Generazione splitboard
Splitboard. Ovvero salire con una tavola che si divide a metà e scendere con uno snowboard sotto i piedi. Dietro alla semplicità del gioco ci sono tante interpretazioni e sono in molti a non capire del tutto di cosa si tratti o come funzioni. Alcuni sostengono che sia una nuova disciplina, altri che sia comunque snowboarding, altri ancora che sia sempre esistita. Per noi è un modo di fondere discipline già esistenti per creare un approccio mentale diverso allo snowboard. E per portarti dove-vuoi-tu. Ne parliamo in un articolo della serie The next big thing sul numero 115 di Skialper, di dicembre-gennaio (clicca qui per riceverlo a casa).

IL BELLO DEL GIOCO - Immagina una tavola da snowboard che si separa a metà. Immagina che queste due metà siano utilizzabili in modo simile a degli sci d’alpinismo e che montando le pelli sotto le solette, tu ti possa muovere facilmente anche in salita. Poi immagina di arrivare in cima, togliere le pelli, riunire la tavola, cambiare l’assetto degli attacchi da quello di salita a quello di discesa e ritrovarti così nuovamente con una tavola da snowboard - fatta e finita - sotto i piedi. Questo è splitboard.

PERCHÉ - «L’importante è che proprio adesso lo splitboarding sia una realtà tecnica e di materiali al servizio di un’idea e che sappia portarci dove non è stata in grado di portarci al momento della sua invenzione, circa 25 anni fa - scrive Luca Albrisi, autore per Mulatero del libro Splitboard, tra tecnica e filosofia -. Di certo non era ancora pronta lei come tavola, ma sicuramente non lo eravamo nemmeno noi come rider. Almeno non come lo siamo adesso. La splitboard in sé, come puro mezzo tecnico, non è la vera novità. La vera novità sono tutti i rider che vogliono conoscere dove la tavola da split ci può portare. Che con lei desiderano esplorare il mondo ma esplorare anche se stessi e le proprie capacità fisiche e mentali. Che vogliono sperimentare da vicino la fatica ma anche la sensazione di lontananza da tutto quello che già conoscono. Della vita e dello snowboarding».

Go, Jono, go!
C’è una cosa che ti domandi quando intervisti Jonathan ‘Jonopulse’ Wyatt: ma sarà veramente lui? Hai davanti un mostro sacro della corsa. Punto. Non della corsa in montagna o del trail. Hai davanti un vero e proprio simbolo dell’andare veloci, più o meno lontano, probabilmente il primo (Kilian permettendo) a essere polivalente. Jonathan Wyatt, classe 1972, neozelandese, ha vinto sei titoli mondiali di corsa in montagna e ha partecipato a due olimpiadi, Atlanta e Atene, oltre ad avere preso parte in gioventù a tante gare di corsa campestre e ad avere allungato ora fino ai 55 chilometri in versione trail. Come se non bastasse, due Olimpiadi e due diverse discipline: ad Atlanta i 5.000 metri e ad Atene la maratona, chiusa al ventunesimo posto. Dimenticavo: Jonathan Wyatt dalla scorsa estate è anche presidente della WMRA, World Mountain Running Association. Sul numero 115 di Skialper, di dicembre-gennaio (clicca qui per riceverlo a casa) lo abbiamo intervistato e gli abbiamo fatto provare le due nuove scarpe per in winter running di La Sportiva, Uragano e Tempesta. Ecco qualche piccola anticipazione...

MINIMALISMO E MASSIMALISMO - «Se stai correndo con tanti movimenti laterali, come avviene sui terreni tecnici, sentire il terreno ti può aiutare, il massimalismo ha permesso a tanta gente che aveva problemi dovuti a infortuni o usura delle articolazioni di tornare a correre. Credo che ci sia bisogno di tutto e che la scelta sia ampia in modo da accontentare il maggior numero di runner. Piuttosto mi concentrerei su altri aspetti, come il drop».
DROP - «Secondo me troppo poco drop è rischioso per i tendini, va bene in allenamento, per rinforzare il piede, ma non andrei sui lunghi, starei fino a 4 millimetri per allenamenti e gare corte, e poi fino a 6-7 salendo».

PARENTI DI MUTANT - Le due nuove scarpe invernali tradiscono una somiglianza nell’aspetto con Mutant e condividono con la best seller estiva un drop di 10 millimetri. Cambiano però suola: la Frixion XF ultra aderente è stata sostituita da Frixion AT. La prima è una allround, mentre per le scarpe invernali è stata utilizzata una mescola ideale su fondi morbidi dove è richiesta molta aderenza. La tomaia è costruita senza cuciture ed è idrorepellente e la tecnologia Gore-Tex utilizzata è la Gore Flex Construction che rende le scarpe molto flessibili.

Tre scarponi da non dimenticare
Tanto attesi, rifiniti fino all’ultimo tanto che non abbiamo avuto la possibilità di testarli nella Buyer’s Guide, finalmente eccoli sulla neve. Il nuovo scarpone freetouring di Scott, l’allround pista-fuori-fitness di Dynafit e il modello light per il freeski di Roxa sono tra quelli che destano più curiosità tra gli appassionati e noi li abbiamo messi ai piedi proprio pochi giorni prima di andare in stampa con il numero 115 di Skialper, di dicembre-gennaio (clicca qui per riceverlo a casa).
DYNAFIT TLT SPEEDFIT - Scriviamolo subito: la base progettuale è quella del collaudato TLT 6 nella sua ultima versione, quella più muscolare. Ma Dynafit non si è limitata a qualche adattamento funzionale ai fondi trattati o ai fuoripista piuttosto pressati delle aree sciabili attrezzate. La sensazione prevalente è che con Speedfit Dynafit abbia proprio portato TLT a un livello superiore, aggiornato alle tendenze freeski che si fanno strada anche fra i tradizionalisti. TLT Speedfit è pensato per una destinazione prevalentemente pistaiola. Ma TLT Speedfit è anche e soprattutto il TLT 6 portato alla sua piena maturità, nel momento in cui esprime in modo aggiornato le potenzialità del progetto originale. La sua semplicità di utilizzo lo rende amichevole per chi esordisce, ma la performance tecnica può accompagnare fino ai limiti del freeski.

ROXA R3 130 - La gamma di scarponi per lo sci di montagna del produttore italiano si completa con la linea R3 per lo sci free in montagna aperta. Peso ridotto, alta performance sciistica, ottima camminata in fase di salita caratterizzano R3. Si tratta di una combinazione di caratteristiche che sarebbero antagoniste tra loro, ma ora possibile a questo livello grazie a tecnologie avanzate in fase di progettazione e produzione. Il Grilamid di scafo e gambetto raggiunge un alto rapporto peso-performance tramite un design estremamente fedele alle forme del piede. La collezione comprende scarpe per uomo e per donna con flex sostenuti, fino a questo 130 con scarpetta Intuition prodotta appositamente per la piattaforma R3.

SCOTT S1 - È uno scarpone nuovo ancor più che un nuovo scarpone: fortemente orientato al freeski in montagna, somma performance sciistica ai massimi livelli di segmento, camminabilità praticamente touring, peso contenuto sotto i 1.400 grammi al mezzo paio nella misura 26,5 MP per il modello S1 130 Carbon che abbiamo potuto provare su neve. il nuovissimo meccanismo ski-walk nella sua versione più recente e definitiva è un piccolo ammortizzatore metallico a ponte sopra la curva del linguettone dove lavora in sinergia con il soffietto in gomma. Non c’è alcun bisogno di manovrarlo perché basta aprire o chiudere il gancio centrale che passa sul collo spingendo in sede il tallone: l’automatismo metallico, semplice ma molto pensato, si libera per la salita oppure si blocca per la discesa.

Speedfit, lo scialpinismo in pista
Speedfit. Veloce e in forma. Perché se non si deve batter traccia si sale più veloci. Perché praticare in una palestra all’aperto vuol dire soprattutto pensare al proprio benessere e allenamento. Stiamo parlando naturalmente di quello che è anche chiamato scialpinismo in pista. Un trend radicale, quasi una contro-cultura rispetto allo skialp delle origini, alla lotta con l’alpe riservata a pochi. Ne parliamo sul numero 115 di Skialper, di dicembre-gennaio (clicca qui per riceverlo a casa). E per farlo abbiamo scomodato la stella della nazionale di scialpinismo Alba De Silvestro, l'anima della Sellaronda Skimarathon Oswald Santin e l'avvocato Flavio Saltarelli, che si è occupato della proposto di modifica della legge sulla sicurezza delle piste per favorire la pratica dello speedfit. Anzi... li abbiamo proprio portati a fare speedfit con noi! Il set delle fotografie di Alice Russolo sono le piste sopra Canazei, con lo sguardo che corre verso le Dolomiti colorate dal tramonto...

PERCHÉ FARLO - Sei un esperto scialpinista, ma non sempre trovi il tempo di allenarti in lunghi tour in neve fresca? Ami il fitness, ma preferisci praticarlo a contatto con la natura invece che chiuso in una palestra? Hai voglia di dedicarti a un nuovo sport, magari in compagnia degli amici e in orari che non interferiscano con il tuo lavoro? Salire e scendere in pista può essere la migliore risposta a tutte queste diverse esigenze, anche alla luce del fatto che sono sempre di più i comprensori che riservano dei percorsi alla disciplina, soprattutto la sera dopo la chiusura degli impianti. Al termine di una giornata lavorativa puoi allenarti in compagnia, facendo affidamento sui rifugi in vetta che spesso rimangono aperti proprio per accogliere chi pella di notte. Il gioco è semplice e ora esiste anche l’attrezzatura e l’abbigliamento specifico. Sei pronto per lo speedfit?

COSA DICE LA LEGGE - Dall’articolo 17 della legge 363/2003 si evince un divieto imposto da una legge nazionale riguardante la risalita delle piste, non la possibilità di rimontare appena al di fuori di esse - seppure all’interno di quella che è intesa come area sciabile - a meno che vi sia un cartello apposto dal gestore che espressamente vieti di risalire anche fuori dalle piste. Diverso invece il caso di percorsi appositamente segnalati e gestiti dai comprensori sciistici o le serate ad hoc (ce ne sono ormai in tutte le regioni e qui potete trovare il nostro elenco aggiornato).

L'ATTREZZATURA - Un trend in crescita non poteva che essere condiviso da Dynafit, storico marchio di riferimento per il mondo dello skitouring, che presenta per l’inverno alle porte il primo set-up creato appositamente per questa declinazione dello skialp. La collezione Speedfit ha l’obiettivo di promuovere un approccio alla disciplina orientato alla velocità e al fitness in sicurezza sulla neve. Nel set lo sci Speedfit 84, lo scarpone TLT Speedfit e l'attacco TLT Speedfit.

Gilles Sierro: la pazienza come virtù, lo sci come arte
Può uno sciatore, uno sciatore di ripido, essere anche in parte un filosofo? Dopo avere incontrato Gilles Sierro la risposta è affermativa. Almeno in parte. Quando allo sci dedichi tutta la vita, sciare per se stessi, senza pressioni esterne, diventa la cosa più naturale da fare. Gilles Sierro la pensa così e passa più tempo a sciare che a parlare: e di questi tempi è una rarità! Il nostro Andrea Bormida è andato a intervistarlo a casa sua... L'articolo sul numero 115 di Skialper, di dicembre-gennaio (clicca qui per riceverlo a casa).

CHI È - Svizzero, classe ’79, Guida alpina, alpinista, Istruttore di sci certificato. Se chiediamo a lui: sciatore, punto. Cresciuto nel villaggio di Hérémence, non distante da Arolla, nel cuore delle Alpi Svizzere, tra Chamonix e Zermatt. Ha fatto le prime scivolate ad appena due anni, per poi praticare prima sci agonistico e quindi freestyle con l’arrivo dell’adolescenza fino a competere in Coppa del Mondo di halfpipe. La scelta di diventare alpinista e quindi Guida è stata presa per poter sposare il più possibile la sua passione per lo sci. Balzato alle cronache nel 2013 per la fantastica nuova discesa diretta dalla parete sud-sud/ovest della Dent Blanche (4.364 m), non smette di fare progetti e di riempire di neve le sue giornate in attesa delle condizioni perfette per poterli portare a termine.

LA SUA IDEA DI RIPIDO - «Sulle linee davvero impegnative le buone condizioni sono fondamentali. È veramente difficile trovare quelle perfette. Per sciarle in un bel modo, con una sciata estetica, è necessario aspettare il giusto momento. Ad esempio, prendiamo l’anno scorso: avete presente la parete nord della Pigne d’Arolla, qui sopra casa mia? È stata scesa, ma con doppie e derapate tra le rocce per cento e passa metri. Ed è una parete che diventa buona quasi tutti gli anni. Basta aspettare. Per me una discesa di quel tipo è inconcepibile. Anche su progetti più impegnativi sto aspettando da anni il momento giusto, ho visto bianche certe pareti in autunno mentre la parte bassa era impercorribile. Oppure, sempre qui in zona, il Mont Blanc de Cheilon è stato sceso per adesso non dalla punta. Ma secondo me potrebbe arrivare il momento. Mi piace aspettare, per cercare di scendere le pareti nel momento perfetto. Ci vuole pazienza».

LA PAURA - «È importante prima e dopo, non durante l’azione. Bisogna essere focalizzati. Si deve sempre scendere mantenendo un margine di sicurezza: se sali e magari capisci che non ci sono le condizioni, devi saper rinunciare, anche se poi non posti nessuna foto su Facebook».

Conquista le tue curve
«Cercava di nevicare ieri sera quando sono arrivato e c’è ancora qualche fiocco nell’aria quando arriviamo a un parcheggio alla fine della strada, accanto a una grande mappa. Sono disegnate alcune discese e tracce di salite, tutte numerate e con colori diversi in funzione della difficoltà. Giusto il tempo di preparare la nostra attrezzatura ed eccoci pellare nel bosco mentre Brian Hall inizia a raccontarci la storia degli ultimi dieci anni di questo sogno diventato realtà». Inizia così l'articolo di Mattias Fredriksson pubblicato sul numero 115 di Skialper, di dicembre-gennaio (clicca qui per riceverlo a casa), a proposito di Hankin Evelyn, una località canadese interamente dedicata allo scialpinismo. Uno straordinario reportage di 12 pagine con la freerider Silvia Moser protagonista in alcune foto.

DA SOGNO A REALTÀ - Dopo avere messo gli occhi su questa area intorno al 2006, la valutazione di impatto ambientale ed essersi assicurato un finanziamento pubblico dal governo della British Columbia, Brian Hall ha impiegato i lavoratori forestali nella costruzione di alcuni chalet-rifugio con stufe a legna e gabinetti esterni e nella creazione di 13 piste di discesa nel fitto bosco. Proprio le foreste impenetrabili di questa parte di British Columbia sono uno dei problemi principali per chi vuole affrontare una gita scialpinistica. Sono stati anche realizzati un piccolo parcheggio, la segnaletica e un centro permanente di controllo del funzionamento degli artva. Così ogni anno circa 4.000 skialper vengono a divertisri da queste parti.

SOLO SKIALP - La visione della crescita dello scialpinismo di Brian Hall è ancora in parte un sogno e ci sono poche località nel Nord America che si propongono come destinazioni specifiche per lo scialpinismo. Valemount, che si trova sempre nella British Columbia, è un resort pensato qualche anno fa ma, con sole quattro piste e un accesso via motoslitta, non è mai decollato veramente. Un vecchio comprensorio sciistico nella Hidden Valley, in Colorado, propone itinerari sulle piste non più battute. Ci sono alcuni posti simili sulla East Cost, nel Vermont, oppure nello stato di Washington, come Scottish Lakes High Camp, con itinerari segnalati e un lodge. Però nessuna di queste località si è guadagnata la fama di Hankin Evelyn, forse perché si trovano in zone dove lo scialpinismo selvaggio è meno complicato della parte settentrionale della British Columbia. Su Skialper 115 abbiamo anche affrontato la situazione di progetti e destinazioni simili in Europa, a partire da La Sportiva Outdoor Paradise.


Abruzzo, scene da un inverno mai visto
Quasi un anno fa. Manca giusto qualche giorno. Sul Centro Italia e in particolare sull’Abruzzo si abbatteva la tempesta del secolo. Quattordici giorni di nevicate intense, fino a quattro metri di neve in collina, discese epiche irraggiungibili per le strade bloccate, centinaia di paesi isolati.

REPORTAGE - «Per uno sciatore che ama la powder, quella neve fresca che ti avvolge e ti fa sentire leggero, non c’è niente di peggio di non riuscire a sfruttarla perché troppo difficile da raggiungere. È questo quello che è successo. La quantità di neve scesa è stata tale da non consentire alle stazioni sciistiche di aprire, soprattutto per problemi legati alla viabilità». Scrive così Luca Parisse nell’articolo Abruzzo, scene da un inverno mai visto pubblicato sul numero 115 di Skialper, di dicembre-gennaio (clicca qui per riceverlo a casa). Più che un articolo, un reportage su quei giorni terribili e formidabili allo stesso tempo che si sono chiusi con la tragedia dell’hotel Rigopiano. Un racconto in parole e immagini per rivivere quei giorni su due piani ben distinti: quello di un gruppo di sciatori pronti a esplorare con gli sci larghi i pendii della Maiella e del Gran Sasso; e quello dei disagi e della sofferenza di chi è rimasto isolato dal mondo.

MAJELLA - «Agguerriti e motivati partiamo; ognuno di noi prende gli sci più larghi che ha e ci ritroviamo a sciare con oltre dieci gradi sotto zero e una neve polverosissima.
La visibilità è scarsa, ma come per incanto dopo un’ora la nebbia e il nevischio spariscono e spunta un fantastico cielo azzurro. Ci troviamo a Mammarosa, sulla Majella, dove c’è un solo piccolo impianto; il pendio, non molto ripido, non ci appaga del tutto e decidiamo quindi di spostarci. A noi piace andare forte, ma la troppa neve frena la nostra discese!».

DROP - «Rob, che è sempre bendisposto a nuove esperienze, nota un drop con atterraggio su un tetto colmo di neve nei pressi del parcheggio e, senza pensarci due volte, è già lì sopra che rotola. Scatto super!».

IL GIOCO BELLO DURA POCO - Non è facile trovare le condizioni giuste in Appennino. Bisogna sapere cogliere l’attimo. E lo sa bene Pierluigi Parisse, classe 1956, che sul Gran Sasso è una leggenda vivente. Nel 1982 ha aperto la prima discesa della Direttissima del Corno Grande insieme a Luciano Tedeschini. Il reportage sull’Abruzzo è stato l’occasione per parlare con il lupo (così lo chiamano gli amici). «La mia regione ha una posizione geografica particolare, è vicina al mare Adriatico e risente delle correnti fredde balcaniche che a volte scaricano copiose nevicate. Il problema però è che qui la neve si trasforma troppo facilmente, diventando pesante e molto pericolosa.
Per le belle sciate in powder, come viene chiamata oggi, bisogna ancor di più cogliere l’attimo e poi fuggire prima che il manto nevoso possa tradirti. È tassativo scendere di prima mattina, valutando sempre le condizioni generali».

Arnold Lunn, non solo sci agonistico ma anche skialp
Quella di Arnold Lunn è stata una vita decisamente affascinante, da romanzo. Forse pochi però sanno che quello che è considerato il padre dello sci agonistico è stato anche un ottimo scialpinista. A raccontare la sua vita e le sue imprese è Giorgio Daidola sul numero di ottobre-novembre di Skialper.
UNA VITA PER LO SCI - Arnold Lunn nasce a Madras in India nel 1888, il padre Henry è medico e pastore metodista. Rientrato in Inghilterra nel 1892 con la famiglia, Arnold inizia a sciare a dieci anni, a Chamonix. Nasce spontanea in lui una grande passione per la montagna e per lo sci che non lo abbandonerà più per tutta la vita. Studente a Oxford, a venti anni fonda l'Alpine Ski Club, del quale il celebre alpinista e critico d’arte Martin William Conway fu il primo presidente. Neppure un grave infortunio a ventun anni durante un'arrampicata in Galles, in cui rischia di perdere una gamba, che rimarrà per sempre più corta dell'altra, mette fine alla sua passione per lo sci. Appena cade la neve in autunno Arnold si trasferisce a Mürren per rimanerci fino a tarda primavera.
LO SKIALP - Nel febbraio 1908 compie senza guide, assieme a Cecil Hilton Wybergh, anche lui membro del Public Schools Alpine Sports Club, un raid in sci di quattro giorni da Montana a Villars, attraverso i massicci del Wildstrubel e dei Diablerets. Sono anni in cui si tracciano con grande entusiasmo nuove grandi traversate con gli sci, come la Chamonix-Zermatt ad opera della guida Joseph Ravanel, nel gennaio 1909, con altre tre guide e due clienti. Lunn non è certo da meno e dal 2 al 7 gennaio 1912 effettua una grande traversata delle Alpi Bernesi da Kandersteg a Meiringen. Il 18 giugno 1917, assieme alla guida Josef Knubel, Lunn compie la sua scialpinistica capolavoro arrivando, sci ai piedi, sul Dom de Mischabel 4.545 m, la cima più alta che si trova integralmente in Svizzera. Ancora oggi il Dom rappresenta uno dei traguardi più ambiti per gli scialpinisti di alto livello.
Translagorai, trekking dell'anima
«La Translagorai è un'esperienza, una di quelle cose da fare una volta nella vita. La chiamano il Tibet in miniatura. Questo è uno di quei viaggi che consuetudine vuole si faccia in solitaria alla scoperta del nostro io interiore, più ardua la cosa se si è in ventisei, ma non impossibile». Sono le parole di Gaia Cappellini, una giovane ragazza della Val di Fiemme che ha preso parte al progetto di cittadinanza attiva Translagorai: il Docufilm a restituire il senso più profondo di cosa significa affrontare il trekking che attraversa la catena del Lagorai, in Trentino, una delle più ampie aree di natura selvaggia di tutte le Alpi. E su Skialper 114 di ottobre-novembre presentiamo il progetto e, naturalmente, questo bellissimo e selvaggio trekking.
IL DOCUFILM - Quattro agosto 2017. Ventisei persone si ritrovano a Passo Manghen. È un gruppo eterogeneo. Ci sono professori di liceo, ragazzi non ancora (per poco) maggiorenni e altri che sfiorano i 30 anni. Quasi nessuno si conosce. Eppure passeranno insieme tre giorni. Dormendo in tenda, trasportando pesanti zaini da venti chili, facendo gli attori per un giorno o i tecnici del suono. Ciak, si gira. Non ci sono effetti speciali, ma solo il grande palcoscenico naturale del Lagorai. «Translagorai: il docufilm è un progetto di cittadinanza attiva che coinvolge ragazzi e professionisti della Val di Fiemme: per coinvolgerli ho pensato di mettere insieme la montagna e il film, due elementi di interesse dei giovani» dice Federico Comini, psicologo e psicoterapeuta, anima del progetto. Un progetto ecologico, con pannelli solari per alimentare telecamere e drone e con la pesante strumentazione trasportata solo a spalla.
IL TREKKING - Ottanta chilometri attraversati da un sentiero con pochissimi rifugi lungo tutto il percorso, nessun paese, lo sguardo che difficilmente incontra un campanile o un borgo abitato, neppure in lontananza, e attraversato da un’unica strada, al Passo Manghen, che collega la Val di Fiemme con la Valsugana. Ottanta chilometri disabitati e desolati, ma a lungo popolati. Qui infatti l’uomo ha vissuto per cinquemila anni, dopo l’ultima glaciazione e poi durante la Grande Guerra, quando tutte le creste tra il Cauriol, il Colbricon e il Cavallazza furono teatro di battaglie violentissime con oltre duemila morti italiani e austriaci. E ora i resti delle fortificazioni e delle trincee sono ancora ben visibili, per esempio alla forcella di Litegosa, alla Ziolera, al Monte Cauriol o a Cima Cece.
Alta style
La neve, da quelle parti, la chiamano cold smoke, perché è talmente leggera che sembra fumo congelato. E ne arriva tanta… Ad Alta, nello Utah (Stati Uniti), l’anno scorso l’asta graduata ha segnato circa 15 metri. Un sogno che si è trasformato in realtà per Federico Ravassard, che è stato nella località americana per Skialper proprio nel cuore della stagione e di una delle nevicate più copiose. Su Skialper 114 di ottobre-novembre pubblichiamo un ampio reportage per sognare a occhi aperti…
INCONTRI SPECIALI - Durante il soggiorno ad Alta, per vivere l’esperienza di una vacanza in questa località sciistica capitale del freeski ‘da local’, Federico ha incontrato e sciato con alcuni forti sciatori da powder americana come Julian Carr, Marcus Caston e Connery Lundin. Sono stati le migliori guide per disegnare fantastici otto nella neve fresca ed evoluzioni in stile freestyle nei kicker naturali dello Utah. «Il livello medio ad Alta è pazzesco - scrive Federico -. Sciano tutti benissimo, anche i vecchietti sotto la seggiovia vanno giù fluidi e sorridenti. E chi va forte, va forte davvero. Chi in Italia può reputarsi un discreto sciatore, qui non va oltre la media, che è una cosa bellissima perché fa capire veramente cosa vuol dire essere bravi a parole o sulla neve». Ad Alta si scia in ogni angolo. Si prende la seggiovia e qualcuno sceglie le piste, altri le mogul sotto l’impianto (che, anche quando non nevica, sono decisamente più soffici di quelle delle Alpi…). Insomma, Alta è prima di tutto una way of life!
SNOWBOARD VIETATI - Sembra incredibile ma ad Alta le tavole non sono ammesse, come a Deer Valley, sempre nello Utah, e a Mad River Glen, in Vermont. Nonostante il divieto ogni tanto qualche sparuto tavolaro lo si incontra. «Una pratica chiamata poaching: la disobbedienza civile formato invernale, insomma».
Sulle tracce di Coomba
«Questa biografia racconta la vita di uno sciatore, ma potrebbe essere applicata a
una qualsiasi altra sfera umana. Il libro non si focalizza solo sul mondo dello sci
estremo, ma vuole toccare gli eventi attorno all’esistenza di una figura così
carismatica, morta facendo quello che amava di più, aiutando un amico in pericolo. Una vera e propria esplorazione nel potere dello spirito umano: lo sci è stato una sorta di scenario per poi esplorare la vita affascinante di Doug». Dice così Robert Cocuzzo, autore del libro Sulle tracce di Coomba, pubblicato dalla nostra casa editrice e in uscita a metà novembre. Per conoscere meglio questa importante opera editoriale, che verrà presentata il 16 novembre in una serata speciale al Forte di Bard, in Valle d’Aosta, Lucia Prosino ha intervistato su Skialper 114 di ottobre-novembre l’autore, Robert Cocuzzo.
DOUG COOMBS - Nato a Boston nel 1957 e cresciuto a Bedford, nel Massachussets, è stato un pioniere dello sci ripido prima negli Stati Uniti (Tetons, Chugach) e poi in Europa. Un grave incidente a 16 anni non ferma la sua passione per le discese nel 1991 vince il primo Campionato Mondiale di Sci Estremo a Valdez, Alaska, spiazzando la giuria per l’audacia delle linee scelte. Insieme alla moglie Emily fonda la Valdez Heli Skiing Guide nel 1993, compagnia che porta poi a La Grave e continua a operare da Chamonix e Valdez. La sua sciata veloce e sinuosa, unendo potenza, controllo e grazia, era ineguagliabile. Amava dire che «Il miglior sciatore è quello che si diverte di più» e viveva la sua vita con passione ed energia. È morto il 3 aprile 2006 mentre cercava di aiutare un amico caduto da un dirupo, Chad VanderHam.
ROBERT COCUZZO - Vive tra Nantucket, sulla costa atlantica degli Stati Uniti, e le White Mountains del New Hampshire. È editor a N Magazine e ha collaborato con outside.com, esquire.com, Town & Country e altre riviste statunitensi. «Nel tentativo di ricreare il personaggio di Doug, ho capito che conversazioni telefoniche o messaggi scambiati con chi l’aveva conosciuto non potevano essere
abbastanza per capire a fondo la sua personalità - scrive Cocuzzo -. Dovevo mettermi nei suoi panni, sciare le sue linee, assaporare l’atmosfera che aveva vissuto e conoscere le persone
Gargano born to run
«Conoscevo già il Gargano, ma solo per lo splendido mare e l’ottima cucina pugliese. Poi mi è bastato un weekend con la gente giusta per scoprire che nasconde anche fantastici itinerari per correre nella natura o anche semplicemente per camminare, più o meno veloci» Inizia così l’ampio reportage di Luca Parisse che è partito alla scoperta dei fantastici itinerari di corsa off-road di questo angolo di Puglia, percorribili per buona parte dell’anno grazie al clima mite. Non aspettatevi però i ‘soliti’ itinerari lungo il mare perché il Gargano non è ‘solo’ mare ma anche la natura selvaggia di un parco nazionale con foreste fittissime e montagne che sfumano nei filari di ulivi dove si può correre nella storia, tra necropoli di 2.500 anni fa e abbazie benedettine. Ne parliamo su Skialper 114 di ottobre-novembre
FORESTA UMBRA - Tranquilli, non è un refuso, non stiamo parlando di Umbria ma di ombra. Sembra essere questa L’origine del nome della vasta e fittissima foresta che ricopre l’interno del Gargano. La vegetazione è talmente fitta che... Questo bellissimo bosco si estende per un oltre 10.000 ettari fino a quota 800 metri circa ed è quello che è rimasto della foresta che ricopriva interamente il
Gargano quando era un’isola. In funzione della quota la vegetazione comprende faggi, carpini bianchi e neri, aceri, olmi, tigli, tassi e lecci. Nel sottobosco fioriscono le orchidee e alcune piante sono tra le più longeve d’Italia, come per esempio il tasso che sfiora i mille anni. E qui passa il percorso dove si corre anche l’ultra-trail di 77 chilometri, che può essere spezzato per allenamenti più brevi. In totale ci sono ben 160 km di sentieri mappati e segnalati. E dopo la corsa ci sono gli scaldatelli e le mille delizie pugliesi…
Skialper 114 di ottobre-novembre è disponibile nelle migliori edicole al costo di 6 euro ed è già scaricabile nell’apposita app Skialper per dispositivi Android e iOS, disponibile gratuitamente nell’App Store e in Play Store.





