Covid-19: provare a conviverci

Botta e risposta con Francesco Bertolini, organizzatore del festival Milano Montagna e direttore della Divisione di Laboratorio di Ematoncologia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano

© Maxence Gallot

Nel nostro ambiente lo conoscono tutti, o quasi. Francesco Bertolini, che organizza il festival Milano Montagna (che nel 2020 si è preso una pausa a causa della pandemia), è anche uno stimato professionista in campo sanitario e direttore della Divisione di Laboratorio di Ematoncologia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. L’epidemiologia e l’infettivologia non sono direttamente il suo campo di lavoro, ma da uomo di scienza e medicina in questi mesi è sempre stato molto attento all’evoluzione della pandemia, avendo accesso a studi realizzati da colleghi e le competenze per leggerli oltre le righe. Per questo abbiamo fatto con lui un punto sulla situazione e sui comportamenti da tenere, anche ad uso di scialpinisti e appassionati di outdoor, che pubblichiamo su Skialper 132 di ottobre-novembre. Lo abbiamo intervistato a settembre e da allora c’è stata un’evoluzione, come è normale che sia, ma consigli sui comportamenti e valutazioni generali rimangono validi. Ecco qualche anticipazione.

Allo stato attuale, quali sono le cose che sappiamo con certezza e che è importante che tutti ricordino?  

«Teniamoci discosti e con mascherina al chiuso in luoghi pubblici e anche all’aperto quando non possiamo stare lontano da persone potenzialmente infettive. Siamo collettivamente alle prese con un nuovo virus che si comporta in modo solo molto parzialmente prevedibile. Per venire a capo di altre malattie l’umanità ha impiegato secoli e perso milioni di ammalati inguaribili. Visto con gli occhi dei nostri bisnonni, che in pochi mesi si sia riusciti a generare test diagnostici e a imbastire terapie che iniziano a essere efficaci è davvero oltre le aspettative. A oggi l’impressione è che torneremo un giorno a scambiarci senza problemi le borracce al termine di una bella salita con le pelli, ma è bene non fare troppe previsioni su quando e su come arriveremo a festeggiare questo momento. Sarà perché il patogeno sparirà (con altri coronavirus è successo), sarà grazie a un’ampia diffusione dell’immunità che ridurrà la capacità del virus di fare male o sarà grazie ad un vaccino? È troppo presto per dirlo».     

Quali sono le regole da tenere presente nella vita di tutti i giorni: oltre a mascherine, igiene e distanziamento ci sono altri consigli? 

«Per quel che oggi sappiamo le mascherine (almeno chirurgiche, quelle di sola stoffa servono pochino) hanno molto senso in ambienti chiusi, quando dividiamo lo spazio con altre persone. Sempre in questi ambienti e dopo aver frequentato (anche all’aperto) luoghi pubblici, lavarsi le mani è una cosa utile». 

Quanto contano il luogo e il tempo di esposizione nella probabilità di contrarre il virus e c’è un rapporto con la possibilità di contrarlo in forme più gravi? 

«Esistono delle situazioni in cui il virus si diffonde con grande efficienza. Succede preferibilmente al chiuso, in ambienti umidi e rumorosi dove le persone tendono a parlare a voce alta. Lo sappiamo da esperienze raccolte in alcuni posti di lavoro, su autobus e in ristoranti, ma se state pensando a quelle belle tavolate dove ad alta voce si raccontano tra tanti amici le discese ardite e le risalite, ehm si, occhio perché per un po’ di tempo potrebbe valere la pena di comportarsi diversamente». 

Gita scialpinistica, escursioni, alpinismo, come dovremo cambiare le nostre abitudini per ridurre ragionevolmente i rischi?

«Il rischio zero non esiste, ma in questa pandemia cercare di non ammalarsi è un comportamento socialmente ed eticamente sensato. Auto e rifugi (andando oltre le indicazioni dei vari DPCM, che hanno modificato e potrebbero modificare le regole di comportamento e le presenze in alcuni di questi ambienti, ndr) sono luoghi chiusi, se sono con persone con le quali non convivo, usare una mascherina chirurgica e lavarsi le mani riduce di molto il rischio di trasmissione». 

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