Treeline, il nuovo film firmato Patagonia su sci, foreste e ambiente
Silenziosamente, pazientemente, gli alberi resistono. Sono gli esseri viventi più antichi che l'uomo conosce dalla sua comparsa sulla Terra. Offrono riparo, legna per il fuoco, ci fanno compagnia e, in alcuni casi, sono una vera e propria divinità. Sono ponti viventi verso lo sconfinato passato del nostro pianeta, le loro storie misteriose scritte negli anelli per secoli e persino millenni. Treeline, il nuovo film prodotto da Patagonia, celebra le foreste da cui la nostra specie è sempre dipesa, e attorno alla quale alcuni sciatori e snowboarder hanno basato le loro intere vite, portandoci in un viaggio tra i cipressi sacri del Giappone, gli imponenti cedri rossi della Columbia Britannica e gli antichi pini dai coni setolosi del Nevada, in compagnia di un gruppo di sciatori, snowboarder, scienziati e guaritori. Un film per unire la gioia dello sci alla sensibilità ambientale che viene proiettato in anteprima oggi alle 20 alla Cittadella dei Giovani di Aosta. Le prossime proiezioni al Patagonia store di Bologna l’8 novembre (19,30), al Patagonia store di Milano il 13 novembre (20) e a quello di Cortina il 15 dicembre (19,30).
LEAH EVANS - Tra i protagonisti di Treeline l’ambassador Patagonia Leah Evans, cresciuta sui declivi del comprensorio sciistico di Red Mountain. Leah è impegnata peri aiutare le donne a sviluppare il loro pieno potenziale sugli sci organizzando i camp Girls Do Ski. Risiede attualmente a Revelstoke, British Columbia.
https://youtu.be/VAuFIf2dNHk
Zabardast, arriva in Italia il film di sci girato nelle zone più remote del Pakistan
Un giorno Thomas Delfino, sfogliando distrattamente libri in una libreria, s’imbatte in Le più belle montagne del mondo e rimane ipnotizzato da una cima pakistana. Un pendio troppo bello per essere vero. Da quel momento diventa la sua ossessione. La vetta in questione è la torre nord Biacherani in una delle zone più remote del Paese. E l’obiettivo diventa organizzare una spedizione di freerider e cercare di sciarla. Nasce così Zabardast, il film di 54 minuti prodotto da Picture Organic Clothing, il marchio francese di abbigliamento eco, e Almo Film. Diretto da Jêrome Tanon, Zabardast sta riscuotendo molto successo oltralpe e verrà proiettato in diverse location italiane a partire da metà novembre (vedi elenco alla fine di questo articolo).
https://youtu.be/rBvsaIBsVJY

LA TRAMA - Girato in 4k in primavera, il film vede la partecipazione degli skier Léo Taillefer e Thomas Delfino e dello snowboarder Zak Mills. È a tutti gli effetti il diario di un’incredibile avventura freeride in una delle zone più remote del pianeta, che ha comportato un loop di 150 chilometri in autosufficienza, con slitte cariche di cibo liofilizzato, pannelli solari e tende. «Ho pensato il film come un diario collettivo e per questo ho chiesto ai protagonisti di scrivere ogni giorno una pagina di testo e il risultato finale è la trasposizione di questo viaggio, anche intimo, di ognuno di loro» ha detto il regista. Il viaggio è durato cinque settimane e ha comportato la partenza dal villaggio di Askole e la traversata del selvaggio ghiacciaio Nobande Sobande. Fino a qui la crew ha potuto contare sull’aiuto dei portatori Balti, poi tre settimane in totale autosufficienza. Superato lo Skam La Pass, a quota 5.660 metri, la spedizione ha raggiunto il ghiacciaio Sim Gang e lo Snow Lake Basin, uno dei luoghi più belli del mondo. Il rientro è avvenuto lungo il ghiacciaio Biafo. Zabardast non è solo sci, ma è anche un viaggio verso Islamabad con treni, improbabili motociclette, cavalli, un viaggio fatto di tanti incontri. Nel team, oltre agli sciatori, anche Helias Millerioux, Guida alpina di Chamonix con all’attivo oltre 15 spedizioni, e l’alpinista Yannick Graziani, con diversi 8.000 in curriculum.


CURIOSITÀ - Il regista Jêrome Tanon ha perso 10 chili ed era reduce da un infortunio ai legamenti crociati. I progetti iniziali hanno dovuto adeguarsi alle difficoltà tecniche incontrate e la tecnica di ripresa si è adeguata. Tanon ha voluto ispirarsi al capolavoro di Terrence Malick La sottile linea rossa, un film di guerra del 1998. «Zabardast offre l’atmosfera poetica di un film di guerra e anche le musiche, composte da Jonathan Saguez, sono simili a quelle utilizzate nei movie di guerra». Le riprese sono state effettuate da Pierre Fréchou & Julien Nadiras.


LE PROIEZIONI
Per informazioni sulle prime due serate: info@boardcore.it
Per informazioni sulle altre serate, nell’ambito del festival Montagna in Scena: www.montagnainscena.com
Bergamo - Giovedì 15 novembre
Cinema Conca Verde
Aosta - Martedì 20 novembre
Cittadella dei Giovani
Milano - Lunedi 10 dicembre
20.30-23.30 (apertura porte 20.00)
Cinema Orfeo - Viale Coni Zugna, 50
Torino - Martedì 11 dicembre
20.30-23.30 (apertura porte 20.00)
Ambrosio Cinecafè - Corso Vittorio Emanuele II, 52
Bologna - Mercoledì 12 dicembre
20.30-23.30 (apertura porte 20.00)
Cinema Teatro Antoniano - Via Guido Guinizelli 3
Firenze - Martedì 18 dicembre
20.30-23.30 (apertura porte 20.00)
Cinema La Compagnia - Via Camillo Cavour, 50/R
Roma - Mercoledì 19 dicembre
20.30-23.30 (apertura porte 20.00)
Teatro Orione - Via Tortona, 7
I sentieri neri sono il tema del Blogger Contest 2018
Fare emergere dalla vastità della rete esperienze e pensieri in forma di racconti che difficilmente riuscirebbero a essere visibili a un vasto pubblico e, non ultimo, creare una connessione fra le persone che coltivano la medesima passione per la scrittura. Quasi a contrastare la superficialità di tanti contenitori social, le storie che si raccontano nei blog personali sono piene di emozioni, poesia e, perché no, anche cultura. Proprio a partire da questa considerazione altitudini da sette anni organizza il Blogger Contest: un incontro tra autori che scrivono sul web e si presentano con una loro storia, o meglio con la loro unità multimediale. Infatti il Blogger Contest non è un concorso letterario e l’autore per partecipare deve inviare, oltre al testo, anche tre foto e indicare il blog o rivista digitale dove normalmente scrive. La giuria valuta l’intera unità multimediale. Skialper è media partner del Contest e diverse firme che leggete sulla nostra rivista le abbiamo scoperte grazie a questo coraggioso incubatore culturale delle terre alte.
SENTIERI NERI - Il tema della settima edizione del Blogger Contest prende ispirazione dal libro di Sylvain Tesson Sentieri Neri. Tesson è uno scrittore e viaggiatore francese che, dopo un brutto incidente, decide di percorrere la Francia a piedi, dalla Provenza alla Normandia. Tesson racconta la sua terra natia come un paesaggio impervio e sconosciuto, che si rivela soltanto percorrendo vie secondarie, i sentieri neri. Gli autori del Blogger Contest sono così chiamati a esplorare sentieri e antiche vie non più percorse che riescono a portarci in luoghi che parlano soltanto a noi, che risuonano con la parte di noi che spesso non vogliamo vedere e preferiamo ignorare.
COME SI PARTECIPA - Oltre alla sezione racconto breve gli autori possono presentare anche una storia sonora, o audio storia. Una narrazione, in cui il tema sentieri neriè trattato attraverso la scrittura con i suoni: audio testimonianze di persone ed eventi reali, paesaggio sonoro, elementi musicali, materiali di archivio… Le audio storie si possono poi ascoltare online sul web o scaricarle come podcast per ascoltarle comodamente da qualsiasi dispositivo mobile.A oggi quasi 300 autori hanno partecipato alle sei edizioni del Blogger Contest e tutti i racconti sono pubblicati sulla rivista altitudini.it. La giuria - composta da Franco Faggiani, scrittore e giornalista; Sandro Campani, scrittore; Eva Toschi, blogger e vincitrice del Blogger Contest 2017; Gianluca Stazi, autore di audio documentari; Stefano Lentati, communication consultant Salewa, Eleonora Bujatti, comunicatrice e autrice di eventi - indicherà sei vincitori e assegnerà quattro premi speciali, in due categorie: racconto breve e audio storia. Il valore dei premi offerti dagli sponsor è di 6.000 euro.Per partecipare c’è tempo fino al 31 dicembre 2018. Per saperne di più basta consultare la pagina del Blogger Contest sul sito www.altitudini.it. Sono sponsor del Blogger Contest.2018: Salewa, Suunto, Ferrino, AKU, Camp, PalaRondaTrek, Rifugio Lagazuoi, Adventure Awards Days.
Campo Base Ferrino
In un’epoca di globalizzazione e delocalizzazione arrivare in un grande capannone alle porte di Torino e trovare interi reparti al lavoro a cucire, tagliare e disegnare articoli sportivi fa una certa impressione. Se poi questi articoli sono tende e zaini che, come la gran parte degli altri prodotti tessili, sono realizzati in Estremo Oriente, lo stupore è ancora più grande. «Dal reparto di progettazione vera e proprio si passa a quello di prototipazione che nella pratica è un piccolo reparto di produzione, mentre al piano inferiore c’è un settore più grande che produce le tende per la Protezione Civile e le organizzazioni umanitarie» dice Marco Chiaberge, responsabile ricerca e sviluppo di Ferrino. Usciamo dalla stanza dove ci sono i computer e si disegnano i nuovi modelli per mettere piede in due stanze attigue dove un piccolo esercito (è proprio il caso di dirlo, visto che Ferrino produce tende e zaini per diversi reparti militari, non solo italiani) è al lavoro. Nel primo vano ci sono i macchinari per i controlli qualità interni, fatti a campione su tutti i prodotti: abrasione, pilling, impermeabilità, trazione, lacerazione, si controlla tutto. Dalla stanza più grande arriva un rumore di macchine da cucire. Su un lato fa bella mostra una grande tenda militare con i montanti gonfiabili. «È un modello che l’esercito francese usa come comando in quota» dice Marco. Alle macchine da cucire si tagliano i pezzi di tessuto per un nuovo zaino da hiking e lo zaino airbag che verrà presentato a Ispo 2019. Non è facile a Torino, che in passato aveva una grande tradizione nell’industria tessile, trovare ancora manovalanza con la giusta esperienza e manualità nel cucire e tagliare ed è proprio questa la sfida e l’orgoglio al tempo stesso di Ferrino. «Le grandi produzioni avvengono poi in Estremo Oriente, ma parte tutto da qui e a Shanghai abbiamo un ufficio con dei dipendenti, dai fornitori arriviamo con un progetto ben preciso che devono solo eseguire, a noi poi spetta controllare la qualità».

COME NASCE UNA TENDA - Flashback. Torniamo indietro. Prima di arrivare sul mercato uno zaino o una tenda Ferrino,quelli che vediamo esposti in azienda o che stanno prendendo forma nel reparto prototipia,ha una gestazione di un anno, un anno e mezzo. Dipende. Dipende da come vannoi test. Tutto infatti nasce dalle prove sul campo di un ristretto gruppo di Guide alpine eprofessionisti. Il primo prototipo, che poco o nulla ha a che vedere nel look con quello chearriverà sul mercato, viene portato in montagna. Successivamente zaini e tende vengonomodificati sulla base delle indicazioni dei testatori e si valuta con l’ufficio commerciale sesono in linea con le richieste del mercato, poi si passa ai test su un ristretto gruppo di consumer.

I CAMPI PROVA - Un valido aiuto sono i campi prova allestiti in estate e in inverno al rifugio Toesca, a quota 1.710 metri, in Val di Susa, e in estate al Quintino Sella, a 3.585 metri, nel gruppo del Monte Rosa, per il materiale più tecnico e da alta quota. Dopo questo lungo processo si riprende in mano il prodotto e si producono altri prototipi, fino ad arrivare anche alla giusta palette di colori. I professionisti hanno fatto la storia e la fortuna di un marchio che nel 2020 festeggerà i 150 anni. Le loro esperienze estreme sono state utilizzate per la realizzazione di nuovi prodotti per affrontare l’outdoor nelle peggiori condizioni. Come non ricordare Reinhold Messner, dalla cui esperienza sono nate le migliori tende da spedizione e alta montagna, ma anche Ambrogio Fogar, le traversate in solitaria del deserto di Carla Perrotti, oppure le spedizioni antartiche dell’ENEA, Gnaro Mondinelli o Simone Moro?

SUL MONTE ROSA - L'elicottero sale veloce, improvvisamente dalle periferie di Torino ci troviamo ai 3.585 metri del Rifugio Quintino Sella al Felik, alle pendici del Castore e del Lyskamm. Qui, da più di vent'anni, Ferrino allestisce un campo base con le tende della linea HighLab, un nome che non è solo una mera esigenza di marketing ma testimone di quello che è a tutti gli effetti un laboratorio in quota. Gli alpinisti di passaggio infatti possono provare il materiale dormendo (gratuitamente) qui per una notte, in cambio il loro feedback viene raccolto su dettagliate schede che tengono conto delle condizioni fisiche dei testatori e di quelle ambientali. I dati vengono poi spediti a Torino ed elaborati dai tecnici per capire come le loro idee si comportino effettivamente sul campo, utilizzate da utenti normali che rispecchiano poi le esigenze del cliente. Già, perché a volte tester di altissimo livello non sono sufficienti, anzi, a volte se ne escono con idee un po' strampalate e non sempre commerciabili: ad esempio i fratelli Franchini, per una spedizione sulle Ande, si sono fatti preparare su misura un sacco a pelo matrimoniale e una tenda monotelo per essere ancora più leggeri. È solo combinando le richieste di alpinisti diversi tra loro che si può arrivare a un prodotto di alta qualità e, allo stesso tempo, perfettamente funzionale. Un esempio? I sacchi a pelo offerti ai fruitori dell'Highlab al Felik sono gli stessi che accompagnano nelle sue spedizioni himalayane Adriano Favre, direttore responsabile del Soccorso Alpino Valdostano e anima del progetto.
LA STORIA - Storia esemplare quella della Ferrino. Torino, 1870, via Nizza 107. Cesare Ferrino è titolare di un negozio di vernici. Alcuni anni prima si è recato in Germania a studiare nuovi procedimenti per la realizzazione di tessuto e tele e ha acquisito un brevetto in esclusiva per l’Italia per rendere totalmente impermeabili le tende. Nasce così la prima produzione industriale per la produzione di tele cerate, spesso utilizzate sulle automobili, per esempio le Fiat. Negli anni però la produzione di tende da campeggio diventerà sempre più importante con modelli specifici per le vacanze o le spedizioni. Oggi, a soli due anni dal centocinquantesimo giubileo, Ferrino ha in catalogo tutto quello che serve per l’outdoor, dall’abbigliamento ai sacchi a pelo, ma tende da montagna e da spedizioni e zaini rimangono il core business dell’azienda torinese.

Presentata l'Alta Via delle Dolomiti Bellunesi
Quando nel 1994 Teddy Soppelsa ideò il percorso della Transparco, che attraversava tutto il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, non immaginava probabilmente che quel percorso sarebbe diventato un’alta via alla stregua dei più famosi percorsi in quota dei Monti Pallidi. Sono passati 28 anni, in mezzo c’è stata anche l’interessante esperienza del trekking guidato organizzato nel 1996 da Mountain Wilderness («C’è gente che si è conosciuta in quella occasione e si frequenta ancora oggi» dicono gli uomini del Parco Nazionale), ma oggi quel sogno è diventato realtà: da Forno di Zoldo a Feltre, 108 km e 6.000 metri di dislivello. Ma soprattutto una settimana di cammino in luoghi così vicini alla città eppure così lontani e selvaggi. L’occasione per un piccolo assaggio di questa interessante realtà presentata in anteprima da Skialper con un ampio servizio sul numero 119 di agosto 2018, è stata la conferenza stampa di lancio del percorso, organizzata ieri al Rifugio Bruno Boz, a quota 1.700 metri, ai piedi delle suggestive Torri di Neva.

È SOLO L’INIZIO - Il progetto dell’Alta Via delle Dolomiti Bellunesi è appena partito e, oltre alla segnaletica (che unisce sentieri già esistenti e non ha previsto nuovi cartelli ma targhette da inserire su quelli già esistenti), ha visto la realizzazione di un dettagliato sito Internet e in futuro anche la realizzazione di una serie di servizi (pass/voucher per i rifugi per evitare di doversi portare dietro troppi soldi, servizio navette nelle valli). Per lanciare il progetto e promuoverlo è stata prodotta una mole enorme di materiale percorrendo due volte l’itinerario: 3.400 immagini, 10 interviste, video-clip, tracce gps. Interviset perché camminare qui vuol dire anche incontrare la gente che queste terre alte le vive, dal pastore diciassettenne ai rifugisti. I canali social (Facebook e Instagram: @altaviadolomitibellunesi) cominciano a funzionare e il breve video promozionale pubblicato sul sito ha fatto in pichi giorni oltre 40.000 contatti.

LO SPIRITO - Le Dolomiti Bellunesi non sono certo luoghi da rifugio cinque stelle e turismo alpino di massa, si cammina in paesaggi molto selvaggi, con le aquile sulla testa e i mufloni a fare compagnia, si dorme in vecchie casere trasformate in piccoli rifugi dove al rifugista si dà del tu e non ci si trasforma in un numero. Lo spirito dell’iniziativa, che nasce dall’incontro tra un gruppo di giovani, il Parco e le locali sezioni del CAI, capitanate da quella di Feltre, è proprio quello di promuovere l’itinerario in Italia e all’estero ma anche di educare e di veicolarlo al giusto pubblico. Sul sito verrà attivato anche un libro di vetta dove si potranno inserire i propri commenti e il progetto avrà una durata minima di tre anni.

PARTNER - Fondamentale è stato il supporto di tre marchi outdoor: AKU, Ferrino e Karpos, che hanno sostenuto l’iniziativa e la promuoveranno attraverso i loro canali social. Considerando le piccole dimensioni dei rifugi, Ferrino ha portato la sua esperienza nella consulenza ai posti tappa che propongono anche la possibilità di dormire in tenda usufruendo degli altri servizi.
www.altaviadolomitibellunesi.it
Nelson O'Neill e Morrison sciano il Lhotse
Come già annunciato, l’Himalaya in queste settimane è un crocevia di spedizioni alpinistiche con l’obiettivo principale della discesa con gli sci delle vette più alte della terra, dopo che la stagione ha già visto due importanti imprese come quella di Bargiel al K2 e quella di Chambaret, Duperier e Langenstien al Laila Peak. Lo scorso 30 settembre la statunitense Hilaree Nelson O’Neill e il connazionale Jim Morrison hanno portato a termine la prima discesa integrale del Lhotse (8.516 m) su circa 2.100 metri di dislivello, fino al campo 2. Diciassette ore il tempo impiegato. Nel 2007 lo statunitense Jamie Laidlaw aveva sciato da quota 8.300 metri. Nelson O’Neill aveva già disceso con gli sci il Cho Oyu e diverse linee in Sud America, oltre ad essere stata la prima donna a salire in 24 ore due ottomila, il Lhotse e l’Everest (con ossigeno). Hilaree ha voluto farsi fotografare in vetta con uno striscione di POW, Protect Our Winters, un’associazione ambientalista che cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti del climate change per la partiac dello sci e degli sport invernali. «Le condizioni sono state abbastanza buone, ma certo non puoi sbagliare una curva o perdere uno spigolo su questi pendii ghiacciati, per non parlare di sassi di ghiaccio e asperità sotto lo strato superficiale che rendono la discesa un po’ accidentata» ha dichiarato sulla via del rientro.
Mountopia: tre cime in tre giorni
A maggio di quest’anno è partita la quarta edizione del concorso Mountopia promosso e organizzato da Dynafit e dai partner Gore e PrimaLoft. Al motto diYour Mountopia is our mission, tutti gli iscritti si sono sfidati in un contest che ha visto la partecipazione di 365 atleti provenienti da 32 diversi Paesi. Alla fine i vincitori sono stati quattro:la polacca Iga Ługowska, la slovacca Lucija Odar, lo svedese Aramis Sasinka e il tedesco Christoph Leimbeck. Cosa c’era in palio? Il sogno proibito di molti scalatori, ovvero quello di conquistare tre vette fra i monti più alti di Germania, Austria e Italia: Zugspitze (2.962 m), Grossglockner (3.798 m) e Ortles (3.905 m), tutti in un unico weekend.


Nel mese di settembre i quattro vincitori, ognuno con il proprio bagaglio di esperienze, i propri limiti, ma soprattutto con le proprie motivazioni sono partiti per l’esperienza che li ha portati ad affrontare 70 chilometri e un totale di 7.000 metri di dislivello in pochissimo tempo coadiuvati dai ragazzi del team Dynafit. Un’impresa nella quale la passione per la montagna ha dovuto battere la tanta fatica e le poche ore di sonno. I quattro vincitori si sono presentati al via di questa sfida in condizioni diverse, tra chi aveva già provato l’ebrezza di una scalata lungo gli stessi versanti del contest, come Lucija, che in primavera si era cimentata nella salita al Grossglockner; e chi non aveva mai osato affrontate nessuna delle tre vette, e proprio per questo ha apprezzato ogni passo e ogni singola goccia di sudore, come racconta Christoph. Potete rivivere le emozioni dei quattro partecipanti di Mountopia 2018 sul blog di Dynafit.
Il concorso Mountopia ritornerà anche nel 2019 con le iscrizioni che si aprono oggi. 9 di ottobre 2018. Nella prossima edizione il traguardo da conquistare sarà l’ambito Trofeo Mezzalama del 27 aprile 2019, la gara internazionale di sci alpinismo più ad alta quota al mondo. Per informazioni sulle condizioni di partecipazione e registrazione: https://www.mountopia.com/


Obiettivo Dhaulagiri
Gli 8.000 sono ritornati di grande attualità per gli sciatori del ripido. Mentre due spedizioni, come già segnalato da Skialper, si trovano già o lo saranno a breve tra le montagne più alte della terra (quella di Hilaree Nelson e Jim Morrison al Lhotse e quella di Anton Pugovkin e Vitaly Lazo all’Annapurna), ecco che il sito spagnolo desnivel annuncia che in autunno ci sarà un terzo tentativo di discesa, dal Dhaulagiri (8.161 m). A provare la discesa integrale, mai riuscita, Herbert Hellmuth e Sergey Baranov. David Fojtik nel 2009 lo ha sciato da circa 20 metri sotto la cima e fino a qualche metro sopra il campo 3. A luglio Andrzej Bargiel aveva sciato per la rima volta il K2 ed è stato sciato anche il Laila Peak, ad opera dei francesi Carole Chambaret, Tiphaine Duperier e Boris Langenstein. Discesa ripetuta pochi giorni dopo anche da Cala Cimenti e Matthias Koenig. «Marco Siffredi ha disceso per la prima volta l’Everest in snowboard lungo il Couloir Norton, il 23 maggio del 2001 e la sua, compiuta lungo un itinerario differente rispetto alla linea di salita, può essere considerata l’inizio della ‘new age’ dello sci ripido d’altissima quota. Fino a quel momento lo sci sulle montagne di 8.000 metri, esclusi pochi sporadici tentativi d'avanguardia, andava piuttosto alla ricerca della ripetizione in discesa di itinerari classici di salita» dice Emilio Previtali, esperto di spedizioni e prime discese in Himalaya. Al Dhaulagiri è tornato anche il settantanovenne spagnolo Carlos Soria, che aveva già tentato la montagna a maggio e nel 2017 e raggiungendola arriverebbe a una sola vetta dal suo obiettivo, quello di diventare la persona più anziana ad aver scalato i 14 ottomila. Gli mancherebbe solo il Shishapangma.
Due spedizioni in Himalaya per sciare Lhotse e Annapurna
Dopo i successi di Bargiel al K2 e del trio francese Carole Chambert, Tiphaine Duperier e Boris Langenstein al Laila Peak, le vette più alte della terra sono al centro di altri progetti di discese. La prima spedizione prevede di scendere in autunno il Lhotse (8.516 m). A farne parte Hilaree Nelson e Jim Morrison, con loro anche Dutch Simpson, Michael e Nicholas Kalisz. La Nelson nel 2012 ha scalato in 24 ore Everest e Lhotse e insieme a Morrison, che quest’anno ha sciato in parte l’Everest, ha disceso Denali e Cho Oyu. I russi Anton Pugovkin e Vitaly Lazo si trovano già all’Annapurna (8.091 m) che tenteranno di sciare dopo avere sciato l’anno scorso il Manaslu (8,156 m). Nei loro progetti anche Nanga Parbat (2019), Everest (2020) e K2 (2020).
La francese Liv Sansoz scala tutti i 4.000 delle Alpi
She did it. La francese Liv Sansoz ha portato a termine a metà settembre il suo progetto di scalare tutte le 82 vette di 4.000 metri delle Alpi. Un progetto che si è chiuso con la salita dell’Aiguille Blanche de Peuterey (4.112 m) e del Grand Pilier d’Angle (4.243 m), nel gruppo del Monte Bianco, in compagnia dello svizzero Roger Schaeli, e con un volo in parapendio dalla vetta. L’idea di salire tutti i 4.000 era venuta a Liv dopo che nel 2015 Ueli Steck aveva portato a termine l’impresa in 62 giorni. Liv si era data 12 mesi e a marzo 2017 era partita forte: 21 cime in tre settimane in compagnia di Colin Haley. Poi alla numero 38, Aletschorn, un infortunio con relativo congelamento e uno stop che l’aveva portata a -6 vette nei 12 mesi. Per le salite e discese non è stato utilizzato alcun mezzo meccanico: solo alpinismo, sci e parapendio.
Franco Michieli, muoversi nell’invisibile
Sperimentare la permanenza nella montagna. Comincia da questa esigenza l’avventura di Franco Michieli con i suoi viaggi. Classe 1962, nato a Milano, ma con una nonna di Agordo, fin dall’infanzia fa delle Alpi la sua seconda casa. Vive la sua prima esperienza significativa come viaggiatore subito dopo l’esame di maturità. Appena finito l’orale parte per attraversare tutto l’arco alpino, da mare a mare, da Ventimiglia fino a Trieste, accompagnato da otto amici che si alternano lungo il tragitto. «Sono contento di aver celebrato un momento così simbolico come l’esame di maturità facendo qualcosa che ha caratterizzato poi tutto il resto della mia vita - dice -. Già da allora la dimensione che volevo esplorare era la durata, per capire cosa succede stando in ambiente alpino per un lungo periodo, 24 ore su 24, il più possibile a contatto con la natura». Da quel momento ha preso avvio una serie infinita di viaggi che hanno portato Franco ad attraversare alcune delle aree più incontaminate e disabitate del pianeta, dalle Alpi alle Ande, alle sconfinate regioni della penisola scandinava. In questo lungo percorso conoscitivo ha abbandonato via via tutto ciò che è superfluo, liberandosi anche degli strumenti tecnologici che oggi il senso comune considera necessari per imprese di questo tipo, in uno sfiorare di perdersi che l’ha portato a ritrovarsi con una consapevolezza più piena di se stesso e della relazione ancestrale che lega l’uomo alle molteplici forme di vita sulla terra.
Arriva così nel 1998 alla decisione di attraversare senza l’ausilio di nessuna strumentazione tecnica la regione Sapmi, «il vero nome del territorio che viene normalmente indicato col termine in realtà dispregiativo di Lapponia», ci tiene a precisare. Niente orologio, niente telefono, niente GPS, strumenti di comunicazione o carta geografica, soltanto la propria esperienza, il proprio senso dell’orientamento e le risorse che sono insite dentro ognuno di noi. «Era già da un po’ che stavo pensando a questa svolta e quando ho realmente deciso di metterla in pratica avevo alle spalle numerosi viaggi, tra cui uno in Norvegia a 23 anni e uno in Islanda nel 1991 dove avevo sviluppato la mia capacità di cavarmela e di orientarmi in autonomia». Insieme ad Andrea Matteotti, suo amico da sempre e già compagno anche della prima traversata delle Alpi dopo la maturità, si incammina all’interno di un vastissimo territorio disabitato, grande come tutta l’Italia Settentrionale, da Trieste ad Aosta. Davanti hanno solo tre strade e tre piccoli villaggi; tutto il resto sono percorsi da inventare. «Il terreno ideale per testare questo modo di viaggiare il più possibile libero da ogni condizionamento».

Si trovano da subito a loro agio: 30 chilometri al giorno, con zaino pesante e senza sentieri, praticamente lo stesso itinerario che avrebbero compiuto utilizzando le carte geografiche. La decisione presa è quella giusta, sarà questa la strada da seguire anche per i viaggi futuri. «Ovviamente non si improvvisa niente - commenta Franco spiegandoci la sua tecnica - bisogna partire dalle mappe mentali, quelle che tutti noi inconsapevolmente ci facciamo per orientarci nel nostro quotidiano, ma anche per sognare, ed estenderle su una scala più ampia. Dobbiamo capire le geometrie geografiche che caratterizzano il territorio che vogliamo esplorare: come sono disposte le coste, come è orientata la terra rispetto ai punti cardinali, se ci sono catene montuose, laghi, fiumi, come si alternano e verso quale direzione scorrono. Per avere queste informazioni basterà prendere un atlante oppure basarsi su un racconto attendibile di chi c’è già stato. Prima di partire dovremo imparare anche a utilizzare il sole come bussola naturale, a capire la direzione che indica il soffio del vento, a prevedere il cambiamento del tempo. Sono tutte capacità che oggi sembrano fuori dalla nostra portata perché atrofizzate dall’uso massiccio della tecnologia, mentre in realtà sono insite dentro di noi perché facevano già parte del normale bagaglio di conoscenze dell’uomo arcaico. Dobbiamo solo risvegliarle.
Tutto sta nel saper cogliere i segnali. L’apparire per un minuto del sole in una giornata di nebbia fitta può indicare la direzione giusta da seguire. Basta avere pazienza, una scorta di viveri sufficiente e un buon sacco a pelo. In questo modo anche una giornata difficile dove sembravano non esserci più punti di riferimento può trasformarsi in un evento straordinario, perché scopriamo di saperci muovere nell’invisibilità». Quello che colpisce è il senso di fiducia in se stessi e nella natura che questo modo di porsi trasmette, una capacità di fidarsi e di affidarsi che non ha bisogno di essere ostentata ma che ti tocca dentro per la sua totale trasparenza e autenticità. Ascoltandolo mi viene spontanea una domanda: Ma non ti sei mai sentito perso? «Paradossalmente i momenti di maggior spaesamento li ho vissuti al ritorno dai miei primi viaggi, rientrando a Milano. Pativo il distacco forzato da quell’ambiente ancestrale che ci fa riscoprire una parte antica e sopita di noi, per calarmi di nuovo nell’ambiente artificiale della città con i ritmi irragionevoli e innaturali imposti dalla società. Anche quando sei in natura capitano i giorni in cui non sai più dove ti trovi, ma con l’esperienza impari a non spaventarti, ad aspettare con calma e pazienza, perché sai che prima o poi la strada giusta in qualche modo si trova, oppure è lei che trova te». Certo, per abbracciare questo modo di viaggiare occorre stravolgere i principi che comunemente diamo per scontati: il bisogno di avere una meta e la necessità di usare tutti gli strumenti disponibili per raggiungerla nel più breve tempo possibile, e a ogni costo. Nella filosofia di Michieli non c’è nessuna meta obbligata, si tratta di entrare in una relazione rispettosa con il territorio che si percorre, l’unica conquista è quella di raggiungere un equilibrio col divenire della natura in quel luogo, di trovare un percorso che sia in armonia con la possibilità di vivere e di restare in vita in quell’ambiente. Per farlo dobbiamo essere disposti ad attendere, a fermarci, a cambiare strada a seconda del variare delle condizioni.

Ma l’esplorazione della geografia fisica e di quella interiore che Michieli ha portato avanti nella sua ricerca durante tutti questi anni non è solo silenzio e contemplazione, è anche racconto e condivisione. «Sì sono due aspetti della stessa esperienza. C’è il viaggio con il suo bisogno di silenzio per entrare in contatto con l’intensità delle rivelazioni che fa vivere, e c’è la necessità di raccontarlo, trascorso un tempo sufficiente per metabolizzarlo, perché è solo condividendolo che si ridona al fluire degli eventi quello che si è imparato, trasformandolo in una conoscenza comune. Anzi lo stare così tanto immersi nella natura diventa la base per una nuova comunicazione umana, radicata nella concretezza dell’esperienza, mentre oggi, nell’epoca della virtualità, la maggior parte della parole che utilizziamo rischia di essere astratta e svuotata di contenuti, prestandosi quindi a strumentalizzazioni, fraintendimenti e conflitti». Michieli ha declinato la sua esigenza di raccontare il viaggio in molti modi: con le conferenze, i libri e i documentari, con i corsi per le aspiranti Guide alpine in Sudamerica sulle Ande, con i seminari dell’associazione Movimento Lentoo con altri enti e con i viaggi d’autore in collaborazione con la Compagnia dei Cammini.
Anche il suo ultimo libro Andare per silenzi riflette proprio su questi temi, sul compenetrarsi di solitudine e compagnia nel rapporto con le montagne e con la natura, e di come da questo rapporto nasca una forma di spiritualità primordiale, capace di superare le barriere artificiose che spesso costruiamo. «Viaggiando tanto ho imparato che le nostre vere radici non sono quelle culturali date da pochi secoli di storia, ma sono quelle naturali, molto più antiche e profonde. Io penso all’umanità come a un grande albero millenario. Le diverse culture sono i rami tutti diversi che nascono però da un medesimo fusto che rappresenta il nostro cammino evolutivo e affonda le radici in un’origine comune. Soltanto partendo da qui si può capire chi siamo davvero, per non sentirsi più soli ma parte di una totalità più grande di noi. Questo è quello che più di tutto mi hanno insegnato i miei viaggi, tutte le volte che ho provato la gioia di sentire che la mia casa erano le montagne aperte che mi stavano intorno. Ed è un motivo sufficiente per continuare a viaggiare, almeno fino a quando avrò davanti un altro orizzonte sconosciuto da esplorare».

Bargiel nella storia, è il primo a sciare il K2
Il polacco Andrzej Bargiel ha sciato ieri il K2 dalla vetta al campo base, a quota 5000 metri per un totale di 3.600 metri di dislivello. Un'impresa mai riuscita a nessuno. Bargiel è partito alle 8 di mattina per arrivare alle 16 circa, ora italiana, con uno stop forzato al campo 4 a causa della visibilità. La via seguita è quella dello Sperone degli Abruzzi, Collo di Bottiglia, via Cesen, via Messner e via Kukuczca-Piotrowski. La maggiore difficoltà, come dichiarato dallo stesso Bargiel prima dell'impresa, non è stata tanto la neve in quota, ma avere le giuste forze e la lucidità per sostenere lo sforzo di una discesa difficile a quelle quote. Bargiel ha utilizzato la salita come ricognizione per la discesa ed era già stato sul K2 l'anno scorso, senza riuscire a sciarlo. Nel suo palmarès ci sono le discese della cima centrale del Shisha Pangma, quella del Broad Peak e il Leopardo delle nevi più veloce della storia (la salita delle vette più alte dell'ex Unione Sovietica) in 30 giorni. Bargiel ha anche un passato da scialpinista con un nono posto alla Pietra Menta e un decimo alla Patrouille des Glaciers. Il K2 ha visto la morte nel 2010 dello svedese Fredrik Ericsson, che era riuscito a sciarlo da quota 7.800 metri, negli anni precedenti i tentativi, tra gli altri, di David Watson e Hans Kammerlander, nel 2011 quello di Luis Stitzinger, ma nessuno era mai riuscito a sciare il K2 dalla cima. Ecco il commento sull'impresa pubblicato dal nostro collaboratore Emilio Previtali su Facebook:
Ieri il polacco Andrezj Bargiel ha sciato dalla cima del K2 chiudendo con la sua discesa l'era pionieristica dello sci in altissima quota. Oggi ne leggeremo sui giornali e anche su qualche quotidiano, probabilmente per qualche ora o per qualche giorno lo sci sulle grandi montagne della terra farà parlare di sé, prima di tornare nuovamente nel dimenticatoio della cronaca alpinistica. Per molti appassionati di montagna (anche quelli che in montagna non ci vanno quasi nemmeno e sono invece appassionati dalla cronaca o dalla storia dell'alpinismo e delle imprese, soprattutto quelle del passato) è difficile comprendere il senso profondo di una attività del genere. Per molti l'idea di salire su una montagna di 8000 metri con l'intento di sciarla è priva di senso. Un vezzo stupido, una sfida da clown del circo degna al massimo del Guinnes dei Primati. Sono in pochi a comprendere la dedizione e il coraggio, l'impegno necessario per tentare di realizzare un progetto del genere. Sciare una montagna di 8000 metri è un progetto complicatissimo. Andrezji ha senz'altro il merito di avere approcciato il K2 con determinazione e di avere applicato una serie di soluzioni che rappresentano nella sostanza lo stato dell'arte dello sci ripido, dell'alpinismo in alta quota e della tecnologia oggi disponibile. Ha lavorato con metodo alla scelta della sua linea (che è la combinazione di tre itinerari), alla messa a punto dei materiali, alla strategia di scalata e alla composizione del suo team. In modo innovativo ha effettuato le ricognizioni della via con l'ausilio di un drone. Ma più di tutti probabilmente, più di tutti gli altri che ci hanno provato o che avrebbero voluto farlo, ha creduto nel suo sogno. Anche se alcuni 8000 restano ancora in attesa della prima discesa integrale o della prima senza l'uso dell'ossigeno, da domani lo sci sulle più grandi montagne della terra entra in una nuova era, che non sarà più quella della conquista ma quella della difficoltà, in fondo è la storia stessa dell'alpinismo che si ripete. La meta sarà la via e lo stile utilizzato e non più la cima e la discesa, Marco Siffredi all'Everest con il suo tentativo di discesa all'Hornbein Couloir ci aveva già proiettato in quest'epoca con quasi quindici anni di anticipo. Poi le cose sono andate come sono andate, lo sapete tutti come. Io, nel mio piccolo, sono contento di appartenere alla piccola schiera di pionieri e sognatori che hanno tentato di lasciare la loro effimera traccia su questi giganti. Molti dei miei amici sognatori se ne sono andati strada facendo e vorrei, prima che da dopodomani lo sci sulle montagne di 8000 metri ritorni nel dimenticatoio, ricordarli almeno con un pensiero. Mi mancano, i miei amici. Dentro di me la loro perdita ha creato un vuoto che mi porterò dietro per sempre. Sono certo che oggi, ovunque essi siano, grazie alla discesa di Andrezj, hanno sorriso anche loro. Poi vorrei ricordare gli altri (almeno 3) italiani che hanno tentato di sciare sul K2: Hans Kammerlander, Edmond Joyeusaz e Michele Fait che perse la vita nel 2009 sciando sulla via Cesen. Voglio anche aggiungere che mai come in questi anni ci sono in attività un grandissimo numero di sciatori-alpinisti italiani che hanno realizzato discese bellissime e di grande stile in tutto il mondo, le ultime della lista quelle di Enrico Mosetti alla Carolina Face in Nuova Zelanda e quella recentissima di Cala Cimenti e Matthias Koenig al Laila Peak, una delle montagne esteticamente più belle del pianeta. Io conservo sempre il sogno di aprire SportWeek o la Gazzetta un giorno e continuare a sognare leggendo delle loro avventure. Intanto per Andrezj, hip-hip-hurrà.












