Yannick Boissenot, dentro l’azione

Se conosci ciò che fotografi e filmi, è meglio. Questo savoiardo trapiantato a Chamonix lo sa, ma è difficile distinguere il fotografo dalla sciatore di ripido perché il livello è alto, in entrambe le arti

© Damiano Levati/Storyteller Labs

Fotografia. Catene montuose. Montagna. Fotografia in montagna. Un legame spesso forte, ampiamente sviscerato, analizzato e sempre in continua evoluzione. A volte ci si trova in montagna per un’ascensione o una discesa e si documenta la giornata con scatti più o meno numerosi, cellulare di ultima generazione o reflex digitale. Obiettivi, inquadrature, filtri. Trofeo effimero di un ricordo o ricerca dell’attimo perfetto.

Fin dalle prime immagini della fine del XIX secolo, popolate di personaggi che affrontavano salite e ghiacciai con abbigliamento e attrezzature che ora paiono rudimentali, fu chiaro che si apriva un mondo grazie alla possibilità di riprodurre fedelmente quegli ambienti di sublime bellezza e le persone che vi si muovevano. In ambiente alpino, tanto più durante le attività che si possono praticare in quota, non sono pochi gli alpinisti e i fotografi professionisti che sembrano essere più attratti dagli scatti che possono immortalare con le luci che solo l’aria sottile sa regalare, rispetto alla vetta stessa. Da quando poi la fotografia è diventata strumento alla portata di tutti, non c’è chi, dal semplice escursionista fino all’alpinista estremo, non abbia provato il desiderio di riportare a casa con sé le immagini delle cime e delle azioni che su di esse si compiono. La potenza degli scatti catturati dagli alpinisti sulle montagne più alte e remote, ma anche da semplici escursionisti sulle vette che vediamo dalla finestra di casa.

Una delle citazioni più note in cui anche l’alpinista del week-end può ritrovarsi in merito al suo legame tra monti e fotografia è quella che Guido Rey fece in tempi non sospetti nel suo Alpinismo Acrobatico: «…l’antipatico gingillo meccanico che rechiamo sui monti, legato alle spalle, è divenuto per noi un compagno utile e fedele che, ad un nostro cenno, guarda e ritiene con memoria più sicura della nostra; un compagno che malediciamo cento volte nella salita, che pesa, ci preme il fianco o sbatacchia sulla schiena, […] la piccola scatola racchiude nel suo segreto alcune rapide visioni che sono tesori, […] un attimo fuggente della vita».

Smettendo di essere così aulici, non ricordo chi, ma probabilmente un saggio, diceva a proposito della fotografia in montagna contemporanea: «professionisti e amatori, esattamente come nel porno…» tutti con il proprio gingillo al collo o in tasca. Non penso quindi che si possa rendere giustizia alla fotografia, anche a quella alpina, con una definizione stringente. È ibrida, mutevole, nasconde molteplici motivazioni che spingono sia l’amatore sia il professionista a scattare. È arte dopotutto la fotografia. Anche in montagna. Il quindicenne Yannick le montagne le aveva davanti. Ci viveva, in montagna. Nato a Bourg-Saint-Maurice, Yannick ha imparato a sciare, fare snowboard, skateboard e arrampicare nella vicina Les Arcs, in Savoia. Quasi per caso i suoi genitori in quel periodo adolescenziale gli regalarono la prima fotocamera digitale. Arrivarono subito gli esperimenti a immortalare i suoi amici e successivamente la specializzazione in una scuola di arti audiovisive a Montpellier. Fotografia e montagna: ed eccoci qui a chiacchierare con Yannick Boissenot. Molti infatti scattano fotografie in montagna, ma pochi sono a proprio agio come Yannick a immortalare action sport praticandoli davvero insieme ai protagonisti, in equilibrio sulle lamine degli sci su una linea estrema del massiccio del Monte Bianco o su una parete extraeuropea.

© Damiano Levati/Storyteller Labs

Cameraman e fotografo di montagna, Yannick è diventato un testimone chiave della verticalità. Un nome nuovo che ha saputo conquistare un proprio spazio gradualmente sul campo, sciando, arrampicando e regalando storie attraverso le immagini che cattura in prima persona, direttamente dal centro dell’azione. Cosa non troppo scontata. Amante dello sci, specie quello estremo, come mezzo di esplorazione e condivisione, nell’ultimo periodo ha deciso di ampliare le inquadrature iniziando a cimentarsi con il parapendio. Le sue immagini e i suoi film sono miscellanee delle passioni verticali che porta avanti a Chamonix e nei suoi viaggi. Del suo lavoro dice: «quando faccio un film, il mio obiettivo è condividere le emozioni!». Sembra facile, ma far sognare chi guarda, come chi legge, è tutt’altro che banale. Abbiamo fatto due chiacchiere per conoscere chi sta dietro l’obiettivo di redpointmovie.com e il suo modo di andare per pareti.

Yannick nel 2020: chi sei? Dove sei? Cosa stai facendo? Insomma, iniziamo come al solito dalle presentazioni.

«Sono nato a Les Arcs, una località sciistica abbastanza famosa. Ho iniziato a sciare a tre anni come tutti i bambini di quelle valli. Dopo dieci anni di sci e gare ho capito che la competizione non faceva per me, avevo bisogno di essere più libero, ho provato lo snowboard, il telemark per molti anni e a 19 anni sono tornato sugli sci per quello che amo di più in questo momento: lo ski de pente! Ora ho 36 anni, sono uno sciatore supportato da Salewa e Black Crows, un cameraman specializzato in alpinismo, spedizioni, e arrampicata e sono anche allenatore del club di arrampicata di Ginevra. Yannick nel 2020? È a casa, come molti purtroppo. Ma mi godo in tranquillità le montagne e la famiglia. Avrei dovuto essere in Perù per una spedizione alpinistica con i miei amici Thomas Huber e Stephan Siegrist quest’estate, ma a causa del Covid abbiamo cancellato tutto a giugno. Avendo più tempo, ho deciso di imparare a usare il parapendio, quindi negli ultimi tre mesi… sono stato in volo. Se ci penso, negli ultimi quattro anni non sono mai stato a casa (2019, 2018 in Pakistan; 2017 in Perù) quindi sono stato abbastanza felice di rimanere a Chamonix. Sono sposato da sabato scorso (questa intervista è di settembre, ndr) e ho un bambino di 18 mesi».

Lo sci è sempre stato molto importante?

«Negli ultimi anni è diventato la ricerca della linea che non era mai stata disegnata. Esplorazione. Ovviamente amo le giornate in neve fresca, lo sci o lo snowboard tra gli alberi, in foresta. Giornate selvagge di puro divertimento, ma di sicuro, da quando mi sono trasferito a Chamonix dieci anni fa, il mio modo di vedere lo sci è cambiato. Quando sono arrivato qui ero motivato a provare a sciare su tutte le linee, tutto era così enorme, specie arrivando da una stazione sciistica classica come Les Arcs. Presto mi sono trovato a studiare per tutto il tempo nuovi progetti o le king lines che vorrei sciare. Il gioco è studiarle ed essere pronti quando ci saranno le buone condizioni.

A volte la neve si attacca alla roccia o al ghiaccio per uno o due giorni, poi magari basta anche per dieci anni».

Hai saputo coniugare la tua passione per alpinismo e sci con la fotografia, cosa ti ha portato ad avvicinarti alle arti visive?

«Ho iniziato seriamente 12 anni fa. Mi sono specializzato nelle foto e nei video di sport estremi. Praticando steep skiing, alpinismo e arrampicata, posso essere veramente vicino all’azione, soprattutto quando seguo atleti professionisti come Thomas Huber, Victor Delerue, Simon Gietl. È fantastico riuscire a combinare queste due passioni. Quando esco per un servizio non mi accorgo che in realtà sto lavorando».

Il 2020 non è stato un periodo facile con i problemi e le restrizioni connesse al Covid-19. Come hai trascorso il tuo tempo?

«I due mesi a casa sono stati davvero frustranti e credo che sia stato lo stesso per tutti. Ho passato dei bei momenti con il nostro bambino e l’altro figlio di mia moglie di otto anni. Il tempo è stato sempre bello, abbiamo un giardino, quindi non mi posso lamentare più di tanto. Soprattutto pensando ad alcune persone che vivono in un piccolo appartamento in una grande città, non stavamo giocando allo stesso gioco. Inoltre il piccolo ha deciso di iniziare a camminare proprio durante il lockdown, un bel da fare!».

Alpinista e papà, cosa è più impegnativo?

«Di sicuro essere papà! Mi piace pensare che la cosa più incredibile sarà il momento in cui potrò trasmettergli la mia passione e condividere del tempo insieme in montagna! Abbiamo fatto il nostro primo bivacco di famiglia durante l’estate: è stato fantastico».

La montagna è davvero una buona opzione in ottica social distancing?

«Certo, ma non a Chamonix. A questo proposito, con i miei sponsor sono felice di aver trovato un buon equilibrio. Non sono ossessionati da ciò che è social e preferiscono i contenuti e i progetti di qualità lontani dal meccanismo quickly done, well done, purtroppo in voga».

La maggior parte degli accessi all’alta quota nell’area di Cham si effettua con impianti e funivie, non il massimo per il distanziamento sociale. Alla fine del lockdown però gli impianti sono rimasti chiusi ma, dopo l’isolamento forzato, in paese eravamo tutti super affamati di aria aperta e di poter tornare in montagna, così abbiamo iniziato apartire da valle a piedi, magari anche prima della mezzanotte per essere alla base delle pareti prima del sorgere del sole, come si fa in primavera. Alla fine si facevano uscite con 2.500-3.000 metri di dislivello. Faticoso, insolito per Chamonix, ma non andava affatto male! Questa è anche una delle ragioni per cui mi sono avvicinato al parapendio: meglio volare che scendere camminando dopo aver sciato o scalato una parete».

Un posto isolato a Chamonix?

«Sembra un paradosso, ma in certi giorni, magari un po’ fuori stagione, andate nella zona del Refuge d’Argentière. Ci sono talmente tante possibilità, seppur così evidenti, pendii facili esposti a Sud o le grandi pareti del circo Nord che, conoscendo bene i luoghi, rischierete di non trovare nessuno. Per me è un posto unico nel massiccio del Monte Bianco».

Ultimamente grandi dislivelli quindi. Un trend di un certo alpinismo, insieme alla velocità. Qual è il tuo stile?

«Non sono un ragazzo che vive quel genere di competizione. Non voglio sapere sempre quanto dislivello ho fatto in un anno o quanto ore ho impiegato per una cima. Però mi piacciono i progetti sfidanti, in cui mettersi in gioco: percorrere più pareti in sequenza, salire one-push direttamente da valle, ma per favore: nessun cronometro con me in montagna. E poca ostentazione. Anche il mondo dei media e dei social media a mio avviso non ha spinto gli sport di montagna nella giusta direzione. Mi sarebbe piaciuto diventare un atleta del mondo dello sci durante gli anni ’90.

A questo proposito, con i miei sponsor sono felice di aver trovato un buon equilibrio. Non sono ossessionati da ciò che è social e preferiscono i contenuti e i progetti di qualità lontani dal meccanismo quickly done, well done, purtroppo in voga».

So che ti piace molto viaggiare per sciare e scalare in posti remoti. Raccontaci il tuo viaggio ideale.

«Se potessi tornerei in Pakistan durante la primavera per sciare. Sono già stato diverse volte, ma sempre con progetti alpinistici. È un paese meraviglioso. Il mio sogno sarebbe quello di poter sciare su una vetta vergine di 6.000 o 7.000 metri: ci sono così tante opzioni.

La gente è sempre stata più attratta dagli Ottomila, mentre tanti posti non sono mai stati visitati e nascondono un potenziale enorme. Amo la cultura e le persone del Karakorum».

Hai sciato e fotografato anche in Perù: un altro terreno di gioco storicamente speciale per lo sci estremo.

«Penso che il Perù sia stato un buon passo da fare prima di sciare in Himalaya. Avvicinamenti brevi da Huaraz che ti concedono di scoprire cos’è lo sci ripido a 6.000 metri… e non è facile.

Abbiamo sciato Artesonraju (6.025 m) e Tocllaraju (6.032 m) impiegando due giorni ogni volta e ce ne sono voluti tre per lo Scudo sullo Huascaran Sur (6.768 m). Poi quando hai finito ti ritrovi in hotel a bere birra e mangiare del buon cibo a mille metri sul livello del mare. Non è la stessa partita quando stai al campo base a 5.000 metri come in Himalaya».

I tuoi progetti quindi guardano al Pakistan?

«Una linea che non posso far a meno di sognare è il Laila Peak. Mi piacerebbe sciarlo dalla cima, senza doppie, in buone condizioni, il modo come va fatta una discesa del genere. Anche nell’area del Bianco ho ancora molti sogni. Linee che non vorrei svelare e che vorrei aprire o anche discese majeur da ripetere. Se dovessi dirtene una, sono sempre stato attratto dal Macho al Mont Blanc du Tacul».

Quindi ecco la meta del prossimo viaggio?

«Non lo so. In realtà in Pakistan stiamo portando avanti anche un altro progetto, raccogliendo attrezzatura, sci, snowboard, abbigliamento tecnico qui a Chamonix da inviare laggiù per fare conoscere le gioie di questi sport ai bambini del posto. Julien Pica Herry, che è il mio migliore partner con il suo snowboard, è il principale promotore di questo progetto. Pica conosce alla perfezione l’Hunza Valley in Pakistan. Se non ci saranno problemi con le restrizioni e i blocchi legati alla pandemia, dovremmo andare sul posto il prossimo febbraio con altri cinque o sei amici. L’idea è quella di insegnare ai local come usare sci e tavole, passando del buon tempo insieme».

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 133

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.