L'UTMB in solitaria di Pau Capell in 21h17’18’’

L’obiettivo era scendere sotto le 20 ore e sotto quel 20h19’ dell’ultima edizione della mitica corsa attorno al Monte Bianco, vinta proprio da Pau Capell. Breaking 20 come il Breaking 2 della maratona. La partenza della corsa in solitaria di Pau Capell per correre attorno al Monte Bianco (accompagnato da un piccolo team di supporto a tutela della sua salute e della sicurezza) avrebbe dovuto essere venerdì pomeriggio, come all’UTMB, poi il meteo ha fatto anticipare tutto di un giorno, con il via alle 18 di giovedì. Per seguire l’impresa e la progressione di Pau c’erano anche una piattaforma e le telecamere della televisione catalana. 171 km e più di 10.000 metri chiusi alla fine in 21h17’18’’ (tempo da podio). La barriera delle 20 ore non è stata battuta, ma Capell al traguardo era comunque soddisfatto: «È stato davvero incredibile riuscire a correre quest’anno, sicuramente una delle esperienze più belle della mia vita. È stato un anno davvero difficile per tutti e il supporto che ho ricevuto da moltissime persone in tutto il mondo è stato stupendo. Per il momento mi concederò un po’ di riposo, dedicandomi alla mia famiglia. Non vedo l’ora di scoprire cosa mi riserverà il futuro». Capell ha corso con ai piedi le nuove The North Face Flight Vectiv, in vendita da gennaio.

©UTMB/Mathis Dumas

Translagorai Classic FKT Run

«Translagorai Classic FKT Run nasce in modo piuttosto semplice. Ordino 50 adesivi pagandoli a mie spese e decido che sono il premio per chi arriva in fondo alla traversata in meno di 24 ore. Servono a rendere l’idea che se sei a caccia di un riscontro materiale importante è meglio che aspetti che ricomincino le gare.
Attenzione, la Translagorai esiste da sempre come percorso, io non ho inventato assolutamente nulla. Esisteva la traccia e, intuendo da ciò che in molti mi hanno scritto, in tanti hanno un cugino o un conoscente che aveva già stampato un tempo strabiliante.
Però mancava l’ufficialità, ma soprattutto qualcosa che rendesse questa traversata un vero FKT, un percorso condiviso, ripetibile e che facesse sognare anche i non local. Abbiamo quindi creato la traccia cercando di individuare il concatenamento che avesse più logicità e linearità per chi lo avrebbe voluto ripetere in futuro. Possiamo dire che è uno standard collaudato, non esclusivo, e ovviamente aperto alla creatività personale di ognuno».

… E poi Francesco Paco Gentilucci e altri otto trail runner sono partiti una sera di metà luglio da Passo Rolle per farla in meno di 24 ore questa Translagorai.

«Per me era la terza volta su questo percorso e non ero mai riuscito ad arrivare in fondo nell’arco di una giornata sola. Il nostro obbiettivo è quello di creare un archivio degli intertempi, di consigli per chi vuole ripeterlo, oltre alla salvaguardia di questo posto che è perfetto così, nella sua imperfezione. In un FKT è giusto avere una visione diversa da quella che si ha su un percorso tracciato con le fettucce di una gara, senza pubblico e senza materiale obbligatorio: insomma, devi arrangiarti».

© Elisa Bessega

Il Lagorai è una delle ultime zone selvagge delle Alpi. Lungo il percorso si incrocia un solo rifugio con pernotto, per il resto o si scende a valle oppure ci si affida alla tenda e ai tanti bivacchi non gestiti: una peculiarità che le amministrazioni locali e i progettisti definiscono inadeguatezza. Ecco perché è stata prevista la ristrutturazione edilizia di un rifugio già esistente e di altre sei malghe-bivacco per creare nuovi punti ristoro gestiti: i primi lavori sono iniziati e in breve tempo si potrebbero incontrare agriturismi e ristoranti lì dove al momento non ci sono che qualche pastore e molte praterie. Un progetto di riqualificazione del genere servirà a dare nuova vita alla traversata? Così come gli atleti della Translagorai Classic FKT Run sono sempre di più coloro che si dirigono verso quest’angolo del Trentino attirati dalla possibilità di vivere un’esperienza di outdoor forse più scomodo e più difficile da gestire, eppure proprio per questo più appagante e più reale, soprattutto oggi che gli ambienti alpini, saturi di infrastrutture, finiscono per assomigliarsi quasi tutti. Ne parliamo su Skialper 131 di agosto-settembre.

© Federico Ravassard

Concatenamento Cervino - Dent d’Hérens per Cazzanelli e Maguet

Se ne parlava da tempo e, complice la stagione senza gare, ecco che si è formata una nuova coppia per imprese in velocità e con ingaggio alpinistico in quota. Qualche giorno fa François Cazzanelli e Nadir Maguet hanno concatenato in una sola giornata Cervino e Dent d’Hérens. «Quest’anno in assenza di gare ho voluto dedicare più tempo alla montagna e scoprire un mondo per me nuovo, quello dell’alpinismo e quando François mi ha proposto il suo progetto di concatenare in una sola giornata il Cervino e la Dent D’Hérens, le due montagne simbolo della nostra valle, non ho esitato nel dirgli di sì» dice Maguet. In totale 15 ore e 57 minuti per un dislivello di 4.300 metri con 35 chilometri di sviluppo.

Partenza alle 2,15 della notte tra il 20 e 21 agosto dalla chiesa di Cervinia (2.050 m), poi la scelta di due belle vie di roccia, la Diretta degli Strapiombi al Cervino e la Cresta est della Dent d’Hérens. L’itinerario ha toccato il colle del Breuil per attaccare il Cervino (4.478 m.) proprio dalla via degli Strapiombi di Furggen «Dopo 5 ore e 20 minuti dalla partenza abbiamo raggiunto la vetta e siamo scesi per la cresta del Leone fino al rifugio Duca D’Abruzzi - aggiunge Maguet - Da lì ci siamo trasferiti alla base della Cresta Albertini. Dalla base fino alla vetta delle Dent d’Hérens (4.171 m) ci abbiamo impiegato 5 ore. Successivamente siamo discesi dalla cresta Tiefenmatten fino al fino al rifugio Prarayer in Valpelline (2.055 m). Il tutto in totale autonomia portandoci dietro il nostro materiale».

© Facebook Nadir Maguet

Dal 27 agosto disponibili online i film del Trento Film Festival

Da oggi si può accedere alla piattaforma online.trentofestival.it e registrarsi per vedere i film che verranno proiettati anche in sala. I film saranno disponibili dal 27 agosto, giorno di apertura del settantottesimo Trento Film Festival, in base al programma delle proiezioni: ogni film andrà online il giorno successivo all'anteprima a Trento, per preservare la scoperta per gli spettatori in sala, e resterà disponibile per un'intera settimana.

Tutti i cortometraggi fino a 40 minuti di durata, ovvero ben 41 film da tutte le sezioni del programma, sono disponibili gratuitamente. Per tutti gli altri film è possibile acquistare a 20 euro l’abbonamento online che dà accesso all'intera selezione oppure noleggiare il singolo titolo a 4 euro. Ogni film, tanto quelli gratuiti, quanto a noleggio, è limitato a 500 visioni: come al cinema, quindi, è importante prenotare il proprio posto.

A inaugurare la piattaforma sarà Cholitas di Jaime Murciego e Pablo Iraburu, appassionante racconto di una spedizione unica, in cui cinque donne indigene boliviane affrontano la scalata dell’Aconcagua indossando i loro abiti tradizionali, come gesto di liberazione ed emancipazione. Il 27 agosto, grazie alla collaborazione con Montura, i primi 500 utenti che si registreranno avranno la possibilità di vedere il film gratuitamente, in contemporanea con l’anteprima a Trento.

La selezione cinematografica sarà presentata sia in proiezione per il pubblico del festival che in streaming, con l’eccezione di due titoli che si potranno vedere solo a Trento prima dell’uscita nelle sale: Paradise, una nuova vita di Davide Del Degan (Fandango), e l’evento di chiusura Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin di Werner Herzog (Feltrinelli Real Cinema e Wanted Cinema).


Luca Carrara e il Giro montano della Val di Scalve

Un nuovo giro in stile trail e skyrunning, che concatena sentieri esistenti, per stabilire un FKT, ma senza l’assillo del tempo, piuttosto per promuovere il territorio, divertirsi e registrare un primo crono, da cui ripartire. L’idea di Luca Carrara, atleta griffato Salomon, in Val di Scalve, nella bergamasca, era proprio questa. «Non è per il tempo che mi sono impegnato. La vera soddisfazione è la bontà della proposta che può avere un futuro. Mi dispiacerebbe se si esaurisse in questo mio tentativo» ha detto Luca al termine del giro di 68,5 km con un dislivello positivo di 4.400 metri chiuso domenica 16 agosto in 9 ore 21 minuti e 8 secondi. «I sentieri sono già in buono stato. I punti di ritorno a valle sono numerosi, così come i rifugi. Non tutte le alte vie hanno queste possibilità. Gli si dovrebbe dare un nome» continua Luca.

Ad accompagnarlo lungo il percorso alcuni local: Antonio Boni, Patrick Belingheri, Ernesto Duci e Valter Albrici. Il nuovo giro collega alcuni degli angoli più belli della valle bergamasca. La partenza da Nona (frazione di Vilminore di Scalve), poi Passo della Manina, Pizzo di Petto, Pizzo Ferrante, Rifugio Albani, Colle della Guait, Dezzo, Azzone, Passo Cornabusa, Malga Epolo, conca dei Campelli, Passo del Vivione, Laghi del Venerocolo, Rifugio Tagliaferri, Passo Belviso, Diga del Gleno fino ancora a Nona.

 


Keep Clean & Run e il Campionato del mondo di plogging

Keep Clean & Run. Corri e pulisci. Un motto che è diventato anche una manifestazione che prevede un itinerario ben preciso e simbolico per unire corsa e raccolta rifiuti, cioè plogging. La Keep Clean and Run 2020 avrebbe dovuto svolgersi ad aprile ma è stata rimandata a settembre, dal 3 al 10, e si svolgerà tra Trieste e Cortina lungo i luoghi del fronte della Prima Guerra Mondiale.

Gli organizzatori hanno anche pensato a una KCR solidale e all’edizione pilota del Campionato del mondo di plogging. Il funzionamento è semplice: ci si iscrive online in una delle categorie, walking, running o trail running, e nei giorni iniziali della XCR, 4, 5 o 6 settembre, si decide di correre dove si vuole e sulla distanza che si vuole seguendo il regolamento e registrando la propria attività tramite Strava o altre app. Al termine bisogna comunicare i dati accumulati agli organizzatori unitamente a una foto con il pettorale e i rifiuti raccolti: un algoritmo realizzato ad hoc calcolerà tempichilometri percorsi e chili di rifiuti raccolti e verrà stilata una classifica speciale. Quella della categoria trail running costituirà la graduatoria del primo Campionato del mondo di plogging.

Le quote di iscrizione unitamente agli altri fondi raccolti con le altre iniziative che rientrano nel Keep Clean and Run Solidale, verranno devolute in beneficenza alla Caritas Italiana che sosterrà, attraverso uno specifico concorso di idee, una start-up di giovani capaci di sviluppare progetti per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Le iscrizioni chiudono il 30 agosto e costano 5 euro per running e trail running e 3 euro per il walking. Per iscriverti clicca qui.


Every Single Street

Correre su ogni singola strada di San Francisco in 45 giorni è stato come fare un’ultra ininterrotta tra le montagne, perché non puoi mai staccare con la testa, devi essere sempre concentrato e il dislivello è importante - dice Rickey - Però per altri versi è molto diverso, perché la nostra idea di trail running è spesso legata alla fuga, è semplicemente esistere in un posto e non essere perfettamente presenti e consapevoli in quel luogo: correre per le strade della città è l’opposto di fuggire.

Le sterminate distese di sabbia e le gelide onde di Ocean Beach, a San Francisco, hanno qualcosa di catartico. E il gesto simbolico di Rickey Gates, che qui ha chiuso il primo agosto del 2017 la sua corsa da costa a costa degli Stati Uniti e da qui il primo novembre del 2018 è partito per il progetto Every Single Street, un’ultra-maratona per toccare ogni singola strada di San Francisco, è stato premonitore. O forse profetico. Passare dalle immense distese di uno dei Paesi più grandi del mondo alle 49 miglia quadrate di una città di poco meno di un milione di abitanti assume un significato ancora più profondo ora che, a causa delle restrizioni dei lockdown e delle conseguenze dell’era Covid, abbiamo riscoperto tutti una dimensione più local. E l’hashtag #everysinglestreet, oltre che un cortometraggio della Salomon TV, è diventato virale, con seguaci in ogni parte del mondo. Per correre dalla South Carolina a Ocean Beach, Rickey Gates ha coperto 3.700 miglia (poco meno di 6.000 chilometri), per raggiungere tutte le strade di Frisco, come i local chiamano la città del Golden Gate, 1.317 miglia (poco più di 2.100 chilometri) e 147.000 piedi di dislivello, quasi 45.000 metri. Dopotutto in sette miglia per sette miglia ci sono ben 1.100 miglia (1.770 chilometri) di strade e per percorrerle tutte, anche se sei efficiente al massimo, devi coprire alcuni tratti più volte. Abbiamo parlato con Rickey di Every Single Street su Skialper 131 di agosto-settembre.

© Jamil Coury

Una corsa alla fine del mondo

«Ero curioso di tornare nella valle Chacabuco e al lago Jeinemeni. Ma non era solo la natura ad attrarmi, piuttosto gli uomini e il loro rapporto con l’ambiente. Queste valli, questi monti, sono forse il luogo dove ho lavorato più a lungo come Guida di montagna, dove ho corso più lontano. Qui ho scritto record di salita e discesa in velocità su cime selvagge. Queste montagne le sento un po’ come mie, anche se non vivo qui, ma vicino a Santiago, nella valle Maipo. All’inizio del 2018, grazie alla donazione allo stato del Cile della terra della Valle Chacabuco da parte di Tompkins Conservation, la Reserva Nacional Lago Jeinemeni e la Reserva Nacional Lago Cochrane sono state unite nel Parque Nacional Patagonia. Queste valli sono state trasformate negli anni dall’allevamento e l’ecosistema, al di fuori dei panorami da cartolina, rischiava di essere compromesso irrimediabilmente, però la creazione del parco è andata contro alcuni degli interessi economici locali. Così, a distanza di due anni, volevo vedere come è stato accolto dalle persone che vivono da quelle parti e che effetto ha prodotto sull’economia locale. Volevo farlo a mio modo, tornando lì per correre».

A scrivere è Felipe Cancino, runner e attivista ambientale cileno, che ama guidare verso Sud, per andare a scoprire gli angoli più selvaggi della Patagonia usando i propri piedi. E così ha scoperto che un parco nazionale è molto più di un semplice contenitore di natura e può diventare un volano per l’economia locale e per uno sviluppo sostenibile. Attorno al Parque Nacional Patagonia, per esempio, sono sorte fattorie per l’agricoltura bio intensiva. Nei suoi viaggi in Patagonia Felipe è andato anche più a Sud, fino alla punta estrema del Sud America.

© Rodrigo Manns

«La Peninsula Mitre è l’estrema punta meridionale del Sud America, quella punta dell’Argentina che guarda a Est. Ieri abbiamo provato a bere l’acqua degli acquitrini rendendoci conto che, anche bollita, è imbevibile perché inquinata dai castori. Sembra incredibile, ma questi roditori, introdotti dall’industria delle pellicce, hanno devastato l’ecosistema locale. L’alternativa era bere quel liquido disgustoso o l’acqua salata del mare, poi abbiamo capito che si poteva raccogliere l’acqua che ogni giorno cade dal cielo ed è stata la nostra salvezza. Essere qui, senza tutte quelle comodità del nostro mondo, a partire da un collegamento internet, mi ha obbligato a risolvere i problemi, tanti, facendo solo ricorso al mio intuito. Mi ha fatto capire che a volte devi avere fortuna».

Su Skialper 131 di agosto-settembre un intenso reportage con le meravigliose fotografie di Nacho Grez e Rodrigo Manns.

© Nacho Grez

Va' Sentiero

Ieri ci siamo svegliati sulle rive del piccolo lago di Favogna, tempestato di ninfee. Sembrava un quadro di Monet. Ero ancora stordito dal sonno e ho pensato di farmi una nuotata. Dal pontile di legno, nudo, mi sono tuffato nel lago deserto. Grazie al fondo torboso l’acqua era a temperatura ideale e mi è venuto da urlare di felicità. Più tardi abbiamo raggiunto la cima del Monte Roen. Non è stato solo il nome a ricordarci il Signore degli Anelli. Da lassù, a Ovest, scintillavano i grandi ghiacciai dell’Ortles-Cevedale, sormontati da vette che parevano scolpite nel cielo.

Ai nostri piedi la parete orientale del Roen volava in picchiata per centinaia di metri. Lungo la discesa verso il rifugio abbiamo allungato per la Malga di Smarano e Sfruz. Volevamo toglierci lo sfizio di vedere se esistono davvero due tali con dei nomi simili, da Stanlio & Ollio altoatesini. Alla malga non c’erano né Smarano né tantomeno Sfruz (che abbiamo scoperto poi essere dei paesini a valle), ma due cani con il manto chiazzato che ci hanno guardati arrivare in attento silenzio, senza scomporsi né abbaiare. Erano Pastori del Lagorai. Un ragazzo dagli occhi gentili ci ha offerto birre e cacioricotte fresche di minuti, sapevano ancora di erba tagliata. 

Lui e sua moglie (Alan e Roberta) salgono qui ogni primavera con le loro vivaci bimbe e le tante caprette. Ce ne hanno anche fatta mungere una. Mi ha colpito la loro serenità. Roberta aspetta un altro bimbo e, mentre mi preoccupavo della loro sussistenza, guardandoli ho realizzato di come fossero spontaneamente al di sopra di ogni tipo di preoccupazione, concentrati a vivere il presente come un dono. A fine tappa, mentre ci rilassavamo a piedi scalzi sul grande terrazzo del rifugio Oltradige, il Latemar, il Catinaccio e le Odle si sono tinti di rosa. È stata l’ultima grande vista delle Dolomiti, un bellissimo arrivederci.

© Sara Furlanetto

A scrivere è Yuri Basilicò. Insieme a Sara Furlanetto e Giacomo Riccobono, neanche 90 anni in tre, si è inventato Va’ Sentiero, una spedizione lungo il Sentiero Italia, il trekking di 6.880 chilometri che attraversa tutta l’Italia, per fare riscoprire questa gemma dimenticata. Nel 2019 dal Golfo di Trieste a Visso, quest’anno, restrizioni permettendo, quello che manca. Su Skialper 131 di agosto-settembre Yuri ha scritto per noi un diario dei primi, intensi, mesi lungo il Sentiero Italia, scegliendo qualche episodio e luogo tra i mille. Perché il senso di un viaggio lungo il Sentiero Italia è quello espresso perfettamente dalle parole di Konstantinos Kavafis nella poesia Itaca, che Yuri e i suoi compagni di viaggio hanno letto alla partenza dal Golfo di Trieste: non conta la meta, ma il viaggio. Per info su Va' Sentiero: vasentiero.org

© Sara Furlanetto

Transap

Le cose più belle della Transap sono quelle che non si vedono con gli occhi, sono quelle che non puoi toccare e quantificare materialmente. Credo sia un aspetto positivo non avere oggetti o riconoscimenti che definiscano il valore delle motivazioni e delle azioni. Non ci servono cose per essere e per fare. Nel caso della Transap, tutto ciò che ha un significato, almeno per me, rimane immateriale. A dare un senso alla Transap non sono certo i chilometri (non pochi), né tantomeno il dislivello (non male), anche se ci devi fare i conti, e magari dopo un po’ li maledici, come se fossero diventati delle vespe sotto la maglietta o delle tarme nelle scarpe bucate. Sudi e soffri, a volte sbocchi in mezzo al bosco, sbuffi come un vecchio motore a gasolio sfatto, ma vai avanti perché nella Transap c’è un perenne senso di attesa nei confronti di qualcosa che sta per accadere. Mi piace pensare alla Transap come a un viaggio ideale, che in realtà non si compie, ma ridefinisce ogni volta una meravigliosa aspettativa. Perché è sempre difficile cogliere il senso di un’attesa, visto che la sua magia è proprio il non compiersi, ma aspettare che nasca. Ci vuole impegno e il giusto atteggiamento per capire la semplicità.

© Nicola Damonte

Transap, come la chiama Niki Gresteri, sta per Transappenninica. Un’idea semplice semplice e perfetta per questa estate così diversa: partire dalla pianura per arrivare al mare della Liguria, valicando quell’Appennino tanto selvaggio quanto vicino alle località più turistiche. Naturalmente a piedi, o di corsa, comunque con passo veloce. Nella sua versione-evento la Transap ha luogo l’ultimo fine settimana d’estate, come un rito collettivo senza pettorali, quote di iscrizione e ristori, ma con lo spirito della grande avventura da vivere insieme, perché non sono ammesse inscrizioni singole. Ma idealmente la Transap è dentro ogni sognatore che dalle cime dell’Appennino volge lo sguardo verso il mare ed è un’idea per una estate diversa, fosse anche solo per correre per pochi chilometri su quelle vie del sale che collegavano Pianura Padana e Mar Ligure per crinali, lontano dai briganti. Ecco perché su Skialper 131 di agosto-settembre abbiamo chiesto a due che la Transap l’hanno fatta, di raccontarcela, di raccontarci le emozioni che si vivino su quei crinali. Le parole sono di Niki Gresteri e Marta Manzoni, le splendide fotografie di Nicola Damonte. Un articolo da leggere con lo spirito con il quale si sfogliano le pagine di un racconto.

© Nicola Damonte

Made in Bangladesh

«Clacson, polvere, smog, tosse, lacrime, occhi di donne stanche, bambini dallo sguardo adulto, piedi scalzi e cumuli di ciabatte di plastica abbandonate. Bus sovraffollati, bus da rottamare in perenne sorpasso su una pista di terra battuta, bus molleggiati con sospensioni finite e sedili consumati, autisti che si scagliano nel traffico dove sembra che chi frena perda il rispetto degli altri conducenti. Correre in auto contromano per evitare un ingorgo. Imbottigliamenti pazzeschi creati da un paio di risciò e alcuni CNG (taxi motorizzati a tre ruote, delle specie di Ape Piaggio) per una mancata precedenza. Ancora clacson! Treni che si annunciano nelle stazioni spezzando il silenzio notturno mentre l'ansia sale nel sonno pensando alle tante persone che camminano per i binari bui come fossero sentieri sicuri nella foresta. Il muezzin che annuncia l’alba e quello che precede il tramonto. Cartelloni pubblicitari che pubblicizzano grandi infrastrutture del futuro. Grandi scritte che recitano safety first come fossero enormi prese in giro. Canne di bamboo che sorreggono palazzi in costruzione. Tra le palme e vicino agli argini sbucano moltissime ciminiere e camini neri che lasciano nubi grigie in cielo con file di mattoni alla loro base: famiglie intere accovacciate sulle ginocchia vivono grazie a queste fabbriche di polvere rossa, fanghi e liquami».

© Giacomo Frison e Glorija Blazinsek / Altripiani.org

Da dove arriva e come viene prodotta la giacca che usiamo quando andiamo a fare skialp, o il fleece che mettiamo sotto? Giacomo Frison e Glorija Blazinsek sono andati alla fonte, a vedere lo stabilimento dove vengono prodotti alcuni capi di uno dei marchi più noti, Salewa. Un viaggio non certo dei sogni, in Bangladesh, uno dei Paesi più sfortunati del mondo, dove 169 milioni di persone rischiano di vedere scomparire la loro casa tra le acque e lottano ogni giorno per conquistare i diritti più elementari, a partire dal cibo. «Lo sforzo più grande in Bangladesh è stato evitare di ragionare secondo le nostre regole e provare a interpretare continuamente questa logica della non logicadettata quasi sempre da un’esigenza di sopravvivenza» scrivono Giacomo e Glorija. Però a Comilla la musica cambia. Le regole non sono più quelle del traffico di Dhaka e di tutto il resto del Paese, qui non vince il più forte o chi suona con più intensità il clacson. Qui è un'oasi organizzata. Ci si rispetta, ci sono ruoli definiti: sarti, tagliatori, supervisori e manager, si hanno tutte quelle garanzie per nulla scontate in un Paese così sfortunato. Acqua potabile prima di tutto, un pasto garantito, i bagni e le docce, l’aria più fresca e l’assistenza medica con il dottore e l’ottico. Poi il sussidio di maternità e l’asilo per l’infanzia, ma soprattutto la donna che lavora riesce a ottenere più stima e diritti, creandosi un ruolo importante anche in famiglia ed evitando matrimoni combinati in giovane età. Ne parliamo su Skialper 131 di agosto-settembre.

© Giacomo Frison e Glorija Blazinsek / Altripiani.org

Giovanni & Franz, si continua a correre

Nostradamus, a noi, ci fa un baffo.

Franz: «E pensare che l’idea originale del libro era quella di dire che la corsa, una volta diventata stile di vita, si adatta all’età. Un po’ come la pelle, il colore dei capelli, o le rughe del viso. È una corsa diversa, meno competitiva e più meditativa».

Giovanni: «Tu, come al solito, la butti in filosofia. La verità è che, con l’età che aumenta, le prestazioni calano e bisogna regolare le aspettative, ma di certo non è necessario smettere di correre. Al massimo bisogna adattarsi alle nuove condizioni. Un po’ come fanno le piante».

F: «Ecco lì, dieci parole e stai già citando il mondo vegetale».

G: «Dico solo che le piante sono sottovalutate, a conoscerle meglio si imparano un sacco di cose interessanti. Comunque, tornando alla corsa, il blocco al quale il Coronavirus ci ha obbligati è stato un laboratorio. Ci sono quelli che si sono adattati correndo in terrazza o sul tapis roulant e quelli che non sono riusciti ad accettare la situazione e la corsa - antistress per eccellenza - è diventata un fattore di stress».

© Dino Bonelli

Giovanni Storti, meglio conosciuto come Giovanni del famoso trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ha scritto un libro con l’amico runner Franz Rossi sulla corsa e gli anni che passano. Eppure quel libro, Niente panico, si continua a correre, è diventato un po’ metafora della corsa nella natura al tempo del distanziamento sociale. Ecco perché i due autori hanno prodotto un articolo a quattro mani per parlare del trail running in questi strani mesi che stiamo vivendo. Di come sono cambiate le loro sensazioni, di come hanno vissuto gli scorsi mesi e stanno vivendo questa estate. Si spazia dalla natura a Kilian Jornet, con quella leggerezza tipica dei comici, per riflettere sui temi seri della nostra epoca. E, per chiudere il quadretto, Giovanni e Franz li abbiamo portati a correre – per la prima volta insieme dopo il lockdown – ai piedi del Monte Bianco, dove li ha fotografati per noi Dino Bonelli. Che direi, buona lettura! L’articolo completo è su Skialper 131 di agosto-settembre.

© Dino Bonelli

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