A proposito di livello di pericolo 3

Ha fatto discutere il testo pubblicato qualche giorno fa, torniamo sul tema

Sono tre mesi che aspettiamo la neve e adesso, che finalmente è arrivata, i soliti benpensanti ci avvertono che c’è pericolo e che non si deve andare. 
Anch’io sono sicuramente incluso tra i benpensanti perché invito ad avere coscienza del pericolo e coscienza vuol dire percezione, vuol dire consapevolezza, comprensione, capacità di giudizio. Queste non sono virtù ma solo capacità individuali che permettono di agire senza affidare la nostra vita alla fortuna o, ancor peggio, alla legge di Murphy: se esiste anche una sola possibilità che una cosa vada male, una volta o l’altra andrà male, forse già la prossima volta.

Pericolo
Situazione o motivo cui sono associati uno o più elementi capaci di compromettere l’incolumità di una persona.

Instabilità (del manto nevoso)
Condizione d’incertezza e precarietà dello stato del manto nevoso, con tendenza a subire repentine alterazioni e cedimenti al mutare delle condizioni di temperatura e/o pressione.

SCALA DELL’INSTABILITÀ –
 Sono convinto che se, per indicare le condizioni del manto nevoso, fosse in uso una scala dell’instabilità, anch’essa su cinque livelli (di instabilità) secondo una progressione tale che la differenza tra un livello e quello immediatamente precedente sia una costante, l’indicazione di livello 3 ‘manto nevoso marcatamente instabile’ sarebbe accettata come una situazione a cui non si può porre altro rimedio che attendere che si modifichi verso condizioni migliori. Viceversa, se si parla di ‘pericolo marcato’, si scatena un putiferio, dal mugugno (sordo brontolio di malcontento) alla protesta (energica disapprovazione, sino all’opposizione). Probabilmente perché nel primo caso si parla soltanto della condizione fisica di un materiale, mentre nel secondo sembra che chi redige il Bollettino Valanghe voglia mettere in dubbio il coraggio e la forza d’animo dell’appassionato, virtù che (ne è pienamente convinto) gli permettono di affrontare e dominare situazioni scabrose e difficili.

STATISTICHE – Eppure le statistiche del CNSAS sono di facile lettura: su 100 incidenti mortali, oltre 70 si sono verificati quando i Bollettini indicavano livelli di pericolo 2 e 3.
Il problema non sta nella ‘scala’ che, peraltro, non nega la possibilità di andare in escursione, infatti (livello 3) dice solo che le possibilità per le gite sciistiche sono limitate, ma nella frase che segue: è richiesta una buona capacità di valutazione locale. Questa frase mette in ballo la capacità di giudizio dell’escursionista e nessuno vuole accettare la responsabilità di un giudizio errato perché, in caso d’incidente, anche senza vittime, si troverebbe automaticamente indagato per reato di pericolo, perché il semplice fatto di provocare una valanga è un reato contemplato dall’art. 426 del Codice Penale: Chiunque cagiona una inondazione, o una frana, ovvero la caduta di una valanga, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.

SAPERE LEGGERE IL BOLLETTINO – Non limitiamoci a sbirciare il Bollettino e a controllare soltanto il livello di pericolo; leggiamolo invece per intero e vi potremo trovare frasi come questa: Il manto nevoso si presenta irregolare nello spessore e nella distribuzione, con ampie zone erose anche fino al suolo in corrispondenza di dorsali e creste e accumuli significativi in conche, avvallamenti e nei pressi di colli, cambi di pendenza e al di sotto delle creste. Questa frase non ci dice che non dobbiamo andare, ma ci indica su cosa portare la nostra attenzione; è un invito a guardare la montagna con attenzione, a individuare quegli indizi che faranno sorgere il sospetto di inoltrarci in una zona instabile. E ancora: Sui versanti ombreggiati ed in quota sono presenti accumuli recenti in via di indurimento, sastrugi e croste da vento nelle zone erose, con rari tratti di farina compressa nei punti più riparati, mentre sui versanti al sole, dove lo spessore del manto è ridotto o assente fino a quote elevate, le croste da vento e i lastroni soffici di neo formazione si alternano a croste da fusione e rigelo. 

LEGGERE IL PAESAGGIO – Siamo stati capaci di leggere il Bollettino, ma siamo capaci di ‘leggere il paesaggio’?  Siamo capaci di renderci conto dell’esistenza degli accumuli, della direzione da cui spirava il vento indicata dai sastrugi o dalle cornici?  Se siamo capaci di farlo sapremo riconoscere un pendio potenzialmente pericoloso. Già, quando saremo coscienti dei guai in cui potremmo incorrere, ci renderemo pure conto che dovremo prendere la decisione ‘vado – non vado’, ma questo coinvolge la nostra responsabilità, cosa che preferiamo evitare. E allora … allora dai addosso a chi redige i bollettini, perché ‘è troppo prudente’, impreca contro chi ti avverte dei pericoli e t’invita alla circospezione, perché ‘è un cacasotto’.  La prudenza non è l’anticamera della paura, ma è a capacità di dirigere l’intelletto in modo da discernere ciò che è corretto da ciò che è errato.

FORMATI, INFORMATI E OSSERVATORI –
 E allora ripeto qui quanto ho già detto in occasione di una recente intervista.
Rendiamoci conto che per andare in montagna correndo il minor rischio possibile occorre:
a)  Essere formati, cioè possedere un buon bagaglio di conoscenze di base;
b)  Essere informati, ossia aver assunto le opportune informazioni relative all’ambiente; (inclinazione, morfologia, copertura vegetale,…) e alla situazione meteo-nivologica presente e alla sua evoluzione prevista.
c)  Essere osservatori, ovvero guardarsi intorno e mettere a confronto ciò che si vede con ciò che sappiamo (formazione) e con ciò che ci ha detto il Bollettino (informazione).

«La storia dell’umanità è sempre più una sfida tra la preparazione e la catastrofe»
(H. G. Wells).
Se sei formato, informato ed attento, puoi andare in montagna senza che il tuo modo di agire sia una sfida, altrimenti leggiti questi versi di Omero (Odissea): ‘Incolperà l’uom dunque sempre gli dei? – Quando a se stesso i mali fabbrica , – dei suoi mali a noi dà carico – e la stoltezza sua chiama destino’.

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