Scia e pedala
Continuiamo la pubblicazione delle storie dei lettori in sintonia con il tema di copertina di Skialper 126, #TornoSubito. Ecco il bel racconto di Giovanni Bianchin e Matteo Rolando
«Ciao Mamma esco!»
«E dove vai con tutta quella roba?»
«A fare un giro in bici, torno tra qualche giorno».
In realtà la mamma non è stato affatto semplice tranquillizzarla e spiegarle che sarebbe andato tutto bene, ma più meno tutto è partito così; una mattina di fine aprile esco di casa con un outfit difficile da inquadrare e, dopo aver caricato tutto sulla bici, comincio a pedalare verso Porta Nuova, sviando qua e là la tra tubi di scappamento euro zero e respirando un’aria che di sano ha ben poco. Tra una pedalata e l’altra osservo i passanti che mi squadrano con facce incredule: loro stanno trasportando una valigetta 24 ore, io una bici pesante 3 o 4 volte più del solito, sulla quale in qualche modo vi sono legati sopra sci, scarponi, vestiti, sacco a pelo, una tenda, e cibo, tanto cibo.

Alla stazione di Porta Nuova incontro Giovanni, compagno di avventura, insieme al quale nei giorni (settimane) precedenti ho passato pomeriggi a organizzare e sognare come sarebbe stato. Poche ciance, si parte. Destinazione? Dietro casa: Oulx. Il treno è una buona soluzione per avvicinarsi alle montagne; il prezzo del nostro ski-trip? 7,50 €, può andare. Pedalare con 40 kg sul portapacchi, sarà per la bici elettrica (ovviamente sto scherzando, rigorosamente human powered adventure), è meno faticoso di quanto ci aspettassimo e in mezza giornata arriviamo nella splendida e remota valle di Cervières, fin quando la strada asfaltata non lascia spazio alle pelli dei nostri sci, finalmente. La combo pedal and ski si fa subito sentire, forse non siamo così allenati come speravamo, ma dopo qualche centinaio di metri le gambe cominciano a fare il loro dovere e arrivati in cima alla Clot de la Cime possiamo aprire finalmente il gas!

La prima sera, poco lontano dal paese di Les Fonts, dove la connessione cellulare è un optional che non è previsto nella nostra suite-tenda, ci addormentiamo sotto una leggera nevicata, stanchi ma allo stesso tempo eccitati dall’idea di passare i successivi quattro giorni con una simile routine. Di routine, come potrete immaginare, ne abbiamo avuta ben poca. Di gioia ed emozione, a palate. Sveglia 6.30, colazione con latte condensato diluito nell’acqua e cereali, nascondiamo bici e borse tra qualche arbusto; sci ai piedi, saliamo in cima; togliamo le pelli, curvoni in discesa, ritorno alla tenda, pranzo alla veloce, si rimonta tutto sulle bici e si parte verso la destinazione seguente; si rimonta la tenda e prepara la cena, si ripete il tutto e si ricomincia. Sì, se volete chiamatela pure routine.

Gli imprevisti in un viaggio del genere possono essere molteplici, per questo diventa essenziale avere tutto il necessario per rimediare a eventuali incidenti di percorso, dal kit del pronto soccorso a quello di riparazione delle bici. Per quanto riguarda il cibo unico consiglio che ci sentiamo di darvi è di non bere brodo Star per dissetarvi in assenza di acqua: ve ne pentirete. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci e non possiamo lamentarci per la qualità della neve trovata in buona parte delle gite. Epica la discesa della Grand Aréa nella valle di Nevache in 30 cm di fresca, come quella dal Thabor in Valle Stretta.
Siamo tornati a Porta Nuova una calda serata di oramai inizio maggio e, dopo un abbraccio di quelli speciali e carichi di emozioni, ci siamo avviati ciascuno verso la propria casa. Le ultime pedalate che ci riportavano alla quotidianità sono state associate nelle nostre teste a un pensiero fisso: è stato pazzesco. Ed è stato il viaggio in sé a essere pazzesco, più ancora delle discese che avevamo sognato, più ancora della parte prettamente sciistica che ci aveva spinto a partire. Ripensando a questi cinque giorni non ci ricorderemo soltanto delle curve e della qualità della neve, ma piuttosto dello svegliarsi alle 6 e cercare di vestirsi da sci evitando di gelare di freddo; del terminare una gita e, invece di trovare una macchina ad aspettarci, avere due bici e una tenda; dello spostarsi da una valle all’altra macinando chilometri e chilometri, con la sola forza delle proprie gambe; dello scrutare montagne maestose in lontananza e 24 ore dopo poterci arrivare in cima con un paio di sci, per poi dalla stessa vetta puntare con il bastoncino quella su cui eravamo il giorno prima, laggiù, lontano lontano. E di aver fatto tutto ciò con una persona che posso chiamare amico. Questo è stato Scia e pedala!
Su Skialper 126 di ottobre-novembre potete leggere tante altre storie sul tema #TornoSubito.

Il Triglav alla Tom Sawyer
A volte il destino ci mette lo zampino. L'articolo che segue avrebbe dovuto essere pubblicato sul numero in edicola di Skialper ma, arrivando dalla Svizzera, le fotografie, che avrebbero dovuto essere scansionate (capirete il perché leggendolo, no spoiler), sono rimaste bloccate in dogana. Lo pubblichiamo sul nostro sito come prima di una serie di storie legate al tema di copertina, torno subito. Stay tuned!
Sono maestro alle scuole elementari di un piccolo paese di montagna. Ci sono arrivato dopo aver fatto il capannaro, il bagnino, il maestro di sci, dopo aver lavorato in ufficio e bruciato calorie in diversi tipi di competizioni. Grazie a una pausa sportiva, ho iniziato a leggere per far passare il tempo e da allora coltivo il sogno di creare la mia piccola biblioteca. Al ritorno da una pascolata sulle montagne dietro casa mi piace riposare leggendo e un giorno, mentre indugiavo nella sconclusionata avventura di Tom Sawyer, che aiuta il servo dell’amico a fuggire da un capanno, sono incappato in un testo di Walter Bonatti. Il grande alpinista mette in discussione il concetto di avventura e dà una sua ricetta per ritrovarla. Una citazione ancora attuale in un’epoca come questa, nella quale con un dito e qualche tocco su uno schermo si può vedere il mondo intero da sopra, dal fianco e addirittura da dentro. Le letture di avventura mi piacciono, ma penso che viverle, le avventure, sia ancora meglio. Però la mia sensibilità ambientale mi ha fatto rinunciare ad andare in luoghi lontani e questa decisione mi ha lasciato un retrogusto amaro: quello di non poter più vivere esperienze fuori dalla comfort zone. Ma Bonatti, in poche righe, mi ha dato la soluzione.
«Ma se davvero si vuole che l'alpinismo rimanga avventura, occorrerebbe rinunciare a quei mezzi tecnici e a quell'organizzazione capillare che prevaricano l'uomo e la sua spontanea determinazione. L'avventura non può più manifestarsi là dove nell'uomo scadono l'ingegno, l'immaginazione, la responsabilità; là dove si demoliscono, o almeno si banalizzano, fattori naturali come l'ignoto e la sorpresa. E ancora non può sussistere l'avventura là dove vengono alterate, persino distrutte peculiarità come l'incertezza, la precarietà, il coraggio, l'esaltazione, la solitudine, l'isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell'impossibile, il gusto dell'improvvisazione, del mettersi alla prova con i propri mezzi, e non ultimo, senza più inventiva. Tutte cose che oggi sono ormai represse o addirittura cancellate nel quotidiano».
Non rimaneva allora che togliere, rinunciare, mettere delle regole a una gita e così è nata la mia avventura. Scelto il compagno, mio fratello, dovevo ora definire la meta e i punti fermi. Per quanto riguarda la meta, la decisione non è stata facilissima. Ho la fortuna di parlare cinque lingue e questo in un primo momento mi ha creato delle difficoltà: per la vera incertezza doveva essere un Paese che non avevo mai visitato, di cui non parlavo la lingua e di cui non conoscevo la cultura. Mi è venuto in aiuto proprio Skialper che in un libretto di itinerari pubblicato l’anno scorso parlava della Slovenia e della montagna che tutti gli sloveni devono scalare per essere considerati dei veri sloveni. Le mie cognizioni di geografia mi permettevano di immaginare che era lontana, ma non troppo, e verso Est. La mia ignoranza in questo campo si è rivelata proficua, ora mancavano solo alcune altre regole per rendere perfetto il viaggio alla Bonatti (o alla Sawyer). Primissima regola: non cercare niente su internet. Per onorarla io e mio fratello abbiamo scelto un periodo storico nel quale ambientare la nostra avventura e la scelta è caduta sugli anni Settanta. Sono gli anni in cui i nostri genitori si sono conosciuti e hanno iniziato a viaggiare. In auto si usavano le cartine e non il signor TomTom; ve le ricordate? Da una parte c’era una linguetta da tirare che mostrava le distanze tra le varie città. Come, quindi, raccogliere informazioni per il nostro viaggio?

Purtroppo la nostra bibliotechina di paese aveva libri che parlavano di un sacco di posti del mondo, meno che della Slovenia. Abbiamo così dovuto accontentarci dell’atlante di nostra mamma, un pezzo perfetto per un museo di quegli anni, così aggiornato che la Jugoslavia era ancora unita. Come i veri avventurieri, avevamo un quadernetto con i nostri appunti e lì abbiamo annotato tutte le informazioni che ci sembravano importanti. Sul quadernetto ho scritto i nomi dei paesi da raggiungere, ma se volete fare un’esperienza simile, disegnatevi una mappa, è sicuramente più utile che una sequenza di nomi che non indicano nemmeno dove sono rispetto a dove si vuole andare. L’aggiornatissimo atlante non ci dava indicazioni sulle montagne slovene e quindi la preparazione degli zaini è stata piuttosto facile: abbiamo preso tanto materiale.

Spento e lasciato a casa il cellulare, siamo partiti in auto, senza GPS, Google Maps o cartine, solo con il nostro preziosissimo quadernetto e il materiale d’alpinismo. Il viaggio è stato di una noia mortale: visto che abbiamo scelto gli anni Settanta, non potevamo usare i CD o gli MP3 e le musicassette in auto non ci sono da tempo. Per di più mio fratello e io ci conosciamo talmente bene da aver difficoltà a trovare argomenti di discussione. Le varie emittenti locali non ci esaltavano, quindi abbiamo iniziato a discorrere del Triglav (non conoscendolo, ovviamente) fantasticando che ogni vetta che vedevamo fosse la nostra montagna. Malgrado le scarse conoscenze geografiche della zona e gli appunti discutibili, siamo arrivati nelle vicinanze della meta: ce ne siamo accorti perché c’erano cartelli ovunque con il nome Triglav. Da buoni turisti siamo entrati in un negozietto di souvenir e la proprietaria - vedendo la nostra aria confusa - ci è venuta incontro. Abbiamo iniziato a parlare tedesco e italiano, pensando che essendo vicini a queste due frontiere sarebbero state le lingue migliori, ma alla fine ci siamo ritrovati a parlare in inglese. Le abbiamo descritto brevemente la nostra situazione e, vedendo il ritaglio di Skialper, ci ha dato una cartina geografica, indicandoci tutti i dettagli con consigli per salita e discesa. Queste informazioni ci hanno permesso di raggiungere la partenza del sentiero della giusta montagna. Abituati alle vette ticinesi, siamo rimasti piuttosto colpiti dalla verticalità della zona e, osservate le due creste consigliate dalla signora dei souvenir, siamo andati al supermercato per integrare le nostre informazioni sulla salita. Ci mancavano le previsioni meteo, ma i giornali locali non ci hanno riservato buone notizie: cielo sereno la mattina e temporali al pomeriggio, pioggia per il resto della settimana. La nostra finestra di bel tempo era piuttosto piccola, abbiamo allora deciso di comprare solo merendine e fare una salita mordi e fuggi, sperando di riuscire ad affrontare i 2.000 metri di dislivello in tempo. Finita la spesa, ci siamo resi conto che non avevamo un posto per dormire. In un primo momento abbiamo iniziato a preoccuparci un po’, abituati alle vacanze iper organizzate prenotate in anticipo e in cui hai già visto tutto in realtà virtuale prima di partire da casa. Però un giretto in auto ci ha portati dritti dritti a un ostello proprio ai piedi del nostro obiettivo. Così ci siamo ritrovati a dormire nel solaio, negli ultimi posti disponibili, e a mangiare in un ottimo ristorante consigliatoci dalla gestrice.
Ancora adesso non riesco a capire come mai, viaggiando così alla carlona, sia andato tutto alla perfezione. Questo mood è continuato, infatti, anche il giorno dopo e per tutta l’escursione, perché non abbiamo mai sbagliato sentiero. Come due orologi svizzeri, siamo saliti e scesi puntualissimi, prima del temporale. Ad essere pignoli, c’erano gli zaini pesantissimi, ma non conoscendo le condizioni abbiamo preso di tutto, pronti anche a esposti tiri di arrampicata non attrezzati. Sulla cresta abbiamo trovato una via ferrata, ma non ci ha dato un’idea di grande sicurezza. I punti di ancoraggio staccati dalla parete e penzolanti sulla corda fissa hanno confermato la sensazione, ma in confronto ai racconti di Rébuffat la nostra è stata una vacanza al Club Med.

Non possiamo dire che sia stata una lotta con la montagna a colpi di machismo e coraggio, ma questa esperienza ci ha permesso di riscoprire il piacere dell’imprevisto e della sorpresa, oltre a farci riflettere sull’attenzione nell’osservazione di quello che ci circonda. Non avevamo informazioni e quindi abbiamo dovuto raccoglierle durante la nostra piccola impresa. Abbiamo guardato i cartelli, osservato la montagna, letto i giornali locali e scrutato la cartina, ma soprattutto abbiamo parlato con la gente del luogo e questo ci ha permesso di avvicinarci di più alla cultura del posto. Internet facilita molto il compito, ma più partiamo informati, più ci avviciniamo alla sicurezza delle nostre abitudini, più una montagna, per lontana che sia, assomiglierà a quelle di casa. Ho scoperto che l’avventura la si può ancora trovare, anche se sarà sicuramente più facile di quella vissuta dai primi esploratori. Un viaggio fatto senza ricerche è più ricco e rimane impresso nella memoria. Lo stesso ragionamento vale per la tecnologia: con noi avevamo macchine fotografiche senza milioni di pixel e gigabyte di memoria, ma con foto istantanee. I risultati non sono impressionanti, a volte le foto sono sfocate, oppure mal esposte, ma sono mie, sono un ricordo indelebile e ogni volta che apro il diario del Triglav e guardo le immagini, la memoria si attiva per recuperare tutto ciò che non si vede. Come per le immagini, ci sono anche degli attrezzi alpinistici che ci permettono di affrontare pareti sempre più ripide, ma è veramente ciò che si cerca? Oppure è il confronto con i nostri dubbi e paure? Per concludere, devo però essere sincero: questo viaggio mi ha dato qualcosa di nuovo, ma il conforto di una recensione, di una googlelata, non l’ho dimenticato del tutto. Le regole inventate per l’avventura al Triglav rimangono un’eccezione, se diventassero la norma perderebbero un po’ il loro fascino. L’esperienza in montagna ha bisogno di informazioni, di scambi, di certezze e di tecnologia, soprattutto nei momenti di allenamento che permettono di vivere in sicurezza tutto ciò che si vuole fare. Però grazie Skialper, Twain e Bonatti. Grazie fantasia, per le infinite possibilità che puoi darci ogni giorno.
Su Skialper 126 di ottobre-novembre potete leggere tante altre storie sul tema torno subito.

Lettere dai quattromila
«Mentre scrivo queste riflessioni sono a Courmayeur, è il 26 di giugno e sono trascorsi 45 giorni da quando sono partito con il mio compagno Gabriele Carrara e abbiamo salito la Barre des Écrins. Lo scopo del nostro viaggio era traversare tutti gli 82 quattromila delle Alpi e per farlo avevo calcolato di impiegarci circa 40 giorni. Volevo sapere se in 33 giorni effettivi, con condizioni e meteo favorevole, fosse possibile salire tutte le vette più alte delle Alpi». Scrive così Silvestro Franchini nell’ampio articolo Lettere dai quattromila sul numero 126 di Skialper di ottobre-novembre. Silvestro, Guida alpina, insieme a Gabriele Carrara si è spostato da un capo all’altro delle Alpi riuscendo a salire e a volte anche a sciare 69 vette di quattromila metri. Più che un’impresa, una vacanza diversa, a bordo di un vecchio furgone Volkswagen. Una vacanza non certo aiutata dal meteo: «le condizioni meteo di questa primavera sono state pessime, tanto da costringerci a fermarci per ben 18 giorni. Però, essendo riusciti a fare quello che abbiamo fatto con questo meteo, credo di potere affermare che non mi sbagliavo: in 40 giorni alpinisti con il nostro allenamento avrebbero davvero potuto completare senza eccessive difficoltà la salita degli 82 quattromila delle Alpi» aggiunge Franchini. Un viaggio nella natura alpina, ma anche un viaggio interiore. «Sembrerà strano ma ho imparato di più dalle 13 cime che abbiamo saltato piuttosto che dalle 69 che abbiamo raggiunto e che si sono concesse. Porterò sempre con me l’insegnamento di saper rinunciare umilmente di fronte alla forza della natura, consapevoli che è la montagna che si concede» scrive Gabriele Carrara, Aspirante Guida alpina che nel ventaglio di cime è riuscito a inserire anche una integrale di Peuterey.

Dal mare dell'Abruzzo alla Majella in meno di 14 ore
«Sono cresciuto con la scuola, il calcio e il mare, volgendo lo sguardo all’orizzonte, verso Est, verso il mare. Alla montagna ho sempre dato le spalle e per me non era nient’altro che parte del landmark del mio territorio. Quando avevo 12 anni, dopo una settimana verde a San Martino di Castrozza, la mia vita è cambiata. Rientrati a casa, io e mio padre abbiamo iniziato a raccogliere informazioni sulla nostra montagna, abbiamo scoperto che sulla Majella ci sono oltre 700 chilometri di sentieri e iniziato a frequentarla. Sì, nostra. Da quel momento l’abbiamo chiamata così, con gelosia e orgoglio, quando ne parlavamo con i forestieri. Il mio sguardo non era più rivolto a Est, ma a Ovest, verso la mia montagna». E così Alex Tucci proprio su quella montagna ha pensato di inventarsi un exploit, partire dal mare dell’Abruzzo per raggiungerla e poi tornare al mare. Per dimostrare che si può fare mare e montagna nello stesso giorno. La partenza all’alba, con le scarpe da running, da Fossacesia Marina, lo scorso 4 agosto. Poi a un certo punto ha calzato le scarpe da trail ed è salito fino agli oltre 2.700 metri del Monte Amaro, per fare ritorno a Fossacesia Marina dopo 13 ore e 55 minuti, cioè prima del tramonto. Centoventi chilometri con 3.000 metri di dislivello positivo. Missione riuscita e sul numero 126 di Skialper di ottobre-novembre documentiamo Mare Amaro con un ampio reportage tutto da leggere e da guardare.



Kilian vince le Golden Trail World Series, secondo Magnini
È stata scritta la parola fine sulla lunga stagione delle Golden Trail World Series. La finale all'Annapurna Trail Marathon, in Nepal, ha incoronato campione overall Kilian Jornet davanti a Davide Magnini e Stian Angermund-Vik (identiche le posizioni anche nella finale nepalese), mentre tra le donne la vittoria è andata a Judith Wyder su Silvia Rampazzo e Ruth Croft (nella classifica di gara al terzo posto c'è invece Meg MacKenzie). La gara himalayana misurava 42 km e 3.560 metri di dislivello.
Hélias Milleroux: «mi piace stare in montagna»
Le vere avventure dovrebbero avere una parte riservata alle incognite e all’improvvisazione. È quello che cerca Hélias Millerioux, lo si legge nei suoi occhi. Guida, alpinista, sciatore, soli 32 anni e un curriculum top con ottomila, ascensioni di alto livello in giro per il mondo, discese estreme, spedizioni e viaggi nei quattro continenti per esplorare i luoghi più verticali del pianeta. Insieme a Frédéric Degoulet e Benjamin Guigonnet, Hélias Millerioux nel 2018 è stato insignito dl Piolet d'Or in seguito alla loro nuova linea sulla parete Sud del Nuptse: 2.200 metri di ghiaccio e roccia, terreno tecnico a oltre 7.000 metri. Nell’ultimo inverno, dopo avere partecipato l’anno precedente alle riprese del film Zabardast, eccolo sul Mount Logan, nello Yukon. Andrea Bomida l’ha intervistato per noi sulle nevi del Monte Bianco, ecco una piccola anticipazione. L’articolo completo è sul numero 126 di Skialper di ottobre-novembre.
A proposito di sci, il Mount Logan di quest’anno?
«L’idea del Mount Logan, 5.959 metri, in Yukon, mi frullava in testa fin da prima: volevo un’avventura. È la montagna più alta del Canada, la seconda in Nord America dopo il Denali, ed è molto vicina al confine con l’Alaska. Nel corso di un’altra spedizione avevo visto quel fiume di ghiaccio: volevo risalirlo, scalare, sciare. Qualcosa di divertente e allo stesso tempo avventuroso. Per il Logan avevamo una mappa, un punto di inizio e uno di fine: il resto spettava a noi! Alla partenza eravamo io, Thomas Delfino, Alexandre Marchesseau e Grégory Douillard, una guida fluviale, visto che volevano tornare scendendo il fiume sul lato opposto della montagna fino al mare e su una canoa fino ad allora avevo passato solo un pomeriggio in vita mia. Abbiamo deciso di partire dal Malaspina Glacier dopo essere atterrati a Yukutat. Piccolo aneddoto: il secondo giorno uno sciamano locale è venuto per scacciare gli spiriti cattivi che aleggiavano su di noi: pare che il giorno prima ci fosse stata una curiosa coincidenza tra il canto di un uccello e l’abbaiare di un cane, segno di grande sventura, o almeno qualcosa del genere. È un ghiacciaio enorme, guarda questo punto sulla cartina, sembra stretto: beh, saranno dieci chilometri!. Siamo partiti con una slitta e zaini da 35 chili per ciascuno con l’idea di stare fuori più di un mese e mezzo. Avevamo programmato otto giorni fino al campo base, ma ne abbiamo impiegati il doppio. Siamo arrivati in un punto dove il ghiacciaio, largo quasi 15 chilometri, era insuperabile, un dedalo di crepacci che con le nostre slitte trainate a sci ci avrebbe richiesto troppo tempo e altrettanti rischi. Siamo riusciti a superarlo risalendo delle montagne sui suoi fianchi: sulla mappa erano definite hill, colline. Ma ci sono voluti due giorni. Abbiamo deciso di salire e provare a sciare la Cresta Est del Mount Logan: ci abbiamo impiegato dieci giorni ed essere lenti ma continuare a salire anche con tempo non ottimale è stata una delle chiavi del successo. L’altra è stata la decisione di costruire sempre delle grotte nella neve per i bivacchi. In cave fa più caldo, non c’è il pericolo che il vento te la rovini e sei protetto dai pericoli: è stato vincente e, una volta rodati, ci impiegavamo solo un paio d’ore a costruirla con delle buone pale in alluminio! Una volta in cima, siamo scesi per l’itinerario di salita. Una cresta prima immensa e poi un filo che s’insinua in una parete di seracchi. L’ho percorsa tutta in sci a eccezione di due sezioni troppo affilate, per un totale di trecento metri lineari».
Berg Trail, c'è ancora tempo per iscriversi alla gara del 3 novembre
Tutto pronto per il Berg Trail del prossimo 3 novembre. La gara, inizialmente prevista il 20 ottobre, è stata rinviata a causa della concomitanza del campionato di e-bike su buona parte dei sentieri, concomitanza purtroppo comunicata agli organizzatori solo poche settimane fa a fronte di una manifestazione in calendario già da sette mesi. Per chi non si era iscritto alla gara di Bergeggi, sulla spettacolare costa della provincia di Savona, rimane dunque ancora qualche giorno, mentre per gli iscritti del 20 ottobre che non potranno partecipare è previsto il rimborso. Due le gare in calendario, la 31k/1.480 m D+ e la 17k/1.780 m D+.
Iscrizioni:
Link per iscriversi alla 31k:
http://www.bergteam.it/iscrizioni/bergtrail/
Link per iscriversi alla 17k:
http://www.bergteam.it/iscrizioni/bergtrail-17k/
La scatola magica
«Fiona, si chiama. Volevamo darle il nome di una donna grande. Fiona è una Ford F250 4x4 del 1996 con in groppa uno slide in camper degli anni Ottanta. Abbiamo percorso più di 20.000 chilometri attraversando la foresta boreale e le montagne di British Columbia, Alberta e Alaska. In inverno. Fiona è stata la nostra casa per otto mesi. Io ed Hector ci eravamo appena innamorati. Non avevamo vissuto da nessun’altra parte insieme, eravamo quasi due sconosciuti. Lui era in Cile e io in Italia. Devo andare in Canada. Vengo con te!. Se dopo otto mesi in un camper saremmo ancora andati d’accordo, ci saremmo pure potuti sposare un giorno». Comincia così il racconto di Elena Adorni degli otto mesi passati tra le Montagne Rocciose. Da Revelstoke e dal mitico Rogers Pass, da Golden fino a Valdez, meta finale di un pellegrinaggio alla scoperta dello sci di montagna. Un viaggio nella natura selvaggia, un viaggio esteriore e interiore nel paradiso del backountry fatto di incontri, powder e panorami unico. Il reportage di 11 pagine è sul numero 126 di Skialper di ottobre-novembre.

Benedikt Böhm: salita e discesa dal Dhaulagiri VII in meno di otto ore
Benedikt Böhm, general manager Dynafit, il 15 ottobre ha raggiunto il Dhaulagiri VII (Nepal) fissando un nuovo record: partito dal campo base (a 4.903 metri) ha raggiunto la cima a 7.246 metri impiegando solo 6 ore e 6 minuti. Una volta raggiunta la vetta, è poi sceso con gli sci ai piedi ed è tornato al campo base dopo un totale di 7 ore e 53 minuti. Padre di tre figli, ha dedicato questa sua salita in stile speed a una buona causa. Prima di volare verso il Nepal ha infatti lanciato l’iniziativa United for Himalayan Kids. Dynafit ha creato una fascia dedicata all’iniziativa, venduta durante la spedizione al prezzo di 10 € nell’online shop. La vendita della fascia ha fruttato finora 7.530 euro. Il ricavato sarà utilizzato per un progetto scolastico in Nepal in collaborazione con l’associazione Nepal-Medical-Careflight.
Il Dhaulagiri VII, chiamato anche Putha Hiunchuli, è la cima ovest della catena Dhaulagiri Himal, situata nel nord-ovest del Nepal. Partendo da Dunai, ultimo luogo di civilizzazione, Böhm e la sua squadra si sono messi in marcia per una camminata di cinque giorni verso il campo base. Trascorsa una notte nel ‘campo base tedesco’ (a 4.500 metri) il gruppo ha raggiunto, dopo nove giorni in tutto, quello posto a 4.903 metri. Dopo qualche giorno di acclimatamento, alle 4.17 della mattina del 15 ottobre Benedikt Böhm ha iniziato la salita con gli sci verso la vetta, dal lato nord. Partito dal campo base, a 4.903 metri, dopo 6 ore e 6 minuti ha raggiunto la sua destinazione a 7.246 metri, per poi tornare nuovamente con gli sci al campo base. Il quarantaduenne ha percorso 20,06 chilometri (con un dislivello di 2.469 metri) in 7 ore e 53 minuti, mantenendosi al di sotto dell’obiettivo prefissato di otto ore.
«Il Dhaulagiri VII, con il suo immenso versante innevato, è una montagna fantastica per lo scialpinismo - racconta Böhm -. Le condizioni della neve hanno però rappresentato una sfida: da quella crostosa a quella, in alcuni passaggi, ghiacciata. Le temperature erano freddissime e ciò ha contribuito, insieme all’altitudine, a farci trascorrere notti inquiete prima della partenza per la vetta. Sono molto felice di avercela fatta in meno di otto ore, ma questa salita in stile speed mi ha portato ai miei limiti fisici. La testa è sempre ciò che di più conta, e la consapevolezza di portare avanti una spedizione per una buona causa dà sempre un’ulteriore motivazione. Un sentito ringraziamento a chi ha sostenuto l’iniziativa United for Himalayan Kids, dando quindi l’accesso ai bambini a un’istruzione valida». Tramite la vendita della fascia in edizione limitata sono stati finora raccolti 7.530 euro e l’iniziativa proseguirà fino al 21 ottobre. Il ricavato della vendita sarà devoluto al 100% a un progetto scolastico di iniziativa privata in Dandaphaya (in Humla), una delle regioni più povere del Nepal. Qui l’associazione Nepal-Medical-Careflight, con sede a Pfronten im Allgäu (Germania), ha costruito una scuola e la gestisce con grande impegno e passione. La scuola elementare e media è frequentata oggi da oltre 200 bambini, e il centro annesso con infermeria per mamme e bambini offre alle famiglie bisognose l’accesso alle cure più urgenti. Un’altra scuola è in costruzione e sarà presto pronta. Il 24 ottobre, ad Allgäu, Benedikt Böhm consegnerà personalmente l’assegno con la donazione all’associazione.
Maggiori informazioni su questa iniziativa benefica sul sito: https://www.dynafit.com/expedition-dhaulagiri-7

Avventure kirghize
«Mi capita spesso di sorvolare il planisfero con l’occhio satellitare di Google. Durante queste perlustrazioni mi spingo avanti il più possibile, ma l‘immagine zoomata dall’occhio virtuale presto diventa sfocata. Oltre può proseguire solo l’immaginazione, addentrandosi tra le pieghe della terra, fantasticando su posti remoti e misteriosi. Lascio alla fantasia il compito di appagare la curiosità e ricercare tutti gli stimoli che la tecnologia non può raggiungere, stimoli che solo viaggiando fisicamente si possono percepire e che danno la possibilità di arricchirsi di sensazioni ed emozioni nuove. Il viaggio per me è ispirazione e libertà totale di muoversi, lasciando che sia la natura con cui si entra in armonia a determinare la rotta da seguire». Inizia così l'articolo di Pietro Mercuriali sul numero 126 di Skialper di ottobre-novembre. E quella natura con cui si entra in armonia ha determinato che la rotta doveva essere diretta verso il Kirghizistan, più precisamente valle del fiume Burkhan, nel Tien Shan. Così, insieme al padre che non aveva mai messo piede fuori dall'Europa ed era poco avvezzo alle notti in tenda, Pietro ha salito e sciato vette di quattromila metri inviolate, dormito in centri termali abbandonati e condiviso il silenzio e la solitudine con i pastori kirghizi e gli yak. Tra le vette raggiunte l'Angera Too, il Choku Giorgio, il Choku Bona, il Choku Max e il Lambda Peak, tutti oltre i 4.000 metri. Un'avventura da non perdere, proprio bello spirito... torno subito.

Primo raduno della Nazionale
Primo raduno allo Stelvio per la Nazionale di ski-alp: all’inizio solo in pista - e visto che è una sorta di ritorno sulla neve si lavora con andature lente - poi è arrivata una spanna di neve fresca e si può andare fuoripista. Tutti presenti agli ordini di Stefano Bendetti, Davide Canclini e Manfred Reichegger; assenti solo Matteo Eydallin e Alessandro Rossi per infortunio: quindi Alba De Silvestro, Robert Antonioli, William Boffelli, Michele Boscacci, Damiano Lenzi, Nadir Maguet, Federico Nicolini, Alex Oberbacher tra i Senior; Giorgia Felicetti, Mara Martini, Giulia Murada, Nicolò Canclini, Sebastien Guichardaz, Davide Magnini, Giovanni Rossi tra gli Espoir, Matteo Sostizzo e Samantha Bertolina tra gli Junior.
Desert love affair
«Quando chiudo gli occhi e lascio divagare la mente, mi ritrovo sulla vetta di una montagna innevata e illuminata dai raggi del sole, con il riverbero del sole e una leggera brezza che penetra nel casco e fa vibrare ogni capello. Essere su una vetta mi trasmette una sensazione di familiarità, ma anche di passione e avventura. Ma ora, con gli occhi chiusi e il vento che fa svolazzare i capelli, sento come un prurito sulla pelle. Attraversa la faccia e arriva ai denti. Sabbia. Sabbia negli scarponi, sotto gli sci e nella pelle. Questa volta, sulla vetta di una grande duna del Sahara, con una linea vergine da sciare sotto di me, mi ritrovo immerso in un corteggiamento con il deserto». A scrivere è Donny O’Neill che sul numero 126 di Skialper di ottobre-novembre racconta dell’avventura vissuta insieme a Tof Henry e Chad Sayers sulle dune di Merzouga, in Marocco. Si tratta di pinnacoli che raggiungono i 350 metri, con pendenze anche sostenute, solo cinque chilometri di larghezza, ma ben 50 da Nord a Sud. Un’escursione diversa, con i cammelli al posto delle seggiovie e le pelli lasciate nello zaino perché la sabbia è molto abrasiva e garantisce il giusto grip in salita. Il problema, semmai, è trovare il ritmo in discesa, cercando uno strato di sabbia che non si rompa. Ma, a giudicare dalle foto di Daniel Rönnbäck, Tof e Chad devono esserci riusciti…




