Patagonia, finisce l’era Marcario

La CEO e presidente lascia ogni incarico dopo 12 anni e un'azienda con giro d'affari quadruplicato e immagine globale mai così forte

Rose Marcario © Tommaso Mei/Patagonia

Quando nel 2008 Rose Marcario varcò la porta dell’headquarter di Ventura, in California, per assumere il ruolo di CFO di Patagonia, nessuno poteva immaginare che avrebbe lasciato un segno così indelebile nella storia del marchio di abbigliamento tanto da avvicinarsi a quello del suo carismatico fondatore, Yvon Chouinard. Patagonia ha ufficialmente annunciato che Marcario, fino a qualche giorno fa presidente e CEO del brand, ruolo che ricopriva da sei anni, da oggi, 12 giugno, lascia ogni carica. Secondo quanto riportato da Fast Company, che ha dato la notizia in esclusiva il 10 giugno, Marcario aveva comunicato all’azienda la sua decisione di lasciare a fine anno, ma la necessità di riorganizzare il business in seguito all’emergenza Covid-19 ha reso più urgente un cambio al vertice, in modo che il nuovo modello di sviluppo venga pensato fin dall’inizio dal nuovo team dirigenziale. Team dirigenziale che però non c’è ancora e la fase di transizione verrà per ora guidata dal COO Doug Freeman in attesa che Chouinard trovi una persona degna di raccogliere l’eredità di Marcario.

Marcario lascia Patagonia nel momento di più grande prosperità nella sua storia lunga 47 anni e da quando ha messo piede in azienda il giro d’affari è quadruplicato, superando il miliardo di dollari. Il ruolo della manager in questa storia di successo è di primo piano e, al suo arrivo, a un’immagine aziendale forte non corrispondeva un’organizzazione altrettanto importante. L’immagine pubblica di Marcario, dapprima dietro le quinte, è rapidamente cresciuta, soprattutto nell’era Trump, fino ad arrivare a creare un’alchimia con quella di Chouinard difficilmente rinnovabile. Patagonia si è sempre più trasformata in uno strumento di cambio, con visioni e campagne dal forte impatto politico e apparentemente in contrasto con il modello di business dominante nel mondo dell’outdoor e della moda, fino ad arrivare ad appoggiare apertamente alcuni candidati nelle elezioni midterm del 2018 in Nevada. In questi anni sono stati prodotti film a sostegno delle cause ambientali, destinati 10 milioni di dollari risparmiati grazie alla politica fiscale dell’amministrazione Trump a iniziative di tutela dell’ambiente. Sono arrivati anche un fondo di venture-capital interno per finanziare start-up sostenibili e Patagonia Action Works, un digital hub per mettere in contatto attivisti e organizzazioni ambientali.

Nella fase pubblica degli ultimi anni anche il coming out nella comunità LGBT che l’ha fatta salire al primo posto dell’indice Queer 50 di Fast Company che raggruppa le personalità più influenti della comunità LGBT nel mondo del business e del tech. In una dichiarazione rilasciata proprio a Fast Company c’è la sua filosofia del business: «Non è tempo di essere riservati, di essere complici, di stare zitti. Stiamo vivendo in un momento in cui è così importante per le aziende guidare questa nuova economia, questa nuova visione, questo futuro ambizioso degli affari come forza per il bene. Perché quello che abbiamo visto negli ultimi 25 anni è stato il business come forza del male». Un’eredità pesante, una nuova sfida per un marchio che ha fatto parlare di sé ben oltre il perimetro dell’industria outdoor. Ma la linea del futuro l’ha già tracciata la stessa Marcario, lasciando un’azienda in salute e con valori ben definiti al suo successore. Chiunque sarà.

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