Franco Michieli, muoversi nell’invisibile

Dal 1998 attraversa a piedi i luoghi più selvaggi della terra, senza mappe o gps. Perché orientarsi con il sole o con i venti fa parte del nostro DNA, ma la tecnologia ce lo ha fatto dimenticare

Orientamento col sole sul Vatnajokull, nella traversata dell'Islanda ©Franco Michieli

Sperimentare la permanenza nella montagna. Comincia da questa esigenza l’avventura di Franco Michieli con i suoi viaggi. Classe 1962, nato a Milano, ma con una nonna di Agordo, fin dall’infanzia fa delle Alpi la sua seconda casa. Vive la sua prima esperienza significativa come viaggiatore subito dopo l’esame di maturità. Appena finito l’orale parte per attraversare tutto l’arco alpino, da mare a mare, da Ventimiglia fino a Trieste, accompagnato da otto amici che si alternano lungo il tragitto. «Sono contento di aver celebrato un momento così simbolico come l’esame di maturità facendo qualcosa che ha caratterizzato poi tutto il resto della mia vita – dice -. Già da allora la dimensione che volevo esplorare era la durata, per capire cosa succede stando in ambiente alpino per un lungo periodo, 24 ore su 24, il più possibile a contatto con la natura». Da quel momento ha preso avvio una serie infinita di viaggi che hanno portato Franco ad attraversare alcune delle aree più incontaminate e disabitate del pianeta, dalle Alpi alle Ande, alle sconfinate regioni della penisola scandinava. In questo lungo percorso conoscitivo ha abbandonato via via tutto ciò che è superfluo, liberandosi anche degli strumenti tecnologici che oggi il senso comune considera necessari per imprese di questo tipo, in uno sfiorare di perdersi che l’ha portato a ritrovarsi con una consapevolezza più piena di se stesso e della relazione ancestrale che lega l’uomo alle molteplici forme di vita sulla terra.

Arriva così nel 1998 alla decisione di attraversare senza l’ausilio di nessuna strumentazione tecnica la regione Sapmi, «il vero nome del territorio che viene normalmente indicato col termine in realtà dispregiativo di Lapponia», ci tiene a precisare. Niente orologio, niente telefono, niente GPS, strumenti di comunicazione o carta geografica, soltanto la propria esperienza, il proprio senso dell’orientamento e le risorse che sono insite dentro ognuno di noi. «Era già da un po’ che stavo pensando a questa svolta e quando ho realmente deciso di metterla in pratica avevo alle spalle numerosi viaggi, tra cui uno in Norvegia a 23 anni e uno in Islanda nel 1991 dove avevo sviluppato la mia capacità di cavarmela e di orientarmi in autonomia». Insieme ad Andrea Matteotti, suo amico da sempre e già compagno anche della prima traversata delle Alpi dopo la maturità, si incammina all’interno di un vastissimo territorio disabitato, grande come tutta l’Italia Settentrionale, da Trieste ad Aosta. Davanti hanno solo tre strade e tre piccoli villaggi; tutto il resto sono percorsi da inventare. «Il terreno ideale per testare questo modo di viaggiare il più possibile libero da ogni condizionamento».

Si trovano da subito a loro agio: 30 chilometri al giorno, con zaino pesante e senza sentieri, praticamente lo stesso itinerario che avrebbero compiuto utilizzando le carte geografiche. La decisione presa è quella giusta, sarà questa la strada da seguire anche per i viaggi futuri. «Ovviamente non si improvvisa niente – commenta Franco spiegandoci la sua tecnica – bisogna partire dalle mappe mentali, quelle che tutti noi inconsapevolmente ci facciamo per orientarci nel nostro quotidiano, ma anche per sognare, ed estenderle su una scala più ampia. Dobbiamo capire le geometrie geografiche che caratterizzano il territorio che vogliamo esplorare: come sono disposte le coste, come è orientata la terra rispetto ai punti cardinali, se ci sono catene montuose, laghi, fiumi, come si alternano e verso quale direzione scorrono. Per avere queste informazioni basterà prendere un atlante oppure basarsi su un racconto attendibile di chi c’è già stato. Prima di partire dovremo imparare anche a utilizzare il sole come bussola naturale, a capire la direzione che indica il soffio del vento, a prevedere il cambiamento del tempo. Sono tutte capacità che oggi sembrano fuori dalla nostra portata perché atrofizzate dall’uso massiccio della tecnologia, mentre in realtà sono insite dentro di noi perché facevano già parte del normale bagaglio di conoscenze dell’uomo arcaico. Dobbiamo solo risvegliarle.

Tutto sta nel saper cogliere i segnali. L’apparire per un minuto del sole in una giornata di nebbia fitta può indicare la direzione giusta da seguire. Basta avere pazienza, una scorta di viveri sufficiente e un buon sacco a pelo. In questo modo anche una giornata difficile dove sembravano non esserci più punti di riferimento può trasformarsi in un evento straordinario, perché scopriamo di saperci muovere nell’invisibilità». Quello che colpisce è il senso di fiducia in se stessi e nella natura che questo modo di porsi trasmette, una capacità di fidarsi e di affidarsi che non ha bisogno di essere ostentata ma che ti tocca dentro per la sua totale trasparenza e autenticità. Ascoltandolo mi viene spontanea una domanda: Ma non ti sei mai sentito perso? «Paradossalmente i momenti di maggior spaesamento li ho vissuti al ritorno dai miei primi viaggi, rientrando a Milano. Pativo il distacco forzato da quell’ambiente ancestrale che ci fa riscoprire una parte antica e sopita di noi, per calarmi di nuovo nell’ambiente artificiale della città con i ritmi irragionevoli e innaturali imposti dalla società. Anche quando sei in natura capitano i giorni in cui non sai più dove ti trovi, ma con l’esperienza impari a non spaventarti, ad aspettare con calma e pazienza, perché sai che prima o poi la strada giusta in qualche modo si trova, oppure è lei che trova te». Certo, per abbracciare questo modo di viaggiare occorre stravolgere i principi che comunemente diamo per scontati: il bisogno di avere una meta e la necessità di usare tutti gli strumenti disponibili per raggiungerla nel più breve tempo possibile, e a ogni costo. Nella filosofia di Michieli non c’è nessuna meta obbligata, si tratta di entrare in una relazione rispettosa con il territorio che si percorre, l’unica conquista è quella di raggiungere un equilibrio col divenire della natura in quel luogo, di trovare un percorso che sia in armonia con la possibilità di vivere e di restare in vita in quell’ambiente. Per farlo dobbiamo essere disposti ad attendere, a fermarci, a cambiare strada a seconda del variare delle condizioni.

Tra picchi sconosciuti, vagabondaggio a vista in Groenlandia ©Franco Michieli

Ma l’esplorazione della geografia fisica e di quella interiore che Michieli ha portato avanti nella sua ricerca durante tutti questi anni non è solo silenzio e contemplazione, è anche racconto e condivisione. «Sì sono due aspetti della stessa esperienza. C’è il viaggio con il suo bisogno di silenzio per entrare in contatto con l’intensità delle rivelazioni che fa vivere, e c’è la necessità di raccontarlo, trascorso un tempo sufficiente per metabolizzarlo, perché è solo condividendolo che si ridona al fluire degli eventi quello che si è imparato, trasformandolo in una conoscenza comune. Anzi lo stare così tanto immersi nella natura diventa la base per una nuova comunicazione umana, radicata nella concretezza dell’esperienza, mentre oggi, nell’epoca della virtualità, la maggior parte della parole che utilizziamo rischia di essere astratta e svuotata di contenuti, prestandosi quindi a strumentalizzazioni, fraintendimenti e conflitti». Michieli ha declinato la sua esigenza di raccontare il viaggio in molti modi: con le conferenze, i libri e i documentari, con i corsi per le aspiranti Guide alpine in Sudamerica sulle Ande, con i seminari dell’associazione Movimento Lentoo con altri enti e con i viaggi d’autore in collaborazione con la Compagnia dei Cammini.

Anche il suo ultimo libro Andare per silenzi riflette proprio su questi temi, sul compenetrarsi di solitudine e compagnia nel rapporto con le montagne e con la natura, e di come da questo rapporto nasca una forma di spiritualità primordiale, capace di superare le barriere artificiose che spesso costruiamo. «Viaggiando tanto ho imparato che le nostre vere radici non sono quelle culturali date da pochi secoli di storia, ma sono quelle naturali, molto più antiche e profonde. Io penso all’umanità come a un grande albero millenario. Le diverse culture sono i rami tutti diversi che nascono però da un medesimo fusto che rappresenta il nostro cammino evolutivo e affonda le radici in un’origine comune. Soltanto partendo da qui si può capire chi siamo davvero, per non sentirsi più soli ma parte di una totalità più grande di noi. Questo è quello che più di tutto mi hanno insegnato i miei viaggi, tutte le volte che ho provato la gioia di sentire che la mia casa erano le montagne aperte che mi stavano intorno. Ed è un motivo sufficiente per continuare a viaggiare, almeno fino a quando avrò davanti un altro orizzonte sconosciuto da esplorare».

 

 

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