Tom Evans: la vittoria e il pannolino di Phoebe 

Intervista esclusiva al vincitore dell’ultima UTMB Mont Blanc 

C’è una nuova luce negli occhi di Tom Evans. E no, non è soltanto la soddisfazione per aver vinto l’ultima UTMB. È qualcosa di diverso. È la luce di chi, negli ultimi mesi, ha conosciuto una stanchezza diversa da quella delle gare. L’abbiamo incontrato in occasione del meeting organizzato da ASICS, suo sponsor tecnico, a Zinal, in Svizzera, a fine settembre.

Tom ci ha raccontato del suo anno più intenso: non solo per la preparazione della gara, ma per l’arrivo della  prima figlia, Phoebe. Perché diventare padre è stato un cambiamento più radicale di qualsiasi protocollo di allenamento.

«Diventare padre mi ha reso un atleta migliore»

© UTMB® Marta Baccardit

 

Chiedergli come abbia fatto a preparare una gara come l’UTMB a pochi mesi dalla nascita di sua figlia sembra quasi una domanda retorica. Ma Tom ci risponde con molta naturalezza.
«È stata una nuova sfida, senza dubbio. Ma ho avuto dalla mia parte una persona speciale: Sophie, mia moglie. È una madre fantastica e una compagna incredibile. E poi ho avuto la fortuna di poter contare su una rete di supporto che ci ha tenuti a galla: amici, parenti, tecnici. Ma soprattutto, Phoebe mi ha insegnato qualcosa che nessun allenatore avrebbe mai potuto darmi: una prospettiva diversa sulle cose».

Poi ci racconta un momento che ha del tenero, quasi comico: lui già pronto per la partenza dell’UTMB, zaino in spalla, pettorale indossato… e un pannolino da cambiare all’ultimo minuto.
«Ero lì, completamente in assetto gara e ho cambiato Phoebe. Niente panico, nessuna tensione. Anzi, ero felice. Quel momento mi ha aiutato ad affrontare la partenza con più leggerezza. Non perché non fosse importante, ma perché avevo capito che non era tutto».

Durante la gara, gli bastava vedere il volto di Sophie o di Phoebe per ritrovare motivazione.
«In quei momenti, non pensi al cronometro o al distacco da chi ti segue. Vuoi solo correre al meglio, per loro».

E se parliamo di giornate no, quelle che ogni atleta conosce fin troppo bene, la sua risposta è semplice:
«Anche se un allenamento va male, basta tornare a casa, vedere il sorriso di mia figlia e tutto il resto sparisce. Ti rimette al tuo posto, ti ricorda cosa conta davvero».

Una casa piena di passione (e di tabelle di allenamento)

Quella di Tom è una famiglia di atleti. Sophie Coldwell è una triatleta di altissimo livello e, come ci ha raccontato Tom, questo è stato un vantaggio, ma anche una sfida.
«Da un lato è stato più facile: lei capisce perfettamente di cosa ho bisogno per allenarmi. D’altro canto, quando entrambi in famiglia sono atleti professionisti, che hanno bisogno di tempo e spazio per allenarsi, non è facile accettare che, in certi momenti, uno dei due debba avere la priorità. È una dinamica complicata da gestire per entrambi, e ha reso le cose più difficili sia durante la gravidanza che nei primi mesi dopo la nascita di Phoebe»

Allenarsi insieme, come facevano un tempo, ora è quasi impossibile.
«Mi manca quel quality time condiviso. Ora lei ha allenamenti fissi con la squadra, mentre io, post-UTMB, sono più flessibile. Ma sappiamo che è una fase e che torneremo ad allenarci fianco a fianco».

E poi c’è stata Chamonix, nelle ultime otto settimane prima della gara:
«Portarle con me è stato un privilegio. Vivere insieme quel blocco di lavoro è stato un regalo. Non tutti possono permetterselo, e ne siamo consapevoli».

Oltre gli allenamenti virali: la verità sul successo

Dopo la vittoria, molti media hanno acceso i riflettori su un aspetto in particolare del suo allenamento: la strength-endurance con il giubbotto zavorrato. Ma Tom ci tiene a rimettere le cose in ordine.
«Credo che l’aspetto più importante della mia preparazione sia stato individuare con onestà le aree in cui ero carente e lavorarci sopra con un approccio mirato. Dopo UTMB, però, ho provato un certo dispiacere nel vedere come molti media abbiano concentrato tutta l’attenzione su un solo elemento: l’allenamento in salita con la weight vest, quasi fosse l’ultima rivoluzione del trail running.
In realtà, sono certo che atleti come Jim Walmsley o Vincent Bouillard non abbiano mai fatto una singola sessione di quel tipo. Eppure, sia io che Ruth Croft utilizziamo da anni quel genere di protocolli: semplicemente, solo quest’anno sono finiti sotto i riflettori perché abbiamo vinto.
Un altro aspetto che secondo me viene spesso frainteso è l’uso dei dati. Leggendo certi articoli sembra che tutto ruoti attorno ai numeri, ma la verità è che io mi alleno quasi sempre basandomi sulle sensazioni e sul metodo RPE – rate of perceived exertion. Anche durante gli esercizi a variazione di intensità uso solo un allarme sull’orologio per segnare l’inizio e la fine dell’intervallo, nient’altro. E in gara difficilmente guardo i dati. Credo davvero che l’approccio basato sulle sensazioni sia parte integrante del successo di molti atleti in questo sport. Non è una tabella Excel a fare la differenza, ma la capacità di ascoltarsi e conoscere il proprio corpo».

Mondiali sì, ma non così: «C'è tanto da cambiare»

© UTMB® Quentin Iglesis

 

L’ultima volta che Tom ha corso un mondiale di trail è stato sette anni fa. Ci chiediamo se tornerà mai a farlo.
«È bello vedere World Athletics interessarsi al trail. Ma organizzare un mondiale a poche settimane dall’UTMB è un errore. E 80 km non rappresentano il vero long trail, credo che gare e lunghezze come quelle della Western States e della LUT siano più in sintonia con il concetto di Long Trail. Il nostro sport è un’altra cosa».

Parla anche con franchezza delle difficoltà nel rappresentare il team della Gran Bretagna:
«Non c’è supporto governativo. E sei obbligato a correre con un kit che non è quello del tuo sponsor. È un sistema che, per un professionista, non funziona. Il premio per vincere un mondiale è il 10% di quello che ricevi per UTMB. E questo, per me, è un lavoro. «Credo che quest’anno l’organizzazione dei vari team internazionali abbia fatto un ottimo lavoro nel selezionare i migliori atleti per ciascuna distanza dei mondiali. Tuttavia, non sono convinto che tutti fossero davvero coinvolti al 100% nell’evento, mentre all’UTMB ho percepito una motivazione decisamente più alta da parte degli atleti.
La Top-5 dei mondiali, in ogni disciplina, era sicuramente di altissimo livello, ma se guardiamo alla profondità del campo partenti, la Top-10 delle UTMB Finals era molto più competitiva.
Mi auguro che, già dalle prossime edizioni, venga fatto un lavoro serio sull’accesso alla gara, in modo che i podi possano realmente rappresentare i migliori atleti del mondo nella loro specialità. Al momento, però, credo ci sia ancora un divario importante: UTMB rimane l’evento che attrae più interesse da parte di sponsor, brand e atleti di punta».

Il suo sogno? Un organo indipendente e unico per tutte le gare che possa radunare davvero i migliori al mondo, senza vincoli nazionali, con la visibilità e il rispetto che meritano.

Prossima fermata: Hardrock. E magari anche La Réunion

Nel mondo dell’ultra trail, si parla sempre più spesso di un Monte Rushmore delle gare leggendarie: Western States, UTMB, Hardrock e Grand Raid de La Réunion. Tom ha già vinto le prime due.
Alla domanda su quale sarà la prossima, sorride e svela una notizia in anteprima.
«Ufficialmente? Fresh off the press: entrambe! È la prima volta che ne parlo con la stampa. Stasera apre la lottery per Hardrock e mi iscriverò subito: ho buone probabilità di entrare, quindi sto già pensando di trasferirmi in loco e prepararmi in quota, lavorando su quelle altitudini che saranno decisive in gara. Abbiamo già fatto diversi test quest’anno, so esattamente su quali aspetti devo concentrarmi. L’idea è quella di prendere un bel van, girare la zona e fare parecchi soft-rock, ovvero percorrere il tracciato a ritmo di fast-hiking per abituarmi a terreno e quota – un approccio simile a quello che ho seguito negli ultimi anni per UTMB.
Hardrock è una gara che desidero da tempo. È meno corribile di altre, forse meno adatta al mio stile, ma negli ultimi anni ho lavorato molto sulla camminata in salita e credo di avere buone possibilità. Anche La Réunion mi affascina: magari non è perfetta per le mie caratteristiche, ma è quel tipo di sfida che mi motiva e mi spinge ad allenarmi con determinazione per ottenere un buon risultato.
E poi, nel mezzo, mi piacerebbe anche difendere il titolo all’UTMB: sarebbe qualcosa di davvero speciale. Ma su quello, si vedrà».


Elhouisine Elazzaoui e Madalina Florea vincono le Golden Trail World Series

Con la vittoria di domenica 12 ottobre alla Grand Finale della Golden Trail World Series, ospitata in Trentino, sul percorso della Ledro Sky, il marocchino Elhousine Elazzaoui ha vinto per la seconda volta la classifica generale del circuito. Una stagione perfetta quella dell'atleta del team Nnormal, con mille punti e quattro vittorie (Zegama-Aizkorri, Broken Arrow Skyrace, Tepec Trail e Ledro Sky). Dietro di lui nella overall i keniani Patrick Kipngeno e Philemon Kiriago, entrambi del team Run2gether On Trail, con 953 e 892 punti. Non è stata una vittoria scontata quella di Elazzaoui: il percorso tecnico della gara (21 km, 1.700 m D+) ha visto per quasi tutto il tempo un altro keniano in testa, Paul Machoka dell'Atletica Saluzzo, superato da Elazzaoui al termine dell'ultima discesa. Ma Elazzaoui ha dovuto guardarsi da ritorno di Kipngeno, secondo nella generale e arrivato a 20 secondi. Primo italiano Daniel Pattis del team Brooks, nono nella overall e sesto in gara. Ottime prestazioni per gli atleti del Team Salomon Italia, con Isacco Costa, Simone Giolitti, Roberto Giacomotti, Alice Testini ed Elisa Presa, protagonisti di una stagione di costante crescita e competitività a livello internazionale. 

Sabato è stata lotta dura anche nella gara femminile, vinta dalla statunitense del team Nike ACG Laureen Gregory, che ha superato la romena Madalina Florea (Team Scott) in discesa. Il podio finale ha visto la Gregory imporsi sulla Florea e sulla spagnola Sara Alonso del Team ASICS. Stesse protagoniste, ma a ruoli invertiti, nella classifica finale del circuito, con Florea a trionfare con 958 punti su Alonso (913) e Gregory (878). Prima italiana Alice Gaggi (Brooks) al nono posto. 

© Golden Trail World Series / Rising Story

Si chiude così una stagione intensa del circuito powered by Salomon che si conferma come riferimento internazionale del trail, con un montepremi di più di 300.000 euro. La Grand Finale ha rappresentato l’ultima tappa di una stagione intensa, articolata in otto gare regolari disputate nei cinque continenti, dalla Kobe Trail in Giappone alla Broken Arrow Skyrace negli Stati Uniti, passando per il Golfo dell’Isola Trail di Noli, in Liguria. Solo i migliori 30 uomini e 30 donne della classifica generale hanno potuto contendersi il titolo mondiale sulle creste trentine, dopo mesi di competizioni ad altissimo livello.

L'Italia ha ospitato due gare del circuito e per la seconda volta la finale. «La Grand Finale di Pieve di Ledro racchiude perfettamente lo spirito della Golden Trail World Series: competizione, rispetto per l’ambiente e valorizzazione del territorio. Portare in Italia un evento di questa portata è motivo di orgoglio per Salomon, perché ci permette di unire la passione per il trail running alla promozione di un contesto naturale e culturale unico. L’entusiasmo del pubblico e la qualità degli atleti confermano quanto la cultura del trail running stia crescendo, anche grazie a un circuito capace di raccontare storie autentiche e condividere esperienze straordinarie» ha detto Ilaria Cestonaro, Marketing Manager Salomon Italia, a conclusione dell'evento.

© Golden Trail World Series / Rising Story

Lo zaino airbag che diventa anche respiratore

Lei si chiama Isabella Campana e oggi è una studentessa di Design del prodotto, della comunicazione e degli interni presso l’Università IUAV di Venezia. Durante la laurea triennale in Design del Prodotto Industriale presso l’Università di Bologna ha progettato un sistema airbag che, se industrializzato, potrebbe cambiare il modo di affrontare la sicurezza in valanga. L’idea è semplice: poter utilizzare l’aria usata per gonfiare il pallone dopo che si è aperto per respirare.

 

Il sistema è infatti dotato di due valvole di non ritorno, una necessaria per gonfiare l’airbag e l’altra collegata al tubo di respirazione: quest’ultima, consente all’aria di fluire solo quando l’utente inizia a inspirare, ottimizzandone il consumo, e impedisce alla CO2 espirata di rientrare nel sistema, garantendo aria pulita per la respirazione, grazie anche al filtro HEPA collegato al boccaglio. Nivor è in grado di gonfiare rapidamente l’airbag con aria compressa in pochi secondi, garantendo una risposta rapida in situazioni di emergenza, e ha una capacità di 170 litri d’aria, offrendo quindi un tempo aggiuntivo di respirazione fino a 28 minuti durante una sepoltura da valanga. Il sistema di gonfiaggio di Nivor è elettrico, alimentato con supercondensatori, ed è stato pensato per essere universale grazie ad agganci magnetici e fasce regolabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nivor è tra i tre finalisti italiani del James Dyson Award, promosso dalla James Dyson Foundation, ente a scopo benefico dell’omonima azienda. L’obiettivo è quello di sfidare laureandi e neolaureati in ingegneria e design, in tutto il mondo, a progettare la soluzione a un problema. A oggi, il concorso ha premiato oltre 400 invenzioni e oltre il 70% dei vincitori globali delle scorse edizioni sta commercializzando le proprie invenzioni. Il vincitore internazionale verrà decretato il prossimo 5 novembre e riceverà un premio di 36.000 euro, mentre gli altri due finalisti riceveranno 6.000 euro, come i vincitori nazionali.


Novemila chilocalorie e sei ore di sonno: numeri e curiosità dell’ultima impresa di Kilian 

Con l’arrivo sul Mount Rainer, nello Stato di Washington, la notte tra venerdì e sabato scorso Kilian Jornet ha chiuso il suo progetto States of Elevation. L’idea era semplice quanto ambiziosa: raggiungere tutti i Fourteeners (le vette di 14.000 piedi, che equivalgono a 4.267 metri) dei Lower 48 (gli Stati Uniti continentali, escluse Alaska e Hawaii, per un totale di 72 vette) con la sola forza umana, concatenandoli di corsa o con uno stile fast & light e in bici. A qualche giorno di distanza dalla fine dell’impresa iniziano a filtrare un po’ di dati interessanti e di curiosità. Rinviamo alla lettura dello schema finale di questo articolo le statistiche sulla prestazione, dalla distanza al dislivello totale, per concentrarsi su altre informazioni.

© Andy Cochrane

Corpo e performance

Il peso di Kilian è rimasto abbastanza stabile introno ai 55 chili, dopo essere sceso a 52 nella prima settimana. Nei primi giorni la sfida è stata trovare l’adattamento al clima particolarmente secco (che ha comportato fino a 5 chili di perdita di peso a causa della disidratazione) e all’esposizione ai raggi UV del Colorado. L’attività più lunga è stata di 390 km (in bici) per un totale di 15 ore. Il consumo medio è stato di 9.000 Kcal al giorno. L’alimentazione nella giornata tipo? Uno yogurt con frutti di bosco a colazione + una bustina di probiotici Lyvecap. Un pasto completo dopo aver terminato la tappa, composto da riso, patate e verdure. Durante l'attività: panini e alcuni prodotti Maurten. Le ore di sonno medie sono state 6 e 15 minuti per notte.

Materiali

Kilian ha usato due scarpe di Nnormal: Kjerag 02 e Tomir Gore-tex . Nell’abbigliamento la priorità è andata agli strati termici e anti-pioggia: Trail WindTrail Rain Jacket e Active Tight . Le bici? Trek Madone e Treck Checkpoint, esemplari con grafica customizzata. Di notte ha utilizzato una lampada frontale. Lo zaino sulle spalle pesava da un minimo di un chilo a sette chili e in un paio di occasioni ha usato i ramponcini (Tahoma-Rainier) o suole chiodate (Crestons e Shasta).

Logistica, team, animali

Al seguito ci sono state sempre due persone a rotazione, con un van. Tre i videomaker e 6 TB il peso del materiale video prodotto. Nick Danielson, il videomaker che è stato di più con Kilian, ha raggiunto 16 vette. Numerosi gli incontri con animali: quattro orsi, tre alci, numerose capre di montagna; avvistati alcuni mufloni, aquile calve e molti coyote. Un dato meteo: 15 dei 31 giorni totali sono stati di maltempo.

I numeri di un’impresa

  • 72 vette oltre i 4.267 m (14.000 piedi) scalate in sei Stati degli Stati Uniti: Colorado, Arizona, Nevada, California, Oregon e Washington
  • 31 giorni di attività - 488h52’07’’ ore in movimento
  • 5.145 km percorsi con 123.045 m di dislivello positivo
  • 80% in bicicletta / 20% a piedi, ma il 60% del tempo trascorso a piedi contro il 40% in bicicletta
  • Il 50% delle vette scalate in compagnia: 27 atleti si sono uniti a Kilian per correre e pedalare in alcune parti del progetto
  • Norman's 13 completato con il nuovo FKT non supportato (in attesa di registrazione ufficiale)

 

Photo © Nick Danielson


Kilian Jornet concatena i Fourteener della California e firma un nuovo FKT

Cinque giorni in bici, dal Colorado alla California. Una media di 282 km al giorno, 14 ore in sella, gambe e cuore puntati verso Ovest. Quando finalmente, alla fine della scorsa settimana, Kilian è arrivato al punto di partenza delle Norman’s 13, per mettere un altro tassello al puzzle del suo progetto States of Elevation (il concatenamento dei Fourteeners dei lower 48, nell'Ovest degli Stati Uniti) ad aspettarlo non c’era il riposo. Norman’s 13 è l'itinerario che unisce tredici cime sopra i 4.000 metri della California, due gruppi montuosi uniti da un tratto remoto del John Muir Trail, con oltre 100 miglia (160 km) di distanza, 12.000 metri di dislivello positivo e creste con ingaggio alpinistico. Granito, neve, vento, isolamento. È un viaggio dentro la montagna, ma anche dentro se stessi.

Kilian, come in altri tratti della sua impresa, è stato accompagnato da alcuni runner americani e volti noti della scena outdoor: Matt Zupan, detentore del FKT senza assistenza sul percorso del Norman's 13; Rod Farvard, da subito al suo fianco; poi Dan Patitucci e Kim Strom. Al Taboose Pass lo ha raggiunto Olivia Amber, fresca del suo personale FKT sulla stessa traversata, e nel tratto più tecnico dei Palisades è stato il climber Matt Cornell ad affiancarlo. Giorni interi senza incontrare anima viva: solo laghi ghiacciati, rocce e un cielo mutevole. Non sono mancate le tempeste di neve e un piede schiacciato da un masso. La notte più dura? La salita al Mount Sill, con il buio a rendere tutto ancora più pesante. Alla fine ne è venuto fuori un nuovo FKT (con assistenza): 56 ore, 11 minuti e 4 secondi (in attesa di conferma ufficiale).

© Andy Cochrane

Dopo l’impresa, una tappa a Bishop, dove finalmente Kilian si è concesso una doccia calda, una pizza e un letto vero. Ma il riposo è durato poco. Sabato mattina di nuovo in sella: direzione White Mountain, via cresta Ovest. È stato il suo Fourteener numero 70. La fatica si è fatta sentire, spingendolo a rallentare il ritmo.

Dopo aver raggiunto White Mountain, Kilian ha puntato verso Nord, trascorrendo due lunghe giornate in sella e attraversando Nevada e California, diretto dritto verso il Mount Shasta.Tra il 28 e il 29 settembre, ha percorso 626 chilometri (389 miglia) in poco meno di 30 ore di pedalata, con una media di quasi 200 miglia e 14-15 ore in sella ogni giorno, condividendo il primo giorno con Jason Hardrath.

Il 30 settembre, si è trovato sulla vetta del Mount Shasta, il Fourteener numero 71, affrontando quello che ha definito «uno dei tre venti più folli che abbia mai incontrato in montagna», con temperature percepite di -20 °C. La salita ha portato neve fresca e un buon promemoria a non abbassare la guardia, anche a questo punto avanzato del progetto. Ma non c’è stato tempo di fermarsi, appena lasciata la vetta alle spalle, Kilian è risalito in bici e ha ripreso a pedalare verso Nord, questa volta puntando all’Oregon e allo Stato di Washington.

Statistiche Generali
?? Distanza (miglia / km): 2.738 / 4.406
?️ Cime oltre i 14.000 piedi: 71
⏱️ Attività: 441:38:19
? Dislivello positivo (piedi / metri): 376.200 / 114.682

© Nick Danielson

Un'indagine sull'aumento dei costi per ospitalità e biglietti di Milano-Cortina 2026

Fino a più di 3.000 euro per un week end olimpico, sommando viaggio, pernottamenti e biglietti di ingresso alle gare. Con aumenti rispetto al mese precedente, gennaio 2026, che arrivano al 489%. È quello che emerge da un'inchiesta giornalistica realizzata da Altroconsumo. L'analisi ha riguardato quattro poli dei Giochi del prossimo febbraio: Milano, Bormio, Cortina d'Ampezzo e la Val di Fiemme. Il capoluogo lombardo, insieme alla Val di Fiemme, risulta quello dove la differenza di prezzo tra il periodo pre-olimpico e le settimana a cinque cerchi è minore, con prezzi delle strutture ricettive di circa il doppio, mentre la Valtellina tocca il 489% in più rispetto a gennaio e Cortina (la località più cara) il 344%. 

A conti fatti due persone che partono da una delle principali città italiane, pernottano due notti e acquistano due biglietti, spendono in media 1.792 euro, una cifra che equivale quasi a una mensilità della retribuzione media del 2023. Si va da minimo di 448 euro per chi assiste a una partita di hockey a Milano trovandosi già nel capoluogo lombardo, fino a oltre 3.200 euro per chi sceglie Cortina e le gare di sci alpino, con partenza da Roma. Se invece si sceglie uno dei pacchetti ufficiali di Milano Cortina 2026, che abbinano biglietti, pernottamento e servizi extra come l’accesso a lounge dedicate, catering e gadget esclusivi, la spesa va dal doppio fino a oltre otto volte rispetto alla somma di un biglietto base e di un hotel tre stelle. Curiosamente, tra le strutture ricettive, gli hotel, nonostante i rincari, risultano mediamente meno cari degli appartamenti.

E i biglietti per le gare? I pass più economici sono quelli per le partite di hockey su ghiaccio a Milano, dove si può ancora spendere meno di 100 euro a persona. Sotto i cento euro anche biathlon, curling, sci di fondo, bob e snowboard. Per il pattinaggio di figura si può arrivare a 280 euro.

L'inchiesta di Altroconsumo non contempla lo scialpinismo e lo sci alpino. Abbiamo fatto una ricerca sul sito ufficiale dei Giochi olimpici scoprendo che per lo scialpinismo sono disponibili solo dei pacchetti hospitality, con accesso alla lounge e degustazione di prodotti tipici, a 250 euro. Per lo sci alpino, per esempio per la discesa sulla pista Stelvio di Bormio, i costi dei tagliandi vanno da 100 a 220 euro ma non risultano posti disponibili. 


Fabiola Conti di bronzo e Italia d'oro ai World Mountain and Trail Running Championships

Con il terzo posto nel Long Trail (82 km, 5.078 m D+) del 27 settembre ai Mondiali di Canfranc, sui Pirenei, Fabiola Conti è la stella della spedizione azzurra, ma la sua non è l'unica medaglia. La Conti (10h35'51'') sale sul podio dietro alla statunitense Katie Schide (9h57'59'') e alla nepalese Sunmaya Budha (10h23'03''). La squadra azzurra femminile ha conquistato l'oro grazie anche ai risultati di Martina Valmassoi (settimana), Giuditta Turini (nona), Alice Saggin (ventesima) e Martina Chialvo (ventiquattresima). Tra gli uomini vittoria dello statunitense Jim Walmsley davanti ai francesi Banjamin Roubiol e Lousion Coiffet, con Cristian Minoggio quarto e Francesco Puppi nono. Gli altri azzurri - Andreas Reiterer sedicesimo, Riccardo Montani trentanovesimo e Gionata Cogliati quarantaquattresimo - hanno consentito all'Italia di chiudere medaglia di bronzo nella classifica a squadre. 

Nella gara Mountain Classic (14 km, 767 m D+) del 28 settembre tra gli uomini tripletta africana con Ombogo Kiriago Philemon (Kenya) davanti a Martin Kiprotich (Uganda) e Paul Machoka (Kenya). Primo azzurro Isacco Costa (decimo) davanti a Cesare Maestri. Italia di bronzo dietro a Kenya e Uganda tra le squadre. Nella gara femminile vittoria della tedesca Nina Engelhard davanti alla kenyana Ruth Gitonga Mwihaki e alla svizzera Oria Liaci. Prima azzurra Angela Mattevi, diciassettesima. Italia d'argento nella classifica a squadre femminile under 20, dietro all'Uganda. 

Il 26 settembre è stata la volta dello Short Trail (45 km, 3.469 m D+), vinto al maschile dal francese Frédéric Tranchand davanti allo spagnolo Manuel Merillas e al connazionale Andreu Blanes. Sesto Luca Del Pero, ottavo Davide Magnini e decimo Lorenzo Rota Martir. Per gli azzurri un terzo posto nella gara a squadre. Tra le donne successo della svedese Tove Alexandersson sulla spagnola Sara Alonso e l'inglese Naomi Lang. Prima azzurra Alice Testini, venticinquesima. 

Nel Vertical Uphill (6,38 km, 989 m D+) del 25 settembre dominio di Rémi Bonnet tra gli uomini, davanti ai due kenyani Richard Omaya Atuya e Patrick Kipngeno (primo azzurro Andrea Elia, ottavo); tra le donne la vittoria è andata alla tedesca Nina Engelhard davanti alla finlandese Susanna Saapunki e alla statunitense Anna Gibson. Quinta Francesca Ghelfi e settima Lucia Arnoldo. Per le azzurre però gradino più alto del podio nella gara a squadre.

© La squadra azzurra del Short Trail ©Guberti/WMRA

Atomic Bent 110 GFD, uno sci limited edition per celebrare i Grateful Dead

Atomic ha presentato lo sci Bent 110 GFD in edizione limitata. Progettato in collaborazione con Chris Benchetler, ha il topsheet illustrato con artwork originale ispirato al gruppo musicale dei Grateful Dead, il Bent 110 GFD viene lanciato in contemporanea con il nuovo film di Benchetler Mountains of the Moon, che debutterà a livello globale il 18 ottobre 2025. Questa release esclusiva coincide anche con il 60° anniversario dei Grateful Dead, la cui musica e cultura hanno da sempre fatto parte del ritmo della vita in montagna. Il Bent 110 GFD sfoggia il logo speciale GD60 e grafiche vivaci e psichedeliche create dallo stesso Benchetler, che richiamano le storiche copertine d’album e l’intramontabile eredità visiva dei Dead.

 

Si tratta della terza collaborazione creativa tra Atomic e i Grateful Dead. Il viaggio è iniziato nel 2019 con il Bent 120 GFD, lanciato insieme al film Fire On The Mountain, seguito dal Bent 100 GFD distribuito su scala più ampia. Ora, con il Bent 110 GFD, questa eredità continua, in parallelo al film Mountains of the Moon, che vedrà anche la partecipazione speciale del batterista originale dei Dead, Mickey Hart.

Il Bent 110 GFD in edizione limitata sarà disponibile a partire dall’autunno 2025 presso rivenditori selezionati indicati sotto e su atomic.com. Prezzo al pubblico: 899 euro. 

• Cortina Pro Sport, Cortina d’Ampezzo (BL) 

• Gialdini, Brescia (BS) 

• Mottolino, Livigno (SO) 

• Rossini Sport, Verano Brianza (MB) 

• Technosport, Charvensod (AO) 

• Viglietti Sport, Prato Nevoso – Villanova Mondovì – Frabosa Sottana (CN)


Andrzej Bargiel ha sciato l'Everest

Quella del 22 e 23 settembre è la prima discesa integrale senza ossigeno.

He did it. Andrzej Bargiel ha portato a termine la prima discesa integrale dell'Everest senza ossigeno lo scorso 22 e 23 settembre. Il polacco, secondo le prime notizie che arrivano dall'Himalaya, è sceso fino al Campo II dove ha riposato qualche ora per poi continuare fino al Campo Base. Bargiel era al terzo tentativo dopo quelli del 2019 e del 2022, falliti a causa di seracchi a rischio crollo o venti forti. Dopo aver sciato Shishapangma, Manaslu, Broad Peak, Gasherbrum, K2 e Gasherbrum I, un altro successo per Bargiel. Della spedizione facevano parte più di 16 tra Sherpa e Guide. L'Everest è stato sciato nel 2000 dallo sloveno Davo Karničar con l'uso dell'ossigeno e nel 1996 da Hans Kammerlander, che però ha dovuto togliere gli sci per circa 300 metri.

Bargiel è partito intorno alle 15,17 del pomeriggio del 22 settembre dalla vetta per raggiungere il Colle Sud balle 17,20 e il Campo II alle 20,30 e poi ripartire intorno alle 7 di mattina del 23 settembre. L'ultimo tratto ha comportato il passaggio dei crepacci della Khumbu Icefall senza l'uso di corde fisso per arrivare al Campo Base poco prima delle 9.

 

 

© Bartłomiej Pawlikowski / Red Bull Content Pool


Axelle Gachet-Mollaret: nuovo record del mondo nel chilometro verticale

Axelle Gachet-Mollaret stupisce ancora, questa volta con le scarpe da corsa ai piedi. La notizia arriva dalle Alpi francesi, dal KMV de Nantaux. Nel vertical di 2,3 km x 1.000 m D+ corso lo scorso 13 settembre Axelle ha fermato il cronometro a 33 minuti esatti che rappresenta il nuovo record del mondo della disciplina (curiosamente ha battuto anche il marito Xavier Gachet, salito in 33 minuti e 40 secondi). Gachet-Mollaret ha abbassato di ben 42 secondi il precedente crono di Christel Dewalle, fatto registrare meno di un anno a Fully, in Svizzera, teatro naturale di tutti i record del mondo di chilometro verticale, almeno quelli sui percorsi dove è consentito l’uso dei bastoni. A Fully, infatti, sono stati registrati anche i record maschili, quello di Urban Zemmer del 2014 (primo uomo a scendere sotto i 30 minuti, in 29 minuti e 42 secondi) e di Philip Götsch del 2017 (28 minuti e 53 secondi). Il percorso di Fully? Più corto (1,9 km) e naturalmente ripido. L’appuntamento è il prossimo 18 ottobre. Ci sarà un nuovo record?  

 

 

©️ KMV de Nantaux


Kilian raggiunge tutti i Fourteeners del Colorado

I numeri, come sempre quando c’è di mezzo Kilian Jornet, sono impressionanti. A poco più di una settimana dalla fine della parte in Colorado del suo progetto States of Elevation per concatenare tutti i 67 Fourteeners of the lower 48 aperti al pubblico (le cime di oltre 4.267 metri) degli Stati Uniti (Colorado, California, Washington) by fair means, correndo e in bici, iniziano a filtrare i primi dati. In 16 giorni e 13 tappe Kilian ga raggiunto 56 Fourteeners, è stato in movimento per 267 ore, 10 minuti e 18 secondi. Il dislivello totale ha raggiunto i 79.176 m e la distanza i 2.007 km. 

Martedì scorso, dopo aver superato le mille miglia percorse e 200.000 piedi di dislivello, è stata la volta delle San Juan Mountains, dove si corre la Hardrock. Kilian si è fatto accompagnare dalla trail runner Anna Frost, da Meghan Hicks (che nel 2020 ha fatto registrare il FKT della Nolan’s 14, una delle sezioni del progetto di Kilian), e da Bryon Powell di irunfar.com. La tappa si è conclusa con un gelido tramonto in vetta e una pedalata fino a Ouray in compagnia di Scott Simmons. 

© Nick Danielson

La dodicesima tappa si è conlusa invece con 18 ore di traversata in una delle zone più selvagge del Colorado. Iniziata con una pedalata sulla bici gravel e proseguita in compagnia di Dakota Jones, ha portato il duo a Mount Sneffels, per poi scendere velocemente, pedalare ancora e concedersi un concatenamento di 25 miglia toccando Wilson Peaqk, El Diente e Mount Wilson, con passaggi fino al quarto grado. 

L’ultima tappa, per concatenare i quattro Fourteeners rimasti, ha avuto come teatro il Chicago Basin, in compagnia di Joe Grant. Le ultime vette? Mount Eolus, North Eolus, Sunlight Peak e Windom Peak. 

© Nick Danielson

 


Ci siamo messi in testa la Corona di Ötzi

Foto di Gianmaria Strinati e Andrea Pasquali

Anche questa l’abbiamo portata a casa. Siamo in Alto Adige, a Maso Corto, in Val Senales. Ho appena tolto gli sci. Sembra strano muoversi senza sentire a ogni passo il tintinnio di moschettoni, discensore e chiodi da ghiaccio. Mi sento leggero senza il fardello dello zaino che tentava di schiacciare il sogno che stavo vivendo. Mi sento leggero, è finita, dopo 80 chilometri di sviluppo, circa siemila metri di dislivello positivo, 27 ore di attività, 13.850 calorie consumate, per quanto mi riguarda. 

La Corona di Ötzi ce la siamo messa in testa e niente ce la può più togliere. Abbiamo circumnavigato il luogo dove negli anni ’90 trovarono la celebre mummia del Similaun. In tre giorni, con tappe da educazione siberiana causa la chiusura per ristrutturazione di diversi rifugi, coincidenza che non ci consentiva di diluire maggiormente il tracciato se non a prezzo di portarci sulle spalle anche viveri e sacco da bivacco. Un prezzo che non abbiamo voluto pagare perché - quasi tutti con un passato agonistico - apprezziamo il passo dinamico, i dislivelli importanti e poi vogliamo gustarci la discesa, cosa quasi impossibile quando ci si deve trasformare in lumache dai grandi gusci. 

Ghiacciai fin dove l’occhio può vedere, pendi da attraversare aggrappandosi alle lamine; canali da rimontare a colpi di piccozza e ramponi, vette famose e cime meno note, farina intonsa su cui disegnare curve su lenzuoli bianchi appesi a 45 gradi, crostaccia immonda dove l’imperativo categorico è salvare le ginocchia, prati verdi su cui arrancare fino al tramonto storditi dalla fatica e dalle emozioni; spindrift senza sosta per ricordare che è tutto vero, che non si sta sognando in questo lembo di Alpi che sembra creato apposta per lo skialp. Diverse le cime salite - i denti della Corona di Ötzi, appunto - tra cui la seconda d’Austria (Wildspitze, 3.770 m.) e la terza (la Palla Bianca, Weiskugel in lingua germanica, 3.739 m, che gli austriaci persistono, nonostante l’esito della Prima Guerra Mondiale, nel voler ritenere come loro, pure se si trova entro il confine italiano).

Dopo aver lo scorso anno tracciato una nuova alta via circolare intorno al Cervino denominata Skyline around the Matterhorn, divenuta anche soggetto di un apprezzato docufilm di Andrea Pasquali presente sulla piattaforma Youtube, anche la Corona di Ötzi figura ora ben visibile nel saldo del contocorrente delle nostre emozioni. Un vero e proprio viaggio portato a termine a cavallo tra marzo e aprile 2025, una settimana dopo del previsto, causa pericolo valanghe, dall’altoatesino naturalizzato parmigiano Alex Keim e dai piacentini Fabrizio Cappa, Giammaria Strinati, Andrea Pasquali e da me. Dalla Val Senales allo Stubai, alla Pitztal, alla Rofental, per ritornate a Maso Corto dopo aver risalito il massiccio del Similaun. Tracciando il percorso nel bianco più assoluto, coordinata gps per coordinata, rifuggendo nel primo tratto (quello che da Maso Corto consente di accedere al bacino glaciale) gli impianti per la volontà di compiere integralmente l’anello senza sconti, by fear means. In un ambiente d’alta montagna che, abbandonati gli impianti della Val Senales, è apparso ad antropizzazione zero e, nel periodo che ci ha interessato, pochissimo frequentato dagli skialper causa la già accennata chiusura di alcuni rifugi che negli anni passati consentivano di spezzare il giro in 4-5 giorni. Isolamento e wilderness da trasferta extraeuropea, dunque, a pochi chilometri dal confine nazionale e per molti tratti proprio sul confine.

Da Maso Corto, circa a quota 2.000, siamo saliti, mantenendoci fuori dalle piste con qualche difficoltà, allo splendido Rifugio Bellavista, con sauna e idromassaggio. Svalicato in Stubai abbiamo affrontato, ramponi ai piedi e sci sullo zaino, la parete Est della Palla Bianca (Wisskugel, 3.799 m., la cima più alta delle Alpi Venoste) per poi scendere la medesima parete con gli sci (circa 45 gradi di pendenza nel tratto iniziale) e raggiungere uno spettacolare ghiacciaio che poteva fungere da set per il film Frozen, con fauci bianconere spalancate e vele di ghiaccio ben tese, fino al Rifugio Hochjoch Hospitz (2.430 m), in Stubai, dove abbiamo pernottato. Il secondo giorno, una cammellata di circa trenta chilometri e 2.300 metri di dislivello positivo, sferzati da raffiche di vento anche a 50 km/h continue: 12 ore tra salita e discesa, senza alcuna sosta, toccando la panoramicissima vetta Mittlere Guslarspitze (3.128 m.), la Wildspitze, 3.770 m. con una crestina finale per nulla banale, per raggiungere infine Vent, uno spettacolare e tipico paesino austriaco situato a circa 1.900 metri di quota, alle 19 circa, quando il serbatoio delle energie era ormai in riserva. Pernottato a Vent in un grazioso hotel, il terzo giorno, per chiudere la corona, abbiamo puntato al Similaun, risalendone per oltre 15 chilometri le pendici fino al Giogo di Tisa (3.100 m), dove si trova il cippo che ricorda il ritrovamento della celeberrima mummia. Da lì, aggirando una pinna di squalo che fuoriesce dal bianco perenne, la Finalspitze (3.514 m), una lunga discesa su farina intonsa, districandoci tra qualche seracco per riapprodare a Maso Corto.

Ancora una volta ci siamo resi conto che gli sci, prima di essere ridotti a mero strumento di divertimento di massa, sono stati e restano uno straordinario mezzo per spostarsi da un luogo all’altro, anche abbastanza velocemente e senza alcun impatto ambientale. Ancora una volta ci siamo resi conto che la montagna inizia dove incomincia la fatica, dove non arrivano gli impianti e le auto, perché senza fatica la montagna muore, si banalizza relegandola a mero palcoscenico per selfie di massa.

Tolti gli scarponi, riposti sci e zaini in auto, entriamo in un bar per mangiare un boccone. C’è uno specchio: i nostri visi appaiono in bianco e nero, come nelle foto di un tempo. Abbrustoliti dal sole, le rughe ancor più evidenti, le labbra cotte dagli spindrift che ci hanno schiaffeggiato per tre giorni, gli occhi trasudano emozioni. Brillano ricordando i colori dell’infinito, ma sono tristi perché devono ora ritornare a farne a meno.  Ci siamo tolti gli sci dai piedi, ma non dall’anima. 


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