L’alpinista polacco Andrzej Bargiel ha completato la prima discesa integrale con gli sci dalla cima del gigante pakistano, salendo e scendendo senza l’utilizzo di ossigeno supplementare. Un’impresa che chiude un progetto iniziato oltre dieci anni fa e che conferma Bargiel come uno dei più grandi interpreti dello sci ripido d’alta quota.

Una linea che sembrava impossibile
Con i suoi 8.126 metri, il Nanga Parbat è uno degli Ottomila più complessi e pericolosi dell’Himalaya. Il suo nome è legato alla storia dell’alpinismo, dalla celebre salita della parete Rupal di Reinhold Messner fino ai numerosi tentativi di discesa con gli sci che, negli anni, si erano sempre arrestati bruscamente.
L’ostacolo era sempre lo stesso: la grande barriera di seracchi della parete Diamir. Tutti gli sciatori erano stati costretti a togliere gli sci e proseguire a piedi, interrompendo la continuità della discesa. Bargiel, invece, è riuscito a individuare una linea sciabile lungo la Via Messner, superando il delicato traverso sotto i seracchi e mantenendo gli sci ai piedi fino a quota 4.400 metri, dove termina l’innevamento continuo. È la prima volta che una discesa collega senza interruzioni la vetta del Nanga Parbat con il limite della quota neve.
L’impresa è iniziata il 28 giugno, quando il polacco ha lasciato il campo base, posto a 4.200 metri, alle sei del mattino. Dopo aver trascorso una notte al Campo II (6.200 m) e una al Campo III (6.850 m), ha raggiunto la vetta, dove si è fermato 45 minuti prima di calzare gli sci.
L’intera ascensione è stata compiuta senza ossigeno supplementare. Bargiel ha trascorso circa due ore sopra i 7.900 metri, nella cosiddetta zona della morte, prima di iniziare una discesa che si è conclusa alle 15 del 30 giugno, per un tempo complessivo di 2 giorni e 9 ore tra campo base, vetta e ritorno.
«Sapevo che il successo di questo progetto sarebbe dipeso dal momento giusto e dalle condizioni giuste della montagna. Sono felice che siamo riusciti a trovare una linea che rendesse possibile completare l’intera discesa in sicurezza», ha raccontato Bargiel al termine della spedizione.
Anche Janusz Gołąb, che ha seguito il progetto, ha sottolineato la complessità dell’impresa: «È stato uno dei progetti di sci più complessi che abbia mai visto in alta montagna. Andrzej ha dovuto leggere e risolvere il terreno in tempo reale per tutta la discesa. Sul Nanga Parbat non c’è spazio per il caso».
L’ultimo tassello di un progetto iniziato nel 2015
Quella sul Nanga Parbat rappresenta il capitolo conclusivo di un progetto che Bargiel porta avanti da oltre un decennio. Nel 2015 aveva firmato la prima discesa integrale del Broad Peak, seguita nel 2018 dalla storica prima sciata del K2. Nel 2023 sono arrivate le discese di Gasherbrum I e Gasherbrum II, mentre nel 2025 è diventato il primo uomo a salire e scendere con gli sci dall’Everest fino al campo base senza utilizzare ossigeno supplementare.
Con il successo sul Nanga Parbat aggiunge un altro tassello a una collezione senza precedenti: è infatti il primo scialpinista ad aver scalato e sciato Broad Peak, K2, Gasherbrum I, Gasherbrum II, Everest e Nanga Parbat, sempre senza l’ausilio di ossigeno supplementare.
Più che una semplice “prima”, quella di Bargiel racconta l’evoluzione dello sci ripido d’alta quota. Su montagne esplorate da decenni esistono ancora linee da immaginare e problemi da risolvere. In questo caso non è bastata la tecnica sugli sci o la capacità alpinistica: è servita soprattutto la pazienza di aspettare le condizioni perfette e la lucidità di leggere una montagna che, fino a oggi, aveva sempre costretto tutti a fermarsi prima della fine.
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