De Gasperi e Gerardi stabiliscono i nuovi FKT sul Sentiero Roma
Nuovo FKT sul Sentiero Roma per Marco De Gasperi e Hillary Gerardi del team Scarpa. L’itinerario in quota (54 km 4.500 m D+) collega la Valchiavenna alla Valmalenco e, nel tratto intermedio della Val Masino, ripercorre a ritroso quello del Trofeo KIMA. De Gasperi ha migliorato il precedente primato siglato meno di un mese fa dallo skyrunner di casa Valentino Speziali (8h’42’32”), quello stabilito dall’americana risulta essere a tutti gli effetti il primo riscontro cronometrico di riferimento al femminile.
Marco De Gasperi ha fermato il crono a 7h53’41” Hillary Gerardi a 10h06'41". L’itinerario con partenza da Novate Mezzola e arrivo a Torre Santa Maria viene abitualmente percorso dai trekker in tre giorni e si superano otto passi alpini sopra i 2.500 metri.
«Come scrivevo un mese fa, il Sentiero Roma (da Novate Mezzola a Torre di Santa Maria, in provincia di Sondrio) non è una semplice gita in montagna che può passare inosservata - da scritto in un post su Facebook De Gasperi -. Chi camminando o correndo ne percorre i passi che si affacciano su vallate incredibili non può che rimanere ammaliato da queste montagne! L’amicizia che mi lega a Valentino, il detentore del precedente FKT su questo tracciato, mi rendeva dubbioso se provare a fare questo tentativo o meno. Invece il suo sostegno oggi è stato come sempre disinteressato ed encomiabile, come quello di tanti cari amici che hanno assistito sul percorso sia Hillary Gerardi che il sottoscritto. Grazie Vale, lo skyrunning unisce sempre!».

SCARPA riparte dal rebranding
SCARPA annuncia di aver completato il rinnovamento dell’immagine aziendale con il rebranding del marchio. L’identità dell’azienda resta radicata nella lunga tradizione di eccellenza e innovazione del marchio, simboleggiata dal pay-off No Place Too Far, ma ogni elemento visivo è stato migliorato per renderlo più fresco e più vicino ai valori aziendali: dall’ottimizzazione le logo, all’ampliamento della gamma di colori, incentrata su un nuovo tono che evolve il tradizionale colore ottanio dell’azienda. A questo scopo è stato anche sviluppato un nuovo carattere tipografico proprietario, elaborato in una serie flessibile di pesi e varianti.
Questa identità visuale, realizzata insieme a Landor, agenzia leader mondiale nel brand consulting ed experience design, è stata declinata sui principali punti di contatto di SCARPA con i suoi interlocutori: dal packaging al sito, dai cataloghi agli spazi fieristici e aziendali. Il marchio punta a proseguire nella propria espansione internazionale, pur in un momento così difficile per le imprese e l’economia italiana. L’azienda di Asolo vuole riprendere velocemente il percorso di crescita intrapreso negli ultimi anni, puntando sulla forza di un marchio che è diventato sinonimo di qualità e innovazione Made in Italy in tutto il mondo.
«Crediamo fortemente che per ripartire si debba scommettere sul fascino e sulla solidità del nostro brand» commenta Diego Bolzonello, amministratore delegato di SCARPA. «Questo rinnovamento dell’immagine SCARPA ci aiuterà a ritornare presto sul sentiero che abbiamo tracciato negli ultimi anni: crescita sui mercati internazionali, consolidamento delle varie categorie di prodotto e impegno concreto per la sostenibilità ambientale e sociale».
«È sempre difficile andare a toccare l’immagine di un’azienda che, per noi, rappresenta la storia della nostra famiglia» spiega il presidente di SCARPA, Sandro Parisotto. «Per questo raramente ci siamo impegnati in operazioni simili. Stavolta però si è trattato di un aggiornamento necessario, che conserva il meglio della nostra tradizione e la proietta nel futuro: siamo sicuri lancerà SCARPA verso un nuovo decennio di successi e innovazione».

Franco Collé vince lo SwissPeaks Trail
«Non saprei dire se è più dura del Tor des Géants, da valdostano sono ovviamente di parte. Quello che so è che la SwissPeaks davvero tosta e alpinistica. La consiglio a chi ama percorsi di questo tipo. Anche qui le montagne non vengono aggirate, ma scalate una ad una. In certi tratti ci siamo trovati anche 20 centimetri di neve fresca». Sono queste le prime parole di Franco Collé al traguardo dello Swisspeaks Trail 360, la gara di 314 km e 22.500 m D+ partita alla mezzanotte del primo settembre da OberWalp, nel Vallese.
Il valdostano del team Hoka One One, testatore della nostra Outdoor Guide, è arrivato primo ex aequo con lo svizzero Jonas Russi fermando il crono in 62h43’ in quella che era una delle gare più attese di questa stagione povera di traguardi, perché consentiva di confrontarsi sulla ‘distanza Tor’. L'ideatore dell’evento, Julien Voeffray, un decimo e un quindicesimo posto al Tor des Géants, ha riproposto nel proprio paese una competizione simile con molti passaggi a quota 3.000, diversi dei quali tecnici in luoghi selvaggi… una vera e propria avventura. Qualche novità anche per lo SwissPeaks Trail nel 2020, che quest’anno, causa Covid, è andata in scena su una distanza minore. Nonostante la riduzione chilometrica a rimescolare le carte in tavola è stato il meteo che ha messo i concorrenti di fronte a pioggia battente e neve. C’è ancora Italia sul terzo gradino del podio, con Andrea Mattiato, che ha tagliato il traguardo con poco meno di otto ore di ritardo dai due battistrada.
Il cammino sostenibile
Ho sempre amato la montagna e, in qualche modo, mi sono sempre illusa che la montagna amasse me. Una storia di amore romantico e condiviso, fatta di lunghi trekking in solitaria, di nottate in tenda con gli amici, di pensieri all’alba sussurrati dal caldo dei nostri sacchi a pelo. Il rapporto tra amanti dell’outdoor e natura vuole essere stretto, noi amanti del sentiero pensiamo di essere nel nostro habitat naturale quando attraversiamo le montagne, ma negli ultimi mesi ho iniziato a pensare che forse non è del tutto così.
Qual è l’impatto del turismo outdoor sull’ambiente?
Da questa domanda, alla quale non so dare una risposta esauriente, è nata l’idea del Cammino Sostenibile: è possibile fare un trekking di più giorni mantenendo un impatto ambientale molto basso? Per questo esperimento ho scelto un itinerario battuto, sulle Dolomiti: l’Altavia 4. Abbastanza frequentato per essere un buon test, abbastanza turistico per poter apprezzare in pieno la bellezza del trekking. Prima di partire ho pensato a tre punti chiave per lasciare meno tracce possibili: abbigliamento e attrezzatura, alimentazione e pernottamento, sostenibilità turistica. Noi trekker ci fregiamo di attrezzature molto tecnologiche, in materiali super performanti, ma mi sono chiesta quali potessero essere le buone norme per scegliere abbigliamento e attrezzatura con il minor impatto ambientale. Ho fissato tre regole, che mi sono parse di grande buon senso: innanzitutto usare ciò che si ha. Guardare nell’armadio e riutilizzare l’abbigliamento che già possediamo è la prima regola, fondamentale per diminuire l’impatto ambientale. E se ne trascina dietro una seconda: acquistare prodotti resistenti e di grande qualità, che possano essere utilizzati per molti anni. Questo significa evitare l’effetto usa e getta dato dalla grande disponibilità di abbigliamento low cost di oggi. Meglio pochi capi, ma flessibili, durevoli e validi. In terzo luogo scegliere marchi che lavorano nella ricerca per materiali sostenibili, ecologici, riciclati o comunque a basso impatto. Ci sono marchi, per esempio, che certificano la produzione e l’eco footprint del prodotto finito, spingendosi fino alla valutazione dell’intero ciclo di vita. Il secondo punto cardine riguarda alimentazione e sostentamento durante il trekking.

Quali prodotti scegliere?
Il leitmotiv è uno: meno imballaggi. Oggi il packaging è il primo vero nemico dell’ambiente. Acqua in bottiglia, ma anche alimenti precotti, gel e integratori, stoviglie monouso, bibite finiscono spesso nello zaino. Da anni per i prodotti alimentari e di igiene della persona ho una predilezione per una catena di negozi pack-free. Il Negozio Leggero, infatti, fornisce moltissime referenze o sfuse o con imballaggio riutilizzabile. Nello zaino ho messo quindi couscous integrale, riso, sale, uvetta, frutta secca, shampoo solido, saponetta, olio di mandorle, protezione solare, il tutto acquistato a peso e contenuto nei miei soliti contenitori da cucina o, come per i cosmetici liquidi, in confezioni con vuoto a rendere. La seconda regola che mi sono imposta per l’alimentazione era di acquistare pasti e dormire utilizzando i rifugi sul percorso, dove ho presupposto che la regola fosse quella del chilometro zero. Acquistare prodotti freschi lungo il percorso di un trekking è un buon modo per introdurre il terzo punto, quello della sostenibilità turistica. Per progettare una vacanza responsabilmente dal punto di vista eco, sarebbe bene selezionare i luoghi di ricettività anche in base alla proposta offerta. Spesso diamo per scontato che durante una vacanza sportiva e a contatto con la natura anche le nostre attività siano più ecologiche. Invece scegliere un rifugio invece di un altro in base alla proposta che offre è un buon metodo per rendere migliore e più green la vacanza. Il nostro trekking è durato quattro giorni, con partenza da San Candido e arrivo a Cortina. Abbiamo camminato per circa 22 ore totali e pernottato in tre rifugi: il Tre Scarperi, l’Auronzo e il Vandelli. Abbiamo acquistato solo le scarpe e due pile a bassa dispersione di microfibre. In totale abbiamo prodotto i seguenti rifiuti: due vassoi di cartone e due tovaglioli di carta durante il pranzo on the road del primo giorno; due bottiglie di acqua di plastica al rifugio Auronzo, dove l’acqua non era potabile e veniva venduta solo in bottiglie in PET; altrettante bottiglie di plastica al Vandelli per lo stesso motivo; una lattina di tonno e una di bibita trovate al Colle del Diavolo. A questo andranno aggiunti i rifiuti che non abbiamo potuto raccogliere al rifugio Auronzo, dove abbiamo cenato con pietanze visibilmente conservate (e quindi imballate).
In conclusione? Ho voluto tentare questo esperimento perché volevo proporre un modo diverso di vedere il turismo outdoor. Il trekking era un trekking di facile livello, praticabile da tutti e quindi molto frequentato. Forse dovremmo renderci consapevoli di come il nostro amore per l’outdoor può anche non essere del tutto a impatto zero. Amare l’ambiente significa soprattutto mantenerlo più intatto possibile, senza necessariamente fare delle rinunce, ma operando delle scelte consapevoli. La nostra montagna così ci amerà.
QUESTO ARTICOLO È USCITO SU SKIALPER 126

Pindo, la neve prima dello sci
Tutto comincia con una riga che passa più o meno da Firenze. Un personalissimo parallelo che fa da spartiacque dei nostri interessi. Sopra, le solite Alpi, quelle fatte apposta per lo sci, e poi più su il freddo che aumenta, la neve che non manca, i paesi nordici, la Norvegia, l’Islanda, il mare sì, ma quello che se vuoi tuffarti di testa devi controllare che non sia ghiacciato. Sotto quella riga, il mare, quello vero dello stereotipo estivo, che d’inverno non ci va nessuno, e le montagne che figurati se c’è neve così a Sud. Il nostro gruppo di cavei gris ormai la pensa così: abbandonate, o quasi, per limiti d’età le velleità verticali, la nostra mente si sposta soprattutto in orizzontale. L’adrenalina della forza di gravità, delle punte dei ramponi e delle picche piantate per pochi millimetri, del filo delle lamine, della precarietà, dell’incognita dell’abisso ha lasciato il posto al gusto dell’esplorazione sulla superficie del globo. Unica costante gli sci, con annessi e connessi.
In realtà globo è un parolone esagerato, siamo in fondo estimatori della prossimità. L’algoritmo potrebbe allora essere il seguente: trovare il luogo più vicino dove lo scialpinismo sia una cosa strana, ma non senza senso. Va da sé che quella linea immaginaria è la necessaria base di partenza. Oltre alla linea, nel tempo ci siamo costruiti un rettangolone, in continua espansione e arricchimento, soprattutto nella sua parte orientale. Il lato superiore è quello che da Firenze va verso Ovest fino all’Oceano Atlantico e verso Est più o meno fino ad Armenia e Georgia. Il lato inferiore è per ora tangente all’isola di Creta, il punto più a Sud dove abbiamo sciato, sempre se si parla di luoghi strani e relativamente vicini; escluso per intenderci l’altro emisfero e le mete più esotiche. Ecco, l’esotismo è l’altra parola chiave della nostra attività degli ultimi anni. Ah, per nostra s’intende del gruppo di amici che vedete nelle fotografie in queste pagine, un nucleo storico più qualche aggregato occasionale, come Riccardo, il glaciologo che ogni tanto viene con noi (e che ha scritto per Skialper l’articolo sullo scioglimento del permafrost sul numero 123). Perché è vero che nel rettangolone di ghiacciai ne sono rimasti ben pochi, ma non si sa mai. Esotismo, dicevo, ma dobbiamo intenderci sul significato del termine. Con sign. astratto, in genere, il gusto, la ricerca e l’uso delle cose forestiere, estranee alle tradizioni locali, nelle arti e nella vita; adesione a forme artistiche esotiche, e in partic. orientali. In senso specifico, l’aspira- zione, che ebbe la massima diffusione col romanticismo e col decadentismo, verso i paesi dell’Oriente e del Sud, vagheggiati come paesi più ricchi di sensazioni, e, in minor misura, verso quelli di civiltà ancora primitiva recita il vocabolario Treccani.

Detta in soldoni, oramai l’esotismo di un luogo si misura con la quantità di like generata da un nostro selfie in quel luogo. Come i giapponesi con i piccioni in piazza Duomo a Milano o noi con le scimmie allo stupa di Swayambhunath a Kathmandu. Un esotismo sbandierato e unilaterale, che allo stupore degli uni contrappone la commiserazione degli altri. Non è questo il genere di esotismo che ci interessa, ma quello che semplicemente ci porta a entrare in contatto con luoghi e realtà diversi dai nostri, in punta di piedi, anzi di sci. Perché sta proprio negli sci la vera componente esotica dei nostri viaggi, quella che anche a noi fa scappare qualche selfie, come le foto che vedete in queste pagine. Non cerchiamo scimmie e neanche esportiamo piccioni, ci portiamo semplicemente dietro la nostra esperienza in montagna, che ci permette di frequentare luoghi altrimenti inaccessibili d’inverno. L’esotismo non sta nel fare una cosa strana che per chi vive lì è normale, ma nell’esplorazione tout court, nello scovare quel terreno vergine per gli sci che fuori dal rettangolone, senza andare in capo al mondo, non esiste praticamente più. Il nostro contorno immaginario è anche la linea di orizzonte, il confine di Mister Google, quello oltre al quale nemmeno lui, incredibile, è in grado di scovare informazioni scialpinistiche. Probabilmente perché non ne esistono, perché quelle montagne lì probabilmente vivono una dimensione ancora pre-esplorativa, pre-alpi- nistica, certamente pre-ludica. Perché quella linea immaginaria è anche quella dello stereotipo, che a livello turistico fa per esempio della Grecia il paese del sole, del mare, delle isole, degli dei e quindi dell’Olimpo, l’unica montagna che si conosce perché la si studia a scuola.
I più eruditi forse conoscono anche qualcosa del Taigeto, al centro del secondo dito del Peloponneso, il monte su cui gli spartani abbandonavano i neonati non in perfetta salute. Ma solo i pochi che ci sono stati d’inverno sanno che dalla cima si può sciare per almeno mille metri di dislivello con vista mare. È lo stesso stereotipo delle guide turistiche che fanno della Grecia un’accozzaglia di spiagge segrete, dove tutti bevono ouzo e mangiano tzatziki, e neanche una parola, o quasi, sulle montagne che coprono gran parte del territorio. Guide che, sia chiaro, non disdegniamo, soprattutto per l’infarinatura di storia, sulla quale siamo carenti e smemorati, per le indicazioni sui ristoranti, fondamentali, per le foto cartolina che non puoi non fare anche tu, spesso per le spiagge. Perché vuoi mettere la soddisfazione di salire una cima con gli sci la mattina e fare un tuffo in mare il pomeriggio? Soprattutto perché quelle spiagge in inverno sono deserte. In questo nostro peregrinare la penisola balcanica gioca un ruolo fondamentale e contiene gran parte delle bandierine del rettangolone. Bulgaria, Bosnia- Erzegovina, Montenegro, Grecia sono state teatro delle nostre esplorazioni sci ai piedi (alcune già pubblicate sulle pagine di Skialper). I Balcani ci affascinano, ci interessa la loro orografia tormentata, così come è tormentata la loro storia. Ci piace la realtà delle aree naturali, di quelle rurali, quel loro essere qualche decennio indietro rispetto alle nostre, nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene. Balcanizzando Francesco Guccini: un mondo dove è ancora tutto da fare e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare. Dal punto di vista geografico la penisola balcanica è prevalentemente un’area montuosa, attraversata appunto, tra Serbia e Bulgaria, dalla catena dei Balcani, il cui nome, di origine turca, significa proprio monte. Verso Sud-Ovest numerosi altri gruppi montuosi si estendono in direzione dell’Adriatico e dello Ionio, fino all’estremità Sud del Peloponneso con la dorsale del Taigeto.

La catena del Pindo è una delle principali e si estende dal Sud dell’Albania al Nord del Peloponneso per circa 180 chilometri. Geologicamente è una prosecuzione delle Alpi Dinariche, situate nella parte occidentale della penisola balcanica, e fa da vera e propria spina dorsale della Grecia. È proprio sulla porzione greca del Pindo che cade la nostra scelta dello scorso febbraio. In preda allo sconforto per la totale assenza di neve sul versante italiano delle Alpi, decidiamo ancora una volta di puntare al magico Sud-Est, che per quantità di neve non ci ha mai traditi. È un altro degli stereotipi da sfatare, quello che in Grecia nevichi poco. Non è così, specialmente sul Pindo, che fa da baluardo alle perturbazioni e le trasforma in copiose nevicate. Scegliamo in particolare la regione dell’Epiro, che comprende la Zagoria, il Parco Nazionale delle Gole di Vikos e il Parco Nazionale del Pindo. Raggiungiamo Konitsa, che sarà la nostra base per la prima metà del viaggio. Fa un freddo cane, il vento si infila violento tra i vicoli del paese, mentre sulle vette è bufera. L’atmosfera è strana, certamente dimessa, ma non è chiaro se sia dovuto al fuoristagione o a una crisi generalizzata, probabilmente un misto di entrambi. Molti dei locali sono chiusi e le case dall’aspetto aristocratico mostrano i segni di un passato certamente più florido. Anche la villetta che abbiamo affittato sul web non viene probabilmente abitata d’inverno da decenni. Lo capiamo rimuovendo il finto fuoco a led dal camino e provando ad accenderne uno vero: il fumo in pochi istanti si impadronisce della casa e dei nostri polmoni. In fondo è l’inizio balcanico che ci aspettavamo.
L’ufficio turistico è stranamente aperto ma logicamente deserto. Le due impiegate si girano di scatto quando ci vedono entrare: sei persone in un colpo solo, a febbraio? Ci riempiono di brochure, ci regalano anche quelle a pagamento, ma gli diamo poca soddisfazione: cerchiamo robe di neve e lì ci sono solo prati in fiore, ruscelli e mucche al pascolo. Per gentilezza prendiamo comunque tutto, lanciandoci occhiate d’intesa, come a dire: vi aspettavate i depliant dell’Alta Badia? Certamente no, e allora un piccolo depliant personalizzato proviamo a costruirlo qui, per punti.
Monastero Moni Stomiou
Ci si va a piedi da Konitsa in un’oretta di cammino. D’inverno, nonostante il cartello esposto, non pagherete il biglietto per mancanza di cassiere. Troverete quasi certamente dei lavori in corso in vista dell’estate. Gli operai vi guarderanno strano, ma poi condivideranno con voi le patate lesse più buone del mondo, senza poter colloquiare se non a gesti. Scoprirete che anche i monaci ormai hanno le fognature di plastica arancione.
Ponte di Aoos
Lo si percorre per andare al monastero. Se avete un drone come il nostro, che si chiama Dario (il dronedario), fate attenzione che nella gola una raffica di vento improvvisa potrebbe spararvelo a due chilometri di distanza e riuscire a farlo tornare ha del miracolo. Forse dei monaci.
Papigo e Micro Papigo
Dal nome sembrano luoghi usciti da Topolino. In più li troverete scritti almeno in cinque modi diversi e vi capiterà di girare invano in auto per raggiungerli tutti e cinque. Una volta capito che il luogo è uno solo, finalmente vi gusterete la sua atmosfera, la vista sulle dolomitiche cime del Tymfi, gli enormi platani fuori dalle chiese medievali, le vestigia di un ricco passato che fu. E probabilmente ci dovrete tornare, perché quel giorno la pigrizia si è impadronita di voi e sul Tymfi non ci siete saliti.
Monte Bogdani
Avete letto La strada di Cormac McCarthy? Se la risposta è no, fatelo assolutamente. Oppure andate a Samarina e poi sul Bogdani. Portateci vostro figlio e vi troverete nella stessa atmosfera post-atomica, dove in un paese che una volta era un fiorente snodo commerciale, d’inverno incontrerete solo cani randagi, con meravigliosi cuccioli. E i pendii boscosi saranno così selvaggi e innevati da riportarvi a quello stesso stato primordiale del libro.
Stazione sciistica di Vasilitsa
Andateci se volete farvi un selfie mentre sciate su una pista greca (attenzione che il confine tra pista e fuoripista non è molto chiaro), se non amate la folla, se non vi dà fastidio ripetere la stessa pista, se volete provare ancora una volta il brivido del piattello sotto il sedere. Se però avete intenzione di salire con le pelli, avvisate subito gli addetti agli impianti, perché c’è il rischio che li accendano inutilmente appena vedono arrivare la vostra auto.
Monte Efharistò
Il nome è storpiato di proposito perché non vogliamo togliervi la soddisfazione di scoprirlo da soli, facendo ipotesi di salita e discesa, scovando la strada per arrivarci, inventandovi la traccia in mezzo metro di polvere, sciando tra monumentali pini loricati. Vabbè dai, si chiama Monte Gomara.
Monodendri e gole di Vikos
Non ci si scia, ma le gole sono le più profonde d’Europa e da sole meritano il viaggio. Come tutti i 46 villaggi della Zagoria e i loro ponti, in pietra, abbarbicati sulle montagne, in un territorio ancora selvaggio e difficile da attraversare.
Gente
D’inverno non se ne incontra molta, specialmente fuori dai centri più popolati. Dei luoghi che abbiamo visitato solo Metsovo, dove abbiamo fatto base nella seconda parte del viaggio, mostra segni di vitalità. Molto difficile anche incontrare altri scialpinisti, salvo qualche Guida alpina giramondo. Raccontiamo un episodio. Salendo al Monte Tsoukarela incontriamo, con i loro clienti, Oswald Santin e Hanspeter Eisendle, due mammasantissima dell’alpinismo e dello scialpinismo. Il secondo soprattutto, che personal- mente annovero nella categoria quelli che senza di loro Messner col cavolo che era Messner. Salendo notiamo una sorta di indisciplina, non la nostra che è prover- biale, ma tra le fila dei loro clienti. Probabilmente non succederebbe se fossimo sulle Alpi o su qualunque altro itinerario conosciuto e tracciato, ma qui il terreno è vergine, in tutti i sensi, ancora da esplorare. L’istinto di sperimentare ognuno la propria traccia è più forte di qualunque ordine di scuderia. D’altra parte non ci sono pericoli e un costante guinzaglio visivo lega le Guide ai clienti. Mentre Hanspeter, impassibile, continua per la sua strada: io vado dove l ’acqua va.
Obliquare
Deriva dal latino, ma è il verbo per eccellenza dello scialpinismo greco. È un’esigenza che in discesa si presenta ogni qualvolta sia necessario rientrare sull’itinerario di salita. Viene il più delle volte disattesa, complice l’entusiasmo e la sete di esplorazione. Tanto, male che vada, si ripella.
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I due quattromila di Fernanda Maciel
In questa estate 2020 senza (o quasi) gare non passa giorno senza un nuovo FKT (fastest known time). È così per gli atleti top, ma anche per chi sta nel gruppo. Ed è una strategia che funziona per runner e sponsor, anche più delle vittorie alle gare, almeno in termini di visibilità, se si considera che Pau Capell durante il suo tentativo di record in solitaria sul percorso dell’UTMB ha guadagnato 7.000 follower Instagram in 20 ore. C’è però una trail runner che, superata la soglia dei 40 anni, non si ferma e ogni anno continua a proporre fastest known time ed exploit che hanno nella creatività e originalità la loro ragione d’essere. Fernanda Maciel, brasiliana di Belo Horizonte, la ricordano in tanti per i podi nelle gare più importanti, dalla Transgrancanaria alla Lavaredo Ultra Trail, ma la ricordiamo soprattutto per quello che ha fatto oltre i podi. Come non dimenticare il Cammino di Santiago corso in 10 giorni, oppure i fastest known time sull’Aconcagua e sul Kilimanjaro?
Eppure Fernanda non si arrende e anche in questo pazzo 2020 ha lasciato il suo segno con un’impresa che, andando oltre tempi e numeri, fa discutere. Lo scorso 20 agosto ha migliorato il suo fastest known time sul percorso da Pont (1.879 m) alla vetta del Gran Paradiso (4.061 m), chiudendo il giro in 4h03’ (2h40’ la salita) e migliorando di circa un’ora il crono. E fin qui è un risultato notevole ma che va ad aggiungersi a tanti altri. Però, scesa in valle, la Maciel è salita su un’auto per Cervinia e ha raggiunto, nella stessa giornata, il Cervino. Al Cervino non ha corso contro il tempo, ma contro i propri fantasmi e le proprie paure. Qui infatti nel 2017 aveva dovuto rinunciare per un problema agli occhi e l’anno scorso ha perso l’amico argentino Gonzalo.
«Ero pronta per la sfida, ma il blocco era mentale e sono arrivata quasi a cancellare il progetto due giorni prima - ha detto Fernanda - Alla fine ho deciso di provarci, di farlo passo dopo passo, concentrandomi sul presente e senza pensare a quello che c’era dietro e davanti. E così sono arrivata in vetta e ho pianto. Non conquistiamo le montagne, conquistiamo noi stessi»
Canali a manetta
Parlare di evoluzione è sempre qualcosa di serio, di certo noi non abbiamo fatto la storia, ma possiamo raccontarvi come la combinazione di racing, video di skiporn e fame di polvere abbiano creato una nostra visione del freetouring, parecchio alpina e aggressiva. Partiamo dall’inizio: la nostra idea non aveva per nulla a che fare con la salita, perciò in principio parlerei piuttosto di freeride e, per quanto mi riguarda, una concezione moderna della disciplina (o forse dovrei dire stile di vita) che ha avuto origine a fine anni ‘90, quando ero un racer nel fiore degli anni. Ovviamente già prima per un bambino dello sci club non c’era grossa distinzione tra allenamento in pista, tra i pali o fuori pista. Andare fuori era un’attività come un’altra da svolgere quando nevicava, che però ha costruito le basi per creare la completezza tecnica. In quegli anni ’90 lo snowboard è stata una grossa fonte d’ispirazione perché, per chi girava le località sciistiche per gare e allenamenti come noi, non era raro imbattersi nei primi park e nei loro frequentatori, che portavano una ventata nuova sia per lo stile ribelle associato alla street culture, sia per l’interpretazione di cliff e linee con una surfata fluida e gran galleggiamento. A nostra insaputa non eravamo i soli (chi più chi meno) a trarre ispirazione da tutto ciò: stava nascendo la new school, un calcio in faccia a chi vedeva lo sci come uno sport vecchio e alla frutta. Lo zampino delle aziende a questo punto ha fatto la differenza; per mettere questi sciatori ribelli al primo posto della catena alimentare, per rilanciare un prodotto stantio con nuove manifestazioni oltre la FIS, con budget carichissimi per filmare video e sviluppare materiali adatti alle richieste di un mercato in fase di decollo. I video di sci non erano una novità e i freerider dell’epoca erano dei fenomeni assoluti sia dal lato tecnico che esplorativo, avevano solo bisogno di un materiale che permettesse loro una planata consistente e di ragazzini che mostrassero loro nuovi trick da portare in back country. Quindi grazie allo snowboard e alla nascita della new school il futuro era arrivato. Questo preambolo ci riporta all’esatto momento in cui le cose hanno preso forma per noi.

Ski porn
Per molti di noi l’acquisto dei primi twin larghissimi, tipo 90 sotto il piede, segnò l’inizio: volevamo essere freerider come quelli che avevamo visto alla primissima edizione del Monterosa Freeride. Eravamo dei racer dal piede pesante che avevano voglia di andare a manetta, fare festa e aprire linee. Come si capisce i nostri idoli erano Candide Thovex o Seth Morrison, di certo non Negroni e Fontana, che peraltro conoscevamo, quindi diciamo che la nostra attività di fuoripista era basata totalmente sulla discesa; non era nemmeno contemplato l’attacco da salita, tanto per girare ci bastavano gli impianti, al limite sognando l’elicottero. Nel frattempo, in assenza di neve ma in abbondanza di tempo libero, in uno strano gennaio, grazie a Filippo Menardi ho iniziato ad andare con le pelli. Non so nemmeno il perché, però come attività non era male; quello che era male erano i materiali che mai più avrei associato allo sciare in una maniera che non fosse pura sopravvivenza per raggiungere la macchina, figuriamoci a una planata in neve fonda! Gli scialpinisti andavano a fare linee dolomitiche in stretti canali incassati tra pareti rocciose che mi terrorizzavano solo al pensiero, ma con uno stile che era totalmente all’antitesi di quello che ci piaceva, poco fluido e statico, quasi non fosse possibile fare diversamente, anche a causa del materiale appunto: antico e poco performante in discesa. Intanto nell’Ovest, dove la scena era molto più avanti, forse per l’influenza francese, i freerider con sci lunghi e larghi andavano a tutta con curvoni veloci e surfate spettacolari. Tra di noi il pensiero comune era che: «certo in ampi spazi, come da loro, puoi andare a 100 all’ora con degli scioni esagerati, ma in Dolomiti, nei canali, non è possibile andare a manetta». Questo era vero ma per un motivo che avrei capito parecchio tempo dopo: da noi la contaminazione tra alpinismo, racing e freeski era solo all’inizio e ogni categoria se ne stava nel suo. Eravamo stufi ormai delle solite linee e ci spingevamo sempre un po’ più in là con gli itinerari, fino all’ovvio momento in cui non bastava più fare cento metri a piedi; cosi la tecnologia ci è venuta in aiuto, creando attacchi e scarponi adatti al montaggio su sci prettamente da discesa, che però ti permettevano di camminare con le pelli. Come se il materiale si evolvesse con noi e viceversa, ormai eravamo in grado di andare a prendere tutte le linee, anche molto alpinistiche, ma con la possibilità, in base alla profondità della neve, di utilizzare un paio di set-up diversi in larghezza e peso, per non perdere galleggiamento e tenuta. Dopo i primi approcci timidi a determinate pendenze cariche di neve polverosa, quello che sembrava impossibile era diventato la regola: ricercare la velocità più elevata possibile, scrubbandola se necessario e cercando di non fermarsi fino alla fine. Andare a fare canali come il Vallençant sul Cristallo con un twin rockerato da 120 sotto il piede, dopo una ferrata in invernale, oggi è diventata una cosa normale.

Dalla new era a Linea
Come ho detto prima, noi non abbiamo scoperto di sicuro l’acqua calda, perché nei canali gli alpinisti ci sciavano da sempre, però l’uso di sci larghissimi, lunghi e completa- mente sbananati, prettamente da powder, uniti a una gamba e una tecnica da discesisti puri, ha creato un mix velocissimo. Il punto non era curvare, ma semplicemente prendere velocità e portanza per poi gestire i cambi di direzione con una profonda perdita di quota, quasi sulla massima pendenza, e rallentare (se proprio si doveva) rimanendo il più leggeri possibili, con la possibilità di galleggiare e derapare in maniera controllata. Una tecnica che con uno sci tradizionale non era possibile a meno di fare curvoni dalle ampie diagonali, impossibili in un budello di canale. La nostra New Era è stata proprio questa: essere additati come folli per avere portato materiali esagerati in un altro contesto, per poi salutare tutti e ritrovarli al bar dopo avere già bevuto un secchio di birre. Il tallone d’Achille però, ovvero la parte alpinistica, è stata dura da costruire e per fortuna fare squadra con Filippo (che poi è diventato Guida), insieme a molti altri amici, ha aiutato non poco al raggiungimento di posti da ingaggio che altrimenti mi sarebbero rimasti preclusi. L’evoluzione non si sarebbe fermata e il progetto Linea ne è la conferma, aggiungendo ancora un gradino alla scala prestativa in discesa. Qui entra in gioco Alberto Ronchi, che già conoscevo per la sua velocità in discese hard core, che insieme a Filippo come filmmaker e skier, ha messo insieme un progetto molto ambizioso e allo stesso tempo puro e semplice: sciare discese estreme (ripetizioni, prime ripetizioni e forse anche prime assolute) dall’inizio alla fine, senza averle risalite, alla massima velocità e nel caso anche fissando ancoraggi per calate, avvalendosi di un normale pianta spit. Un’attività del genere porta l’estetica al primo posto e a mio avviso solo pochissimi sciatori hanno affrontato determinate discese in questa maniera, per esempio Aldo Valmassoi e Niccolò Zarattini. Una visione simile a quella di Xavier De Le Rue e Jérémie Heitz per parlare chiaro, una versione dolomitica e più underground dei massimi esperti del freetouring moderno. Dura prevedere il futuro, ma questi ragazzi hanno già dimostrato che ciò che sembrava impossibile è diventato uno stile consolidato, sicuramente non per tutti, ma possibile: risalire dislivelli importanti in stile alpinistico, affrontando le discese come se pronti per filmare per Matchstick. Un ringraziamento però va alla defunta seggiovia di Staunies che ci ha permesso di agganciare canali da 900 metri di dislivello senza camminare molto, conservando un bel po’ di gas per la discesa!
Mai meno di 103
Nel corso degli ultimi quattro/cinque anni l’evoluzione del materiale e continue prove sui montaggi ci hanno fatto arrivare alla conclusione che per sciare ad alta velocità con neve imprevedibile la scelta deve cadere su sci fortemente strutturati, con larghezze variabili dai 105 al 120 mm in vita e lunghezze sui 185 cm, mai troppo leggeri (sul paio di chili). Questo per non rinunciare a tenuta ed elasticità. Attacchi possibilmente Shift, Kingpin o Tr2 Skitrab, per aumentare sicurezza e tenuta, e scarponi con walk, pin e Vibram ma 130 di flex per imprimere precisione agli sci larghi e non subirne le torsioni.
Words of wisdom
Monta il tuo sci sbananato vicino al centro, le code ti sosterranno e, quando lo intraverserai con facilità, ti darà una stabilità totale: scia centrale e non sdraiarti sulle code e, come in Vacanze di Natale: peso a valle e sci a monte avanzato!
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L'UTMB in solitaria di Pau Capell in 21h17’18’’
L’obiettivo era scendere sotto le 20 ore e sotto quel 20h19’ dell’ultima edizione della mitica corsa attorno al Monte Bianco, vinta proprio da Pau Capell. Breaking 20 come il Breaking 2 della maratona. La partenza della corsa in solitaria di Pau Capell per correre attorno al Monte Bianco (accompagnato da un piccolo team di supporto a tutela della sua salute e della sicurezza) avrebbe dovuto essere venerdì pomeriggio, come all’UTMB, poi il meteo ha fatto anticipare tutto di un giorno, con il via alle 18 di giovedì. Per seguire l’impresa e la progressione di Pau c’erano anche una piattaforma e le telecamere della televisione catalana. 171 km e più di 10.000 metri chiusi alla fine in 21h17’18’’ (tempo da podio). La barriera delle 20 ore non è stata battuta, ma Capell al traguardo era comunque soddisfatto: «È stato davvero incredibile riuscire a correre quest’anno, sicuramente una delle esperienze più belle della mia vita. È stato un anno davvero difficile per tutti e il supporto che ho ricevuto da moltissime persone in tutto il mondo è stato stupendo. Per il momento mi concederò un po’ di riposo, dedicandomi alla mia famiglia. Non vedo l’ora di scoprire cosa mi riserverà il futuro». Capell ha corso con ai piedi le nuove The North Face Flight Vectiv, in vendita da gennaio.

Skialp Gran San Bernardo, dove il sole scia con te
Corrado è un sindaco sui generis. Lo capisco subito, a prima vista, appena oltrepassa la porta d’ingresso del bar in cui, insieme a Marco, lo stiamo attendendo. Il passo leggero e spedito denota l’entusiasmo che lo accompagnerà per le due intere giornate in cui mi farà da cicerone alla scoperta di Saint-Rhémy-en-Bosses, di Crévacol e dell’intera vallata del Gran San Bernardo. Così come dalla stretta di mano forte e decisa. Seduti al tavolo, davanti a una buona tazzina di caffè, inizia a raccontarmi del progetto Skialp Gran San Bernardo, intrapreso a partire dal 2016 in collaborazione con la vallata svizzera di Bagnes (quella che comprende anche Verbier) e che proprio nell’inverno 2019/2020 è entrato nel vivo grazie al finanziamento nell’ambito dei progetti Interreg Italia-Svizzera del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Perché qui a Saint-Rhémy, lungo il tracciato dell’antica strada romana che collegava Italia e Svizzera attraverso il valico del Gran San Bernardo, il territorio offre molto di più di quanto si possa immaginare. E se negli anni ’80 a farla da padrone era decisamente l’ampio e soleggiato comprensorio sciistico di Crévacol (A Crévacol, dove il sole scia con te, come recita un vecchio ma ancora attuale slogan), oggi si aggiungono le mille possibilità che la vallata offre agli amanti dello scialpinismo. Degli oltre 60 itinerari possibili, 30 sono stati censiti e da pochissimi giorni sono disponibili sul sito gulliver.it, con tanto di traccia Gpx, descrizione dettagliata del percorso, accesso automobilistico, cartina, gallery fotografica e, per alcuni, anche un breve video di circa tre minuti realizzato con il drone. Un vero e proprio vademecum per permettere, anche a chi viene da lontano, di addentrarsi in questo paradiso per le pelli e le discese in fresca. Il tutto correlato da un servizio privato di skialp-bus, integrativo e non sostitutivo dei servizi pubblici di linea, attivo nei territori di Saint-Rhémy-en-Bosses, Saint-Oyen ed Etroubles per collegare i diversi itinerari scialpinistici e prenotabile con una semplice chiamata attraverso tutti gli operatori turistici e professionali (Guide e Maestri di sci) che hanno aderito al progetto.

E poi c'è l'ospitalità che in questa valle di passaggio fin dall'antichità ha un sapore particolare: alberghi, affittacamere, campeggi e ristoranti si sono ritrovati nel progetto skialp. Le tazzine sono ormai vuote ed è giunto il momento di lasciare il bar e andare a toccare con mano la realtà che Corrado mi ha appena descritto. In auto raggiungiamo il parcheggio degli impianti di Crévacol, dove le piste da sci tirate ad arte sono già baciate dai primi raggi del sole mattutino. Alcuni scialpinisti stanno risalendo la strada che costeggia le piste e che porta fino al nuovo bivacco, realizzato qualche mese fa appositamente per loro. A costruirlo, a occuparsi della progettazione e della messa in posa, sono stati proprio lo stesso sindaco e coloro, tra compaesani e Maestri di sci, che stanno lavorando perché la vocazione scialpinistica della località possa realizzarsi. Una piccola opera di architettura di montagna. L’ampia vetrata è un occhio sulla vallata e sul Col Serena, con interni in legno chiaro, elettricità e un piccolo impianto di riscaldamento. «Il bivacco vuole essere un simbolo di accoglienza per tutti gli scialpinisti, che qui sono ben visti e incorag- giati. Dai neofiti, che risalgono le piste e si dedicano a itinerari più semplici, fino ai più esperti, come quelli che scelgono le uscite ai Colli Citrin e Serena». A parlare è ancora una volta il sindaco Corrado. «Una struttura che abbiamo voluto realizzare direttamente, occupandoci da zero della progettazione e, una volta approvato il progetto e commissionata la realizzazione della struttura, della messa in posa. Pensa che per terminare i lavori prima dell’avvio della stagione siamo saliti lungo la strada già innevata con l’Unimog io, l’amico Guida alpina Loris e Fabio. E poi Erik, maestro della Scuola di Sci Gran San Bernardo, che si è occupato personalmente della struttura su cui poggia. Gli scialpinisti possono entrare per cambiarsi la maglietta oppure scaldarsi e mangiare un panino. È aperto sempre, anche di notte, la luce si accende grazie a un sensore di movimento e illumina l’entrata e l’interno. È molto piccolo e non sono previsti posti letto, ma sappiamo che c’è già chi, con materassino e sacco a pelo, ha trascorso la notte sulla panca in legno, godendosi lo spettacolo delle prime luci dell’alba».
Quando arriviamo al bivacco, effettivamente, non lo troviamo vuoto. Due ragazze si stanno riscaldando e, fuori, sci e pelli infilati nella neve. Il calorifero elettrico funziona alla perfezione e la temperatura interna è sui 18/20 gradi. Il panorama tutto intorno spazia a 360 gradi, con una veduta mozzafiato sul Passo del Gran San Bernardo con il suo Ospizio, i colli Citrin e Serena e, in lontananza, i 4.000 metri del Grand Combin. Scendendo lungo le piste ci imbattiamo in due professionisti dell’Esercito che effettuano le rilevazioni nivologiche utili per emettere il bollettino valanghe. Un’operazione che qui viene ripetuta quotidianamente per determinare il grado di rischio e la tipologia di valanghe che potrebbero formarsi. Informazione utilissima, ovviamente, per chiunque voglia fare del fuoripista o risalire i pendii della vallata con le pelli. Ci coinvolgono attivamente nella loro attività spiegandoci gli aspetti che valutano con queste rilevazioni e mostrandoci, attraverso una lente di ingrandimento, la natura dei cristalli di ghiaccio. Avvicino l’occhio alla lente, incredula di poter scorgere qualcosa se non un ammasso di neve senza forma. E invece – sorpresa – i cristalli sono ben visibili: spettacolo della natura purtroppo non visibile a occhio nudo.

Prima di buttarci nel freeride di Crévacol, una lunga discesa che dal punto più alto degli impianti porta al borgo antico di Saint-Rhémy, ci fermiamo da Erica per una ricchissima polenta concia e un tagliere di affettati. Tra questi troneggia il famoso Jambon de Bosses, pregiato prosciutto crudo DOP dal sapore delicato, un tempo stagionato nei fienili, ora prodotto nello stabilimento ma seguendo ancora la ricetta artigianale. Erica, la ristoratrice, riempie la tavola di ogni prelibatezza, invitandoci ad assaggiare tutto. «Guardate che altrimenti mi offendo» ci intima scherzosa. Con le pance decisamente piene ci rimettiamo gli sci pronti ad affrontare la lunga e bella discesa freeride che, tra pendii non troppo ripidi e tratti di bosco, ci porta al borgo antico di Saint-Rhémy, dove ci attende lo Skialp-bus che ci riporterà agli impianti. Non prima, naturalmente, di essere passati da Simona, che gestisce un hotel e ristoro proprio nel cuore del delizioso borgo, ed esserci rifocillati con un tagliere a base di prosciutto, lardo e affettati misti, il tutto accompagnato da un paio di birre locali. Ho già intuito che saranno due giorni non solamente di scialpinismo ma anche di scoperte gastronomiche, che vanno dai piatti più tradizionali e caratteristici (indimenti- cabile la zuppa valdosatana offertaci da Danila e Roberto) a quelli più raffinati. Perché nella Valle del Gran San Bernardo non mancano neppure le rivisitazioni ricercate, come i gnocchetti di barbabietola ripieni di formaggio Bleu d’Aoste che mi ha servito Davide, il proprietario dell’hotel in cui ho alloggiato. Durante la cena Massimo Bal, presidente delle Guide alpine della Valpelline e del Gran San Bernardo, ci mostra il nostro prossimo itinerario. Tecnicamente semplice e non troppo lungo ma, così ci promette, assolutamente spettacolare dal punto di vista paesaggistico. Da quello che ho già visto durante la prima giornata, non stento a crederlo.
Si ride e si scherza, con Corrado, con le Guide e i Maestri di sci. Si parla della valle, della sua vocazione allo scialpinismo e mi raccontano di un certo Carlo Alfonso Ronc di Saint-Rhémy-en-Bosses, uno dei primi a prendere parte al Trofeo Mezzalama vincendolo due volte, nel 1935 e 1936, la seconda volta nella squadra delle truppe alpine con Perenni e Vida, quando la gara non era ancora così conosciuta e gli scialpinisti viaggiavano con gli sci
di legno. Il giorno successivo la sveglia suona alle sette. Il programma è risalire il Vallone del Gran San Bernardo, sempre tenendo gli impianti di Crévacol come punto di partenza e dirigendoci sulla sinistra, per arrivare fino al vecchio bivacco della Tête de Crévacol (2.621 metri) dal quale si apre una panoramica su quasi tutte le cime più alte della valle e gli immensi, bianchi valloni circostanti, compreso quello del passo del Gran San Bernardo con il famoso ospizio, dal quale mi dicono che è passato nel 990 Sigerico, autore del primo diario della Via Francigena, e poi Napoleone nel maggio del 1800, con 40.000 soldati. Salendo lo sguardo si perde sul colle del Malatrà, ultimo mitico passaggio del Tor Des Géants. E, più in lontananza, sulla cima del Monte Bianco. Siamo una bella compagnia oggi, tutti in fila indiana dietro alla Guida che, di tanto in tanto, si ferma per mostrarci le varie cime. Non c’è vento, solo una leggera brezza che va a mitigare il calore del sole. Sole, l’immancabile sole, presente dal mattino fino al tramonto, che accarezza e trasforma la neve. Non siamo gli unici a salire. Sono anche oggi tanti gli scialpinisti che, innamorati di questa vallata magica ed evocativa, lasciano la loro impronta allungata sui vari itinerari. Lontani dalle piste tanto quanto basta per apprezzare il silenzio della montagna, il pensiero corre alla grandissima quantità di linee, salite, discese e paesaggi. Al fatto che una o due giornate non bastano certamente, che bisogne- rebbe rimanere qui almeno una settimana e ancora potresti non averne abbastanza. «Skialp Gran San Bernardo, questo è il nome del progetto Interreg, ha come obiettivo lo sviluppo dello scialpinismo e la valorizzazione di un territorio che nulla ha da invidiare alle località più blasonate della Valle d’Aosta. Qui gli aspetti naturali e paesaggistici si legano indissolubilmente a quelli culturali, che spaziano dalla storia all’enogastronomia. Il contesto transfrontaliero permette di sviluppare azioni in un unico, contiguo territorio con il coinvolgimento diretto degli operatori turistici. Si scia da inizio stagione fino a maggio/giugno e quindi è una meta ideale per gli amanti delle pelli.
Il progetto è triennale, dal 2019 al 2021, e stiamo preparando una app per mettere in contatto turisti, strutture recettive, Guide e Maestri di sci. Quindi per fornire allo scialpinista un servizio completo al 100%». Così mi aveva detto Corrado quando ci siamo incontrarti, due giorni fa. Quando mi parlava, quando lo ascoltavo davanti alla tazzina di caffè, non avevo idea di cosa mi aspettasse. E ora, che l’ho visto, non vorrei più ripartire. Prima di caricare gli sci e dirigermi verso la pianura, lontano da queste vallate a dal bianco della neve, mi concedo un ultimo spuntino post sciata da Chiara, nel suo locale lungo le piste. Ridendo e scherzando scopro che l’8 febbraio a Flassin (il primo luogo in cui in passato, prima ancora di Crévacol, si praticava lo sci alpino e oggi sede di un parco divertimenti sulla neve) prederà il via la seconda edizione dell’Arrancaslimba, gara goliardica sugli sci (ma è possibile anche partecipare con ciaspole e ramponcini) da affrontare a coppie su un anello di 6 chilometri e un dislivello di 300 metri. L’idea nasce dalla storica Mezza Slimba che si disputava tra i borghi della vallata del Gran San Bernardo e, con lo stesso spirito di allora, viene riproposta con due variazioni: una nel nome (si chiama Arrancaslimba per gemellarla con la popolarissima Arrancabirra in calendario a ottobre) e una nella sua sostanza liquida: non vino ma birra lungo il percorso, ancora una volta grazie al supporto dei titolari di Les Bières du Grand St. Bernard, originari proprio della Coumba Freida (valle fredda in dialetto valdostano). Sarebbe una buona scusa per tornare da queste parti.
Per informazioni su Skialp Gran San Bernardo e gli itinerari:
Sito: www.skialp-gsb.eu
IG: skialpgransanbernardo
www.gulliver.it

Il prosciutto che non ti aspetti
Il Vallée d’Aoste Jambon de Bosses Dop è un prosciutto crudo speziato con erbe di montagna dal sapore delicato, prodotto a 1.600 metri di quota. La sua produzione è antichissima: i primi documenti che testimoniano la presenza di questo prodotto nella Valle del Gran San Bernardo risalgono al 1397. È L’unico prosciutto in Italia che viene fatto stagionare in presenza di fieno (che assorbe l’umidità e rilascia profumi) grazie all’incrocio dei flussi d’aria che scendono dai colli Malatrà, Citrin, Serena e Gran San Bernardo e che creano l’ambiente ideale per la lavorazione e stagionatura. Una tradizione tramandata di padre in figlio che ha permesso al Vallée d’Aoste Jambon de Bosses di ottenere nel luglio del 1996 la Denominazione di Origine Protetta (DOP). Un assaggio lo troverete sempre, ma se capitate a Saint-Rhémy-en- Bosses la seconda domenica di luglio sappiate che si celebra la sagra di questa prelibatezza.
La birra local
Dopo una pellata per dissetarsi ci sono le birre del birrificio artigianale Les Bières du Grand St. Bernard di Gignod, a mille metri di quota. Si dice che arrivino direttamente dalla cima delle Alpi... Tutto nasce dalla grande passione di Rémy Charbonnier, ingegnere che dopo due anni di formazione si butta anima e corpo, insieme al suo socio Stefano Collé, in una nuova avventura e nel 2010, ad Etroubles, inizia la produzione delle prime birre Napea, Balance e Amy. Nel 2017 il birrificio di Etroubles comincia a non essere più grande a sufficienza per supportare le esigenze e le quantità produttive richieste ed ecco che la sede cambia e si trasferisce a Gignod. La nuova struttura, con oltre 4.000 metri quadrati, ospita un impianto di produzione da 35 ettolitri con una capacità produttiva annuale che arriva a 10.000. La filosofia del birrificio è racchiusa nel significato del marchio che rappresenta l’unione e l’equilibrio tra la natura e l’uomo. Due infiniti che, incontrandosi, danno vita alla birra ruotando attorno a quattro punti fissi che sono le materie prime: acqua, cereali, luppolo e lievito.
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Translagorai Classic FKT Run
«Translagorai Classic FKT Run nasce in modo piuttosto semplice. Ordino 50 adesivi pagandoli a mie spese e decido che sono il premio per chi arriva in fondo alla traversata in meno di 24 ore. Servono a rendere l’idea che se sei a caccia di un riscontro materiale importante è meglio che aspetti che ricomincino le gare.
Attenzione, la Translagorai esiste da sempre come percorso, io non ho inventato assolutamente nulla. Esisteva la traccia e, intuendo da ciò che in molti mi hanno scritto, in tanti hanno un cugino o un conoscente che aveva già stampato un tempo strabiliante.
Però mancava l’ufficialità, ma soprattutto qualcosa che rendesse questa traversata un vero FKT, un percorso condiviso, ripetibile e che facesse sognare anche i non local. Abbiamo quindi creato la traccia cercando di individuare il concatenamento che avesse più logicità e linearità per chi lo avrebbe voluto ripetere in futuro. Possiamo dire che è uno standard collaudato, non esclusivo, e ovviamente aperto alla creatività personale di ognuno».
… E poi Francesco Paco Gentilucci e altri otto trail runner sono partiti una sera di metà luglio da Passo Rolle per farla in meno di 24 ore questa Translagorai.
«Per me era la terza volta su questo percorso e non ero mai riuscito ad arrivare in fondo nell’arco di una giornata sola. Il nostro obbiettivo è quello di creare un archivio degli intertempi, di consigli per chi vuole ripeterlo, oltre alla salvaguardia di questo posto che è perfetto così, nella sua imperfezione. In un FKT è giusto avere una visione diversa da quella che si ha su un percorso tracciato con le fettucce di una gara, senza pubblico e senza materiale obbligatorio: insomma, devi arrangiarti».

Il Lagorai è una delle ultime zone selvagge delle Alpi. Lungo il percorso si incrocia un solo rifugio con pernotto, per il resto o si scende a valle oppure ci si affida alla tenda e ai tanti bivacchi non gestiti: una peculiarità che le amministrazioni locali e i progettisti definiscono inadeguatezza. Ecco perché è stata prevista la ristrutturazione edilizia di un rifugio già esistente e di altre sei malghe-bivacco per creare nuovi punti ristoro gestiti: i primi lavori sono iniziati e in breve tempo si potrebbero incontrare agriturismi e ristoranti lì dove al momento non ci sono che qualche pastore e molte praterie. Un progetto di riqualificazione del genere servirà a dare nuova vita alla traversata? Così come gli atleti della Translagorai Classic FKT Run sono sempre di più coloro che si dirigono verso quest’angolo del Trentino attirati dalla possibilità di vivere un’esperienza di outdoor forse più scomodo e più difficile da gestire, eppure proprio per questo più appagante e più reale, soprattutto oggi che gli ambienti alpini, saturi di infrastrutture, finiscono per assomigliarsi quasi tutti. Ne parliamo su Skialper 131 di agosto-settembre.

Il cielo in una stanza
Lui dice che così si gioca il jolly. Uno a settimana, il sabato. Quel giorno può andare, può fare quel che vuole. Ma la domenica no: quella è tutta per Anna. E a lei non si può negare nulla. Ma a Roberto Munarin un giorno basta e avanza. Per anni e anni, con un jolly ogni sette giorni ha fatto cose che tanti umani neppure in una vita. E comunque, ora che è tempo di abbassare le luci sul lavoro da consulente tessile esperto di stile, chissà che qualche altra matta esca dal mazzo. Che ci sia tempo per fare ancora di più. Chissà. Fra un settebello e un asso di cuori, la carta che vince non cade mai troppo lontano. Munarin la getta sempre lì. Intorno alle montagne di casa, quelle di sempre. Per lui, 59 anni, gragliese trapiantato a Muzzano, gioiellino dell’Alta Valle Elvo biellese, l’ombra del Mucrone è il cielo nella stanza. Il tetto sulla testa. E una vita intera a pestare rocce, neve, ghiaccio e terra fra questi stessi punti GPS non è bastata a stancarlo. Né, è sicuro, lo stancherà mai. Da San Carlo al colle Carisey, dal Giassit al Camino, alla Nord del Mars, al Mombarone, fino alla valle Oropa e poi ancora e ancora, se un Pollicino avesse raccolto tutte le briciole lasciate a terra da Munarin in quasi quarant’anni di strada, ne avrebbe fatto una montagna. Una grande montagna ripiena di dieci, cento, millemila avventure.
Di scalate, chiodature, salite con gli sci, ravanate, scoperte, linee nuove e discese ripide. Farcita di aperture, sistema- zioni, bonifiche, camminate e ciaspolate. E insaporita di piccozzate, vie ferrate, escursioni e sciate in solitaria. Una ricetta che nessun altro da queste parti, sulle Pennine che guardano a Biella, ha mai saputo amalgamare fino a questo punto. E che per Munarin, con la modestia che da sempre si porta nello zaino, altro non è stata che un viaggio fatto in punta di piedi. Nel silenzio. E nel rispetto di un ambiente che, lo ripete come un mantra, di ogni alpinista resta sempre più forte.
Lui le chiama le scolastiche. In un mondo in cui le tentazioni strizzano l’occhio alla vanità e offrono palcosce- nici di parole, Munarin torna con la mente alla scuola. I banchi in cui ci si sedeva e da cui si ascoltava, si imparava. E si cresceva. Ogni uscita, anche con quattro decenni di montagna alle spalle, anche con un curriculum che conta un titolo da istruttore sezionale del CAI di Biella, nonché uno da vicecapo della stazione Valle Elvo del Soccorso alpino, oltre a lunghi anni da chiodatore e apritore di vie, realizzatore di progetti inediti, attività invernali e più di 120 salite e discese in solitaria, anche con tutto questo in tasca Munarin continua a sentirsi uno scolaretto. «Le mie non sono imprese, ma una ricerca vera. Un modo profondo e sincero di apprendere gli insegna- menti della montagna ed entrare a far parte del suo mondo. Esperienze che vivo in punta di piedi per cogliere le più piccole sfumature, con umiltà. Nella coscienza delle mie paure, compresa quella di non essere accettato, di sentirmi un estraneo e dover tornare sui miei passi, e nella consapevolezza che saprei sempre accomiatarmi con profondo rispetto».

Guidato da questo approccio slow, quasi meditativo, Roberto Munarin con il tempo si è reso uno dei più originali e innovativi alpinisti della scena biellese. Uno sportivo sui generis. Che non ha guardato alla montagna per farne reddito e pure ne ha percorso i tratti con la stessa intensità di un professionista. Anni di lavoro partiti quasi in sordina con la formazione classica del Club Alpino, poi il primo gradino istituzionale. Istruttore di alpinismo, arrampicata, cascate di ghiaccio per la scuola Guido Machetto del CAI concittadino di Quintino Sella. Quasi vent’anni da docente e, nel frattempo, l’esperienza nel soccorso e l’incontro folgorante con Tito Sacchet, precursore dell’arrampicata in quella mecca diventata la bassa Val d’Aosta. Con lui Munarin inaugura la stagione delle chiodature, rigorosamente dal basso. Mettono per primi il trapano tra le fessure di Mitico Vento a Machaby, poi si spostano ad esplorare i settori inediti di Outrefer e Albard. Per Roberto è il colpo di fulmine, lo sbocciare di una passione che a tutti i costi sente di dover trasferire ai suoi monti. Alla sua casa. Nasce così l’idea: un gruppo chiodatori tutto biellese, da mettere all’opera nella verticalità che ha visto perfezionarsi talenti unici. Da Guido Machetto a Nito Staich. «Quanto mi impressionavano quei salti di roccia che scendono dal monte Tovo e che raccontano decenni di storia alpinistica della mia terra - ricorda Munarin - Strutture e sentieri gloriosi lasciati in stato di abbandono, non solo per la scarsa conoscenza dei luoghi, ma anche per il pionierismo delle lontane chiodature. Qualcosa di ormai troppo distante dalle esigenze di sicurezza degli arrampicatori moderni». Insomma, è tutto da rifare.
Tutto da sistemare. Tutto ancora da inventare. E così, nel 2005, la macchina si accende.
La prima via, Ai Event, chiodata con l’amico Aldo Echerle, apre il gas. E poi via, come siluri. In appena cinque anni, con centinaia di giornate di lavoro, nella sola Conca di Oropa quasi centosettanta tiri di corda vengono chiodati in undici settori e decine di vie diventano realtà. Rinascite. Battesimi ex novo. Sono linee che si disegnano sulla misura di chiunque. A disposizione di chi le voglia provare e rivivere, dalle più classiche alle grandi novità.

Brevi e lunghe, facili e difficili, tutte sono unite dal filo di un nome che inizia sempre allo stesso modo: Ai. Come Ai Gat ad Piumb, il gruppo di questi nuovi chiodatori. Stesso prefisso, due vocali, in una forma di rispetto anche simbolico verso la montagna. «Un modo di chiedere il nostro permesso» chiarisce Munarin. È un’attività senza alcuno scopo di lucro. Lui, il fondatore, non vuole lasciare che ci siano sospetti su questo. Con gli aiuti dei sostenitori e degli amici, che donano materiale, e con spese annue di poche centinaia di euro, la Conca si arricchisce di tutto ciò che non aveva mai ricevuto da nessuno. Per Roberto Munarin - che all’attivo oggi tiene nel cassetto oltre 1.200 tiri di corda, ben più del solo progetto realizzato nell’area protetta del Santuario mariano - è la ciliegina sulla torta. La soddisfazione, sapendo che il dolce vero resta fatto di tanti altri ingredienti. Lasciato il trapano, dal mazzo spuntano i jolly giocati con la corda. Con le piccozze. Con i ramponi.
E soprattutto con gli sci. Nel corso degli anni Munarin colleziona un numero spropositato di salite e discese. Misto, ripido, invernale puro, nella lunga ricerca ce n’è per tutti i gusti.
E il poker scende con le realizzazioni più ardite: quelle inedite e le solitarie. Solo di queste ultime il biellese ne colleziona oltre un centinaio. E ancora non si ferma. «Sono i momenti in cui sono più me stesso. Da solo, con le mie montagne. E per forza di cose è lì che la preparazione diventa quasi maniacale. Soprattutto nel periodo invernale, quello che di gran lunga prediligo, è tutto un pianificare. Ricercare la linea della salita, della discesa, individuare il passaggio impossibile fra le rocce, il pendio più addomesticabile, l’attacco, l’uscita». Non sempre tutto è facile. Spesso è un gran gioco di incognite e difficoltà. A volte, anche di rinunce. Ma lui lo dice: «Qui non c’è niente di commerciale. Niente da vendere. Questo modo di vivere la montagna va semplicemente oltre il gesto atletico e rappresenta un mio modo di stare a stretto contatto con l’ambiente e la natura selvaggia che mi circonda». Niente di più.
L’unica vetrina verso il mondo è un sito web. Raccolte con la cura di un padre, tutte le immagini delle avventure di Munarin si srotolano lungo una stessa pellicola. Fotogrammi di un unico sogno. La solitaria alla parete Nord del Mombarone, la vedetta della Valle Elvo, quella alla Nord-Est della Punta Tre Vescovi, quella alla Nord del monte Roux. Lui racconta che ogni volta è un crescendo di emozioni. «La settimana prima del grande giorno i collegamenti web non si contano. Controllo continuamente l’evoluzione del meteo, analizzo tutti i siti che conosco. Incrocio i dati. E intanto tengo sempre fra le mani le foto del mio progetto. In auto, a pranzo, a cena, sul desktop del computer: ogni momento è buono per ripassare i compiti. Poi arriva il momento delle riflessioni. È quasi ora. E io divento taciturno, assente. Anna lo sa. E ogni volta capisce al volo che qualcosa bolle in pentola». Ma la scolastica vince sempre. È lei la più forte. Il grande giorno l’essenziale è fatto di poche cose: una colazione che è quasi un pranzo, uno zaino che riduce al minimo i pesi e un cuore tormentato di emozioni. «Me lo chiedo ogni volta. Ma chi me lo fa fare?».
E nessuno la risposta la sa. «Poi arrivo all’attacco, indosso l’imbrago, calzo i ramponi, metto gli sci nello zaino, controllo di avere tutto. E parto. È il momento in cui divento una cosa sola con la mia montagna: la tensione si allenta, sento l’abbraccio della parete e non mi sembra più di essere solo». È l’apoteosi dell’alpinismo introspettivo. Una specie di catarsi. Che però non fa sconti, e impone di mantenere sempre le antenne dritte. «Alterno passaggi facili che supero in conserva ad altri più alpinistici, che affronto in autoassicurazione - spiega Munarin -. È un’armonia fatta di perfetta concentrazione e veloce progressione: i due requisiti fondamentali per conquistarsi il diritto, a patto che la montagna lo voglia, di toccare la cima».

Una vetta, però, non è mai in tasca finché non si torna dove si è partiti. Così dice la storia. E Munarin a queste parole crede dal profondo. «Non deve essere cima a tutti i costi. Non mi importa. L’essenziale è coltivare un’idea, immaginarla, farla propria e tentare il possibile per realizzarla». Ecco perché, al di là delle uscite solitarie, ogni jolly giocato dal Maestro - come tanti amici ormai lo chiamano - è il punto di arrivo di uno studio. Di una proiezione mentale. E mai di una banale esecuzione meccanica di gesti. Anche l’ultimo asso calato è figlio di questa logica, Ai fil di cresta. Sempre Ai. Sempre una linea. Sempre un’idea nuova alla base. Una traversata a fil di cresta dalla Colma del Mombarone al Monte Barone, l’Ovest e l’Est delle Alpi Biellesi, passando per la locale Alta Via e per la montagna regina, il Mars (2.600 m) e poi ancora per il Cresto e la Valle Cervo, il Bo e le linee fra Valsessera e Oasi Zegna. Un sogno nuovo, da rendere vero a puntate. Con calma. Con i compagni giusti, la preparazione adeguata e con sci e pelli. E se qualcosa, a dirla tutta, è già diventato realtà, altro lo diventerà nei tempi a venire. Quando il destino lo vorrà. Per Munarin, in effetti, non conta correre, conta solo vivere. E ora che i jolly spunteranno dal mazzo senza più obblighi di lavoro a intralciare, ogni singolo giorno potrà finalmente essere quello buono. Pronto a spargere il profumo della vita da divorare. Dell’ossigeno da inseguire. E dei sogni da coltivare.
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Arianna Tricomi, go with the flow
Sono passate un paio di settimane da quando ho intervistato Arianna nella sua casa di Corvara; potrei dire per un caso fortuito, o più che altro sfortunato, visto che vi si trovava a causa di un infortunio alla caviglia che pareva serio e in grado di tenerla lontana dagli sci e dal tour. Dopo queste due settimane Arianna, quando ho scritto questa intervista, era in testa alla classifica generale del Freeride World Tour, avendo dominato la tappa di Fieberbrunn. Non si possono fermare gli healing vibes della famiglia del Tour a quanto pare...
Ciao Arianna, come prima domanda vorrei chiederti perché molti atleti rimangono al Tour molte stagioni, anche se hanno già vinto il titolo. Non sarebbe più fico scegliere la strada del filming e creare contenuti di alto profilo con case come Teton o Matchstick?
«Il punto principale è che passare dal Tour al filming non è scontato, è riservato a pochi atleti, che hanno queste opportunità per una combinazione di sponsor, personalità interessanti e richiesta delle stesse case di produzione; oltre ovviamente a un livello tecnico al top. Quindi sebbene al Tour gli skier e snowboarder siano il meglio del meglio, solo pochi riescono a passare al mondo del filming; per gli altri rimane l’unica reale possibilità di essere pro. Un aspetto che non traspare dall’esterno è che siamo una famiglia: il Freeride World Tour diventa questo gruppo di personaggi che gira il mondo insieme, condivide trasferte, gare e giornate in powder, già solo questo è di per sé un ottimo motivo per ripresentarsi anno dopo anno allo start. Ognuno è libero di vivere come vuole, di organizzarsi come meglio crede, sia per quanto riguarda gli aspetti logistici che gli impegni in calendario, allenamenti compresi. Nessuno ti dice quello che devi fare, non ci sono le federazioni di mezzo ed è forse l’unico ambiente rimasto un po’ punk rock in tutto lo sci. Il Tour ti dà tanto, sia in termini di visibilità che di opportunità, quindi va solo apprezzato, a prescindere dai voti dei giudici. Rimanere all’interno di questa cerchia è l’unico modo per molti per vivere di sci ed è una rampa di lancio per le nuove generazioni».
Questa cosa effettivamente non si coglie dallo streaming, che negli anni passati è sempre stato il tallone d’Achille, con dirette eterne e il giudizio sempre opinabile dei giudici a creare del malcontento.
«Certamente i giudici non sono infallibili e molte volte si accorgono loro stessi di avere commesso errori, però cercano sempre un miglioramento dei criteri, anche con vari meeting dove sono presenti i rider. Organizzare il World Tour non è cosa da poco a livello economico, lo streaming è tutto per la sua divulgazione e i giudici subiscono pressioni per velocizzare il processo di valutazione e per rendere più fluido lo spettacolo. Il lavoro che viene svolto è da rispettare e apprezzare e se alla fine della gara sei scontento del punteggio, ci sta. Però devi ricordarti che il gioco è questo, se vuoi farne parte, che i rider sono importanti, ma sono solo un pezzo dello show. Uno show che deve filare il più veloce possibile per piacere. Purtroppo alla fine sono sempre i soldi che comandano».
Secondo te il judging ha contribuito a fare chiudere il gas ai rider, penalizzando i backslap?
«Agli skier uomini no di sicuro! Loro è meglio tenerli a bada che sennò veramente esagerano (ride). E comunque vanno sempre molto forte, sempre al limite. Certo, a volte i backslap penalizzano cliff o trick stilosi perché atterrati un po’ al limite, però quello che si cerca di premiare è sempre lo stile e la misura, dando più punti a chi si distingue. Il judging sarà sempre il limite, perché comunque va applicato a diverse interpretazioni della montagna date da background diversi. L’unico aspetto che forse limita la progressione dei rider durante il Tour è il fatto di passare molto tempo lontano dalla neve a causa degli spostamenti e del down time quando le condizioni non permettono di sciare e gareggiare; questo non aiuta affatto a dedicare il tempo necessario a imparare e perfezionare i trick e lo stile. Cercare di rimanere integri durante la stagione senz’altro ti limita nello spingere».
Quindi come scegli la tua linea, la costruisci per raccogliere più punti, sapendo cosa guardano i giudici?
«Assolutamente no, scelgo la linea che più mi ispira e che più rispecchia il mio stile e il mio background, fatto da sci alpino e freestyle-slopestyle. I giudici ti conoscono e lo vedono se ti perdi, se scegli una linea che non ti rispecchia. Molti dei giovani che arrivano dalle gare FWQ Juniors sono più abituati a questa tipologia di gara e sono già specializzati, puntando ogni tanto a ciò che dà più punti, anziché all’estetica della linea e alla propria voglia di sciarla quella determinata linea».
Sei tornata da poco da Jackson Hole, dove sei stata invitata alla jam/gara sul famoso Corbet’s Couloir, che ti ha visto al secondo posto, che esperienza è stata?
«È stato bellissimo! Abbiamo ricevuto una super accoglienza per una settimana intera, condizioni top per girare con gli amici e spingere. La gara in sé consisteva in due run per rider, giudicate poi dagli stessi rider in una video session un paio di giorni dopo, con tanto di birrette per completare il tutto. Questo formato è stato molto divertente, all’ameri- cana, con il pubblico che urlava e gasava in partenza, dove ognuno poteva decidere come droppare, costruendo anche il proprio kicker. Ho avuto la possibilità di concentrarmi di nuovo di più sui trick e proprio all’ultimo giro dell’ultimo giorno sono caduta su un 360 infortunandomi alla caviglia già malconcia».
A proposito di progetti, il tuo film La luce infinita come è andato?
«È andato molto bene, credo che sia stata un’espe- rienza unica, qualcosa che difficilmente si potrà replicare: una crew di amici, le musiche realizzate in casa. Purtroppo le cose ora sono cambiate e i miei amici hanno impegni, non hanno tutti la possibilità e il budget per prendersi del tempo e filmare».
E quindi niente più filming? O qualcosa bolle in pentola?
«In realtà ci sarebbe qualcosa di più o meno segreto, qualcosa di importante. Vedremo in primavera, mi piacerebbe tornare in America, un viaggio di rivincita visto che l’ultima volta a Mammoth mi sono rotta una vertebra!».
Non ti voglio far sbottonare troppo, però è chiaro che tutto questo sarà possibile, oltre che per le tue qualità, anche grazie all’apporto fondamentale degli sponsor...
«Certo, forse non tutti lo sanno, ma funziona cosi: la casa di produzione vuole uno skier rappresentativo, ma la sua parte, che ha dei costi molto alti, viene finanziata dagli sponsor e dal rider stesso, che
- diciamo - investe su di sé. Io posso essere contenta di avere degli ottimi sponsor e mi reputo molto fortunata, un grazie va senz’altro al mio manager che mi dà una mano enorme».
Questa domanda è doverosa: il tuo background? Forse non tutti sanno che arrivi prima dallo sci alpino e poi dal freestyle.
«Come tutti i bambini della valle ho cominciato con lo sci club e le gare della zona però, per farla breve, non era tanto il racing in sé che mi ha stufata, ma il fatto di essere in un mondo con troppe regole e costretta a fare solo ciò che diceva l’allenatore; a me piaceva fare i salti e scappare nei boschi o in park, non volevo sentirmi limitata».
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Qui interviene la madre di Arianna, Cristina Gravina, olimpionica di discesa libera a Lake Placid: «Arianna faceva incavolare gli allenatori perché o si faceva i fatti suoi o non si presentava agli allenamenti e poi alle gare andava forte e batteva gli altri bambini, figurati i genitori... Una volta aveva avuto la possibilità di andare col club a Les 2 Alpes a fare allenamento e nella sacca degli sci aveva nascosto quelli da park: un giorno l’allenatore mi chiama e mi chiede dove sparisce tutti i giorni Arianna alla fine degli allenamenti!».
Un talento rubato allo sci alpino? «Mah, forse, però ha fatto bene cosi! E comunque per un motivo o per l’altro solo in poche della sua età sono andate avanti (Sofia Goggia per dirne una!)».
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Una giovane ribelle già da piccola quindi. Di conseguenza il freestyle si addiceva di più alla tua personalità.
«Esatto, all’inizio l’ambiente del freestyle era super punk, ognuno faceva quello che voleva ed era libero di esprimersi liberamente, ma poi anche lì con l’arrivo della FIS e delle federazioni siamo tornati da capo: l’ambiente è cambiato e molti hanno mollato, come me e Markus Eder; con l’arrivo delle Olimpiadi sono apparsi sulla scena skier che non hanno mai costruito un kicker in vita loro, che non si sono sbattuti, attirati solo dai Giochi e dai benefici che possono portare. Ora questi park skier si allenano come matti in park e sui tappeti, ma poi se devono tornare a valle preferi- scono montare in cabinovia piuttosto che sciare (ovviamente questo non vale per tutti i freestyler). Dov’è la passione per lo sci? Le leggende che hanno spaccato nel freeski, come Tanner Hall o Candide Thovex, presenti dal giorno uno di questa rivoluzione, non torneranno più probabilmente, ora è tutto più incentrato sulla prestazione, è un vero e proprio sport e la progressione è molto più veloce. Come dicevo riguardo le nuove leve del Tour, ad alcuni giovani sicuramente manca il background fatto di sperimenta- zione e passione».
A proposito di Tanner, cosa vuol dire relazionarsi con molti di quelli che una volta, quando giravi in park, erano i tuoi idoli?
«Come dicevo, loro sono le vere leggende, adesso Tanner è un mio homie, ha una passione sfrenata ed è una persona speciale. È incredibile conoscere gente come lui e Sage Cattabriga-Alosa, essere sullo stesso piano di personaggi che hanno fatto la storia del freeski e del filming e vedere che sono delle rockstar anche come persone».
Oltre allo sci cosa ti piace fare? Hai qualche altro progetto?
«Mi sono laureata in fisioterapia a Innsbruck, dove ora vivo, quando non scio vado in mtb enduro, cammino e arrampico, vivo la montagna a 360 gradi. Un giorno forse mi piacerebbe insegnare e trasmettere la passione per lo sci ai bambini, senza limitazioni. Sempre se riuscirò a finire il corso Maestri di sci, in maniera più o meno legale!» (ride)
Words of wisdom finali?
«Respect the mountain! Prima di ogni cosa, sia per sperare che ci regali tanta neve e sia per quanto riguarda la sicurezza. E poi, andare col flow, non forzare mai, rimanere sani e senza infortuni».
Da quando ci siamo incontrati per questa intervista a quando l’ho scritta molte cose sono cambiate. La tappa finale del Freeride World Tour è stata cancellata a causa del virus bastardo e Arianna è stata incoronata regina per la terza volta. Noi speriamo che riesca ad andare avanti col suo progetto di filming, prima o dopo, se non altro avrà tempo di ristabilire la caviglia malandata, grazie anche alle sue nozioni di fisioterapia. Di un’ora e mezza di registrazione niente è stato cambiato, ma soltanto arrangiato per rendere più scorrevole la lettura. Dopotutto, come dice Arianna, go with the flow.
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