Val Masino Triple Crown

Tre vie simbolo dell’arrampicata su difficoltà alte di fine anni Ottanta. Tutte in Val Masino. E il sogno di concatenarle con un anello in quota. Un progetto durato due anni e realizzato lo scorso luglio da Paolo Marazzi e Luca Schiera

Continuiamo la pubblicazione delle storie in sintonia con il tema di copertina di Skialper 126, #TornoSubito. Ecco il racconto del concatenamento con un giro ad anello delle tre vie simbolo dell’alta difficoltà in Val Masimo. Un progetto di Paolo Marazzi e Luca Schiera.

Credo di aver fatto qualcosa di difficile, quantomeno per me, nella mia vita. Ma forse quest’avventura è quella nella quale ho dovuto metterci più impegno, sia a livello fisico che mentale. Non è stata una spedizione o un viaggio, non è durata così tanto. Poche ore, poco più di un giorno, ma intenso, molto intenso. L’idea è arrivata da Luchino aka Luca Schiera, un paio di anni fa, o meglio allora l’ha sputata fuori pubblicamente. Come sempre se la teneva per sé da molto di più, nove anni per l’esattezza. Era semplice: un giro ad anello che collegasse le tre vie simbolo dell’alta difficoltà della Val Masino, una linea logica tra una montagna e l’altra, rimanendo in quota.

Le tre vie furono aperte a fine anni Ottanta, dando una svolta all’arrampicata di quell’epoca, sempre su difficoltà molto alte, con passi in aderenza obbligati, dove spesso c’è il rischio di infortunio. Tre capolavori di eleganza aperti da T. Fazzini, L. Gianola, S. Gianola, N. Riva: Elettroshock al Picco Luigi Amedeo, La Spada nella roccia in Qualido e Delta Minox allo Scingino. Sarebbe stato un giro fighissimo, una cavalcata lungo tutta la Val di Mello, da un lato all’altro. Bisognava allenarsi, guardare le vie e trovare i passaggi dal Qualido in poi, dove non esiste sentiero. Abbiamo iniziato lo scorso anno, ma tra brutto tempo e impegni vari abbiamo provato Elettro, la Spada e speso due giornate a cercare un passaggio lungo il Cavalcorto. Quella era la vera incognita. Nulla di più logico che una vecchia via che passa nel canale/camino sul lato destro della parete ci è sembrato possibile. Abbiamo lasciato una fissa negli ultimi 50 metri, il resto abbiamo deciso di farlo slegati il giorno del giro.

Siamo partiti il tre settembre, vista la stagione abbiamo deciso di fermarci qualche ora sotto il Qualido, affrontando la parete prima dell’alba; allo Scingino siamo arrivati attorno alle tre, abbiamo iniziato a scalare, ma dopo quattro tiri ho iniziato a stare male. Allucinazioni, è una sensazione orrenda, non connetto più, sbaglio qualsiasi cosa comprese le manovre più semplici. Abbiamo passato davvero poco a riflettere, bisognava scendere. Non si poteva continuare la via così, troppo pericoloso. Ero sconvolto. Non ho mai fatto nulla di cosi impegnativo e concludere il giro sarebbe stato troppo per me. Forse non era un progetto alla mia portata. Non ne abbiamo parlato più, abbiamo scalato ancora insieme, siamo andati in Patagonia, ma senza farne cenno. A inizio stagione guardo Luchino e gli dico: Allora? Ci alleniamo? Quando ci riproviamo?

Lui pensava che avessi mollato, aveva già chiamato un altro ragazzo per riprovare il giro. Però forse con me si diverte di più, forse la quantità di stronzate che dico lo fa ridere o forse si fida; e così decidiamo di riprovarci insieme. Ci alleniamo: andiamo a correre, in bici, scaliamo in simul-climbing lungo altre vie più semplici per cercare di trovare quel feeling perfetto che ti permette di fidarti pienamente della persona che è con te. Quei momenti in cui non serve mezza parola per capirsi. Ogni gesto, movimento o altro non ha bisogno di essere commentato. Io mi fido di lui, lui di me. In un giro come questo bisogna conoscere se stessi, ma anche il proprio compagno, capire ogni cosa di lui. Saliamo Delta a inizio stagione, poco dopo andiamo a fare La Spada, usciamo in cima e riproviamo il traverso della Val del Ferro. Non vogliamo più risalire la via slegati. La mia testa ne risente troppo, le mie ginocchia anche, e di conseguenza tutto il mio fisico. Proviamo a percorrere la cengia mediana che traversa il Cavalcorto a metà, pochi ciuffi d’erba che tagliano la parete. Sotto di noi 200 metri, sopra il doppio. Siamo slegati, ci sembra una situazione piuttosto sicura, poi arriviamo quasi alla fine del traverso, una placca di circa 40 metri separa la cengia d’erba dal canale. In quel momento il morale si abbassa di colpo. Cosa possiamo fare? È una placca liscia che non sembra proteggibile. Il giorno del giro la si farà di notte e senza scarpette. Rifare la via slegati non ci va per nulla, scendere in paese e risalire non ci piace, rovinerebbe quell’anello metaforico che da tempo avevamo in mente, quel concatenamento perfetto. Sto quasi tornando indietro, ho lo sguardo rivolto dall’altro lato, quando improvvisamente sento Luchino che dice: io vado. Mi giro di colpo e vedo che cerca di pulirsi le scarpe sui pantaloni, pronto a partire. Se lui va devo farlo pure io. Alla fine non è così estremo come sembrava, due friend riesci a metterli. L’anello esiste, ora bisogna solo percorrerlo.

Il 16 luglio partiamo, arriviamo alla base di Elettro piuttosto velocemente, iniziamo a scalare in simul-climbing e in due tiri arriviamo quasi in cima, scendiamo e iniziamo a camminare veloci. Vogliamo arrivare il prima possibile sotto il Qualido per scalarlo con la luce. Qualche ora prima che faccia buio attacchiamo. Siamo piuttosto veloci, in due ore arriviamo a due tiri dalla fine della via. Però da lì in poi serve la frontale. Parto per il tiro dei fughi, tutto va come deve andare, a parte l’arrivo in sosta: sbaglio a fare il ribaltamento e mi trovo alla stessa altezza della sosta, a più di un metro, lateralmente, di distanza. Non ci sono appigli e gli appoggi sono in aderenza. Lo spit è a circa cinque metri da me, non mi va per nulla di cadere. Non so come fare il passo. Luchino fa il tiro successivo e da lì parte il lungo traverso che porta in cima. È buio, forse sono le undici di sera quando siamo in Val Livincina. Iniziamo a camminare fuori dal sentiero per attraversare quella valle e tutta la Val del Ferro, salire il passo che porta al Cavalcorto, tagliarlo di netto dalla famosa cengia e scendere all’attacco di Delta Minox.

Inizia una notte assurda, la luna è a metà, poco dopo piena. Mi sono tornate le allucinazioni? No, è l’eclisse. Attorno all’una decidiamo di dormire, 40 minuti saranno sufficienti per riposare. Questo è quello che speriamo, ma la temperatura non è cosi alta e per risparmiare peso abbiamo preso non abbiamo preso nulla per coprirci; fa troppo freddo, raramente ho provato sensazioni così. Allora ripartiamo, poco dopo ci risediamo in un punto riparato dal vento e chiudiamo gli occhi venti minuti. Ricominciamo a camminare, non ci fermiamo più. Il Cavalcorto al buio fa molta meno paura, la mia frontale mi ovatta in un micromondo che finisce dove la luce si interrompe. Sto molto meglio ora che quel giorno a metà pomeriggio. Alle sei del mattino circa siamo sotto Delta Minox. Decidiamo di chiudere gli occhi ancora un quarto d’ora prima di ripartire. Inizio io, poi Luchino parte per la sezione centrale e a me tocca il finale. Odio gli ultimi tiri di placca. Li soffro, mi fanno paura, ho davvero la sensazione di schiantarmi da un momento all’altro. Quasi non voglio partire. Il runout del 7b mi dà davvero fastidio, chi ti fa sicura non ti vede, sei lontanissimo dallo spit, ti schianti sicuro; però devo andare, tocca me, lo avevamo già deciso. Parto, scalo e, non so come, ma arrivo in sosta. Non riesco ad urlare a Luchino perché sto piangendo.Cerco di sfogarmi finché non arriva. Non posso farmi vedere così. Il tutto però dura poco. Ripartiamo, dobbiamo salire gli ultimi due tiri. Dopo circa mezz’ora siamo in cima. Io sono euforico, Luchino non lo da a vedere. Abbiamo fatto l’esperienza sicuramente più impegnativa della nostra vita. Il trittico è nostro, l’anello è fatto. Più di 3.500 metri di dislivello positivo, 1.200 metri di scalata, 38 tiri quasi sempre impegnativi con un obbligato spesso pericoloso. Dodici ore a piedi di cui sette fuori dai sentieri.

Questa è la nostra esperienza, il nostro progetto, il nostro sogno realizzato. ElettroshockLa Spada nella RocciaDelta Minox. Scalare è tutto per me, è la mia vita, avere un progetto, trovare un’idea, metterci tutto me stesso per realizzarla è ciò che più mi piace. La nostra idea era di chiudere il giro in questo modo, in un unico colpo. Non l’abbiamo fatto per un tempo o per la gloria, semplicemente per noi stessi, perché ci piace stare in giro così e piangere per queste cose.

Su Skialper 126 di ottobre-novembre potete leggere tante altre storie sul tema #TornoSubito.

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