Mongolia Split Experience

Si chiamano Cinque Santi e sono le cinque vette più alte della Mongolia, nella selvaggia regione del parco nazionale di Tavan Bogd. Una zona dove le lande desolate percorse dagli uomini a cavallo che controllano le greggi libere di pascolare per centinaia di chilometri lasciano improvvisamente spazio a vette ricoperte da roccia e ghiacciai.

EMOZIONI CON LA TAVOLA - «Dal campo base le vediamo tutte queste montagne e a guardare i versanti ripidi carichi di neve primaverile e ghiaccio blu eterno siamo un po’ intimoriti e iniziamo a capire che sarà una bella sfida arrivare al punto di partenza di una delle tante linee di discesa che abbiamo sognato - scrive Mirte van Dijk, foto-giornalista olandese autrice dell’articolo che pubblichiamo su Skialper di ottobre-novembre -. Dopo un giorno sul ghiacciaio abbiamo definitivamente capito che niente qui è come sembra. Abbiamo completamente sottovalutato i tempi di avvicinamento. Per arrivare in vetta devi prima scendere la morena per due ore, poi attraversare il ghiaccio rugoso e in parte sciolto del ghiacciaio per tre ore prima di potere iniziare la salita vera e propria. Dopo questa sfacchinata capisci che le tue curve non sono mai state così senza senso: un giorno in quota significa dodici ore a camminare e arrampicare. Scendere con la split dura 20 secondi. Punto. Ma quando ti trovi negli Altai, un posto che non ha mai visto una tavola da split nella sua storia, capisci che ogni curva diventa d’oro».

TEAM MONGOLIA - La spedizione ai Cinque Santi è stata l’occasione per un’avventura condivisa da alcuni boarder europei e i pochi interpreti delle discese con la tavola da splitboard mongoli, a partire da Battulga Gantulga, fondatore della Mongolian Professional Snowboard Federation. Nel Paese asiatico gli sport invernali sono praticati quasi esclusivamente in una piccola località sciistica alle porte della capitale Ulaanbataar e il reportage sui Monti Altai mette la lente d’ingrandimento sugli straordinari paesaggi delle regioni più selvagge, le genti e la cultura del grande Paese asiatico. Si parla anche di tsuivan. Cosa significa? Basta leggere l’articolo su Skialper di ottobre-novembre…

Skialper 114 di ottobre-novembre è disponibile nelle migliori edicole al costo di 6 euro ed è già scaricabile nell’apposita app Skialper per dispositivi Android e iOS, disponibile gratuitamente nell’App Store e in Play Store.

 


Panta rei, un documentario dai sentieri del Tor

Lunedi' la presentazione a Milano

Un documentario ‘metafisico’ lo chiamano gli autori. Lunedì 23 ottobre alle ore 16.25 al Milano Montagna Festival, Luca Albrisi e Alfredo Croce di Pillow Lab, casa di produzione trentina ormai da anni attiva nel settore outdoor, presentano Panta Rei, girato sui sentieri del Tor des Géants. Le emozioni della gara, le persone, le storie, dopo innumerevoli ore trascorse sui sentieri del endurance trail valdostano e dai tanti incontri derivanti da queste esperienze.


Trail e ambiente nel nuovo film di Mimmo Calopresti

La proiezione di 'Immondezza' sabato a Milano

Ci sono tanti modi per raccontare il Sud Italia, le sue bellezze, le sue risorse ma anche le difficoltà e le tante sfide quotidiane. Il regista Mimmo Calopresti ha deciso di farlo partendo da una prospettiva decisamente insolita: quella dello sport (in particolare il trail running) abbinato all’ambiente e alla lotta all’abbandono dei rifiuti. Così è nato Immondezza, il nuovo documentario dell’autore calabrese (Preferisco il rumore del mare, La fabbrica dei tedeschi), che sabato 7 ottobre sarà presentato in prima assoluta a Milano, in concorso al terzo Festival internazionale del documentario ‘Visioni dal Mondo – Immagini dalla Realtà’. La proiezione è in programma alle 15:20 nella sala Tiglio dell’Unicredit Pavilion, in piazza Gae Aulenti. Maggiori dettagli sul sito www.visionidalmondo.it.
Il film prende origine dal desiderio di raccontare ‘Keep Clean and Run’, un eco-trail unico al mondo, giunto nel 2017 alla sua terza edizione per un totale di oltre 1000 chilometri di territorio attraversato. La particolarità di questo evento-ideato dal ‘rifiutologo’ Roberto Cavallo, protagonista della pellicola - è di aver visto impegnati, da nord a sud Italia, sportivi e testimonial in una corsa contro l’abbandono dei rifiuti. Cavallo, nei panni di eco-runner, ha partecipato a numerosi trail negli ultimi anni, risultando finisher al 4K Alpine Endurance Trail in Valle d'Aosta nel 2016 e partecipando come testimonial ambientale al Tor des Géants 2017 poche settimane fa.
Un obiettivo della narrazione cinematografica di Calopresti coincide pertanto con quello dell’eco-maratona 2017, sviluppatasi dal Vesuvio all’Etna, facendo della sostenibilità ambientale il suo punto di forza. Ma il binomio sport-ambiente non è la sola chiave di lettura del documentario: la corsa è anche l’occasione per conoscere le molteplici storie di personaggi, dalla Campania alla Sicilia, e di raccontare l’impegno contro le mafie, a partire dalle eco-mafie, nonché di testimoniare esperienze virtuose di accoglienza. È un viaggio alla scoperta del Sud Italia, con i suoi paesaggi mozzafiato e tesori artistici e architettonici rimasti al di fuori delle grandi rotte turistiche, nella convinzione intima e profonda che ‘la bellezza salverà il mondo’.


In vacanza per sport

Sette gare per unire la propria passione e la vacanza, magari con la famiglia. Dalla Bassa California a Città del Capo, dalla Malesia al Ciad, dal Perù al Quebec e ai Pirenei. È questo l’argomento principale di Up & Down, l’inserto dedicato al mondo delle gare e agli atleti di Skialper 113 di agosto-settembre.

GARE E ATLETI - Parliamo di Carrera de Baja, Le Treg, Inca Trail Marathon, Ultra Trail Cape Town, Penang Eco, Harricana e Ultra Pireneu. Le gare raccontate da chi le ha fatte, con tutte le indicazioni pratiche, anche turistiche. Sette italiani giramondo, da Silvia Bonelli a Tommaso de Mottoni, da Ernesto Ciravegna a Andrea Biffi, originario della Valchiusella ma residente a Città del Capo, a Carlo Comino, pasticciere di Mondovì, Simona Morbelli e Adeodato Ceci. Gare in posti da sogno, proprio perfette per correre e andare alla scoperta di luoghi e monumenti unici al mondo, dalla foresta malese alle panoramiche alture sopra Città del Capo, dal mare corallino del Messico alle foreste del Quebec. «Non ho mai faticato tanto per fare una maratona e per dare un’idea di costa sto parlando posso dire che con 2h48’ di personale sulla maratona classica, pur arrivando terzo, ho percorso l’Inca Trail Marathon in 8 ore! Quando si arriva alla sommità dell’ultimo passo, il Sun Gate, la vista su Machu Picchu è da togliere il fiato» scrive Ernesto Ciravegna. Un inserto tutto da leggere…


Sci ripido: cronache di una stagione ordinaria

Su Skialper di agosto-settembre le principali discese del 2017

Agosto è il mese in cui puntualmente si tirano le somme della stagione del ripido. Infatti si sa che generalmente per lo sci di esplorazione e quello su grandi pareti si attendono proprio le condizioni del pieno della primavera, che spesso sanno regalare un buon manto da sciare anche dove abitualmente si trova del ghiaccio. Se l’anno scorso è stato anomalo con gran disappunto degli appassionati degli itinerari più invernali, ma poi si è riscattato alla grandissima da aprile in poi, regalando momenti epici in molte zone alpine, la stagione 2016-2017 è stata decisamente più anonima dal punto di vista delle condizioni. Però, anche in anni non eccezionali come questo, anzi del tutto ordinari, si scia eccome. Nel Bianco quasi tutte le linee tra Miage, Midi e Argentière sono state ripetute. Insomma, discese che fino a meno di dieci anni fa erano percorse poche volte l’anno ormai per materiali e livello tecnico possono essere reputate dei classiconi. E poi nel 2016-2017 si sono iniziati ad apprezzare i primi frutti dell’opera cult della passata stagione dove nel film La Liste Jérémie Heitz ha mostrato a tutti cosa può fare la gente col livello, quello vero, se si mette a sciare certi pendii in certe condizioni tendenti al polveroso. E quindi si sono potute registrare tutta una serie di discese, fino ad ora affrontate ‘con una certa cautela’, la Mallory all’Aiguille du Midi per citarne una simbolo, che sono state percorse in stile Heitz: fluidità massima, 120 mm sotto al piede, rocker e giù. E poi una quarantina di itinerari inediti negli Écrins e non solo… su Skialper di agosto-settembre il consueto bollettino della stagione dello sci ripido a cura di Andrea Bormida. Da non perdere!


Gravel bike, the next big thing

Su Skialper 113 un articolo sulla nuova moda due ruote

«Ogni volta che esco in bici è un viaggio. Mi piace la sensazione di partire da casa, con giusto qualcosa da mangiare in tasca e andare in montagna attraversando tutti i diversi panorami che si incontrano mentre si sale di quota. Come per gli sci però si è costretti a scegliere. MTB o strada? La specializzazione ha sempre rappresentato un limite per me, mentre mi sono sempre piaciute quelle vie di mezzo che permettono una cosa importantissima: di non pensare allo strumento che si utilizza, ma di vivere semplicemente un’esperienza. La bici da strada è velocità ed efficienza, la MTB è piacere e scoperta, ma il mondo è percorso da asfalto e sterrati, scegliere significa doversi a un certo punto fermare perché il mezzo che si utilizza non ha più senso. Da qualche tempo hanno iniziato a diffondersi anche in Italia i primi modelli di telai gravel. Gravel in inglese significa ghiaia e identifica generalmente le strade sterrate. Questi telai hanno geometrie simili a quelli da ciclocross, permettono di montare copertoni più larghi di quelli delle bici da strada e sono robusti come le MTB. Vi ricordate però la storia degli sci da 90 mm? Ecco, una bici da gravel non scorre come una bici da strada quando usata su asfalto e, al contempo, non supera gli ostacoli come una MTB. Paradossalmente però, ai miei occhi, rappresenta l’essenza stessa della bici: uno strumento in grado di trasformare la nostra energia in sensazioni. Punto. Del resto una bici da gravel va meglio di una MTB su asfalto, scorre veloce sulle strade bianche e, con un po’ di esperienza, permette di percorrere anche alcuni sentieri. Più di ogni altra cosa consente di ‘spingersi un po’ più in là’ e non essere troppo condizionati dallo strumento che si utilizza». Se anche voi volete spingervi un po’ più in là… non vi resta che leggere il bell’articolo di Damiano Levati con le altrettanto belle foto di Daniele Molineris su Skialper di agosto-settembre alla voce ‘the next big thing’, una nuova serie di articoli su altri sport da praticare in montagna, molto, ma mooltooo trendy.


La via del confine pacifico

Su Skialper 113 uno spettacolare trekking sulle Vette Feltrine

«I confini sono un catalogo di ipotesi. Ad esempio, più che demarcazioni lineari, sono passi, creste, frastagli, onde. Sono percorsi, tracce e sentieri. Prima che geografie, sono storie, racconti e immagini» Il pensiero di Gian Luca Favetto, scrittore e giornalista torinese, apre l’articolo di Teddy Soppelsa sull’interessante trekking sulle Vette Feltrine. Una proposta lontano dagli itinerari più frequentati, alla scoperta di luoghi e genti. Con le meravigliose fotografie di Federico Ravassard. corrisponde con la mia idea di confine e da questa percezione mentale, che nasce da un dato fisico, ha inizio il nostro viaggio.

DOVE - L’idea è semplice: camminare lungo i versanti nord e sud delle Vette Feltrine, al margine della linea di confine che per quasi 400 anni ha diviso due Stati, la Repubblica di Venezia dal Tirolo: oggi confine tra due regioni, il Trentino e il Veneto, e le due province di Trento e Belluno. Un confine pacifico, che segue in gran parte il profilo di cime che superano i 2.000 metri che, a dispetto dell’idea di dividere, ha sempre unito le vallate. Le labbra del tempo raccontano di passaggi di pastori, contrabbandieri, cacciatori, viaggiatori e rivoltosi, in una mescolanza di commerci, lingue, matrimoni e idee. Le Vette Feltrine sono il gruppo più meridionale delle Dolomiti, si trovano nella zona sud-occidentale della provincia di Belluno. A sud dominano la vallata Feltrina, a nord costituiscono una barriera naturale sulla Valle di Primiero e se non ci fosse la stretta gola dello Schenèr, ad unirla alla pianura veneta, anche la storia del Primiero sarebbe un’altra cosa.

I GIGANTI DELLA VAL NOANA - Da 39 anni Silvano Doff Sotta è il custode forestale dei boschi del Comune di Mezzano e, come la maggior parte dei boschi trentini, anche questi sono di proprietà delle comunità locali che li amministrano da secoli tramite sistemi di regole. Da non perdere una deviazione alla scoperta degli abeti giganti della Val Noana: «In questa foresta» dice Doff Sotta «vivono numerosi alberi di grandi dimensioni, abeti, tassi e faggi, alti diverse decine di metri, che si sviluppano all'interno di boschi maestosi in tempi relativamente brevi. Ciò è dovuto al clima particolarmente favorevole e a una storia che non ha mai visto uno sfruttamento eccessivo».


Herve' Barmasse e il mantra del come

Su Skialper di agosto-settembre ampia intervista all'alpinista valdostano

Si può andare in Himalaya, si può salire sull’Everest, sul K2 o sul Shisha Pangma, si può arrivare in vetta o no, ma conta molto come lo si fa. E quel come assume un significato pesante come una pietra, come uno scoglio. Come il più nobile scoglio d’Europa, quella Gran Becca (o Cervino…) dove sta scritta su ogni sasso la storia dei Barmasse, uomini di montagna, alpinisti, Guide alpine da diverse generazioni. Ma sarebbe banale, troppo banale, partire da qui per parlare di Hervé Barmasse. La scusa per un’intervista è stato lo Shisha Pangma (8.027 m), raggiunto da Barmasse e Göttler a fine maggio in 13 ore lungo la parete sud (volevano aprire una nuova via, ma la breve finestra di bel tempo li ha costretti a seguire la via Girona). Ne parliamo su Skalper di agosto-settembre.

IL PRIMO OTTOMILA -
«Mi sono domandato dove erano i miei limiti, volevo provare a dimostrare che sono molto più in là. Ma non era facile perché ho sempre dovuto lottare con gli infortuni e la fragilità del mio corpo. Il ginocchio è stato operato sette volte, l’ultima in autunno. Poi, proprio dopo la dichiarazione di Messner, mi sono operato al rachide cervicale. Da anni avevo molto dolore, si pensava a un’ernia, ma fino a quando il dolore non è diventato insopportabile i medici erano prudenti a toccare i nervi. Poi si è scoperto che c’era una scheggia di vertebra rotta che pizzicava il nervo, a meno di due millimetri dal midollo. Avrei potuto rimanere paraplegico o tetraplegico. Allora, con il corpo martoriato dagli infortuni, ho pensato a come prepararmi per un ottomila; è stato un percorso non facile. E quel come è passato per la scelta di uno stile pulito (non lo definirei più alpino), senza corde fisse, portatori e ossigeno, ma è passato soprattutto per l’allenamento».

UELI STECK -
«Ci siamo confrontati spesso, anche per progettare le nuove scarpe di Scarpa, ed è curioso come partissimo da due idee di alpinismo diverse, da storie diverse, ma alla fine, quando preparavamo una salita, ragionavamo in modo simile. Discutevamo sempre perché a lui, che arrivava dal mondo dell’arrampicata sportiva, piaceva cimentarsi con il cronometro. Io gli dicevo che non ero sicuro che si parlasse ancora di alpinismo, che per me era esplorazione, ricerca del nuovo. E lui ribatteva chiedendomi se, quando scalavo o mi allenavo, non guardavo l’orologio. E infatti sì, i tempi li controllo, non con l’obiettivo di un record ma della prestazione e dell’allenamento. Mi diceva che la gente lo conosceva per quello che ha fatto sull’Eiger e non sull’Annapurna».


Topturfestivalen, rotta per il nulla

Su Skialper di agosto-settembre un reportage dalle isole Svalbard

«Le stagioni invernali non si sa mai quando farle finire. Se uno ha passione vera per lo sci, uno strascico di inverno da qualche parte lo trova sempre. Uno, se vuole, può andare avanti tranquillamente a sciare fino a metà dell’estate, fino a giugno o a luglio, ma è chiaro che quello che sta facendo, da un certo momento in poi, è tirare avanti. Trascinarsi, e le passioni non bisogna mai trascinarle. A giugno si è in quella terra di mezzo che è il passaggio di stagione, periodo bellissimo, per carità, si può sciare ma si può anche correre e pedalare, arrampicare, camminare, fare un sacco di altre cose divertenti e anche niente, si può mettersi in spiaggia con una bella rivista di sci sotto l’ombrellone e godersi l’estate aspettando un altro inverno ancora. È per queste ragioni, per il bisogno di farla finita, che quando sai di dover andare a sciare alle Svalbard a giugno capisci che quella che sta per succederti è una cosa diversa» comincia così l’articolo di Emilio Previtali sull’incredibile Topturfestivalen, un festival dello scialpinismo e dello sci fuoripista che si celebra in questo periodo dell’anno alle isole Svalbard, in Norvegia. Ne parliamo su Skialper di agosto-settembre.



UN FESTIVAL DIVERSO - La caratteristica del Topturfestivalen è che questo festival è itinerante: si alloggia sul Nordstjernen, una nave da crociera artica costruita nel 1956 e recentemente restaurata. Poi con il gommone si approda insenature dalle acque turchesi, si sale su pendii immacolati accompagnati da qualcuno con il fucile (per gli orsi polari…) e si scende guardando il mare. Il gioco è fatto! «La faccenda di andare a sciare con il fucile è un po’ destabilizzante all’inizio. Uno può reagire in due modi: o è veramente preoccupato e ossessionato dalla paura di venire attaccato e sbranato da un orso polare; oppure vede quella dell’incontro come una remota possibilità di cui non preoccuparsi minimamente, come se fosse qualcosa che fa parte del pacchetto vacanza. In realtà l’atteggiamento corretto sta a metà strada tra queste due posizioni. Il pericolo di incontrare un orso è concreto e reale, poi gli orsi sono interessati più alle foche di cui si cibano che agli esseri umani ma sono predatori e per questa ragione non bisogna mai sottovalutare i rischi di un incontro faccia a faccia. Il pericolo è più consistente in prossimità del mare, in quota ci si può davvero rilassare e godere dello spazio immenso, della solitudine e dei pendii». Se lo dice Emilio…


Francois Cazzanelli, lo skialp dentro

Su Skialper di giugno-luglio un'intervista all'ex nazionale di scialpinismo

«Tutto ha inizio sul divano di casa mia, un’idea che mi ronza per la testa e che in qualche modo mi piacerebbe realizzare: ‘intervistare François Cazzanelli’. Ex atleta nazionale di scialpinismo, Guida alpina del Cervino, atleta della Sezione Alta Montagna del Centro Sportivo Esercito, giovane alpinista emergente con all’attivo numerose salite sulle Alpi, Patagonia, Himalaya, America e in ultimo il tentativo di salita al Kimshung, cima inviolata del Nepal». Inizia così l’intervista di Stefano Jeantet a François Cazzanelli, indimenticato atleta della nazionale di scialpinismo su Skialper di giugno-luglio. Ecco qualche anticipazione.

GLI AVVERSARI - «All’epoca in nazionale c’eravamo io, Filippo Righi, Michele Boscacci e Robert Antonioli. Il talento più puro allora era Robert perché era veramente una persona capace di vedere la gara e la situazione per andare e vincere. Boscacci era un gran lavoratore, un ragazzo molto dotato: è sempre stato una macchina. Filippo era una persona in grado di soffrire molto più di tanti altri e io a soffrire ed essere sfinito come lui al traguardo non ci sono mai riuscito. Ecco, loro sono le tre persone con cui ho battagliato di più. L’atleta più talentuoso di tutti i tempi è difficile da dire, lo scialpinismo moderno ha delle discipline e quindi ci sono degli specialisti, ovvio che se uno prende il più talentuoso, attualmente è Kilian perché è il più completo in tutto, tranne forse nella sprint».

MEZZALAMA - «Per me si parte da Cervinia e si arriva a Gressoney. Sono dell’idea che le classiche devono rimanere tali, il Mezzalama nasce con un percorso e credo che debba rimanere così, anche se gli organizzatori sono stati bravi a rinnovare la gara in occasione della ricorrenza dei 150 anni della conquista del Cervino. È stata la ciliegina sulla torta. Condivido la mentalità, Il cercare di evolversi, l’idea di quest’anno di spostare la partenza in centro al paese e di fare il canale del Theodulo a piedi ha aggiunto valore tecnico».

DISPONIBILE ANCHE SU APP - Skialper di giugno-luglio è disponibile nelle migliori edicole e già scaricabile su app. Per ogni info si può scrivere una mail o chiamare il numero 0124 428051. Per chi lo volesse acquistare la copia su smartphone o tablet, è sufficiente scaricare la app per iOS o Android e procedere all’acquisto direttamente in-app!


Alla ricerca del cristallo perfetto

In Siberia con temperature di - 30 gradi... ne parliamo su Skialper 112

 «L’impatto con il clima all'uscita dall'aereo a Novokuznetsk è proprio un impatto! Pietrificati, montiamo su un pulmino guidato da un autoctono: il freddo è tale che lo sterzo quasi non gira. Arriviamo a Seregesh, gli impianti girano, ma le nostre gambe no. È talmente freddo che sembra di avere le gambe di vetro, mi sento disconnesso dagli sci e dalla neve, come se avessi la febbre, ma non sono io quello caldo, è fuori da me che fa freddo! ». A parlare è Paolo Tassi, partito con un gruppo di clienti per i Monti Altai, in Siberia, alla ricerca del cristallo perfetto. Su Skialper di giugno-luglio il suo racconto del viaggio, corredato dalle fotografie di Martino Colonna.

POLVERE FREDDA - Dopo la sgranchita e il primo contatto con il cristallo perfetto il viaggio continua nel cuore dei monti Altai e, per raggiungere il mitico villaggio di Luzhba, c’è un trasferimento a bordo della ferrovia suburbana. Il percorso dalla cittadina di Mezdurecensk è surreale: questa piccola linea ferroviaria collega una miniera di carbone alla cittadina e i treni che la percorrono sono pesantissimi. In compenso la neve giustifica il viaggio: «In discesa guardo Giacomo e il Furla, sembrano sottomarini mentre Martino scompare urlando. Ogni discesa viene ripetuta due o tre volte per linee diverse, alla fine fine sono sempre più di mille metri al giorno. A un certo punto del nostro soggiorno si presenta un fronte ‘caldo’: la temperatura sale fino ai -20 e nevica! Fiocca con questo freddo? Sì! E il cristallo perfetto diventa pure abbondante».

SCI FREERIDE ALLA SIBERIANA - Le popolazioni locali si spostano sulla neve per andare a caccia con uno sci largo, costruito in legno massello e con semplice attacco in cuoio. A vederlo sembra un antenato degli sci da freeride perché è molto largo. Per risalire utilizzano le pelli dei bovini che allevano. Lo skialp ante litteram…

DISPONIBILE ANCHE SU APP - Skialper di giugno-luglio è disponibile nelle migliori edicole e già scaricabile su app. Per ogni info si può scrivere una mail o chiamare il numero 0124 428051. Per chi lo volesse acquistare la copia su smartphone o tablet, è sufficiente scaricare la app per iOS o Android e procedere all’acquisto direttamente in-app!


Cogne, ski hard in the B-side

Su Skialper in edicola tre discese ripide nel gruppo del Gran Paradiso

Pensando al massiccio del Gran Paradiso con l'arrivo delle condizioni primaverili, lo skialper più esigente spesso si concentra sulle discese che si affacciano sulla Valsavarenche. Tra queste la parete nord del 4000 italiano è la più ambita, mentre versanti settentrionali come la Becca di Monciair sono percorsi con una certa regolarità, sia per l'evidenza e la comodità della linea, sia sopratutto per il fatto che è facile monitorarne le condizioni. Valnontey, paradiso del cascatismo nei mesi invernali, rappresenta invece il lato B per lo skialp nel Parco del Gran Paradiso. Eppure propone montagne bellissime. Basta percorrere il fondovalle e aprire gli occhi guardandosi tutto intorno. Il fondo della valle, per lo più pianeggiante, è sbarrato dalla accecante mole bianca delle seraccate del ghiacciaio della Tribolazione che sorregge la pareti est del Grande e Piccolo Paradiso. Qui si concentrano tre itinerari sopra i 3.500 metri - dei quali Andrea Bormida scrive su Skialper di giugno-luglio - che conservano un certo impegno sia per quanto riguarda la salita, che la discesa e la gestione della logistica, ma che sanno regalare a chi saprà attendere pazientemente le condizioni viaggi assolutamente indimenticabili.

LE DISCESE -
Herbetet per la parete nord-est, Roccia Viva per la parete nord-ovest e il suo Canale ad Arco, Becca della Pazienza per la sua parete nord: versanti che avevano attirato le attenzioni di Ugo Pognante e Federico Negri già agli inizi degli anni '90, per poi essere amatissimi più recentemente da Remy Lecluse. Si tratta di pendii tra i 45 e 50 gradi di pendenza, per uno skialp ripido e impegnativo ma di grande soddisfazioni. Su Skialper 112 di giugno-luglio tutti i dettagli. 

DISPONIBILE ANCHE SU APP - Skialper di giugno-luglio è disponibile nelle migliori edicole e già scaricabile su app. Per ogni info si può scrivere una mail o chiamare il numero 0124 428051. Per chi lo volesse acquistare la copia su smartphone o tablet, è sufficiente scaricare la app per iOS o Android e procedere all’acquisto direttamente in-app!


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