Scialpinistica dell'Adamello

La storia di una Punto azzurra

Per me questa Scialpinistica dell’Adamello è stata un po’ anche la storia di una macchina. Non di una macchina qualunque, ma di una Punto. Una Punto azzurra.
Dico in fondo, perché questa macchina mi è capitata sotto gli occhi proprio fuori dal Palazzetto di Ponte di Legno, dopo il pranzo.
Che poi non è la storia di una macchina, ma forse più di un modo di prenderle, le cose. Un modo un po’ fuori dalle righe, che poi magari sono solo io quello che la macchina, per quanto sporca, ci prova perlomeno a tenerla ordinata. E invece questa Punto era proprio la concretizzazione dell’entropia nella sua manifestazione più poderosa. Con quei tre paia di Gignoux (che uno come il Manny o il Lanfra terrebbero lontano dal bocchettone dell’aria condizionata, mica che prendano il raffreddore!), ammucchiati sopra altrettanti paia di World Cup, con le scarpette un po’ dietro il sedile e un po’ nella borsa, una delle tante sparse nel baule che è un tutt’uno con i sedili posteriori ribaltati, con un cartone di pizza sul sedile anteriore e un sacchetto pieno di compact disc, che l’ipod chi l’ha mai visto?
Che poi non è tanto nemmeno la storia di un modo di prenderle le cose, ma forse e più la fotografia di uno come Matteo (Eydallin), che il giorno prima vedo scendere come un razzo giù per la discesa della staffetta all’Aprica, e il giorno dopo se ne va a vincere sulle nevi del Tonale, come se nulla fosse.
C’è quella cosa di chi ha talento che è strana da spiegarsi, così precisi e puntuali nel far ciò che piace, così moderatamente appassionatati e allo stesso tempo disinteressati di tutto il resto.
Ma in fondo questo che c’entra ti chiederai? Beh, se mai ti ricorderai, è sempre quel mio problema di come iniziarlo, un pezzo!
E allora via con il live della gara.
La firma di un Adriano Greco nella tracciatura, la si percepiva fin dal primo sguardo che si lanciava sul canale che portava al Passo del Diavolo. Lancio corto (in pista), nervoso, stile Pierra Menta giusto per scremare il gruppo e poi via a sgomitare per guadagnarsi una posizione, prima che le inversioni comincino numerose e il piazzamento bene o male si sa che rimarrà quello, fino al traguardo, punto e basta. Mi perdo Angelo, il socio di questa Pierra che viene giovedì, al primo cambio pelli. Chi lo sa se m’ha bruciato o no? Fatto sta che lì davanti, Francesca e Roberta viaggiano spedite e so che agganciarle è una garanzia per recuperare qualche posizione. Ed è così che fino alla quarta salita mi riesce di tenerle. Poi cala il sipario, e un po’ anche la palpebra, che un’altra notte insonne con questo Simone che ti sfonda i timpani, non è certo ciò che ti aiuti a fare la prestazione.
Però chi ti vedo nel frattempo? Marco, anche lui inviato (qui non ufficiale) di Skialper. E allora dentro le ridotte e via a tutta per provare a riprenderlo, della serie “la pagnotta me la devo guadagnare!”. Il terzetto con cui viaggio, si da il cambio regolare nemmeno fossimo al Tour de France e sulla salita del traliccio riesco a passarlo. È fatta! Ci aspetta solo la discesa che riporta sulla pista paradiso (veramente eccezionale, direbbe Abatantuono) per poi raggiungere il passo dove sono certo di poter mantenere la posizione.
Ed è così infatti che chiudo sotto le due ore di gara distrutto, pur sempre a 26 minuti da quel Matteo, che probabilmente s’è fatto tutta la gara pensando a quale cd fra i tanti avrebbe potuto ascoltare, sulla strada del ritorno verso Courmayeur, senza nemmeno accorgersi di un briciolo di fatica.

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