Covid-19: provare a conviverci
Nel nostro ambiente lo conoscono tutti, o quasi. Francesco Bertolini, che organizza il festival Milano Montagna (che nel 2020 si è preso una pausa a causa della pandemia), è anche uno stimato professionista in campo sanitario e direttore della Divisione di Laboratorio di Ematoncologia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. L’epidemiologia e l’infettivologia non sono direttamente il suo campo di lavoro, ma da uomo di scienza e medicina in questi mesi è sempre stato molto attento all’evoluzione della pandemia, avendo accesso a studi realizzati da colleghi e le competenze per leggerli oltre le righe. Per questo abbiamo fatto con lui un punto sulla situazione e sui comportamenti da tenere, anche ad uso di scialpinisti e appassionati di outdoor, che pubblichiamo su Skialper 132 di ottobre-novembre. Lo abbiamo intervistato a settembre e da allora c’è stata un’evoluzione, come è normale che sia, ma consigli sui comportamenti e valutazioni generali rimangono validi. Ecco qualche anticipazione.
Allo stato attuale, quali sono le cose che sappiamo con certezza e che è importante che tutti ricordino?
«Teniamoci discosti e con mascherina al chiuso in luoghi pubblici e anche all’aperto quando non possiamo stare lontano da persone potenzialmente infettive. Siamo collettivamente alle prese con un nuovo virus che si comporta in modo solo molto parzialmente prevedibile. Per venire a capo di altre malattie l’umanità ha impiegato secoli e perso milioni di ammalati inguaribili. Visto con gli occhi dei nostri bisnonni, che in pochi mesi si sia riusciti a generare test diagnostici e a imbastire terapie che iniziano a essere efficaci è davvero oltre le aspettative. A oggi l’impressione è che torneremo un giorno a scambiarci senza problemi le borracce al termine di una bella salita con le pelli, ma è bene non fare troppe previsioni su quando e su come arriveremo a festeggiare questo momento. Sarà perché il patogeno sparirà (con altri coronavirus è successo), sarà grazie a un’ampia diffusione dell’immunità che ridurrà la capacità del virus di fare male o sarà grazie ad un vaccino? È troppo presto per dirlo».
Quali sono le regole da tenere presente nella vita di tutti i giorni: oltre a mascherine, igiene e distanziamento ci sono altri consigli?
«Per quel che oggi sappiamo le mascherine (almeno chirurgiche, quelle di sola stoffa servono pochino) hanno molto senso in ambienti chiusi, quando dividiamo lo spazio con altre persone. Sempre in questi ambienti e dopo aver frequentato (anche all’aperto) luoghi pubblici, lavarsi le mani è una cosa utile».
Quanto contano il luogo e il tempo di esposizione nella probabilità di contrarre il virus e c’è un rapporto con la possibilità di contrarlo in forme più gravi?
«Esistono delle situazioni in cui il virus si diffonde con grande efficienza. Succede preferibilmente al chiuso, in ambienti umidi e rumorosi dove le persone tendono a parlare a voce alta. Lo sappiamo da esperienze raccolte in alcuni posti di lavoro, su autobus e in ristoranti, ma se state pensando a quelle belle tavolate dove ad alta voce si raccontano tra tanti amici le discese ardite e le risalite, ehm si, occhio perché per un po’ di tempo potrebbe valere la pena di comportarsi diversamente».
Gita scialpinistica, escursioni, alpinismo, come dovremo cambiare le nostre abitudini per ridurre ragionevolmente i rischi?
«Il rischio zero non esiste, ma in questa pandemia cercare di non ammalarsi è un comportamento socialmente ed eticamente sensato. Auto e rifugi (andando oltre le indicazioni dei vari DPCM, che hanno modificato e potrebbero modificare le regole di comportamento e le presenze in alcuni di questi ambienti, ndr) sono luoghi chiusi, se sono con persone con le quali non convivo, usare una mascherina chirurgica e lavarsi le mani riduce di molto il rischio di trasmissione».
Su quale nuvola vivevamo per non accorgerci della nostra fortuna?
«Avevo iniziato a scrivere prima del lockdown, esplorando i benefici della solitudine in montagna. E poi la macchina si è fermata. La stazione è diventata silenziosa con la chiusura degli impianti di risalita. La natura sta rivendicando i suoi diritti. La purezza delle forme bianche cede il passo alla pacificazione di un paesaggio blu scuro. Scrivo di nuovo, chiuso tra quattro mura, in piena prigionia. Il cielo è caduto sulle nostre teste in questo resort fantomatico. È una stagione senza tempo che incombe. Il nostro paradiso bianco si sta sciogliendo in un'epidemia di oscurità. Devo ammettere che l'isolamento ha assunto un'altra dimensione, non è più l'idillio che avevo cominciato a descrivere. Avevo pensato che questo periodo mi avrebbe dato ispirazione. Al suo posto, di fronte a me, c'è un grande vuoto. Una pagina, bianca come la neve, e le mie idee che rimbalzano contro i muri».
A scrivere è Maxence Gallot che ha vissuto il lockdown chiuso in un monolocale di 26 metri quadrati nella località sciistica di La Plagne. Così quella reclusione forzata si è trasformata in una riflessione sul nostro mondo, sul modo di vedere lo sci e su come potrà cambiare. Su Skialper 132 di ottobre-novembre pubblichiamo il suo diario dal lockdown, tra delusioni e speranze. «Il mio modo di guardare alla montagna è cambiato. Non ho più fretta di partire alle 9 in punto per prendere la prima cabina e scivolare a capofitto verso le solite linee. È l'elogio della lentezza» scrive Gallot. «Abbiamo sempre avuto l'impressione di dominare il mondo, eccoci ora molto meno potenti e molto più insignificanti – conclude autore - (…) Non combattere contro il tempo ci aiuterà a girare l'orologio più velocemente, a risolvere il puzzle del vuoto, a trovare i pezzi mancanti di questa umanità che sta girando fuori controllo. E poi, quando avremo bisogno di tornare al ritmo della vita, avremo le chiavi per aprire nuove linee».
Alta Valtellina: scoprire, riscoprire, condividere
«Quando Edoardo e io abbiamo deciso di passare l’inverno insieme a sciare il più possibile non avevamo idea di dove andare; abbiamo scritto su un foglio di carta il nome di cinque località che, almeno a una prima apparenza, avevano le caratteristiche che secondo noi dovesse avere il posto in cui volevamo trascorrere la stagione. Per prima cosa, volevamo trovarci in un posto dove almeno la quota promettesse neve al momento dell’arrivo di ogni precipitazione. Poi ci interessava stare lontani dal turismo di massa e pagare un affitto ragionevole. Cercavamo un inverno più lungo possibile in cui sciare fino a non poterne più sopportare nemmeno l’idea. Non so perché - forse perché avevamo usato l’ordine alfabetico - ma Santa Caterina era l’ultima della lista. Abbiamo trovato casa quando ormai avevamo perso ogni speranza e, per quanto fosse difficile accorgersene nel caldo di Roma, l’inverno stava già bussando alla porta. Indossavamo ancora i pantaloncini quando abbiamo caricato la macchina di borsoni e speranze e ci siamo messi in viaggio verso nord. Verso l’inverno. Non avevamo la minima idea di quello verso cui stavamo andando incontro a testa bassa, e senza guardarci indietro».
Eva Toschi da tre inverni è ormai una local di Santa Caterina Valfurva. Ha esplorato con sci e pelli ogni versante della valle e nei mesi più freddi ama la zona dei Forni. Perché, con quattro chilometri di strada da fare con le pelli (o con gli sci in spalla) la folla primaverile si dilegua e diventa il regno del silenzio. Perché in Alta Valtellina, non solo in Valfurva, appena oltre gli itinerari più frequentati, c’è un paradiso per pochi.

«L’Alta Valtellina è una zona così ampia e con numerose valli limitrofe che è ancora difficile trovare la ressa sugli itinerari. Tolti quei quattro-cinque classici o altre zone più famose come i Forni o la Val Viola, quando aprono le relative strade, se esci a fare un giro è difficile che trovi tanta gente. Chi non ha le competenze si muove solo sugli itinerari conosciuti e già battuti; chi invece ha un po’ di esperienza e ama muoversi non lo vedi in giro perché va a cercare posti poco conosciuti. Poi va messo in conto che tante valli sono difficili da raggiungere, ma le prospettive sono cambiate grazie all’uso della bici a pedalata assistita con cui si può andare fino a dove in primavera puliscono la strada, metter le pelli e partire. Questo tipo di scialpinismo è ancora di nicchia, ma si sta espandendo. In un raggio di 20 chilometri ci sono montagne, fauna e flora così diversi ed è difficile trovare tanta varietà in un’area relativamente piccola altrove sulle Alpi».

A parlare è Giuliano Bordoni, Guida alpina, local per nascita. Giuliano, dopo avere provato freeride e freetouring, ora si lascia ispirare da quello che lui chiama ski savage, uno ski sauvage, vale a dire alpinismo con gli sci su terreno d’avventura. «Ogni tanto ti capita di ravanare, altre meno e qui sta il bello: sapersi sempre stupire di fronte al risultato finale». Sapersi stupire anche di fronte al risultato finale delle 10 gite suggerite da Giacomo Meneghello, il fotografo autore della maggior parte delle foto del dossier di 18 pagine che dedichiamo all’Alta Valtellina su Skialper 132 di ottobre-novembre. Anche lui, come Eva, è un local acquisito, ma ha imparato velocemente ad amare queste montagne.
Giù al Nord
Può l’Appennino, almeno per un giorno, sembrare il grande nord? Può un fitto bosco di faggi assomigliare a una foresta di aspen del Nord America? Nel giorno giusto tutto è possibile e anche il vento che spira incessante si ferma. «Una piacevole brezza ci accarezza la pelle, una delle tante stranezze di inverni sempre più atipici in Appennino. L’Appennino centrale è caratterizzato da condizioni meteo variabili, ma il climate change ha reso tutto ciò ancora più imprevedibile» scrive Lorenzo Alesi su Skialper 132 di ottobre-novembre.
Tornare sulla catena dei Monti della Laga, Colle del Vento e Monte di Mezzo è un po’ come andare oltre la distruzione del sisma del 2016. Attraversare Amatrice, con il campanile della sua chiesa, unica struttura rimasta in piedi, e gli altri paesi quasi del tutto rasi al suolo per raggiungere Campotosto, da dove iniziano le salite, è come allontanare il passato e riconnettersi al futuro che verrà. Fuori dal bosco si continua a fare traccia risalendo pendii ondulati e dolci su una neve ancora fredda, condizioni insolite per questo posto, dove solitamente le creste sono battute dal vento e la neve è icy e insidiosa. Ma la gioia e le emozioni della discesa giusta sono effimere, e quando meno te l’aspetti, dove meno te l’aspetti puoi vivere una delle più belle giornate sulla neve. «Ogni volta che torno in Appennino vengo su queste montagne, ma condizioni di neve così non le avevo mai trovate» scrive Lorenzo. È tempo di andare: la discesa nella powder, nel canale Sud-Est con vista Gran Sasso e sui pendii dolci e poi nella larga faggeta fino ad arrivare al lago dà un gran gusto. E a testimonianza ci sono le immagini di Alice Linari, che raccontano più di mille parole.

Lettera da Sauris
«Sono arrivata quassù forse per destino. Avevo un paio di ore di buco per un’intervista saltata durante una trasferta a Sauris e la voglia di scoprire quella frazione che non avevo mai visto. Era un’occasione da sfruttare anche perché nella valle del Lumiei, dove la Carnia si spinge verso il Cadore, bisogna venirci apposta. Era inizio marzo, c’erano il sole e la neve. Sono salita a Lateis senza davvero sapere cosa aspettarmi. Ho trovato un silenzio tangibile, una cinquantina di case con in mezzo una chiesetta e, intorno, una natura potente. I prati, chiusi da boschi di faggio e di abeti, e poi le montagne, più rocciose e potenti a Sud, più morbide verso Nord. Arrivata in cima, alla borgata Ameikelan, ho notato uno stavolo, una vecchia stalla con il suo fienile, in posizione strategica: non solo davanti al Tinisa, la montagna che protegge Lateis, ma affacciato sul Bivera. Il Bivera si distingue dalle altre Alpi Carniche per la forma svettante, per il tratto di cengia orientale rossa di ammoniti. In sintesi, per la sua bellezza. Da quello stavolo, la vista sul Bivera era indubbiamente perfetta. Sono passati quattro anni e il Bivera ora lo ammiro praticamente da ogni finestra di casa, dallo stavolo scoperto in quella luminosa giornata di marzo».

A Sauris il distanziamento è da sempre uno dei leit-motiv, lo sa bene Anna Pugliese, che ha scritto per Skialper una delle lettere da che pubblichiamo da Skialper 132 di ottobre-novembre . Di sciate, qui, se ne fanno parecchie. Anche perché si parte dai paesi già a una buona quota: 1.240 metri per Lateis, 1.212 per Sauris di Sotto, 1.398 per Sauris di Sopra. Il distanziamento fisico è garantito: gli abitanti sono meno di 400, c’è turismo, sì, ma non è certo opprimente. Puoi salire e scendere senza incontrare nessuno. «Il problema, spesso, è che ti tocca batter traccia». Quello che fanno Francesca Domini e Marco Stefanuto, che gestiscono un’azienda agricola che crea formaggi di capra e si sono sposati nel maggio del 2011 quasi in sella al Bivera, dove erano saliti con don Piller, il parroco sciatore di Sauris, e il suo cane, Fox. Anche loro sono alcuni dei (pochi) fortunati local. Ne parliamo su Skialper 132 di ottobre-novembre.

Lettera dal Gennargentu
«Mentre sulle Alpi si cerca di combinare una salita nei giorni seguenti la nevicata, a queste latitudini, forse per paura che la neve si sciolga prima di averla toccata, si parte durante la nevicata stessa. Questo costringe già a tragicomici avvicinamenti in auto, su strade ovviamente non spazzate (in Sardegna si mormora di un fantomatico maialetto delle nevi che ripulisce le strade dopo la nevicata, ma noi non lo abbiamo mai visto!)».

Si può fare scialpinismo sul Gennargentu? Sì, almeno ci si può provare. Ed è un’esperienza che ha a che fare con lo scialpinismo di scoperta e molto con il ravanage. Ne sa qualcosa Maurizio Oviglia, che ha scritto per Skialper 132 di ottobre-novembre una lettera dal Gennargentu, ricordando le tante avventure tra filo spinato, fango e neve che sparisce a vista d’occhio. Oviglia parla del versante settentrionale del Bruncu Spina. «Ricordo una salita al Bruncu Spina da Nord dove, prima di raggiungere un pendio degno di questo nome, dovetti combattere per un’ora su un sentiero a ostacoli costituiti da filo spinato e muretti a secco. Alla base del pendio mi misi la cuffia, attaccai l’ipod con un pezzo di potente jazz rock, e mi sparai i 500 metri per cui ero venuto, tutti d’un fiato. Mi ero finalmente sfogato, ma sulla discesa meglio calare un pietoso velo». Poi sono arrivati i tentativi da Desulo e da Correboi. «Ci saranno stati 5 centimetri di neve e avevo oltrepassato 45 muretti di pietre con filo spinato; non ci crederete ma li avevo contati. In discesa mi si ruppe il vecchio scarpone come fosse un uovo di cioccolato (del resto l’attrezzatura buona l’avevo lasciata a Torino) e cercai di scendere alla meglio nella macchia mediterranea, mirando alla macchina. A un certo punto un cinghiale mi si parò davanti agli sci. Rimasi un attimo interdetto, ero sempre armato di bastoncini, avrei reso cara la pelle. Per fortuna con uno scatto si infilò nel bosco: provai a inseguirlo, a quel punto speravo in un ingresso in paese da eroe. Ma sapeva sciare meglio di me e lo persi…». Ora Maurizio ha smesso di partire con gli sci e le pelli alla scoperta del Gennargentu, ma in fondo quel sue peregrinare tra cinghiali, filo spinato e Mufloni usando gli sci come mezzo di trasporto è uno degli ingredienti che rendono lo skialp così bello, anche quando la neve non è proprio come nelle foto di copertina di Skialper.

Waffle, powder e wilderness
«È come muoversi in una tazza di latte. Il vento soffia, nevica di traverso e ho freddo. Non vedo molto, le croci rosse che segnano il percorso sono l'unico indizio che mi indica dove andare e a volte scompaiono del tutto nella desolazione bianca e infinita. Forse non è stata una buona idea fare un giro con gli sci oggi, ma dopo il lungo viaggio fino a Björkliden, nella Lapponia svedese, 195 chilometri a Nord del Circolo Polare Artico, volevamo sgranchirci le gambe e prendere un po' d'aria fresca».
A scrivere è Mattias Fredriksson, autore anche delle stupende fotografie. Nell’articolo Waffle, powder e wilderness, su Skialper 132 di ottobre-novembre, parliamo del Låktatjåkka Mountain Lodge, una casa di legno nero circondata da enormi muraglie di neve a 1.228 metri sul livello del mare. È il rifugio più alto della Svezia e, per la cronaca, bisogna sapere che la montagna più alta del Paese, il Kebnekaise, è di soli 2.097 metri. Il Låktatjåkka è una base perfetta per spettacolari escursioni in uno degli ultimi angoli selvaggi d’Europa. Oltre che una baita gourmet dove provare dei deliziosi waffle. Dormire al rifugio comporta un’esperienza un po’ diversa per lo scialpinista, perché si è a poche centinaia di metri di dislivello dalle vette, così la maggior parte del dislivello bisogna farla il pomeriggio per rientrare alla base.
«Stare al rifugio trasmette un senso di intimità. Gli ospiti e il personale la sera si incontrano nel soggiorno e nel bar per leggere e parlare. Si arriva a conoscersi tutti, soprattutto perché non c'è internet e gli smartphone non hanno praticamente campo. Invece ci sono un sacco di buoni libri e una selezione sorprendentemente di birra, vino e whisky di qualità. La cucina è di livello e si possono provare i piatti svedesi, a partire dalla carne di renna e alce». Appuntamento in edicola con Skialper di ottobre-novembre.

Dentro il van
«Un van è come un figlio. Quando lo scegli, lo vivi fino in fondo. Non è il tuo mezzo di trasporto, non è il tuo status symbol. Non è solo il viaggio alternativo. È ciò che ti rappresenta. E contiene te stesso».
Scrive così Veronica Balocco nell’articolo Dentro il Van, su Skialper 132 di ottobre-novembre. Veronica è un vanlifer da sempre e ha cambiato diversi mezzi. Chi meglio di lei per raccontare la vita in van e in camper d’inverno? Oltre gli stereotipi e la moda social, non c’è dubbio che il camper è il mezzo dell’anno, perché in sintonia con il momento che stiamo vivendo. Sono in molti quelli che affrontano la montagna in inverno dormendo su quattro ruote. E molti quelli che vorrebbero farlo… «Viaggiare, e passare del tempo, su un van d’inverno richiede una certa attitudine allo sgamo». Dalla scelta del carburante, che spesso alimenta anche il sistema di riscaldamento, agli pneumatici e alle batterie di servizio.

«Oltre a questo mare magnum di insegnamenti in continua evoluzione, il van mi ha regalato anche qualcosa di diverso. Ed è forse la cosa più importante. Obbligandomi a guardare la vita da uno spazio minimale poggiato su quattro ruote, mi ha costretta a rivedere gesti normali. E a dare una nuova visione a tutto quello che sembra banale» scrive ancora Veronica. Per esempio parcheggiare evitando che lo spazzaneve depositi muri di cemento sulle ruote, farsi la doccia centellinando l’acqua e cercando di non bagnare troppo attorno, asciugarsi i capelli tenendo conto del voltaggio… Insomma la vita in camper va oltre le foto di mezzi da sogno e l’appeal glamour degli oltre otto milioni di hashtag #vanlife. Veronica racconta le sue esperienze, dispensa consigli, affronta la scelta del mezzo, le disposizioni per il parcheggio nelle località sciistiche e nella natura. Insomma 14 pagine di vademecum con la leggerezza di un racconto e le belle fotografie di Federico Ravassard che ha immortalato outdoor addicted del calibro di Cala Cimenti, Enrico Mosetti e Paolo Marazzi con i loro mezzi. Skialper 132 è acquistabile anche nella nostra edicola digitale.


Al via la nona edizione del Blogger Contest di Altitudini
«Il metodo è la cronaca, il fine è la letteratura: la cronaca viene utilizzata per i fini letterari e per offrire ai lettori un contesto reale, multiforme e dalle molteplici declinazioni e manifestazioni». È questa la base dell’edizione numero nove del blogger contest di Altitudini, il principale incubatore di talenti letterari legati alla montagna. Un’edizione che stravolge i canoni adottati fino a oggi perché dopo contest nei quali «vi abbiamo chiesto di partecipare con un racconto di finzione − i fatti descritti potevano anche non essere realmente accaduti − in questa edizione vogliamo confrontarci con un genere, il reportage narrativo, in cui l’autore ha fatto esperienza diretta dei fatti e li descrive attraverso gli strumenti narrativi».
Un reportage come piace a noi di Skialper, con tre comandamenti: camminare, osservare, raccontare. Perché camminando si ha una visione delle realtà completamente diversa. «Potete raccontare qualsiasi cosa abbiate visto e di cui siete stati testimoni, oppure che vi è stata raccontata perché eravate a caccia di quella storia. Storie di quotidianità che ci portano dentro la vita delle persone, che contengono un potere speciale perché sappiamo essere reali. Una sola regola, le storie del vostro reportage narrativo devono incontrare le montagne» dicono gli organizzatori.
Il contest è diviso in tre categorie: racconto breve, audio storie e web comics. Skialper, insieme a Suunto, premierà il primo classificato nel racconto breve con 500 euro e la pubblicazione del racconto sulla rivista nel corso del 2021. Simona Righetti, che dirige la nostra casa editrice con il compagno Davide Marta, fa parte della giuria insieme a Luisa Mandrino, Matteo Melchiorre, Ornella Bellucci, Gianluca Costantini e Alice Martinelli. Si può partecipare al blogger contest fino al 31 dicembre e il regolamento è qui.
Il blogger contest ha anche fatto da incubatore per il nuovo progetto editoriale della nostra casa editrice, AA Arcipelago Altitudini / Storie di Montagna. Ha le fattezze di un libro, ma nell’idea di periodicità è inteso come una rivista, contenuti curati con i tempi di un libro e impaginati con gli elementi di grafica, le illustrazioni e le immagini fotografiche di una rivista. AA è un contenitore di racconti, ma anche di saggi narrativi, di poesie, di foto reportage e di graphic novel con tema la montagna nei suoi diversi aspetti e significati. Un insieme di tante storie eterogenee e voci diverse, in cui scrittori affermati si affiancano a esordienti, componendo un vero e proprio affresco, un racconto sfaccettato e originale sulla montagna, per scoprirla, approfondirla e per lasciarsi ispirare.

Lontano dalle tracce
«Il raid degli amici ha iniziato a fare capolino nella mente di François qualche inverno fa, così un gruppo di persone si riunisce ogni anno per qualche giorno per sciare e scoprire un massiccio. È un’esperienza per uomini, non ci sono ragazze e Layla è l'unica donna a essere accettata perché sa sciare, bere vino e raccontare stronzate o fare battute pesanti come i ragazzi. Ma il raid degli amici non è solo scherzi e vino, si scia molto anche se il biglietto d'ingresso è un magnum di rosso o champagne nello zaino. Qui niente barrette energetiche e bevande vitaminiche, è come una versione hard core della Sentinelle. I protagonisti sono per lo più Guide alpine, cercatori di cristalli, alpinisti, medici del Soccorso alpino. Insomma, il livello atletico e sciistico è alto. Basti pensare che a volte del gruppo ha fatto parte anche Hélias Millerioux…».

Introduce così Bruno Compagnet il raid degli amici in Val Maira e Val Varaita. Qualche giorno lontano dalle code per firmare la powder di Chamonix, lontano dalle responsabilità, tra amici, per riscoprire i valori più autentici dello scialpinismo, quelli che non verranno mai meno. Discese, silenzio, bufere, villaggi popolati da cani e gatti. Nelle 14 pagine con le coinvolgenti foto in bianco e nero di Layla Kerley c’è l’anima dello skialp. E nelle sei pagine a seguire una mini-inchiesta di Federico Ravassard sulla Val Maira, icona di un turismo slow e human powered che si candida a paradigma del turismo alpino del futuro. Appuntamento su Skialper 132 di ottobre-novembre.


Effetto Albedo, il cuore oltre la linea
Una volta - che poi sarebbe solo qualche anno fa - gli sciatori frequentavano forum e siti su cui postare le proprie uscite e confrontarsi su temi più o meno seri nascosti sotto nickname improbabili tipo Powder_Boy o Marietto82. Poi il mostro di Zuckerberg ha fagocitato anche loro e tutti, o quasi, hanno cominciato a utilizzare Facebook anche per sapere chi avesse sciato cosa, quando, su che neve. Ai ragazzi di Effetto Albedo ci sono arrivato così, vedendo amici o amici di amici che venivano taggati nelle loro uscite. Non nascondo di averli guardati all’inizio con un certo scetticismo, sembravano l’ennesimo gruppo di amatori presi bene, tutti powder e GoPro. Poi le cose si sono fatte più chiare: questa è gente che scia un sacco e scia pure bene. Per sciare bene intendo dire la capacità di sapere scegliere le linee, andando a posare i propri sci e le proprie split in montagne poco o per nulla frequentate e su neve spesso più bella di quella che trovano gli altri. Insomma, ho dovuto ammettere a me stesso che la mia disistima altro non era che una malcelata forma di invidia e ammirazione. Probabilmente perché in montagna viene più facile storcere il naso che battere le mani. Nel frattempo loro continuavano a martellare una linea dopo l’altra, spesso su cime dai nomi sconosciuti e tuttavia dietro l’angolo, situate tra l’alto Piemonte e la Val d’Aosta: postacci in cui solo chi aveva voglia di fare fatica andava a infilarsi. E già questo spezzava una lancia a loro favore, perché se nel variopinto mondo dei social network ci sono quelli che parlano e quelli che camminano, con le loro uscite esplorative stavano dimostrando di appartenere alla seconda categoria.
L’occasione per conoscerci di persona è arrivata quest’anno, durante un ciclo snervante di alta pressione che ha colpito pressoché tutto l’arco alpino. Quei periodi in cui chi può si dedica ad altro, va ad arrampicare o a pedalare. O, come nel caso di Effetto Albedo, si continua imperterriti a cercare linee, magari spostandosi sui versanti sud alla ricerca di neve primaverile nonostante il calendario indichi che siamo a metà gennaio. L’appuntamento è anche lui disallineato con la stagione: ore 4.30 al parcheggio di Ivrea. Mi incontro con Flavio e Paolo, più tardi ci raggiungeranno Francesco e Stefano, rinvigoriti da ben mezz’ora di sonno in più. La direzione è la Valpelline, la meta è stata scelta con lo stesso criterio delle precedenti, che grossomodo può essere riassunto con un abbiamo visto un bel canale di cui non si sa nulla sul versante Sud del Monte Berrio. Mi fanno vedere le foto, bello sembra bello. È quello che lo precede che mi preoccupa un po’. Due numeri: quota di partenza, 1.342 metri; vetta, 3.077 metri; quota neve, 1.900 metri circa sui pendii a Sud, chiaramente quelli su cui dobbiamo salire oggi. Cercando di non farmi notare al parcheggio tiro fuori dal bagagliaio sci e scarponi leggeri mentre faccio qualche battutina sulla splitboard di Flavio. Iniziamo a camminare nel bosco, la luna piena ci illumina nelle poche radure che incontriamo. È ripido, il sentiero è poco più che una traccia e ne avremo per ancora un bel po’. Portage asburgico, lo chiamano. Dopo un’ora sento prudere la schiena: la maglia termica è piena di aghi di larice. Chiacchieriamo, iniziamo a conoscerci. Il gruppo si è formato perché qualcuno cercava soci con cui assistere al Mezzalama e ha pensato di utilizzare la chat di Gulliver. Probabilmente è una prima anche questa, non pensavo che qualcuno utilizzasse davvero quella sezione del sito. Qualcuno lavora, qualcun altro studia ancora. Flavio quest’anno è il più attivo, complice anche il fatto che in questo momento ha l’occupazione più ambita dagli scialpinisti: ha cambiato lavoro e deve stare a casa per qualche mese.

Mi spiegano l’origine del nome: l’albedo è, in soldoni, il potere riflettente di una superficie nei confronti della luce. E, guarda caso, nella neve l’albedo massima è quella che caratterizza la polvere, la stessa che tutti gli sciatori - specialmente loro - vanno bramando. Ad accomunarli è anche altro. La provenienza, ad esempio: fatte un paio di eccezioni, il grosso del gruppo vive nel Canavese, sparsi intorno a Ivrea e a montagne che se a qualcuno non dicono un granché, ad altri fanno scintillare gli occhi, come il Mombarone e la catena della Bella Dormiente, con le punte Quinzeina e Verzel. Quest’ultima è impossibile non notarla, parandosi di fronte a chiunque entri in Val d’Aosta dalla Pianura Padana.
Sbuchiamo dal bosco mentre il sole fa capolino dalle cime di fronte a noi. Abbiamo messo gli sci da un po’ ma tra rami e crosta non stiamo mantenendo una media particolarmente veloce. Le uniche tracce presenti oltre a quelle dei camosci sono quelle che hanno lasciato loro stessi tre settimane prima: fa sorridere pensare che nessuno sia passato di qua, eppure non siamo così in fondo al mondo. Lo si potrebbe chiamare scialpinismo esplorativo della porta accanto, e in Valpelline, così come nelle Prealpi, è un giochino che riesce bene. L’idea che smuove questi ragazzi non ha a che fare con l’ansia da primati e gradi impossibili: piuttosto, amano andare a infilarsi in posti di cui si sa poco o nulla, su discese che attraggono prima di tutto per la loro estetica. Se poi ci scappa una prima discesa - che loro ci tengono sempre a specificare come probabile - tanto meglio. In ogni caso una birra la si stappa comunque. Con le dovute proporzioni, sulle Alpi si può fare un paragone con i 6.000 dell’Himalaya: mentre a quote inferiori si affollano i turisti e sulle cime più alte le poche linee non ancora salite rimangono appannaggio di pochissimi e fortissimi, nel mezzo esiste un mare di possibilità per continuare a sognare.
Tra una chiacchiera e l’altra ci alziamo di quota mentre qualche centinaio di metri sotto di noi spuntano due puntini, anche loro in splitboard: Francesco e Stefano. Aspettandoli ne approfittiamo per una pausa; fa insolitamente caldo per il periodo e crogiolarsi al sole, per quanto strano, è piacevole. Siamo nella conca che separa il Berrio dalla Punta Gorret, dove poco fa hanno firmato una probabile prima. Le tracce sono ancora visibili a distanza di settimane, sono le curve larghe e regolari di chi si è divertito su bella neve.

Parecchie - cinque, forse sei, forse di più - ore dopo essere partiti arriviamo al colle che ci separa di pochi metri dalla cima del Berrio. Probabilmente siamo i primi a passare di qua da parecchio tempo, la Valpelline è ben lontana dall’iperfrequentazione di altre valli. Qualcuno (pochi, a dire il vero) si avventura nelle altre stagioni nella traversata della Catena del Morion, la vetta di fianco alla nostra: un itinerario alpinistico selvaggio, di cui si sa poco o nulla, e che dall’anno scorso si può tentare appoggiandosi al nuovo, spettacolare, bivacco Pasqualetti, appollaiato su una cengia nel mezzo del nulla. La vista dalla cima del Berrio, a dispetto della sua quota modesta, è incredibile, grazie al fatto di affacciarsi quasi direttamente sopra la Val d’Aosta. I più vicini sono il Mont Vélan e il Grand Combin, conosciuti da qualsiasi amante del ripido degno di questo nome. Di fronte a noi ci sono le vette del Gran Paradiso e gli impianti di Pila, in lontananza svetta il Monte Bianco, alla sua destra la mole della parete Est delle Grandes Jorasses fa ancora più impressione che da sotto. Sotto un palo che fa le veci della croce di vetta si snoda il nostro canale.
Non è estremo, ma non siamo qui per quello. Probabilmente nessuno però ci ha ancora sciato dentro, e questo ci rende entusiasti e curiosi, anche perché non l’abbiamo risalito. Panino, abbracci, Flavio fa partire un drone mentre Stefano si allaccia la tavola ed entra per primo, seguito a ruota dagli altri. Io aspetto Flavio, vedo gli altri giù in fondo divertirsi parecchio. La discesa è bella, la neve pure, e lo sarà per più di 600 metri, dopodiché iniziamo a traversare per riportarci verso i boschi dai quali siamo spuntati questa mattina. Beh, se aveste tempo e voglia di leggere potrei scrivere pagine sulla battaglia che abbiamo poi condotto in mezzo ai larici. Di sicuro è stata una delle peggiori sciate boschive che io abbia mai fatto, prevalentemente su crosta non portante tendente a sfondare su una base di sassi e radici. Ma anche questo, in fondo, fa parte del gioco: effettivamente se nessuno passa mai di qua un motivo ci sarà. Quando mancano 400 metri di dislivello ci arrendiamo definitivamente: è ora di togliere gli sci e finire il giro come era iniziato, camminando. Alle auto ci arriviamo un po’ più di dieci ore dopo averle lasciate, mentre sopra di noi le montagne si tingono con i colori del tramonto. Per tutta l’ultima ora Paolo e Francesco hanno sbavato osservando un altro canale sul versante opposto, cercando di capire come e quando andare a curiosarci. Gli riconosco un entusiasmo e una voglia di mettersi in gioco che spesso alla maggior parte degli altri sciatori manca, sostituite dalla confortante sicurezza di seguire la massa in base a relazioni online e resoconti del weekend sui social network. Non che sia tutto rose e fiori, anzi: già più di una volta si è dovuti tornare a casa a bocca asciutta o con le mutande piene per aver sbagliato nel valutare un itinerario o le condizioni del manto nevoso, ma anche quello, fino a un certo punto, fa parte del gioco.
Qualche sera dopo ci rivediamo a Torino, al Monte dei Cappuccini, dove sono ospiti per una serata nella sede del CAI. Stanno per presentare The Backyard, un video autoprodotto nelle passate stagioni e in cui raccontano la propria visione dell’andare in montagna tra amici. Il pubblico è variopinto, ci sono i vecchietti caiani e giovani splitboarder, ammassati dentro una sala che trasuda l’austerità e la storia di certi ambienti. Il fatto stesso di essere tutti qui, a parlare di ripido e di polvere (sacrilegio!) però è la dimostrazione che in fondo tutte queste chiusure mentali di cui si parla forse esistono solo nella nostra mente. The Backyard è un piccolo inno all’essere degli amatori, in tutte le sfaccettature del termine: chi ama e prova trasposto verso una determinata azione; chi pratica uno sport non per professione, ma per piacere proprio. Alla platea raccontano - un po’ imbarazzati e cercando di stare defilati rispetto al palco - di come passino le serate tra webcam, dati delle centraline meteo e scrollate infinite su Google Earth e in parecchi ci si ritrova a sorridere, perché si capisce che alla fine siamo tutti parte di qualcosa. La differenza fra loro e noi è che a loro, appunto, viene voglia di raccontare delle loro uscite, della loro passione, senza fare i preziosi o le prime donne. Tornando a casa penso che forse al nostro mondo più momenti così non potrebbero che fare del gran bene, e per momenti così intendo dare il proprio contributo a sviluppare una cultura di massa che nel mondo dello scialpinismo ancora latitata; spesso perché si è troppo gelosi della propria attività (o semplicemente spocchiosi) per essere interessati a condividerla con altri, come se fosse una cosa importante, ma che in fondo conta solo per coccolare il nostro ego e sentirci in qualche modo speciali senza esserlo veramente. I ragazzi di Effetto Albedo invece hanno capito che di speciale non c’è tanto quello che si fa, ma soprattutto il cuore che ci si mette, e in quello sono amatori da dieci e lode. Uè, grazie, e alla prossima, che nelle nostre montagne sfigate c’è ancora un sacco di roba da fare.
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Nasce la Kilian Jornet Foundation
Ha scelto un motto in tema con l’attualità, rifacendosi A Black Lives Matter. Per lanciare la sua fondazione per la protezione delle montagne Kilian Jornet si è affidato a un coinvolgente Mountains Matter. L’atleta simbolo degli sport endurance in montagna ha scelto di scendere in campo in prima persona per la difesa delle montagne e del loro delicato equilibrio ambientale. Lo ha fatto annunciando sul suo account Linkedin la nascita della Kilian Jornet Foundation.
«Sono felice di affrontare quella che sarà sicuramente la cima più difficile da scalare: la Fondazione Kilian Jornet - ha scritto - Amo la montagna, profondamente, e ho sempre avuto una grande consapevolezza dell'importanza della sua conservazione. Nonostante la mia coscienza ambientale, sono uno dei più grandi distruttori dell'ambiente. Il mio stile di vita nell'ultimo decennio come atleta professionista è stato strettamente legato ai viaggi frenetici in giro per il mondo e con ciò contribuendo su larga scala al riscaldamento globale. Le montagne sono essenziali per la vita sulla terra. Ci forniscono l'acqua immagazzinata nei loro ghiacciai, fiumi e laghi. Ci forniscono risorse come alimenti ed energie rinnovabili. È spaventoso pensare a come il riscaldamento globale potrà plasmare il pianeta nei prossimi decenni o come l'inquinamento potrà cambiare la biodiversità del mondo e il modo in cui mangiamo o troviamo acqua da bere. Questa paura mi ha fatto capire che devo cambiare il mio modo di vivere per essere più coerente con i valori e l'amore per le montagne che ho. La Kilian Jornet Foundation lavora per la conservazione delle montagne e del loro ambiente, comprendendo gli effetti del cambiamento climatico negli ambienti montani e stabilendo i migliori strumenti possibili per affrontarli.»
La mission della nuova fondazione è semplice: azioni dirette per la protezione delle montagne, iniziative di sensibilizzazione ed educazione e ricerca. Il primo progetto sostiene il World Glacier Monitoring Service dell’Università di Zurigo. L’obiettivo è di acquistare almeno 20 stazioni di monitoraggio dei ghiacciai tra il 2020 e il 2021. Si tratta di strumenti sviluppati in Francia che permettono di misurare lo scioglimento dei ghiacciai e gli effetti del global warming a distanza. Il costo di ogni stazione è di 10.000 euro. Tramite il sito della fondazione è possibile fare donazioni a partire da poche decine di euro.
