Suffer Fest Ice & Palms
Il Baden-Württemberg è uno dei principali land della Germania. La sua capitale è Stoccarda, conosciuta nel resto del mondo come la patria dell’automobile (Mercedes-Benz, Porsche, Bosch hanno sede qui, ad esempio), e l’economia dell’intera regione si basa largamente sull’industria. Confina con la Francia a Est e con la Svizzera a Sud, mentre i principali rilievi sono rappresentati dalla Foresta Nera, la catena dello Giura e le Prealpi del Lago di Costanza. Il Baden-Württemberg sembra un buon posto dove vivere, se non fosse per un piccolo dettaglio: il mare, specialmente quello caldo, è lontano, parecchio lontano. E di conseguenza, se un paio di amici si dovessero inventare di voler andare al mare in bicicletta, le cose si complicherebbero parecchio, specialmente se lungo l’itinerario ci si volesse portare dietro anche degli sci e decidere di utilizzarli nel miglior modo possibile.
I due amici sono Jochen Mesle e Max Kroneck che, oltre alla passione per lo sci scoprono di condividere anche quella per le pedalate, specialmente quelle lunghe e faticose, e per la fotografia, in particolar modo quella che ti impone di utilizzare apparecchi pesanti e scomodi. L’idea che partoriscono insieme ha le caratteristiche comuni di ogni suffer fest che si rispetti: dev’essere lunga, fisicamente estenuante, particolarmente ricca di incognite e problematiche di varia natura, originare vesciche in vari punti del corpo e apparire insensata agli occhi delle persone normali. Et voilà, ecco il progetto Ice & Palms: Jochen e Max vogliono partire da casa loro a Dürbheim, nel Baden-Württemberg, raggiungere l’Austria e da lì attraverso i principali valichi alpini arrivare fino al lungomare di Nizza, senza mai utilizzare mezzi a motore e sciando il più possibile, filmando allo stesso tempo la loro avventura. Di tanto in tanto, poi, verranno raggiunti da amici che daranno una mano nella ripresa delle immagini. I loro destrieri saranno due bici gravel, equipaggiate con portapacchi anteriori e posteriori sui quali sistemare l’attrezzatura. Sci e scarponi dietro, insieme a uno zaino con il materiale per la notte. Sacca anteriore sinistra per il pentolame e macchine foto. Sacca anteriore destra: accessori e abbigliamento da pioggia, pronti per essere tirati fuori in poco tempo. Peso totale, cinquanta chili, grossomodo.
L’articolo completo è stato pubblicato su Skialper 124 di giugno-luglio.
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, senza mai utilizzare mezzi a motore e sciando il più possibile, filmando allo stesso tempo la loro avventura. Di tanto in tanto, poi, verranno raggiunti da amici che daranno una mano nella ripresa delle immagini.
I loro destrieri saranno due bici gravel, equipaggiate con portapacchi anteriori e posteriori sui quali sistemare l’attrezzatura. Sci e scarponi dietro, insieme a uno zaino con il materiale per la notte. Sacca anteriore sinistra per il pentolame e macchine foto. Sacca anteriore destra: accessori e abbigliamento da pioggia, pronti per essere tirati fuori in poco tempo. Peso totale, cinquanta chili, grossomodo.
L’articolo completo sull'avventura di Ice & Palms è stato pubblicato su Skialper 124 di giugno-luglio.

The godmother of all couloirs
«Prima ancora di sapere se quella linea ci fosse sul libro, se fosse conosciuta e soprattutto, fattibile, dal momento in cui Albi l’ha adocchiata, è stato amore a prima vista. Il nome poi, una volta scoperto, parlava da sé. Non si poteva non pianificarci una gita».
Scrive così Alberto Casaro a proposito di The Godmother of all Coulouirs: 0 – 1.318 m, di cui 900 di canale con tratti che raggiungono i 50°. L’ambiente è pazzesco. Una discesa estetica e apparentemente inaccessibile, un canale enorme che poggia i piedi sulle rive dei fiordi norvegesi, sulle Lyngen Alps, fino a erigersi, nascondendosi a tratti tra le pieghe della roccia, in cima a una grossa formazione rocciosa. Arrivare in fondo significa arrivare in spiaggia. Ma come tutte le cose belle della vita The Godmother of all Coulouirs non si lascia conquistare facilmente e l’avvicinamento è particolarmente lungo e rognoso. «L’ora e mezza di fatto è volata via solo per rivelare un articolato cammino tra rocce e detriti di volume sempre maggiore, a volte coperti da uno strato di neve che sfondava. Dopo molti zig-zag e saliscendi, uno strato di neve più continuo ci ha permesso di calzare gli sci, ma non per questo di essere più rapidi, perché la via era un labirinto di piccole alture e alberi e di nuovo rocce; arrivare alla base del conoide ha richiesto già molto tempo ed energie, e al momento di calzare i ramponi più di tre ore erano già passate» scrive Alice Russolo.
L’articolo completo sull’estetico canale The Godmother of all Coulouirs è stato pubblicato su Skialper 124 di giugno-luglio.

Con Milano-Cortina lo ski-alp è più vicino alle Olimpiadi
Con la vittoria di Milano-Cortina lo ski-alp ha molte più chance di approdare ai Giochi Olimpici nel 2026. Perché in Italia c’è una maggiore conoscenza dello ski-alp rispetto alla Svezia, perché ci sono molte possibilità di medaglia per gli azzurri. «Ci siamo subito complimentati per la vittoria di Milano-Cortina - spiega l'ISMF general manager, Roberto Cavallo - e abbiamo già chiesto un incontro con il presidente del Coni, Malagò, e il numero uno della Fisi, Roda. Vedremo nelle prossime settimane, sappiamo comunque che già tante località si sono mosse per ospitare lo ski-alp». Si parla della Valtellina, dell’Alpago, anche di Madonna di Campiglio. Sono già dodici le sedi delle gare previste per il 2026, crediamo che forse sarebbe più facile avere l’ok del Cio per l’approdo dello ski-alp se non venisse troppo modificato il dossier presentato a Losanna. Anche per lo ski-alp in questo momento è importante rimanere ‘unito’ per arrivare alle Olimpiadi, il dreaming together che ha portato l’Italia ai Giochi 2026.
Michele Graglia, oltre le ultra
«Visto che il corpo può portarti solo fino a un certo punto, secondo me, se esiste una ricetta per il successo per arrivare in fondo, la si trova in qualità non fisiche. Bisogna allenare la pazienza, il rispetto e la gratitudine: la corsa ultra richiede tempo e perseveranza. Dobbiamo sviluppare un senso di gioia verso l'idea di passare un'intera mattinata o addirittura un giorno a correre nella natura, spesso soli con i nostri pensieri, e naturalmente anche con i calzini sporchi. Non dovremmo mai avere fretta, ma goderci semplicemente il viaggio». Scrive così l’ultra-runner Michele Graglia su Skialper di giugno-luglio in un articolo nel quale dispensa ai lettori i suoi consigli per correre sulle lunghe distanze, dall’alimentazione alla testa.
Ligure, classe 1983, fotomodello (si mormora fosse soprannominato ‘the abs’, con riferimento ai suoi addominali), Michele Graglia rimane folgorato dalla lettura del libro Ultramarathon Man di Dean Karnazes e abbandona i riflettori per cambiare stile di vita. Ora è insegnante di yoga a Malibu, in California, e l’ultra running è la sua filosofia di vita. Nel 2018 ha vinto la Badwater, una gara di oltre 200 km nella Valle della Morte, mentre nel 2016 ha trionfato nel gelo della Yukon Arctic Ultra 100.
Giovedì prossimo, alle 20,30 all’Alexander Hall di Cortina d’Ampezzo, nell'ambito della La Sportiva Lavaredo Ultra Trail, Graglia parlerà di ultra insieme ad Anton Krupicka e allo scrittore Folco Terzani.
L’articolo completo di Michele Graglia è stato pubblicato su Skialper 124 di giugno-luglio.
Essere Matteo Eydallin
Destinazione Gap, a Montmaur, il buen retiro di Matteo Eydallin. Lì, in mezzo al verde, con due cavalli, un mulo, una pecora, due cani. E la fidanzata. Che è veterinaria. La sua vacanza. Per uno che detesta la folla, difficile immaginarlo in spiaggia ad agosto. In fondo c’è tutto quello che serve: strade giuste per pedalare, con la corsia dedicata ai ciclisti, e soprattutto la falesia di Céüse. Siamo stati a trovare il veterano della nazionale azzurra e su Skialper 124 di giugno-luglio pubblichiamo un’ampia intervista a Eyda. Intanto, ecco qualche piccola anticipazione.
Il segreto della longevità agonistica
«Ho sempre cercato di fare quello che mi piaceva nella fase della preparazione. Non mi sono mai imposto troppe regole: al mattino esco in bici perché mi piace pedalare con gli amici, nel pomeriggio cammino quasi un’ora per arrivare ad arrampicare e lì poi mi concentro sui miei progetti. Non sto troppo a pensare: devo fare tot metri di dislivello, altrimenti rimango indietro, ma li metto insieme come voglio io. Forse è un auto-inganno, per farmi piacere le cose. Forse chissà, allenandomi di più avrei vinto di più, ma sarei rimasto competitivo per meno tempo. Non lo so e non mi interessa: per me ha funzionato così e continuo così, senza tanti sbattimenti. Perché cambiare? Mi alleno ancora volentieri, ma pedalando e scalando. Credo che anche il corpo e la mente ne abbiano un beneficio».
La tecnica
«Lavoro sulla tecnica che ti porta a sciare veloce in gara o comunque a risparmiare energie per affrontare la salita successiva senza avere le gambe fuse anche dalla discesa. Vado in tutte le condizioni, nebbia, crosta, polvere, marmo, sempre con gli sci da gara: solo così trovi le sensazioni e gli equilibri giusti. Credo che lo skialp non sia metri di dislivello in pista e cardio, ma sensibilità e lettura delle linee in discesa: per questo secondo me le gare in pista non sono vere gare».
L’intervista completa a Matteo Eydallin è stata pubblicata su Skialper 124 di giugno-luglio.

Spettacolo alla Monte Rosa SkyMarathon. E al nuovo AMA
È stato davvero il caso di dire less cloud, more sky per la Monte Rosa SkyMarathon, la gara più alta d’Europa che si è tenuta domenica nel paese di Alagna Valsesia sul versante piemontese del massiccio. La gara prevista per sabato, attesissima dopo il rilancio di successo dello scorso anno dopo 25 di assenza, è stata rimandata a causa delle condizioni climatiche avverse. Il vento da nord ha spazzato i cieli e 400 atleti da 25 Paesi sono partiti alle prime luci dalla piazza principale per un giro del paese prima di passare sotto l’arco della partenza, far partire il cronometro e attaccare la salita alla Capanna Margherita, il giro di boa. Il tracciato è di 35 km con 7.000 metri di dislivello complessivo su morene, nevai e ghiacciai. I corridori gareggiano legati a coppie per maggior sicurezza.
Il team vincente era guidato dal vincitore dello scorso anno, William Boffelli, quest’anno con un nuovo partner, l’austriaco Jakob Herrmann, per via di problemi di salute del suo precedente compagno di cordata Franco Collé. Il tempo dei vincitori è 4h51’58”, 27 minuti in più del record stabilito da Fabio Meraldi nel 1994 di 4h24’.
A tagliare il traguardo per secondi tra il pubblico in festa è stato il team tutto italiano Beccari-Felicetti, che hanno chiuso in 5h10’41”. Terzi sono stati Carrara-Montanari in 5h30’02”.
La gara femminile è stata guidata fin dalla partenza dalla squadra formata da Giuditta Turini e Laura Besseghini, che è caduta nell’ultima discesa, costringendo la squadra al ritiro.
È stato un giorno di vittoria per la Polonia, con uno sprint finale. Natalia Tomasiak e Katarzyna Solinska hanno chiuso in 6h38’14” seguite, a soli 16” di distanza, da Miska Witowska e Iwona Januszyk. Anche il record femminile è rimasto intatto, nelle mani dell’alagnese Gisella Bendotti fin dal 1994 di 5h34’.
AMA VK2 - Il primo doppio Vertical Kilometer sul Monte Rosa è partito tra tempeste, turbini di nuvole e pesanti nevicate notturne per salite alla quota di 3.260. Il nuovo AMA VK2 ha visto 180 atleti da 15 paesi. Il primo a raggiungere la vetta è stato Nadir Maguet, il favorito della vigilia: in testa dall’inizio alla fine, ha lasciato 15’ di distacco al secondo classificato, Giovanni Bosio, chiudendo in 1h42’01”. Ottimo terzo è stato il 55enne Davide Milesi.
Serrata la sfida rosa, con le prime tre nello spazio di appena 50”. A trionfare la francese Iris Pessey in 2h05’36”. Con solo 13” di ritardo ha tagliato il traguardo Corinna Ghirardi, mentre Ilaria Veronese ha chiuso il podio.

Rally Estivo della Valtartano a Erik Panatti e Massimo Triulzi
Il Rally Estivo della Valtartano parla valchiavennasco. Dominio al maschile di Erik Panatti e Massimo Triulzi, mentre Aal femminile si confermano regine le sorelle gemelle Sara e Fabiana Rapezzi. Dopo 17 anni consecutivi la manifestazione a coppie ed individuale organizzata dallo Sci Club Valtartano si conferma evento che piace. Nel piccolo comune orobico sono stati accolti da una bellissima giornata di sole ben 265 concorrenti. Alla partenza della gara il pronostico per la gara principe da 24 km era molto incerto.
Dopo una prima parte di studio per le 80 coppie al via, alla casera di Budria il team valchiavennasco composto da Erik Panatti e Massimo Triulzi ha provato la fuga. Allo loro spalle era bagarre per i due gradini del podio con le due coppie del Team Valtellina composte da Giovanni Tacchini e Davide Della Mina e da Marco Leoni e Stefano Sansi che provavano a non lasciar scappare i fuggitivi. Panatti e Triulzi però incrementavano metro dopo metro il proprio vantaggio, transitando al gpm in Cima Lemma per primi con il tempo di 1h31’39”. Passavano in seconda posizione con un distaccato superiore ai 3’ il duo Tacchini-Della Mina, seguiti da Leoni-Sansi, Bertolini-Bonesi e Trentin-Rossatti.
Nella lunga discesa i battistrada Erik Panatti (Kv Lagunc) e Massimo Triulzi (Gp Valchiavenna) mantenevano saldamente la testa della corsa ed andavano a presentarsi sulla finish line di Tartano in prima posizione con il tempo finale di 2h34’23”. Seconda posizione finale, dopo rimonta in discesa per i portacolori del Team Fiorelli Sport/I Jejiat Mirko Bertolini e Alessandro Bonesi con il tempo di 2h40’43”. Terza piazza finale per Giovanni Tacchini e Davide Della Mina (Team Valtellina) cin 2h41’40”. Quarta piazza finale per Walter Trentin e Stefano Rossatti (Rupe Magna), quinta posizione per Valentino Speziali e Mattia Bonesi del Team Fiorelli Sport/Jejiat (prima coppia Under50). Seguono Guido Rovedatti e Alessandro Gusmeroli (Team Valtellina), Marco Leoni e Stefano Sansi (Team Valtellina), Alessandro Gadola e Matteo Corazza (Sc Valtartano), Davide Bardea e Raffaele Nana (Sportiva Lanzada), Fabio e Sergio Bongio (Team Valtellina) a completare la top ten.
Gara senza storie quella rosa, con le sorelle gemelle Sara e Fabiana Rapezzi (Osa Valmadrera) che non hanno avuto difficoltà nel riconfermarsi nell’albo d’oro del Rally Estivo della Valtartano. Per loro, crono finale di 3h27’12”, davanti a Francesca Galli (Team
Valtellina) in coppia con Elena Peracca (Alto Lario). Terzo gradino del podio per Bruni e Van Belkom (Atletica PIdagga). Nella gara individuale di 15 km si riconferma sul gradino più alto del podio, dopo il successo 2018, il premanese Luigi Pomoni, che si è presentato sul traguardo di Tartano con il tempo 1h29’19”. Alle sue spalle Fabrizio Triulzi (Gp Valchiavenna) che ha preceduto Federico Bardea (Sportiva Lanzada),
giunto al terzo posto. Top cinque completata nell’ordine da Simone Bertini (Alta Valtellina) e Massimiliano Corti (Team Pasturo). Al femminile successo della portacolori dell’Atletica Pidaggia, Gisella Beretta che ha concluso la sua prova in 1h59’14”, staccando di 1’10” Alessia Bergamini (Cortenova). Terza posizione conquistata da Fabiana Del Grosso (KV Lagunc).
Tour de La Meije, 4 giorni au refuge
Il tour della Meije, giro classico del massiccio. Quattro giorni La Bérarde to La Bérarde: nel mezzo tutti i rifugi e i loro gestori che accolgono alpinisti e scialpinisti in queste vallate remote. Naturalmente con le pelli ai piedi. «Nei viaggi, oltre ai chilometri, al dislivello e alle discese, sono le persone che si incontrano, spesso per la prima volta, a caratterizzare la linea del percorso – scrive Andrea Bormida su Skialper -. Le impressioni che riceviamo da questi incontri diventano un tutt’uno con quelle del nostro movimento, creando l’esperienza. In questo caso abbiamo avuto l’occasione di condividere il rifugio quasi sempre con i soli rifugisti, complice la poca gente in giro e le previsioni non così definite». Il giro della Meije è soprattutto un passare da un rifugio all’altro, ma si tratta di rifugi e rifugisti che hanno ancora un’anima, come Sandrine del Refuge du Promontoire, Jeff del Refuge de l’Aigle, Sabine (da provare la sua torta ai cavoli!) del Refuge Villar d’Arène o Seb del Refuge Chamossière o ancora Fanny del refuge Adèle Planchard.

Il Tour de la Meije è uno dei più classici delle Hautes Alpes, in Francia, e in quattro giorni si superano circa 4.500 metri D+. Ne parliamo su Skialper 124 di giugno-luglio.


Rotta per casa di Zeus
Spiagge senza fine, oliveti, mare cristallino, valli selvagge, baie e siti archeologici. Così viene ricordata Creta nel 99 per cento dei casi. Ma Creta è molto di più. Nel cuore dell’isola del padre di Minosse, Zeus, sorge una distesa di neve che permette di soddisfare il piacere di sciare in un luogo davvero esotico. L’arrivo di scialpinisti stranieri da queste parti è un avvenimento e i locali, nel vederci giungere bardate di Primaloft e Gore-Tex, hanno scosso il capo e si sono lasciati sfuggire qualche occhiataccia. Però, appena arrivati, le sinuose montagne del Lefka Ori nell’ovest e i rilievi dell’Ida nel centro dell’isola fanno aumentare i battiti di qualsiasi scialpinista.
Quando atterriamo a Chania, una città con porto nel nord-ovest dell’isola, il sole sta già calando dietro le montagne e la notte si avvicina. Blu, nero e grigio sono i colori dominanti che ci hanno accompagnato durante il viaggio da Atene verso Chania, e sfumano verso l’ibisco e il colore notturno del mare. Già al recupero bagagli notiamo che gli isolani non sono così stupiti di vedere, sul nastro trasportatore, in mezzo ai loro bagagli, due sacche di sci. Fuori dall’aeroporto troviamo ad aspettarci la nostra guida George, che ci accompagnerà durante il tour, e gli autisti Nikos e Vangelis. Qui l’aria non sa d’inverno. Una brezza tiepida arriva dal mare, l’odore di primavera… il pensiero di trovarci, tra un paio d’ore, nella neve, sembra un’utopia. La fame si fa sentire, ma dobbiamo passare ancora un’ora nella nostra Mercedes Classe-V percorrendo una strada di montagna verso Omalos, mentre la radio ci fa compagnia con una musica greca a ritmo di chitarra. Purtroppo, a causa del buio, non abbiamo la possibilità di apprezzare l’ambiente che ci circonda mentre proseguiamo, ma la sorpresa, a 900 metri, è la neve, assieme al ghiaccio, che si può scorgere solamente lungo le curve. CI muoviamo tutti insieme, finché Nikos spegne il motore davanti a una casetta con le luci accese. Cariche di tutta la nostra attrezzatura, entriamo in quello che sarà il nostro alloggio per la prima notte qui a Creta. In un piccolo camino scricchiola un fuocherello, mentre il proprietario e sua moglie guardano la televisione, dove passano le notizie del telegiornale. Al nostro arrivo ci aspettano il sorriso del locandiere e il primo Raki, una tipica grappa greca. Zuppa di verdura, carne di agnello, insalata con feta, tsatsiki, riso in foglie di cavolo e yogurt con miele ci danno la forza per i prossimi giorni. George, la nostra guida, ci spiega dettagliatamente il tour che faremo. Il primo giorno e il secondo attraverseremo il Lefka Ori: circa 40 chilometri e 3.300 metri di dislivello con pernottamento in un bivacco. Alla parola bivacco tutte e cinque sgraniamo gli occhi. Durante la preparazione al tour nessuno aveva mai pronunciato questa parola. Ci avevano chiesto di portare un sacco a pelo e viveri solamente per la giornata. Il sacco a pelo, per i greci, è un sacco-lenzuolo idoneo a temperature fra gli 0 e i 5 gradi: siamo inquiete, per il tour erano stati previsti solo sacchi-lenzuolo sottili. Inquietudine aumentata dal fatto che nessuno sapeva che bisognava portare con sé una scorta di acqua per ben due giorni. Non c’era speranza per i nostri zaini da 28-30 litri (la guida ne aveva uno da 70). Massimo un litro e mezzo di liquidi, ma non di più. Una notte in un riparo di sassi, senza acqua e con un sacco lenzuolo? La presentazione ha portato decisamente scompiglio e agitazione. Ancora un sorso di Raki e poi a letto, a pianificare cosa mettere nello zaino da 28 litri. L’aria fredda della camera veniva riscaldata da un impianto di riscaldamento crepitante. Ma non si può dire che fosse calda quella camera. Le lenzuola erano sicuramente troppo fini, però con un paio di coperte e non si pativa così tanto il freddo.

Il giorno successivo, al risveglio, appare davanti ai nostri occhi la montagna imbiancata, il Lefka Ori. Pochi alberelli dispersi per la piana di Omalos, mentre tutto il resto è bianco, con le cime delle montagne facilmente riconoscibili. Il cielo è di un blu brillante che, insieme al sole, preannuncia che durante la giornata non soffriremo il freddo. Nel punto più a nord della gola di Samaria, lunga ben 17 chilometri (una delle più lunghe d’Europa), inizia il nostro tour. In estate questo luogo è colmo di bus e turisti, ma oggi neanche un’anima. Una vegetazione minima, spazi incredibili e, dopo alcuni metri, già i primi scorci del Mar Libico nella parte sud dell’isola. Le pendici settentrionali del Lefka Ori brillano di sfumature argentate, come se fossero davvero ricoperte d’argento. Ma in realtà è semplicemente neve sotto il sole. Dopo la discesa, ecco il primo stop al rifugio Kalergi (l’unico aperto e gestito) sulle pendici del Lefka Ori. Ci si sente come Bambi, che senza alcun appoggio e continuando a ruzzolare, a stenti, si trascina fino alla terrazza del rifugio. La vista dalla gola di Samaria è bellissima. Il profumo del the greco alle erbe ci conquista e ci fa andare avanti. Il gestore del rifugio si meraviglia, non capita tutti i giorni di vedere passare degli scialpinisti. Solamente nove local con gli sci frequentano i versanti del Lefka Ori, gli isolani passano tempo tra i monti solamente in estate. Riempiamo le nostre borracce ancora una volta e poi ci dirigiamo verso la cima Melidaou, direzione rifugio Katsiveli, dove pernotteremo. Di croci sulle cime delle montagne, qui a Creta, neanche l’ombra, di tanto in tanto fiancheggiamo qualche cappella. Dopo tante salite ghiacciate, discese nel firn e lunghe traversate il primo giorno è già arrivato al termine. Non siamo ancora arrivate alla nostra meta che il sole è già tramontato. Accendiamo le frontali e, passo dopo passo, ci avviciniamo al rifugio. Alla domanda ‘quanto dista ancora?’, la risposta è sempre stata, nelle ultime due ore, ‘not far anymore’. Le forze iniziano a calare, il freddo a farsi sentire. La voglia diminuisce, lo zaino fa male e la gola è secca, lo stomaco borbotta. Otto ore di cammino e, grazie alla luce della frontale, eccoci arrivate al riparo. Nikos, un amico della nostra guida, ci aspetta insieme a una fumante tazza di the alla cannella ed erbe sul tavolo. Su un piccolo fornello a gas c’è una padella nella quale bolle la zuppa di verdura. Anche la temperatura nella stanza è aumentata di 10 gradi. Festeggiamo Nikos e l’incredibile spirito di ospitalità greco. Al peggio ci siamo adattate e alla fine abbiamo dimenticato la faticaccia e la nostra bocca ha preso una piacevole piega all’insù. Quando Niko ha preparato gli spaghetti al ragù, la serata è diventata un vero e proprio trionfo. Tre coperte per ognuna di noi, una borsa dell’acqua calda e un piccolo posticino per dormire hanno fatto di quella notte la più calda delle cinque passate a Creta.
Anche il secondo giorno inizia con un cielo limpido, benché all’orizzonte s’intraveda un banco di nubi e nebbia accompagnato da una brezza fresca che sembra dirigersi verso il nostro rifugio. E infatti, poco dopo, la nebbia ci avvolge. Ancora una volta c’è il the, le borracce vengono riempite, si mangia un panino con burro e marmellata accompagnato da un espresso ed eccoci pronte ad aprire la porta… che la nebbia si è dileguata. Cielo azzurro e un mare di nuvole sotto di noi. Quattrocento metri ci separano dalla cima del Svourichti e, dopo un’altra salita, arriviamo in cima anche al Mikros Trocharis, a 2.410 metri, la seconda cima più alta della zona del Lefka Ori. Il vento soffia e la nebbia si aggira attorno alla vetta. Ma durante la fantastica discesa in firn abbiamo di nuovo un’ottima visibilità. Dopo un breve stop per il ristoro, ecco che ci dirigiamo verso l’ultima salita, la cima Fanari. Sono già tre ore buone da quando siamo ripartite e questa salita ci ha rubato parecchie forze. Fossimo state sulle Alpi, non avrei mai fatto un percorso del genere, avrei avuto troppa paura delle valanghe. Ma qui a Creta la consistenza della neve è ben diversa e unica. Non c’è pericolo valanghe, anche se le temperature superano i dieci gradi e il sole bacia i pendii delle montagne. La copertura nevosa è così ben composta che, racconta la nostra guida, dai suoi tempi (ha iniziato nel 1996), ha visto solamente due valanghe. Per noi è difficile da credere, ma meglio così.
Il sole sta nuovamente calando e la valle che dobbiamo percorrere è già all’ombra. Questo significa che il terreno è nuovamente ghiacciato. Appena il sole cala, il firn scompare e così ci dirigiamo verso il Niato Plateau. E qui vorrei soffermarmi sulla nostra discesa nel firn. Un pendio ripido, cupo e vasto: il sogno di ogni sciatore. Dal Niato Plateau si prosegue lentamente verso Askifou. Arriva di nuovo l’oscurità e le frontali devono fare il loro lavoro. Il piano era che Nikos e Vangelis sarebbero dovuti venire a prenderci a 1.300 metri con la nostra Mercedes, ma è un inverno molto nevoso, perciò dobbiamo scendere fino a 1.000 metri con gli sci ai piedi.
Askifou ci saluta con i belati delle pecore in sottofondo e offrendoci la cena in una tipica locanda del posto. Attorno a due tavoli si sono raccolti gli uomini del luogo e ci fissano, o meglio, fissano la televisione sul muro. Fegato di agnello, patate, riso, insalata greca, lenticchie e una birra fresca sono pronti per noi. Per dolce ci aspetta il Raki e i famosi Bavlak (una sfoglia ripiena di noci, imbevuta nel miele). Sembra un garage: una stanza con un piccolo bar e quattro tavoli. Un paio di vecchi quadri addobbano la parete. Una piccola televisione è l’intrattenimento principale del luogo. Non c’è nient’altro qui, tutto ridotto al minimo. Dopo cena ci aspettano due ore di auto nell’oscurità, tra le strade di montagna e l’autostrada verso Anogia. L’entrata del nostro alloggio è molto accogliente, un’aria calda ci accoglie, assieme ai biscotti. La locandiera è molto zelante. Le camere di nuovo troppo fredde. Ci danno ancora solo delle lenzuola e il camino è spento già da parecchio tempo. Anche qui siamo gli unici ospiti, solamente a colazione vediamo altri avventori. C’è sempre il tipico formaggio di capra Misithra (la consistenza è quella della ricotta), da mangiare con pane e miele. La stanza dove mangiamo ha il profumo di salvia e rosmarino, un odore un po’ troppo forte per i miei gusti. La locandiera è così emozionata che parla senza sosta.

Saliamo in macchina e ci indirizziamo verso Psiloritis (Monte Ida). Le pecore, alberi di limone e di arancio costeggiano la strada. Pini e cipressi sono visibili lungo il percorso. Presto però arriviamo in mezzo alla neve e lasciamo la macchina in favore di sci e pelli, pronte per partire alla volta del Migero Plateau e del Monte Kourouna. Ci sono diverse salite e molte discese in firn, verso sud e verso nord. Lo sguardo corre verso il mare cretese a nord e il Mar Libico a sud. Un caldo incredibile ci accompagna durante la salita e i nostri visi diventano rossi e nemmeno la migliore delle creme solari è utile. Psiloritis è nota come il luogo di nascita di Zeus. Nella cava di Ideon Andro si manifestò sotto forma di toro bianco e, accoppiandosi con la principessa fenicia Europa, diede vita a Minosse. Un’ultima lunga discesa in firn cancella la faticaccia fatta in questi giorni, i piedi gonfi e le spalle doloranti.
Dopo l’ultima escursione siamo stati ospiti di Andreas, un prete, in un posto così isolato che ci ha fatto scoprire un nuovo mondo, fatto di tradizione e accoglienza e abbiamo conosciuto gli uomini del posto, che sono anche scialpinisti. Proprio domenica il comitato organizzatore della Pierra Creta. La gara di skialp locale, si è incontrato casa di Papa Andreas. Il prete ci guida lungo le mura sassose, facendoci scoprire come si fa il formaggio Misithra e ci fa assaggiare quello che produce lui. Fuori Papa Andreas aveva precedentemente messo sul grill la carne di agnello, pronta per noi. La piccola comunità di scialpinisti ci ha fatte subito sentire parte del gruppo e così abbiamo passato una bella serata in compagnia. Abbiamo cantato, ballato, suonato la chitarra, bevuto vino e Raki e raccontato le nostre avventure tra le montagne. I local sono curiosi, ci hanno chiesto informazioni sulla tecnica sciistica, apprezzando il nostro abbigliamento tecnico e moderno e ci hanno raccontato di alcuni camp per giovani, durante i quali cercano di avvicinarli alla montagna. Sono così fieri di loro stessi e delle loro vette.
L’ultimo giorno del nostro viaggio abbandoniamo con difficoltà il letto (l’accoglienza greca ci ha procurato qualche effetto collaterale) Vogliamo conoscere anche l’altro lato di Creta, lontano dalle montagne, ma sempre con un occhio rivolto al gigante bianco dell’isola. Ci dirigiamo verso Chania, verso il mare. I prati diventano sempre più verdi, gli alberi di limone e arance sono sempre più rigogliosi. I fiori sbocciano, l’aria diventa più calda, l’odore di estate si disperde nell’aria. Vasi d’argilla, cipressi e oliveti costeggiano la strada. Gli uomini giocano a carte e bevono caffè. Ci fermiamo in un paesino di vasai, osservando il lavoro delle donne. Al porto di Chania possiamo finalmente toglierci le scarpe e mettere i piedi nell’acqua, sollievo per i nostri dolori. Abbiamo anche fatto un salto nel mare. L’aria è carica di sale, il pesce, le palme, i vecchi lampioni e, sullo sfondo, le bianche pendici del Lefka Ori creano un’atmosfera magnifica. Ancora una volta George ci porta a cena. Insalata greca con avocado e noci, riso indiano, paprika con yogurt, involtini di verdura, finocchio, spinaci e un’altra bottiglia di vino. La fine perfetta di un viaggio in un altro, fantastico, esotico, mondo.
Questo articolo è stato pubblicato su Skialper 111. Info qui

L'Adamello Ski Raid andrà in scena già nel 2020
La settima edizione dell’Adamello Ski Raid in via eccezionale si disputerà nel 2020. Il Comitato organizzatore, in accordo con il circuito La Grande Course, ha deciso di recuperare la gara annullata lo scorso aprile a seguito delle abbondanti nevicate in quota con un’edizione straordinaria programmata per sabato 18 aprile 2020.
«Si tratta – spiega il presidente dell’Adamello Ski Raid Alessandro Mottinelli – di un grande sforzo organizzativo ed economico indirizzato a tutti gli appassionati di grandi gare di sci alpinismo, ai quali vogliamo dare la possibilità di godere il prima possibile delle bellezze e tecnicità dei ghiacciai dell’Adamello senza dover aspettare altri due anni. Ci sentivamo in obbligo nei confronti degli oltre 700 appassionati che avevano deciso di essere fra i protagonisti lo scorso 7 aprile, ma anche di tanti altri skialper che avranno voglia di mettersi in gioco l’anno prossimo e che possono programmarsi la preparazione nel prossimo inverno».
L’Adamello Ski Raid, Ponte di Legno, Passo del Tonale e il ghiacciaio Presena saranno più che mai protagonisti dunque nel prossimo biennio. Si inizierà già a novembre 2019 con l’Adamello Ski Raid Junior, la classica competizione di apertura dedicata ai giovani, quindi il 18 aprile 2020 la settima edizione dello Ski Raid, ancora la sfida junior ad inizio inverno 2020 (prova del circuito La Grande Course Junior) e l’ottava edizione della sfida de La Grande Course per l’aprile 2021. Un segnale forte da parte di questo territorio che si candida a rivestire il ruolo di capitale dello sci alpinismo mondiale.
A Oberalp le scarpette d'arrampicata Evolv
Dopo Salewa, Dynafit, Pomoca e Wild Country, ecco Evolv. Il Gruppo Oberalp, la holding di Bolzano controllata dalla famiglia Oberrauch, ha acquisito il controllo di un altro brand del mondo verticale, specializzato nella produzione di scarpette da arrampicata. A seguire riportiamo il comunicato ufficiale dell'azienda.
Bolzano, 18 giugno 2019 - Il Gruppo Oberalp, brand house degli sport di montagna con sede a Bolzano, ha annunciato l'acquisizione con effetto immediato del marchio statunitense Evolv specializzato in scarpette da arrampicata. «L’arrampicata sportiva и un settore in crescita a livello internazionale- spiega Ruth Oberrauch, a nome della famiglia proprietaria del gruppo - L’acquisizione di Evolv è sinergica al nostro marchio Wild Country che opera soprattutto nell'ambito dell’attrezzatura tecnica. In questo modo il Gruppo Oberalp può ora distinguersi come fornitore di soluzioni complete per l’arrampicata sportiva. Con Salewa, Dynafit, Pomoca e Wild Country, Evolv è il nostro quinto marchio di proprietà per le attività in montagna, rinforzando così il ruolo di rilievo del nostro gruppo nel vasto mercato dell'outdoor».
«Come gruppo agiamo solo dove siamo competenti, e lo facciamo con passione. Il nostro mondo и la montagna, compresa la palestra da arrampicata - aggiunge Christoph Engl, CEO del Gruppo Oberalp - La nostra crescita è frutto del fatto che siamo focalizzati sull'alpinismo, mentre molti altri marchi sembrano cercare il successo nel settore più ampio dell'outdoor. Ecco perché il marchio Evolv si inserisce così bene nella strategia del Gruppo Oberalp».
Evolv è uno dei marchi leader nel mercato americano delle scarpette da arrampicata e genera un fatturato annuo di 6,5 milioni di dollari, con una produzione di 120.000 paia di scarpette da arrampicata all'anno. Inoltre, Evolv ha sviluppato con successo un servizio di risuolatura, che viene offerto per scarpe da arrampicata di tutte le marche. Il mercato principale и quello americano, ma ha dimostrato un grande potenziale di sviluppo nel mercato asiatico e in Europa dove и ancora poco diffuso.
Con questa acquisizione il Gruppo Oberalp sottolinea la propria dedizione all’ambito dell'arrampicata e del bouldering, e la volontà di sviluppare la propria attività anche in questo specifico settore. «La palestra и l'unica montagna ancora in crescita. Una montagna giovane e urbana. Con i marchi Evolv e Wild Country puntiamo soprattutto ai mercati asiatici e statunitensi. Ma Evolv potrà collocarsi perfettamente anche all'interno della comunità degli scalatori europei», così Engl riassume la strategia del Gruppo Oberalp per Evolv.
Evolv rimane a Los Angeles
Evolv è stata fondata 16 anni fa a Los Angeles dal coreano Brian Chung che ha avuto per molti anni la leggenda Chris Sharma come ambasciatore. Evolv resterà un marchio indipendente e Brian Chung continuerà a fare parte della gestione guidando il marchio come Product & Athletes Manager, mentre l’attuale Operations Manager, Jason Hung, continuerà ad occuparsi dello sviluppo del prodotto e della produzione. Nella sede di Los Angeles verranno mantenute le attività di sviluppo del prodotto, gestione degli atleti, vendite, design e servizio di risuolatura. La logistica, gli acquisti, il servizio clienti, le finanze e l'amministrazione saranno gestiti dalla filiale del Gruppo Oberalp a Boulder, sotto la responsabilità di Drew Saunders, country manager North America. La distribuzione in Europa sarà affidata al medesimo team di Wild Country, per ottimizzare le sinergie commerciali tra i due marchi.
Il Gruppo Oberalp considera il potenziale di crescita del marchio Evolv molto elevato, anche grazie al fatto che l'arrampicata sportiva sarà disciplina olimpica a partire dai prossimi Giochi olimpici di Tokyo, una occasione di grande visibilità presso il grande pubblico. «L'arrampicata è una nuova forma di fitness- continua Ruth Oberrauch - L'allenamento in palestra non attira soltanto gli appassionati di montagna e gli alpinisti. Molti giovani scoprono l'arrampicata come uno sport che combina diversi aspetti per migliorarsi: forza, agilità, concentrazione, e sempre più persone scoprono autonomamente l'arrampicata sportiva e si avvicinano alle palestre da arrampicata».
C’era una volta il west
Monaco di Baviera, Ispo 2018. Ormai da qualche anno, se vai all’Ispo, vedi freeride ovunque. Non c’è marchio, non c’è padiglione in cui almeno una delle foto utilizzate negli stand non ritragga uno sciatore immerso nella polvere con un completo colorato addosso. Qua e là product manager impacciati che parlano di rocker e sci larghi a clienti che li ascoltano annuendo, ignorando il fatto che fino a ieri per loro lo sciatore di riferimento era Alberto Tomba, mica Shane McConkey. I più ribelli, al massimo, tifavano Bode Miller. Nei comprensori la scena non cambia molto: appena nevica spuntano sciatori che in settimana si fanno la barba ogni mattina prima di andare in ufficio e che nel weekend, da un paio di stagioni, girano a bordo pista con le braghe larghe e i twin tip rubati ai figli ululando steep and deep, ma alla fine le tracce che lasciano sono le stesse serpentine che si facevano già negli ’80. Tutti che fanno i freerider, ma pochi in fondo accetterebbero di esserlo per davvero. A tanti, invece, del destino del freeride frega poco o niente, il suo spirito può essere sacrificato in nome di qualche like sui social. SCKREEECH. Freniamo tutti un attimo, per favore. Consumatori, brand, addetti ai lavori, anche noi giornali. Intendo proprio tutti. Che se si continua così il freeride muore per davvero. Abbiamo perso la bussola, ci siamo dimenticati quali sono le cose che contano quando si va a sciare. Abbiamo cominciato a preoccuparci più degli abbinamenti tra gusci e pantaloni piuttosto che di come arrivare a quel pendio rimasto vergine dopo l’ultima nevicata. O a imparare a memoria le geometrie degli sci che usciranno fra cinque anni, scordandoci che quelli dell’anno scorso vanno ancora benissimo e un paio nuovo costa almeno quanto lo skipass stagionale di una qualunque località. Tranquilli, ci sono anche io tra di voi, ci si fa compagnia nello smarrimento causato dalle insidie del marketing e dall’ansia da follower su Instagram, che se alla domenica sera non si pubblica una foto di deep powder abbiamo sprecato il weekend e potevamo anche starcene a casa. A fine febbraio ho deciso di curarmi. La meta del mio rehab era una valle nell’Ovest, dove il freeride esiste da più di vent’anni e non è stato inventato ieri da un marketing manager di una multinazionale, dove lo sci libero non lo si pratica, lo si vive in tutti i suoi eccessi e i sacrifici che ti richiede. Dove tra l’essere e l’apparire si sceglie lo sciare, e se la neve è bella magari al lavoro ci si va un’altra volta, pazienza se il conto in banca a fine mese piange. Così sono andato a disintossicarmi a Gressoney da Zeo e i suoi amici, alla Baitella.

The Baitella State of Mind
La storia della Baitella è legata strettamente a quella di Zeo, che a Ondro Lommato, la frazione nella quale si trova, ci arrivò nel 1994. All’epoca frequentatore dell’ambiente dei centri sociali, il milanese Zeo si innamorò del posto e assieme agli amici cominciò poco alla volta a trasformarla in una specie di casa comune, dove trascorrere l’inverno e ospitare chi passava di qua per sciare. È impossibile tenere la conta di chi ha soggiornato nel corso degli anni, magari risvegliandosi con la testa che rimbombava dopo una serata di bisboccia. La leggenda della Baitella si è accresciuta quando il proprietario, inconsapevolmente, si è ritrovato a ricoprire anche il ruolo di localdi riferimento dei rider stranieri che venivano a filmare ski movie sul Monte Rosa, innamorandosi a loro volta della Valle del Lys. Appena dopo la porta di ingresso c’è un muro sul quale gli ospiti lasciano una dedica, seria quanto basta. In alto a destra ci sono quelle di Chris Bentchetler, di Sean e Callum Pettit (ski you later, ha scritto), quella di Eric Pollard che ha anche disegnato uno dei suoi alberi, gli stessi presenti sulle serigrafie dei Line Skis, quando era stato qui per alcune scene di After the Sky Fall. E poi ci sono quelle della troupe di DPS, che qui ha filmato il cortometraggio Reverie in condizioni nevose da antologia. Gli amici italiani, poco più in là sullo stucco bianco, gli hanno detto ciano firmandosi come Riders de noartri. La Baitella è stata per me il posto giusto da cui ricominciare la disintossicazione. Se dovessi pensare a quali sono i valori del freeride, ammesso che li si possa definire tali, beh, tanti di questi li ritrovo in Zeo. La condivisione, prima di tutto: condividere con qualcuno le proprie idee e i propri luoghi. Portare i nuovi amici nei propri secret spot, sperando che poi l’ubicazione di questi ultimi venga divulgata solo ai più meritevoli (a proposito: in questo reportage non troverete i nomi delle discese fotografate, sarebbe troppo facile leggerle su un giornale e andare a ripeterle dopo una nevicata. Mi spiace, ma i local mi hanno detto che sanno dove abita la mia famiglia…). Ma anche la consapevolezza dell’ambiente che ci circonda, l’essere consci che le Alpi non sono messe bene, e che tutti dovremmo impegnarci un pochetto per preservarle. Perlomeno per permettere ai nostri figli di provare l’ebbrezza della powder nei boschi sotto i 2.000 metri, ecco. E, soprattutto, l’essere presi bene. Che è una forma più forte dell’essere entusiasti, senza sfociare tuttavia nell’essere ossessionati. Essere presi bene significa fare l’ultima pellata partendo alle cinque del pomeriggio, per il semplice godere della luce e della neve, e non perché bisogna accumulare dislivello a tutti i costi. E poi magari, i giorni in cui fa brutto, starsene a poltrire a casa senza sentirsi in colpa, lasciando gli ossessionati a perdersi nella nebbia al posto nostro. Ho poi conosciuto l’ecosistema di Gressoney del quale Zeo fa parte: una tribùeterogenea di indigeni della Valle del Lys della quale fanno parte Maestri, Guide, aspiranti Guide, fotografi di montagna, ma anche amatori che nella vita fanno tutt’altro. Età indefinita, dai venti agli over sessanta. Se li vedi da fuori non lo diresti neanche che passano le giornate a sciare insieme: qualcuno gira con padelloni da 120 millimetri sotto il piede, altri con degli assi che avranno sì e no quindici anni e oggi andrebbero bene per le gare. Abbigliamento, idem: si va da un estremo all’altro, dal tutone alla tutina. Ad accomunarli, però, sono le scelte che hanno fatto per arrivare fin qui, tutte mirate al poter trascorrere il maggior tempo possibile in montagna, rinunciando magari ai lussi di una vita e di un lavoro normali in cambio del potersi svegliare col Monte Rosa fuori dalla finestra. Era qui che volevo arrivare: il freeride non è una pratica e nemmeno un modo di vestirsi o di sciare. Il freeride è un percorso di vita.
Weissmatten
Spesso trascurata a favore degli impianti di Gressoney La Trinité, quest’area dispone di una sola seggiovia biposto e, apparentemente. di pochi pendii accessibili dalla cima. Ma basta aver voglia di mettere le pelli anche solo per pochi minuti che si sblocca un mondo fatto di ripidi lariceti, riparati dalla folla che gira a Punta Jolanda, decisamente più frequentata. Prima regola del freeride, cercare sempre il pendio vergine, giusto?

Il trasformista Andrea Gallo
Climber, fotografo, pioniere giornalista, sciatore-autore, videomaker della scena rap italiana: Andrea Gallo è stato ed è tutto questo. Negli anni ’80 Andrea fu uno dei più forti arrampicatori italiani, autore delle prime salite di pietre miliari del freeclimbing sparse tra Piemonte e Liguria. Basti pensare che la sua Hyaena, gradata solo8b+, fa notizia ancora adesso quando viene ripetuta. Fu poi uno dei primi a credere nel paradiso outdoor di Finale Ligure, contribuendo attivamente al suo sviluppo e aprendo il primo negozio di attrezzatura da montagna in quella che era una cittadina della riviera ligure. Poi tornò su nelle montagne di casa, a Gressoney, dove partecipò alla stesura della prima guida di freeride della zona, Polvere Rosa. Come il serpente dell’Eden, Andrea continuò a tentare il resto del mondo rompendo gli schemi. Intramontabile lo speciale Freeriderc he curò per la rivista Alp nel 1999, dove scrisse delle attività libere dagli schemi che in futuro sarebbero state catalizzatrici dello stantio mondo della montagna: in quel numero si parlava di bouldering, di skibum a Chamonix, di drytooling e, ovviamente, di Gressoney.

Una Malfatta ben fatta
Il Vallone della Malfatta è una delle discese più conosciute che da Punta Indren scendono sul lato valsesiano del Monte Rosa. Solitamente vi si accede tramite un canale che richiede una calata, o perlomeno di essere disarrampicato. Solitamente. Con Zeo e il Camicia l’abbiamo sciato in tutto il suo splendore, accedendoci sci ai piedi e lasciando le nostre firme nello zucchero, in una giornata in cui il cielo era quello che gli americani - che hanno un neologismo cool per qualsiasi cosa - definirebbero bluebird. Discese classiche come questa in queste condizioni richiedono essenzialmente un requisito: essere lì, in settimana, dopo una nevicata e alla prima funivia… tutto il resto sono chiacchiere da bar.

Il Circo Barnum al Lago del Labiet
Più si è, meglio è. Un giorno ci siamo ritrovati a pellare dalla diga del Labiet in undici, in una bolgia colorata con poche idee in testa ma molto chiare: trovare abbastanza pendii immacolati per tutti. In testa il solitario Camicia, che non solo voleva battere tutta la traccia da solo, ma respingeva anche chi si offriva di dare il cambio a questo intagliatore che un giorno, da solo e per sfizio, aveva pellato per 5.100 metri di dislivello. Dietro, a seguire, il carrozzone del Circo Barnum: il più giovane era il ventunenne rasta Mattia, che per l’occasione aveva un paio di Dynafit al posto dei twin-tip da park; il più, ehm, saggio era Paolo, ormai in pensione. Gente che aveva fatto il Mezzalama mischiata ad altri che in salita facevano le pause a suon di sigarette e vin brulé, mischiata ad altri ancora che le pause non le facevano proprio perché erano i giorni di Burian e la temperatura a dir poco tonica. Chiedetelo a Zeo, che si è dovuto far prestare un phon al bar per scaldare le pelli ghiacciate.

Sciare la luce
È successo anche di partire per l’ultima pellata all’ora in cui il sole stava per scomparire, salendo con il filo dell’ombra che seguiva poco più a valle. Faceva così freddo che i cristalli di neve non si legavano l’uno all’altro, ma rimanevano lì, sospesi nell’aria a luccicare come polvere d’oro. Davanti a me a battere la traccia c’erano il Camicia e i fratelli Thedy, dietro Zeo e Mattia. Con me era rimasto Francio, che saliva con calma trascinandosi dietro scarponi da pista e sci da 124 mm al centro. Abbiamo spellato proprio mentre il sole stava calando, il primo a danzare nella luce è stato il Camicia, mentre Francio si gustava una sigaretta rollata a meno venti.
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