vada male, una volta o l’altra andrà male, forse già la prossima volta.

Pericolo
Situazione o motivo cui sono associati uno o più elementi capaci di compromettere l’incolumità di una persona.

Instabilità (del manto nevoso)
Condizione d’incertezza e precarietà dello stato del manto nevoso, con tendenza a subire repentine alterazioni e cedimenti al mutare delle condizioni di temperatura e/o pressione.

SCALA DELL’INSTABILITÀ -
 Sono convinto che se, per indicare le condizioni del manto nevoso, fosse in uso una scala dell’instabilità, anch’essa su cinque livelli (di instabilità) secondo una progressione tale che la differenza tra un livello e quello immediatamente precedente sia una costante, l’indicazione di livello 3 ‘manto nevoso marcatamente instabile’ sarebbe accettata come una situazione a cui non si può porre altro rimedio che attendere che si modifichi verso condizioni migliori. Viceversa, se si parla di ‘pericolo marcato’, si scatena un putiferio, dal mugugno (sordo brontolio di malcontento) alla protesta (energica disapprovazione, sino all’opposizione). Probabilmente perché nel primo caso si parla soltanto della condizione fisica di un materiale, mentre nel secondo sembra che chi redige il Bollettino Valanghe voglia mettere in dubbio il coraggio e la forza d'animo dell’appassionato, virtù che (ne è pienamente convinto) gli permettono di affrontare e dominare situazioni scabrose e difficili.

STATISTICHE - Eppure le statistiche del CNSAS sono di facile lettura: su 100 incidenti mortali, oltre 70 si sono verificati quando i Bollettini indicavano livelli di pericolo 2 e 3.
Il problema non sta nella ‘scala’ che, peraltro, non nega la possibilità di andare in escursione, infatti (livello 3) dice solo che le possibilità per le gite sciistiche sono limitate, ma nella frase che segue: è richiesta una buona capacità di valutazione locale. Questa frase mette in ballo la capacità di giudizio dell’escursionista e nessuno vuole accettare la responsabilità di un giudizio errato perché, in caso d’incidente, anche senza vittime, si troverebbe automaticamente indagato per reato di pericolo, perché il semplice fatto di provocare una valanga è un reato contemplato dall’art. 426 del Codice Penale: Chiunque cagiona una inondazione, o una frana, ovvero la caduta di una valanga, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.

SAPERE LEGGERE IL BOLLETTINO - Non limitiamoci a sbirciare il Bollettino e a controllare soltanto il livello di pericolo; leggiamolo invece per intero e vi potremo trovare frasi come questa: Il manto nevoso si presenta irregolare nello spessore e nella distribuzione, con ampie zone erose anche fino al suolo in corrispondenza di dorsali e creste e accumuli significativi in conche, avvallamenti e nei pressi di colli, cambi di pendenza e al di sotto delle creste. Questa frase non ci dice che non dobbiamo andare, ma ci indica su cosa portare la nostra attenzione; è un invito a guardare la montagna con attenzione, a individuare quegli indizi che faranno sorgere il sospetto di inoltrarci in una zona instabile. E ancora: Sui versanti ombreggiati ed in quota sono presenti accumuli recenti in via di indurimento, sastrugi e croste da vento nelle zone erose, con rari tratti di farina compressa nei punti più riparati, mentre sui versanti al sole, dove lo spessore del manto è ridotto o assente fino a quote elevate, le croste da vento e i lastroni soffici di neo formazione si alternano a croste da fusione e rigelo. 

LEGGERE IL PAESAGGIO - Siamo stati capaci di leggere il Bollettino, ma siamo capaci di ‘leggere il paesaggio’?  Siamo capaci di renderci conto dell’esistenza degli accumuli, della direzione da cui spirava il vento indicata dai sastrugi o dalle cornici?  Se siamo capaci di farlo sapremo riconoscere un pendio potenzialmente pericoloso. Già, quando saremo coscienti dei guai in cui potremmo incorrere, ci renderemo pure conto che dovremo prendere la decisione ‘vado - non vado’, ma questo coinvolge la nostra responsabilità, cosa che preferiamo evitare. E allora … allora dai addosso a chi redige i bollettini, perché ‘è troppo prudente’, impreca contro chi ti avverte dei pericoli e t’invita alla circospezione, perché ‘è un cacasotto’.  La prudenza non è l’anticamera della paura, ma è a capacità di dirigere l'intelletto in modo da discernere ciò che è corretto da ciò che è errato.

FORMATI, INFORMATI E OSSERVATORI -
 E allora ripeto qui quanto ho già detto in occasione di una recente intervista.
Rendiamoci conto che per andare in montagna correndo il minor rischio possibile occorre:
a)  Essere formati, cioè possedere un buon bagaglio di conoscenze di base;
b)  Essere informati, ossia aver assunto le opportune informazioni relative all’ambiente; (inclinazione, morfologia, copertura vegetale,…) e alla situazione meteo-nivologica presente e alla sua evoluzione prevista.
c)  Essere osservatori, ovvero guardarsi intorno e mettere a confronto ciò che si vede con ciò che sappiamo (formazione) e con ciò che ci ha detto il Bollettino (informazione).

«La storia dell’umanità è sempre più una sfida tra la preparazione e la catastrofe»
(H. G. Wells).
Se sei formato, informato ed attento, puoi andare in montagna senza che il tuo modo di agire sia una sfida, altrimenti leggiti questi versi di Omero (Odissea): ‘Incolperà l’uom dunque sempre gli dei? - Quando a se stesso i mali fabbrica , - dei suoi mali a noi dà carico - e la stoltezza sua chiama destino’.


1500 chilometri di corsa per solidarieta’

Franco Zomer tentera’ di attraversare quattro deserti in un anno

Solo una quarantina di persone ce l’hanno fatta. Namibia, Gobi, Atacama e Antartica: quattro deserti (uno di ghiaccio…), più di 1.500 km da correre in situazioni estreme, nello stesso anno solare (www.4deserts.com). Con l’aggiunta di una quinta gara, che nel 2016 si correrà in Sri Lanka. E di un altro grande slam, la versione plus, che prevede di portare a termine anche la quinta gara…

IMPRESA PER POCHI - Solo tre uomini ce l’hanno fatta, due canadesi e un americano. Quest’anno al via per tentare l’impresa ‘plus’ ci sarà anche il presidente e fondatore dell’ASD Maratonabili (la squadra di runner che corre le principali maratone e mezze spingendo le carrozzine di ragazzi disabili (www.maratonabili.org). Si chiama Franco Zomer, ed è un osteopata di Prato, più volte finisher del Tor des Geants, della Marathon des Sables e di diverse altre corse estreme. Il primo appuntamento è fissato per il 14 febbraio con la partenza della ‘Roving Race’: 250 km nello Sri Lanka. Franco è pronto, col solito sorriso sulle labbra e l’immancabile parrucca arancione.

OBIETTIVO SOLIDARIETA' - Una corsa per amici speciali: «I tanti anni nei Maratonabili mi hanno insegnato che si può correre davvero in mille modi. E mi hanno anche un po’ viziato… non mi basta più correre solo per me, per il mio animo, per il mio star bene. Per me la corsa è stare insieme, è ritrovare il senso delle amicizie più vere, è il tempo per pensare e accorgersi delle cose belle di cui siamo circondati. Vorrei che anche queste gare fossero corse ‘per’ e ‘con’ la squadra, per consentire a tutti di vivere le emozioni che questo sport, l’aria aperta e lo stare insieme riservano». E così Franco ha pensato di lanciare un’unica grande raccolta fondi lunga quanto la sua avventura e di aprire un blog con cui aggiornare tutti sul day by day di ogni impresa e raccogliere fondi per l’associazione.
www.francozomer.it - bit.ly/raccolta_fondi


Roulette russa con tre proiettili nel tamburo

Ecco un paragone calzante per il livello 3 nel bollettino nivometeorologico

Avete aspettato tanto le prime nevicate e non vogliamo certo fare i guastafeste. Ma leggendo il bollettino dell'AINEVA questa mattina ci è sermbrato doveroso riproporre l'articolo pubblicato sul numero di dicembre della nostra rivista Skialper (numero 104, pagina 30) a firma del nostro super-esperto di nivologia, Renato Cresta.

«Organizzato dall’ARPA Piemonte, lunedì 16 novembre si è tenuto a Torino il convegno ‘Sicuramente sulla neve, conoscenza e informazione per ridurre il rischio di incidenti da valanga’. Il titolo del convegno richiama correttamente il concetto di riduzione del rischio, ma alcuni relatori hanno convintamente parlato di ‘andare in sicurezza’ e di ‘aumentare la sicurezza’, aggiungendosi a coloro che, già da tempo, parlano di montagna sicura. Poiché la sicurezza, dizionario alla mano, è una ‘condizione oggettiva esente da pericoli’, considero improprio e fuorviante l’uso di questo termine, perché sono convinto che non esista nessuna montagna priva di pericoli. È mia opinione che sia necessario quindi riprendere la riflessione sulla riduzione del rischio, per fare comprendere a chi pratica le attività sportive della montagna che deve sempre confrontarsi con il pericolo, cioè con ‘situazioni cui sono associati uno o più elementi capaci di compromettere l’incolumità’. Nel corso dei lavori, qualche relatore ha seguito questo orientamento facendo accenno alla prevenzione, cioè a quell’azione diretta a impedire il verificarsi di fatti dannosi che possono condurre all’incidente, ma gli argomenti della diffusione dell’informazione e dell’incremento della conoscenza del pericolo valanghe non sono stati abbastanza approfonditi. Ritengo che, tra le azioni preventive, meriti piena lode il Bollettino Valanghe e che questo sia un gran merito dei diversi Enti Regionali che se ne occupano. 

Maria Cristina Prola, con una convincente presentazione, ha mostrato il complesso (e oneroso) sistema organizzativo di raccolta dei dati nivo-meteorologici che permette di redigere il testo del Bollettino, che ora si presenta anche con una nuova veste grafica, molto chiara e ben comprensibile. Ciò nonostante, ha ricordato che il 73% degli incidenti mortali dell’inverno 2014/15 si è prodotto con il livello di rischio 3. Poco dopo Davide Viglietti, commentando l’attività valanghiva dello stesso periodo, ha illustrato una situazione tragica che, durante un inverno moderatamente nevoso, ha raggiunto il quarto posto nella statistica di incidenti mortali avvenuti negli ultimi trent’anni.

Durante la tavola rotonda pomeridiana, condotta da Roberto Mantovani, giornalista e scrittore di montagna, gli invitati alla discussione hanno esposto i loro personali punti di vista, ma tutto è rimasto a livello d’idee e di pareri, senza giungere a una proposta concreta e convincente. Per questo motivo, nello spazio di tempo concesso agli interventi del pubblico, ho chiesto la parola e, tra altri argomenti che proverò a esporre in altra occasione, ho fatto osservare che, nel corso dei lavori, era stato appena sfiorato, e con una sfumatura negativa nei confronti della Magistratura, il rischio di finire travolto dalla ‘valanga di guai’ di un procedimento penale. Voglio ricordare che l’intervento del magistrato non è un capriccio, ma un atto dovuto in ogni occasione in cui riceve un verbale nel quale l’Ufficiale di Polizia Giudiziaria segnala un incidente e indica quel o quei soggetti che, a suo parere, possono avere concorso al verificarsi dell’incidente.

Poiché nel corso dei lavori si è accennato a una revisione dei parametri che conducono alla valutazione del livello di pericolo, ho ricordato che, nella mia attività di Consulente Tecnico, durante i procedimenti giudiziari ho sovente visto sollevarsi la diatriba sul significato del livello indicato con 3 sulla scala del pericolo. In queste occasioni mi sono reso conto che la maggior parte degli utilizzatori del Bollettino intende in senso astratto il concetto di pericolo e che il livello 3 non viene interpretato come un reale avviso di pericolo, ma come eventualità di incappare, per puro caso, in un incidente. Solitamente, durante i procedimenti giudiziari, i difensori sostengono che, su una scala di 5, il livello 3 deve essere inteso come pericolo medio; io ritengo che questa sia un’interpretazione priva di senso. Infatti, se si è convinti di ciò, poiché medio è ciò che ha una posizione o un valore compreso fra punti di riferimento estremi, ne consegue che la situazione di pericolo è al 50%; da questa interpretazione deriva che andare in montagna con il livello 3 è come giocare alla roulette russa ma, per rispettare il 50% di rischio, il tamburo del revolver deve contenere tre cartucce invece di una.

Vi ricordate che i primi pennarelli evidenziatori si chiamavano Marker? Ebbene, l’aggettivo marcato, che sempre accompagna il 3, sta correttamente a indicare che le condizioni del manto nevoso sono in una condizione particolare, che la distingue (negativamente) dalla stabilità, come confermano i sinonimi accentuato, sottolineato, evidente… Ho concluso questo argomento del mio intervento dicendo che, a mio parere, il concetto di ‘scala del pericolo’ è equivoco e che sarebbe preferibile sostituirlo con il principio di ‘codice di instabilità’, un codice nel quale il numero perde il senso di valore ma rimanda alle reali condizioni di equilibrio del manto nevoso, come il codice di colori in uso per definire le condizioni di salute di un infortunato.
 
In questo modo, forse, leggendo il Bollettino Valanghe, potremmo renderci conto che, quando segnala il livello 3, chi l’ha redatto, non si riferisce a un pericolo teorico e indefinito, ossia a una circostanza fortuita e imprevedibile, ma a una situazione concreta, ossia a una probabilità di incappare in una delle numerose nicchie di instabilità presenti sui versanti montani. Di conseguenza, la frase ‘è richiesta una buona (liv. 3) o una grande (liv. 4) capacità di valutazione locale’, che compare sempre sul Bollettino, non è un semplice consiglio, ma un chiaro invito all’assunzione di responsabilità. È una mia raccomandazione, invece, l’invito a leggere e valutare il Bollettino nella sua integrità ricordandovi che, se non lo farete voi, lo farà il Consulente Tecnico del Giudice e quest’ultimo non accetterà la scusa del malinteso, mentre l’accusa andrà alla ricerca di prove di imprudenza, negligenza e imperizia che sono le tre ombre che volteggiano sul capo dell’indagato per tutta la durata del procedimento. 
 
Provate a leggere la scala del pericolo secondo questa interpretazione di codice di instabilità.
1 - DEBOLE - Manto nevoso generalmente consolidato e stabile. Sono presenti alcune locali nicchie di instabilità sui pendii indicati nel testo.
2 - MODERATA - Manto nevoso non completamente consolidato. Sono presenti diverse nicchie di instabilità sui pendii indicati nel testo.
3 - MARCATA - Manto nevoso scarsamente e difformemente consolidato, con numerose e diffuse nicchie di instabilità, sui pendii indicati nel testo.
4 - FORTE - Manto nevoso debolmente consolidato e poco stabile sulla maggior parte dei pendii indicati nel testo.
5 - ELEVATA - Manto nevoso generalmente instabile.

Ps Il termine 'nicchia' vuole intendere una superficie circoscritta nella quale il succedersi dei fattori nivologici e climatici ha causato una condizione della neve discorde e inferiore rispetto a quella che caratterizza il pendio circostante».

 

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