A marzo riparte Va' Sentiero lungo il Sentiero Italia, online la campagna per raccogliere i fondi

Si chiama Va’ Sentiero ed è l’iniziativa di sette ragazzi per rilanciare – percorrendolo tutto – il Sentiero Italia. Partito l’anno scorso a maggio da Muggia e terminato a novembre a Visso, nelle Marche, il primo step è già andato in archivio e a marzo è prevista una nuova avventura. I sette ragazzi di Va’ Sentiero lanciano una campagna di crowdfunding per sostenere la loro spedizione lungo il sentiero che con i suoi 6.880 km lungo le alte via d’Italia vanta il titolo di trekking più lungo del mondo. Il cammino di Va’ Sentiero riprenderà il 29 marzo 2020 da Visso e si concluderà il 15 novembre 2020 in Sardegna a Santa Teresa di Gallura.

Obiettivo della campagna di crowdfunding è finanziare le spese di questa seconda tranche, una marcia di 7 mesi e mezzo che percorrerà 3.500 km distribuiti su 10 regioni e scanditi da 180 tappe. Tra le mete in programma Gran Sasso, Majella, Altopiano delle Murge, Costiera Amalfitana, Pollino, Sila, Aspromonte, Etna, Madonie, Riserva dello Zingaro, Gennargentu e Gallura; luoghi meravigliosi e dall'enorme potenziale, purtroppo ancora poco conosciuti, per i quali Va' Sentiero rappresenta un messaggio di riscatto.

Nel dettaglio le spese che saranno finanziate attraverso il crowdfunding:

  • Vitto e alloggio: i primi 15.000 euro copriranno le spese vive della spedizione: 200 pernotti e oltre 600 pasti tra colazioni, pranzi e cena per il team di 7 componenti (guida, fotografa, ufficiale logistico, videomaker, cambusiere, social media manager, driver tuttofare).
  • Il furgone: Santos è il furgone della spedizione che segue tappa dopo tappa i camminatori. Classe 1995, il vecchio Mercedes Sprinter è un insostituibile supporto logistico e, all’occorrenza, anche stazione di lavoro on the road. Acciaccato, per tornare a ruggire ha bisogno di un restyling da 5.000 euro.
  • Gli eventi: anche in questa seconda tranche della spedizione non mancheranno gli eventi pubblici sul territorio, un ricco calendario di incontri e di confronti sui temi della montagna. Con 10.000 euro, sarà possibile promuovere eventi di qualità e grande varietà.
  • L’attrezzatura video-fotografica: per incrementare il lavoro di documentazione dell’esperienza e delle terre alte del centro-sud Italia, sarà necessaria nuova attrezzatura, di qualità professionale. Di preciso, servono due corpi macchina e altrettanti obiettivi, per un totale di circa 5.000 euro.

Chi contribuirà con una donazione avrà dei bellissimi premi: dalle stampe fotografiche alle tazze Va’ Sentiero, dalle nuove T-shirt ai super zaini Ferrino Finisterre Limited Edition Va’ Sentiero.

La campagna di crowdfunding è online fino all’11 marzo sulla piattaforma Ginger.


Pindo, la neve prima dello sci

«È proprio sulla porzione greca del Pindo che cade la nostra scelta dello scorso febbraio. In preda allo sconforto per la totale assenza di neve sul versante italiano delle Alpi, decidiamo ancora una volta di puntare al magico Sud-Est, che per quantità di neve non ci ha mai traditi. È un altro degli stereotipi da sfatare, quello che in Grecia nevichi poco. Non è così, specialmente sul Pindo, che fa da baluardo alle perturbazioni e le trasforma in copiose nevicate. Scegliamo in particolare la regione dell'Epiro, che comprende la Zagoria, il Parco Nazionale delle Gole di Vikos e il Parco Nazionale del Pindo. Raggiungiamo Konitsa, che sarà la nostra base per la prima metà del viaggio. Fa un freddo cane, il vento si infila violento tra i vicoli del paese, mentre sulle vette è bufera. L'atmosfera è strana, certamente dimessa, ma non è chiaro se sia dovuto al fuoristagione o a una crisi generalizzata, probabilmente un misto di entrambi. Molti dei locali sono chiusi e le case dall'aspetto aristocratico mostrano i segni di un passato certamente più florido. Anche la villetta che abbiamo affittato sul web non viene probabilmente abitata d'inverno da decenni. Lo capiamo rimuovendo il finto fuoco a led dal camino e provando ad accenderne uno vero: il fumo in pochi istanti si impadronisce della casa e dei nostri polmoni. In fondo è l'inizio balcanico che ci aspettavamo».

© Umberto Isman

Inizia così il racconto di Umberto Isman di un viaggio di esplorazione sciistica in Grecia, per andare oltre lo stereotipo del Paese del mare, delle spiagge e degli dei. Un’avventura tra monasteri deserti, come quello di Moni Stomiou, villaggi incantati con Micro Papigo, boschi con gli alberi carichi di neve come quelli del Monte Bogdani e del Gomara, balli tipici e piatti da gustare con la faccia bruciata dal vento e del sole.

© Umberto Isman

«Non è questo il genere di esotismo che ci interessa, ma quello che semplicemente ci porta a entrare in contatto con luoghi e realtà diversi dai nostri, in punta di piedi, anzi di sci – scrive Umberto Isman -. Perché sta proprio negli sci la vera componente esotica dei nostri viaggi, quella che anche a noi fa scappare qualche selfie, come le foto che vedete in queste pagine. Non cerchiamo scimmie e neanche esportiamo piccioni, ci portiamo semplicemente dietro la nostra esperienza in montagna, che ci permette di frequentare luoghi altrimenti inaccessibili d'inverno».

Su Skialper 128 di febbraio-marzo un grande reportage sulla catena del Pindo, in Grecia.

https://youtu.be/bgGdcREMV7o

© Umberto Isman


Arnaud Cottet, lo sci in punta di piedi

Arnaud Cottet è il perfetto underdog, inteso come chi arriva ai Giochi olimpici senza i favori del pronostico e vince per distacco. Che poi, a ben guardare, ai Giochi lui c’è andato, come giudice del freestyle a Pyeongchang. Svizzero, classe 1985, freestyler, freerider, un passato agonistico nello sci alpino e nei park, produttore e regista, oltre che sciatore-attore. E ora anche imprenditore con il suo marchio di occhiali da montagna, Glacier Optics. Arnaud è un’esplosione di idee e di curiosità. Il suo è un approccio in punta di piedi, lontano dagli effetti speciali, ma molto profondo. È partito in auto da casa e stato in giro due mesi per andare a vedere se veramente in Iran si poteva sciare, passando per Bulgaria, dove si è esibito con lo snowboard in uno spettrale palazzetto delle adunate comuniste in cima alla montagna, ora abbandonato e invaso da neve e ghiaccio, e Grecia. Poi ci ha preso gusto e ha fatto migliaia di chilometri, sempre sulle quattro ruote, per andare a sciare il Noshaq (7.492 m) in Afghanistan, passando per Grecia (dove ha sciato l’Olimpo), Turchia (dove ha fatto qualche curva sul Süphan), Iran (dove ha sciato il Damavand), Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan. In Alaska c’è stato, ma a modo suo, facendo campeggio in quota, invece che stando in lodge, e pellando su e giù per canali. Ovunque è passato, ha lasciato la sua traccia con un cortometraggio che, oltre a documentare le evoluzioni nel grande snowpark naturale, curiosa nella cultura locale.

© Arnaud Cottet

«Da dieci anni giro il mondo sciando e finanzio le mie spedizioni con gli sponsor e producendo video, non solo quelli di sci, ma anche documentari per la televisione. Ho fondato insieme a un amico un marchio di occhiali da montagna, Glacier Optics, che negli ultimi tempi è il mio lavoro principale insieme all’insegnamento dell’economia ai ragazzi da 13 a 16 anni. Però appena ho un po’ di tempo scappo a sciare, anche qui vicino a casa (vive a Losanna, ndr). Amo molto questo contrasto tra la vera vita in città e quella fatta di avventure in montagna. Il giudice olimpico? Non lo faccio più, Pyeongchang è stato l’apice di un percorso».

Abbiamo intervistato Arnaud su Skialper 128 di febbraio-marzo.

© Jules Guarneri

Al via la stagione 2020 del Salomon Running Team Italia

Il nuovo Salomon Running Team Italia allaccia ufficialmente le scarpe in vista dell’attesa stagione 2020. La scorsa settimana, in un apposito incontro, si sono ritrovati i componenti della squadra ed è stato definito il calendario delle gare a cui parteciperanno, ma anche la ricca agenda degli appuntamenti promozionali rivolti al pubblico ai quali alcuni di loro saranno presenti. Già perché la mission di Salomon nel 2020 non cambia rispetto alle passate stagioni: attraverso l’immagine garantita dai risultati dei suoi atleti e diversi appuntamenti promozionali per il pubblico, come i Test S/LAB, la grande S punta a coinvolgere quante più persone possibili, portandole a correre su strada, nei boschi o lungo sentieri, ovviamente mettendole nelle condizioni migliori grazie all’utilizzo di materiali ad alte performance.

IL TEAM - Alcuni degli atleti che fanno parte del Salomon Team Italia 2020, guidati dal Team Manager Andrea Callera, sono figure di riferimento del mondo della corsa nazionale e internazionale, sia su strada sia off-road, altri invece rappresentano la nuova generazione del running. Questa ideale miscellanea conferma come Salomon sia un Brand che intende parlare a un ampio pubblico, donne e uomini come ragazze e ragazzi, dentro il quale ognuno può trovare la propria ispirazione. Un esempio è quello di Davide Magnini, cresciuto negli anni scorsi nel Team Salomon e che ora è a tutti gli effetti un atleta (sempre Salomon naturalmente) di livello internazionale. Tra le donne troviamo Simona Morbelli, poi Sonia Locatelli, Virginia Olivieri, Stefi Jimenez, Camilla Magliano e Giulia Compagnoni. Per quanto riguarda il campo maschile i nomi sono quelli di Davide Cheraz, Giuliano Cavallo, Giulio Ornati, Riccardo Borgialli, Riccardo Montani, Pablo Barnes, Andrea Rota, Marco Filosi, Luca Carrara, Federico Presa, Mattia Bertoncini, Alberto Vender e Riccardo Scalet. Gli atleti del Salomon Team Italia 2020 saranno in gara nelle principali gare nazionali, come quelle proposte dal Golden Trail National Series e in altre di caratura internazionale.


Skialp Gran San Bernardo, dove il sole scia con te

«Il programma è risalire il Vallone del Gran San Bernardo, sempre tenendo gli impianti di Crevacol come punto di partenza e dirigendoci sulla sinistra, per arrivare fino al vecchio bivacco della Tête de Crevacol (2.621 metri) dal quale si apre una panoramica su quasi tutte le cime più alte della valle e gli immensi, bianchi valloni circostanti, compreso quello del passo del Gran San Bernardo con il famoso ospizio. Salendo, lo sguardo si perde sul colle del Malatrà, ultimo mitico passaggio del Tor Des Géants. E, più in lontananza, sulla cima del Monte Bianco. Siamo una bella compagnia oggi, tutti in fila indiana dietro alla Guida che, di tanto in tanto, si ferma per mostrarci le varie cime. Non c’è vento, solo una leggera brezza che va a mitigare il calore del sole. Sole, l’immancabile sole, presente dal mattino fino al tramonto, che accarezza e trasforma la neve. Non siamo gli unici a salire. Sono anche oggi tanti gli scialpinisti che, innamorati di questa vallata magica ed evocativa, lasciano la loro impronta allungata sui vari itinerari. Lontani dalle piste tanto quanto basta per apprezzare il silenzio della montagna, il pensiero corre alla grandissima quantità di linee, salite, discese e paesaggi. Al fatto che una o due giornate non bastano certamente, che bisognerebbe rimanere qui almeno una settimana e ancora potresti non averne abbastanza». Scrive così Tatiana Bertera su Skialper 128 di febbraio-marzo a proposito del nuovo comprensorio a misura di scialpinismo Skialp Gran San Bernardo, in Valle d'Aosta, frutto di un progetto INTERREG con la vicina valle svizzera di Bagnes. Oltre 30 itinerari sono stati censiti, mappati e in alcuni casi anche ripresi con il drone, poi c'è un app specifica, uno servizio skialp-bus, la possibilità di affidarsi a Guide e Maestri di sci e di scegliere la sistemazione migliore e il ristorante giusto dopo le fatiche con sci e pelli. Siamo stati tra i primi a scoprire questa realtà da vicino, mettendoci gli sci ai piedi e ne parliamo in un ampio reportage su Skialper 128 di febbraio-marzo.


Roberto Munarin, il cielo in una stanza

«Lui dice che così si gioca il jolly. Uno a settimana, il sabato. Quel giorno può andare, può fare quel che vuole. Ma la domenica no: quella è tutta per Anna. E a lei non si può negare nulla. Ma a Roberto Munarin un giorno basta e avanza. Per anni e anni, con un jolly ogni sette giorni ha fatto cose che tanti umani neppure in una vita. E comunque, ora che è tempo di abbassare le luci sul lavoro da consulente tessile esperto di stile, chissà che qualche altra matta esca dal mazzo. Che ci sia tempo per fare ancora di più. Chissà». Scrive così Veronica Balocco su Skialper 128 di febbraio-marzo a proposito di Roberto Munarin, 59 anni, gragliese trapiantato a Muzzano, gioiellino dell’alta valle Elvo biellese, all’ombra del Mucrone.

© Daniele Molineris

«Una vita intera a pestare rocce, neve, ghiaccio e terra fra questi stessi punti GPS non è bastata a stancarlo. Né, è sicuro, lo stancherà mai. Da San Carlo al colle Carisey, dal Giassit al Camino, alla Nord del Mars, al Mombarone, fino alla valle Oropa e poi ancora e ancora, se un Pollicino avesse raccolto tutte le briciole lasciate a terra da Munarin in quasi quarant’anni di strada, ne avrebbe fatto una montagna. Una grande montagna ripiena di dieci, cento, millemila avventure. Di scalate, chiodature, salite con gli sci, ravanate, scoperte, linee nuove e discese ripide. Farcita di aperture, sistemazioni, bonifiche, camminate e ciaspolate. E insaporita di piccozzate, vie ferrate, escursioni e sciate in solitaria. Una ricetta che nessun altro da queste parti, sulle Pennine che guardano a Biella, ha mai saputo amalgamare fino a questo punto». Una ricetta tutta da leggere… su Skialper 128.

© Daniele Molineris
© Daniele Molineris

Black Diamond Jetforce Pro ai raggi x

Il pallone ha una capienza ai vertici della categoria, da 170 litri, ed è realizzato in resistente Cordura. Anche in caso di piccoli fori rimane gonfio in quanto la ventola continua a tenere l’aria in pressione per tre minuti. Successivamente si aziona in senso contrario svuotando il pallone e creando, nel caso che ci si trovi comunque coperti da neve,  una sacca d’aria che prolunga le probabilità di sopravvivenza. Le operazioni di ripiegamento del pallone sono semplici non dovendo  seguire un piano di piega del telo prestabilito. Il fatto di non dovere utilizzare una cartuccia, oltre a evitare qualche formalità in aereo, permette di esercitarsi quante volte si vuole.

Jetforce Pro è modulare: si acquista lo schienale con la cellula che contiene il sistema a ventola abbinata a una delle cover da 10, 25 o 35 litri. Le cover si applicano e tolgono tramite zip e possono essere acquistate con costi da 40 a 80 euro come accessori. Esiste anche la cover per la splitboard (Split Booster 25L).

Il cuore del sistema è stato rimpicciolito e alleggerito e ora è tutto sul fondo dello zaino, per distribuire meglio il carico. Vengono garantite almeno quattro aperture con temperature fino a -25 °C. La ricarica, tramite cavetto posto nella parte alta dello spallaccio destro, dura qualche ora.

La maniglia per lattivazione può essere regolata in lunghezza e spostata sullo spallaccio destro. Con un semplice tocco si accende un indicatore a led (4 led blu) dello stato di carica, tenendo premuto ancora, il sistema fa un auto-check della ventola e va in stand-by (il led verde lampeggia lentamente). Per aprire il pallone basta tirare la manopola. Scaricando lapp Pieps dedicata a artva e zaini airbag è possibile fare gli aggiornamenti di sistema, alcune modifiche sulle impostazioni , i controlli del funzionamento e addirittura scaricare un certificato. Tutto il procedimento è semplice e dura pochi minuti.

Nelle versioni da 25 e 35 litri c’è un ampio scomparto con tasche per pala e sonda. Nella foto la pala Evac e la sonda iProbe di Pieps che durante la ricerca fine emette un segnale acustico sempre più intenso man mano che diminuisce la distanza dall’artva del sepolto permettendo di risparmiare secondi preziosi.  Nella versione 10 litri c’è una tasca porta materiale sul retro della cover. Le versioni con cover da 25 e 35 litri hanno il portapiccozza. Il portasci, su tutte, è diagonale per non ostacolare l’apertura del pallone. Portacasco integrato.

Lo schienale è disponibile in due misure di dimensione dorso e giro vita. La cinghia di sicurezza viene bloccata nellapposita sede e stivata nella tasca laterale della cintura ventrale.

Jet Force Pro costa a partire da 1.100 euro con la cover da 10 Litri

eu.blackdiamondequipment.com

(foto di Daniele Molineris)


Effetto Albedo, Il cuore oltre la linea

«Non nascondo di averli guardati all’inizio con un certo scetticismo, sembravano l’ennesimo gruppo di amatori presi bene, tutti powder e GoPro. Poi le cose si sono fatte più chiare: questa è gente che scia un sacco e scia pure bene. Per sciare bene intendo dire la capacità di sapere scegliere le linee, andando a posare i propri sci e le proprie split in montagne poco o per nulla frequentate e su neve spesso più bella di quella che trovano gli altri. Insomma, ho dovuto ammettere a me stesso che la mia disistima altro non era che una malcelata forma di invidia e ammirazione. Probabilmente perché in montagna viene più facile storcere il naso che battere le mani. Nel frattempo loro continuavano a martellare una linea dopo l’altra, spesso su cime dai nomi sconosciuti e tuttavia dietro l’angolo, situate tra l’alto Piemonte e la Val d’Aosta: postacci in cui solo chi aveva voglia di fare fatica andava a infilarsi. E già questo spezzava una lancia a loro favore, perché se nel variopinto mondo dei social network ci sono quelli che parlano e quelli che camminano, con le loro uscite esplorative stavano dimostrando di appartenere alla seconda categoria». Scrive così Federico Ravassard su Skialper 128 di febbraio-marzo a proposito dei ragazzi di Effetto Albedo. 

© Federico Ravassard

A Flavio, Paolo, Francesco e Stefano basta alzare lo sguardo alla ricerca di una linea inusuale da percorrere con split e sci, magari dietro a casa, dove nessuno - o al massimo pochissimi - sono passati. Perché è sufficiente un po' di fantasia per trovare l'avventura dietro casa. Così tra il fare un'intervista alla scrivania e andare a ravanare su qualche versante poco battuto... Federico si è trovato a partire alle 4.30 di mattina per battagliare con gli aghi di larice e raggiungere il versante Sud del Monte Berrio, in Valpelline, Valle d'Aosta. L'articolo e le foto sono su Skialper 128 di febbraio-marzo.

Ma perché Effetto Albedo poi? L'Albedo è il potere riflettente di una superficie nei confronti della luce. E, guarda caso, nella neve l’albedo massima è quella che caratterizza la polvere, la stessa che tutti gli sciatori - specialmente loro - vanno bramando!

© Federico Ravassard

 


Curve vista mare con il CAI Savona

Curve vista mare. Un nome suggestivo per un fine settimana sulla neve, una no-stop di skialp sulle Alpi Marittime. È la curiosa proposta del CAI di Savona che da venerdì prossimo, 7 febbraio, a domenica propone un weekend diverso. Pellate serali ‘vista mare e tramonto’, proiezioni di film tra neve e mare ambientati in Norvegia. E naturalmente pellate e ripellate. La base sarà il rifugio Savona, nei pressi di Garessio, nel Cuneese, e le escursioni, nella giornata di venerdì, sabato e domenica prevedono dislivelli tra i 1.000 e 1.200 metri e difficoltà MS-BS. Sabato e domenica il rifugio sarà aperto a tutti i visitatori di passaggio con la possibilità di consumare un tè e un dolce. Costo totale dei tre giorni con due notti al rifugio, due colazioni, cena al ristorante, cena al rifugio, due paste di gruppo, 55 euro. Per info: www.caisavona.it- tel. 019 854489


Il 29 febbraio lo Snow Leopard Day a Spiazzi di Gromo

Speedup per il leopardo delle nevi. Questo il motto che sabato 29 febbraio risuonerà in Germania, Austria, Italia, USA, Polonia, Bulgaria, Norvegia, Slovenia e Slovacchia e che spingerà tutti gli appassionati di scialpinismo a munirsi di pelli e partire. In Francia e in Svizzera l’evento si terrà invece domenica primo marzo, mentre in Grecia si dovrà attendere ancora una settimana (8 e 9 marzo).

Con lo Snow Leopard Day Dynafit chiama a raccolta gli appassionati di scialpinismo – non importa se professionisti o principianti – per percorrere metri di dislivello su tracciati prestabiliti. Alla fine della giornata, ogni metro di dislivello percorso verrà commutato in una donazione di un centesimo di euro. E per quest’anno Dynafit ha pensato a un’importante novità per stimolare ancor di più lo spirito di tutti i partecipanti: chi percorrerà più metri di dislivello riceverà un premio speciale firmato Dynafit. Insomma, un motivo in più per impegnarsi. Anche chi non possiede la propria attrezzatura da scialpinismo potrà aiutare il leopardo delle nevi. Durante la manifestazione sarà infatti possibile usufruire gratuitamente dell’attrezzatura Dynafit e provare sci e scarponi ed alcune novità 2020/21 in anteprima assoluta. Il ricavato sarà devoluto interamente alla Snow Leopard Trust, organizzazione no profit che collabora strettamente con DYNAFIT da molti anni.

Lo Snow Leopard Day 2020 si terrà il 29 febbraio (se non altrimenti specificato) nelle seguenti location:

BULGARIA – Vitosha

GERMANIA – Kiefersfelden/Kufstein, Kaiserlift

FRANCIA – Val Thorens – 01.03.20

GRECIA – Metsovo - Lakmos - Valia Calda – 08./09.03.20

ITALIA – Spiazzi di Gromo (BG)

NORVEGIA – Voss

AUSTRIA – Puchberg am Schneeberg

POLONIA – Beskidy, Zawoja Mosorny Gron

SVIZZERA – St. Antönien, Prättigau – 01.03.20

SLOVACCHIA – Malá Fatra – 29.02.20 Sučianska Dolina / 01.03.20 Trusalová

SLOVENIA – Dom na Zelenici

USA – Aspen, Elk Mountains Colorado

Maggiori informazioni relative allo Snow Leopard Day, alle location e all’organizzazione sono disponibili al sito: https://www.dynafit.com/de-de/snow-leopard-day-2019

La Snow Leopard Trust:

Dal 1981 l’organizzazione Snow Leopard Trust, con sede a Seattle, si impegna nella protezione degli esemplari del leopardo delle nevi e nel portare avanti ricerche sulla specie di questo felino, minacciato di estinzione. L’habitat del leopardo delle nevi si sta riducendo sempre più. I ricercatori hanno stimato che a oggi ci siano solo 3.500 esemplari in cattività. Bracconaggio, cambiamenti climatici e la notevole riduzione dell’habitat rappresentano una minaccia sempre più grande per questo esemplare. L’organizzazione ha dato vita a progetti in Cina, India, Kirghizistan, Mongolia e Pakistan per studiare il leopardo delle nevi e,  in collaborazione con la popolazione delle regioni montane, sta cercando di ripristinare e rafforzare il suo habitat. DYNAFIT, che si identifica con questo aggraziato felino, come partner dell'associazione persegue l’obiettivo di tutelarlo. La pluriennale collaborazione con la Snow Leopard Trust fa parte dell’impegno CSR di DYNAFIT che il brand amplia di anno in anno.


In arrivo Skialper 128 di febbraio-marzo

Abbiamo voluto legare le storie di Skialper 128 di febbraio-marzo con il filo rosso dell’underdog, del non pronosticato, dell’inaspettato. Che poi, spesso, è proprio davanti al nostro naso anche se non ce ne accorgiamo e ci sciroppiamo migliaia di chilometri alla ricerca dell’erba voglio. Ci sono luoghi o persone di cui si parla poco o meno, che non hanno i favori del pronostico ma, proprio come i migliori underdog ai Giochi olimpici, vincono. Sono vere e proprie sorprese. 192 pagine ricche di storie e persone. Da leggere con calma. Skialper 128 sarà in edicola a partire dal 5 febbraio ed è prenotabile anche nell’edicola digitale di Skialper.

ARNAUD COTTET, LO SCI IN PUNTA DI PIEDI - Arnaud Cottet è un personaggio poliedrico, dalla tecnica sciistica invidiabile, con doti di documentarista, regista, giudice olimpico… Qualche anno fa ha deciso di prendere un’auto e andare a sciare in Afghanistan, prima lo aveva fatto in Iran. Partendo da casa sua, in Svizzera. Ha fatto cose che voi umani con naturalezza e leggerezza. La stessa con la quale il suo obiettivo ha raccontato i viaggi nei film che ha prodotto, assolutamente da vedere. Un’ampia intervista per scoprire il suo approccio alla montagna e allo sci, gli aneddoti di una vita da giramondo e il suo ultimo progetto.

© Arnaud Cottet

SEI PERSONAGGI SOTTO TRACCIA – Sono giusto sei. Magari meno conosciuti, magari non così mainstream e social addicted. Ma hanno sciato pareti e canali più che degni di nota, si sono inventati traversate epiche o semplicemente, come scrive Andrea Bormida, «Accecati dal tamtam mediatico di mountain addicted che bramano di far conoscere imprese o quanto sono fortunati a vivere il sogno dello sci domenicale ai loro colleghi d’ufficio della settimana, spesso ci si dimentica che le fiamme più forti e durature bruciano in disparte o quasi». Sono le fiamme di Andrea Schenone, Christian Botta, Giovanni Rovedatti, Maurizio Agazzi, Michael Sinn e Diego Filosi.

ERIC DELLE MONTAGNE - Non è certamente la classica Guida alpina che è nata tra i monti e ha seguito le orme dei padri Eric Girardini, che esercita principalmente tra le Pale di San Martino, dove ci ha portato a inizio gennaio. Ma un personaggio di quelli con cui potresti tirare notte fonda davanti a un camino perché ha un vissuto davvero ricco, anche lontano dalle montagne, che però rappresentano un punto fermo della sua esperienza, soprattutto le sue amate Pale di San Martino, dove ha sciato praticamente in ogni canale. Un avvincente racconto… dal Messico a San Martino di Castrozza.

© Alice Russolo

PINDO, LA NEVE PRIMA DELLO SCI - La catena del Pindo si estende dal Sud dell'Albania al Nord del Peloponneso per circa 180 chilometri. E d’inverno nevica… anche tanto. Per sfatare i luoghi comuni della Grecia tutta mare, isole, ouzo e tzatziki Umberto Isman si è avventurato tra pini loricati, piccole stazioni sciistiche molto caratteristiche, monasteri ortodossi quasi deserti e paesini silenziosi.

© Umberto Isman

SKIALP GRAN SAN BERNARDO - Trenta itinerari censiti e mappati, a volte anche con un video realizzato con il drone, un avveniristico bivacco per gli skialper, discese freeride, un pullmino per rientrare al punto di partenza e delizie gastronomiche a chilometro zero: siamo stati nel comprensorio per lo scialpinismo che sta sorgendo tra Italia e Svizzera. Nella Valle del Gran San Bernardo, a Saint-Rhemy-en-Bosses, e nella vicina valle di Bagnes, in Svizzera, grazie al fondo europeo Interreg hanno gli scialpinisti nel cuore e noi abbiamo provato in anteprima itinerari e servizi di questa destinazione a misura di skialp.

© Stefano Jeantet

OSPITE IN CASA MIA - Pietro Lamaro è originario del Centro Italia, ma è emigrato al Nord, tra le Dolomiti, per dare sfogo alla sua passione per lo sci e la montagna. Eppure proprio dietro casa ci sono montagne che per certi aspetti hanno poco da invidiare alle Alpi… Ecco così che decide di partire per provare la traversata della Majella da Sud a Nord, dalla stazione di Palena a Pennapiedimonte: 15 vette lungo 40 chilometri di altopiano. Non si tratta esclusivamente di una traversata di qualche giorno, come fosse un’alta via, l’obbiettivo è quello di combinare una bellissima avventura itinerante in tenda alle tipiche discese in firn che offrono i valloni esposti a Ovest, in gergo chiamati rave.

EFFETTO ALBEDO, IL CUORE OLTRE LA LINEA - Flavio, Paolo, Francesco e Stefano. Quattro ragazzi, quattro sciatori e splitboarder alla ricerca di montagne e discese poco o per nulla frequentate ma dietro l’angolo. Con lo spirito dei veri amatori, quelli che si lasciano sempre trasportare dalla passione. Siamo usciti anche noi con loro, proprio su una linea sconosciuta e dal difficile accesso…

© Federico Ravassard

IL CIELO IN UNA STANZA - Oltre 1.200 tiri di corda chiodati, un centinaio di salite inedite in solitaria, un progetto per collegare tutte le Alpi Biellesi a fil di cresta sci ai piedi: Roberto Munarin ha sempre pestato rocce, neve, ghiaccio e terra fra gli stessi punti GPS, quelli delle Alpi Pennine del Biellese, ma non ha finito ancora di esplorare.

© Daniele Molineris

ESTEFANIA TROGUET - Due ottomila, Nanga Parbat e Manaslu, in un anno. La ventisettenne andorrana ha deciso di fare sul serio. Ma, anche a ottomila metri, non rinuncia mai al rossetto sulle labbra.

POMOCA - Ovvero, PO (peau) - MO (mohair) - CA (caoutchoutée). Il marchio svizzero è leader nella produzione delle tessilfoca. Siamo stati in azienda a vedere come nascono le pelli.

© Federico Ravassard

ANTEPRIMA 2021 - Lo scarpone G5 Evo di La Sportiva utilizzato da Tamara Lunger sui  Gasherbrum, ma anche i nuovi scarponi da skialp, sempre di La Sportiva, Vega, oppure gli Scarpa F1 LT, i nuovi sci Ski Trab Ortles, Stelvio e Gavia e i primi attacchi ATK Bindings con base del puntale in carbonio.

© Brey Photography

MUST HAVE - La consueta rubrica con abbigliamento e attrezzattura che non può mancare nell’armadio del vero skialper. In questo numero abbiamo inserito anche qualche anteprima 2021 e le foto sono state scattate nel delizioso borgo di Chiappera, in Val Maira. Ventuno pagine da non perdere.

© Daniele Molineris

SKI LOCAL - Negli ultimi dieci anni gli stili di vita sono stati trasformati dall’esigenza di inquinare meno. Lo skialp può diventare più verde? Forse sì, ripensando l’idea di trasferta e utilizzando la bici o la ebike come mezzo di avvicinamento. Richiede impegno e volontà, ma regala tante sorprese.

© Paolo Sartori

PORTFOLIO - Un fiocco di neve formato da nudi, il fascino delle Alpi Orobie, al centro del film Le Traversiadi, ma anche le foto del museo della fotografia di montagna Lumen, gli scatti del fotografo Bruno Long e un’insolita falesia di Céüse in chiave scialpinistica nelle pagine dedicate al portfolio.

© Alice Russolo

 

 

 

 

 

 

 


Sono Eyda e non cambio

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 124. SE VUOI RICEVERE TUTTI GLI ARTICOLI DI SKIALPER NELLA TUA CASELLA DELLA POSTA, ABBONATI

Destinazione Gap, a Montmaur, il buen retiro di Matteo Eydallin. Lì, in mezzo al verde, con due cavalli, un mulo, una pecora, due cani. E la fidanzata. Che è veterinaria. La sua vacanza. Per uno che detesta la folla, difficile immaginarlo in spiaggia ad agosto. In fondo c’è tutto quello che serve: strade giuste per pedalare, con la corsia dedicata ai ciclisti, e soprattutto la falesia di Céüse.

Cinque Mezzalama, vuol dire che sei stato al vertice per oltre dieci anni. Qual è il segreto?

«Ho sempre cercato di fare quello che mi piaceva nella fase della preparazione. Non mi sono mai imposto troppe regole: al mattino esco in bici perché mi piace pedalare con gli amici, nel pomeriggio cammino quasi un’ora per arrivare ad arrampicare e lì poi mi concentro sui miei progetti. Non sto troppo a pensare: devo fare tot metri di dislivello, altrimenti rimango indietro, ma li metto insieme come voglio io. Forse è un auto-inganno, per farmi piacere le cose. Forse chissà, allenandomi di più avrei vinto di più, ma sarei rimasto competitivo per meno tempo. Non lo so e non mi interessa: per me ha funzionato così e continuo così, senza tanti sbattimenti. Perché cambiare? Mi alleno ancora volentieri, ma pedalando e scalando. Credo che anche il corpo e la mente ne abbiano un beneficio».

Una sorta di anarchia nell’allenamento?

«Non direi così. Anarchia sarebbe non allenarsi e andare a gareggiare. Mi alleno con il mio metodo. Chiamalo metodo steppen se vuoi. Credo che ogni atleta dovrebbe arrivare a trovare il suo lavoro di preparazione ideale, e lì sta anche la bravura di un allenatore. Le linee guida si sanno, ma ognuno deve applicarle al suo stile di vita. A me non piacciono le ripetute, per esempio, non le faccio, piuttosto vado a una notturna, mi metto il pettorale e pompo a mille. Non so neppure se ho raggiunto la soglia, non ho neanche l’orologio che me lo dice, ma capisco che uno stimolo al mio corpo l’ho dato. Di scientifico non c’è nulla - lo so - diciamo che è tutto gestito in modo naturale, senza stress».

Perché la testa conta come le gambe.

«Più delle gambe. Per questo dico che se butti tante energie mentali per troppe regole in allenamento alla fine ne hai di meno il giorno della gara. Di solito quando punto un evento, mi concentro tutto su quello, ma senza un programma preciso. Per esempio prima delle finali di Campiglio avrei dovuto scaricare, ma la testa era già al Mezzalama. E allora dentro con tanti lunghi, anche spingendo: alla fine a Campiglio sono andato bene e il Mezzalama l’abbiamo vinto. Non mi è pesato mentalmente, anzi. Il giorno della gara sai che devi fare fatica e io il giorno della gara ho voglia di fare fatica. Perché la testa è solo su quello: sono pronto a dare il massimo in quel momento».

Eyda sta armeggiando per regolare l’attacco di un vecchio monosci, c’è un raduno old style sulle nevi della vicina Devoluy e lui vuole partecipare proprio con quello. Una vita legata allo sci la sua, prima con sci club Sauze d’Oulx, poi con il passaggio dall’alpino allo scialpinismo grazie all’amico Federico Acquarone che lo ha coinvolto nella nascente squadra del Comitato Alpi Occidentali. Vedeva gli amici fare la gita con le pelli, ma mai avrebbe pensato a un futuro agonistico. Adesso in pista non ci va più, scia sempre a fianco e, se per forza la incrocia, fa un dritto per arrivare in fondo veloce. Comunque nell’albo dei maestri c’è sempre, agli aggiornamenti ci va e quando gli istruttori lo vedono sanno chi è, ma capiscono subito che non ha più la stessa confidenza con lo sci da pista, almeno nei primi giri. Tutto poi torna come prima. Insomma, questione solo di abitudine.

Come hai visto l’evoluzione dello ski-alp?

«L’involuzione dello scialpinismo (ride). Quando ho iniziato io c’erano un sacco di gare, un vero boom, dalle notturne alla Coppa Italia. Adesso sono rimaste quelle che tirano, le altre fanno fatica o chiudono. Forse qualcosa di più di un naturale assestamento. Manca quell’ambiente più familiare che c’era prima, ora è tutto esasperato, dai regolamenti ai costi, e alla fine ti fai la gita. Se poi ci metti il discorso delle divisioni, che fanno schifo, allora il cerchio si chiude. Le Olimpiadi? Andrebbero bene se ci fosse un sistema organizzato alla base, non penso che tutto si crei solo perché si va ai Giochi. E poi quante nazioni sono pronte?  Secondo me il principio è quello di non buttare lì gare tanto per farle. Cosa andiamo a gareggiare in pista, se la maggioranza delle stazioni non vogliono lo skialp? Partiamo presto e i pochissimi che sono attorno a noi non sanno neppure cosa stiamo facendo. Almeno ci fosse un minimo di promozione. Andiamo alle Olimpiadi a far ‘sta roba? Secondo me perdiamo lo spirito dello scialpinismo».

E quella dei materiali?

«Credo che sia stata fondamentale. Nel mondo race c’è stata un’evoluzione incredibile, soprattutto in termini di leggerezza. Il nostro sci può essere estremo, ma adesso puoi trovare aste più larghe, attacchi che tengono benissimo, scarponi performanti che derivano da quello progettato sui nostri: un sistema che ti permette di non ammazzarti di fatica in salita e divertirti al massimo in discesa».

© Gabriele Facciotti

E nella tua sciata?

«Lavoro sulla tecnica che ti porta a sciare veloce in gara o comunque a risparmiare energie per affrontare la salita successiva senza avere le gambe fuse anche dalla discesa. Vado in tutte le condizioni, nebbia, crosta, polvere, marmo, sempre con gli sci da gara: solo così trovi le sensazioni e gli equilibri giusti. Credo che lo skialp non sia metri di dislivello in pista e cardio, ma sensibilità e lettura delle linee in discesa: per questo secondo me le gare in pista non sono vere gare. Quando mi allenavo da ragazzo il gigante iniziava a metà pista rispetto all’arrivo della seggiovia, e noi nel mezzo andavamo fuori pista a fare i deficienti, a saltare con gli sci da gara. Il fatto di essere stato sempre sulla neve mi ha aiutato a capire tante cose più rapidamente quando devi scegliere la traccia giusta in discesa. E magari trovare una linea di polvere dove puoi andare dritto, invece di rimanere dove devi fare lo slalom in mezzo alle bandierine. Una sorta di conoscenza acquisita, comunque affinata negli anni. Se poi qualcuno ti passa in discesa non importa, anzi. Le differenze sono minime e se lo vedi cadere passi da un’altra parte. E di solito comunque non mi staccano in discesa…».

Quanto vai ancora a sciare per divertimento?

«Una volta ero più malato. Ho fatto diverse uscite sul Bianco, Diable, Tour Ronde, altre sul Rosa, adesso sono preso dall’arrampicata, è un periodo così. Di canali ne faccio ancora in primavera, ma solo qui vicino, negli Écrins e nel Devoluy, senza sbattimenti per cercare le condizioni. Se ci sono vado, altrimenti preferisco arrampicare. Poi non fanno per me le alpinistate: camminare, alzarsi presto, prendere freddo, la quota, lo zaino pesante. Torno al discorso di prima: lo farei solo se avessi il trip di scendere un certo canale perché mi son messo in testa di sciarlo. Adesso ho in testa l’arrampicata e voglio migliorarmi in quello: l’anno scorso un 8b, quest’anno sono partito con diversi 8a, vorrei chiuderne un altro di 8b in estate. Sempre qui a Céüse. Mi piace fare sport, ma lo sport che mi diverte e ho voglia di praticare».

Oggi nel pomeriggio non va ad arrampicare. C’è il figlio di un amico che punta a entrare in una scuola sportiva, ci sono dei test da superare, gli ha chiesto consigli e l’allenamento di Eyda per un giorno è questo. Un po’ di esperienza sul campo sul come affrontare e gestire un certo tipo di sforzo. Al futuro non ci pensa, vive molto di presente, non si immagina cosa farà da grande. Finché avrà voglia di gareggiare continuerà, poi si vedrà.

Ti immagini allenatore?

«Di pali non credo proprio! Vedo tanti più giovani alle gare di skialp, ma a quattordici anni non ti inventi di diventare un garista. C’è la necessità che ci sia qualcuno che li porti prima di tutto in allenamento e poi alle gare. Tutto deve partire dagli sci club, bisogna iniziare a inserire anche lo scialpinismo nei loro programmi. Un giorno vai con le pelli, un altro fai freeride, un altro ancora gigante e così ti diverti pure a quell’età. E magari anche quelli presi meno dai pali continueranno e faranno anche le gare».

© Gabriele Facciotti

Eppure di esperienze da raccontare, da come si gestisce una crisi a come si organizza una gara a squadre, ne hai.

«Sì, ma sono esperienze personali, bisogna sempre saper bene con chi ti confronti. Io non ho una pompata esplosiva, ma so bene che quando parto devo dare tutto, anche se non vado a regime subito. A volte quel giorno cerchi solo di portare il culo a casa, oppure, se le gambe ci sono, sai che comunque la luce non si spegne, basterà anche solo bere per riprendersi. Per questo amo le gare lunghe. Le gare lunghe e in squadra. Ho sempre avuto compagni fortissimi e tra di noi non c’è mai stato spirito di competizione, la voglia di far vedere chi è più forte. Se capisci che il socio ne ha di più, perché non farti aiutare? Io mi sono fatto tirare anche la prima salita del primo giorno di una gara a tappe, spesso anche quando non era necessario, eppure… Partire in modo non arrembante, saper capire prima che serve un aiuto del compagno e farsi subito aiutare sono le chiavi giuste. Se poi la squadra è la stessa per tanti anni, diventano quasi automatiche».

Testatore?

«Ognuno è vittima delle proprie incoerenze. Su quest’aspetto sono pignolo e preciso: credo che Italo di Scarpa tutte le volte che mi vede diventi matto per quanto lo stresso sull’inclinazione, la ghetta, la chiusura. Lo stesso vale per lo sci, su certi aspetti non transigo: voglio l’attacco quasi due centimetri avanti, perché con lo sci corto preferisco più coda. Ma sono input che do per me, per il mio tipo di sciata in gara. Non mi ritengo in grado di decidere per gli altri: non pretendo di dire a Dynastar di spostare la linea guida del centro o le piastre di rinforzi per tutti gli sci che vanno sul mercato solo perché vanno bene per me».

Per capire meglio Eyda bisogna conoscerlo bene. Parlargli. Una carriera da diplomatico non la potrebbe mai fare. Lui è fatto così, prendere o lasciare. Oppure dare un’occhiata al suo Fiorino dove il navigatore sono vecchi atlanti stradali, Spotify i cd, lo smartphone un vecchio Nokia. Ma non perché voglia essere l’alternativo di turno, semplicemente perché è così. Ma la bici te la sei fatta dare?. Risposta: No, comprata. Altrimenti troppi sbattimenti per fare vedere che la stai usando. Io vado in bici per il piacere di pedalare, mica penso a fare i selfie. E poi non sarei neppure in grado di farli, i selfie.

Con tutto quello che hai vinto non pensi che avresti potuto essere ancora più personaggio?

«Sicuro. La mia immagine non l’ho mai venduta. A dire la verità, le mie performance non le ho mai vendute. So che in questi anni non mi sono fatto amici, non mi sono mai morso la lingua nelle mie dichiarazioni, mi sono sempre preso la libertà di dire quello che pensavo. Sono un esempio di alta performance, vendita zero. Non dico che sia giusto così, sono io che non voglio dare un’immagine diversa da quello che sono veramente per guadagnare di più. Non che i soldi mi facciano schifo, intendiamoci. Sono così, preferisco farmi i fatti miei. Se non mi conosci, dall’esterno potrei sembrare una testa di c..zo e la mia immagine non è così buona: è bravo a fare quello che fa, ma non è quello che noi sponsor vogliano vedere. Se non fosse per mio fratello Stefano sui social il mio account sarebbe inesistente. C’è chi mi stima, sono pochi ma sinceri. Magari altri, conoscendomi meglio, potrebbero farsi un’idea diversa di me. Ma non posso obbligarli. E forse proprio per il fatto che sono sempre rimasto me stesso ho tenuto botta in tutti questi anni».

Ah, siamo tornati a casa con due birre in più nella pancia. Perché una birretta con Eyda è quasi d’obbligo.

© Gabriele Facciotti

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