Per anni l’Everest è stato il regno degli alpinisti. Oggi, sempre più spesso, è diventato anche il terreno di gioco di atleti provenienti da un altro mondo: quello della corsa in montagna. Uomini capaci di trasformare una salita di migliaia di metri di dislivello in un problema di resistenza, velocità e gestione dello sforzo. Tra loro c’è Tyler Andrews, ultrarunner statunitense che a fine maggio ha firmato una delle imprese più impressionanti degli ultimi anni: la salita più veloce mai registrata dal campo base alla vetta dell’Everest.
Classe 1989, originario del Massachusetts e residente da anni a Flagstaff, in Arizona, Andrews non è un nome nuovo nel mondo dell’endurance. Prima di dedicarsi alle grandi montagne aveva già ottenuto la qualificazione agli Olympic Trials statunitensi di maratona con un personale di 2h15’52”, per poi spostare progressivamente il proprio interesse verso l’ultra running e soprattutto verso le prestazioni in quota.
Negli ultimi anni ha costruito una carriera particolare, a metà tra il trail runner e il velocista d’alta quota. Ha collezionato FKT (fastest known times) sulle grandi montagne del Sud America, stabilendo record di salita su cime come Aconcagua, Manaslu e Kilimangiaro, e nel dicembre 2025 ha persino realizzato un Everesting su tapis roulant in 8 ore, 17 minuti e 9 secondi, nuovo record mondiale della disciplina.
L’Everest rappresentava però il progetto definitivo. Un’ossessione coltivata per quasi sei anni e attraverso numerosi tentativi. Inizialmente Andrews puntava a una salita senza ossigeno supplementare, ma le condizioni della montagna e le difficoltà incontrate nelle precedenti spedizioni lo hanno portato a cambiare strategia.
Per capire il valore della sua prestazione bisogna fare un passo indietro. I record di velocità sull’Everest hanno sempre occupato una zona grigia tra alpinismo, atletica e sfida personale. Nel 2003 lo sherpa nepalese Lhakpa Gelu raggiunse la vetta dal Campo Base sud in 10 ore e 56 minuti, un tempo che per oltre vent’anni è sembrato quasi intoccabile.Ancora più controversi sono i record senza ossigeno. Nel 1998 Kazi Sherpa dichiarò una salita in poco più di 20 ore dal Campo Base alla vetta, una prestazione spesso citata ma mai completamente accettata come riferimento universale. Da allora numerosi atleti hanno provato a ridefinire il concetto di velocità sulla montagna più alta del mondo, portando sull’Everest approcci sempre più vicini a quelli del mountain running.
Negli anni più recenti, però, anche atleti con un background nel trail running hanno tentato di portare l’Everest nel campo della velocità. Nel 2017, Kilian Jornet, l’icona del trail e dell’ultrarunning, tentò la salita più veloce senza ossigeno, raggiungendo la vetta in 17 ore e 14 minuti, un’impresa che, seppur non battendo il record dal campo base alla cima, ha segnato uno spartiacque nel modo in cui si concepisce la velocità in alta quota. Anche Nirmal Purja, alpinista nepalese e celebre per il suo progetto 14 Peaks, ha stabilito un nuovo standard di velocità, salendo l’Everest, insieme al Lhotse, in meno di 24 ore, segnando un nuovo livello di performance estrema.
È in questo contesto che si inserisce Andrews. Partito dal Campo Base sul versante nepalese, ha raggiunto la cima dell’Everest a 8848 metri in 9 ore, 55 minuti e 43 secondi, abbattendo di oltre un’ora il record di Lhakpa Gelu Sherpa e diventando il primo uomo a scendere sotto la barriera delle dieci ore. Successivamente è rientrato al Campo Base fermando il cronometro a 16 ore e 32 minuti complessivi, stabilendo anche il miglior tempo andata e ritorno.
L’impresa è stata resa possibile da una preparazione quasi maniacale: acclimatazione specifica, monitoraggio fisiologico, conoscenza dettagliata della via e utilizzo di ossigeno supplementare a partire dal Campo 2. Una scelta che ha immediatamente acceso il dibattito tra gli appassionati. Molti osservatori hanno sottolineato come il confronto con salite senza ossigeno sia impossibile, mentre altri evidenziano che, indipendentemente dai mezzi utilizzati, coprire il percorso dal Campo Base alla cima dell’Everest in meno di dieci ore resta qualcosa di straordinario.
Forse è proprio questo l’aspetto più interessante della storia di Andrews. Non tanto il numero scritto sul cronometro, quanto il modo in cui sta cambiando il profilo degli atleti che si confrontano con l’alta quota. Corridori abituati a muoversi veloci, a leggere il terreno e a gestire la fatica per decine di ore stanno portando una nuova idea di prestazione sulle grandi montagne.
L’Everest rimane una montagna e non una pista di atletica. Ma sempre più spesso i protagonisti delle sue sfide arrivano dal mondo del trail running. E Tyler Andrews, con il suo record sotto le dieci ore, è probabilmente il simbolo più evidente di questa trasformazione.
© foto Tyler Andrews – Chris Fisher
