Skialper Archive / Il paradiso è per pochi

Tre mesi nell’inverno australe
di El Chaltén, in Patagonia,
per chiamare casa una delle
più piccole ed eclettiche
comunità sciistiche del mondo

Testo e foto Matthew Tufts

L’ennesima buca mi aveva sballottato violentemente, con il risultato di ritrovarmi con la lingua ustionata dall'infuso di matè e di farne schizzare un po’ sulle maniche della mia giacca Gore-Tex. Ero seduto sul retro di una vecchia Toyota Hilux tra una mezza dozzina di sci e un cane che sembrava molto meno ansioso di me. La nostra crew si passava un infuso di caffeina, sgranando gli occhi fuori dai finestrini annebbiati alla ricerca delle guglie di granito color ceruleo sopra la strada innevata del Lago Del Desierto, con i Blink 182 e i Twenty One Pilots come colonna sonora.Ero abbastanza nervoso da sembrare un gringo imbranato nel mio primo giorno di sci a Sud dell’Equatore: si trova a El Chaltén, nel cuore della Patagonia Meridionale, con tre Guide IFMGA argentine con un lungo palmarès di record di arrampicata, trail-running e sci alpinismo fast & light. Di solito sono un compagno di escursione veloce ed efficiente; quella volta, invece, avevo troppa attrezzatura fotografica, poca acqua e un vocabolario spagnolo molto basico, nonostante il pesante accento locale.Per fortuna i miei compagni non facevano parte di un tribunale che doveva giudicare e mi avevano già insegnato le parole per esprimere i concetti di polvere crosta. Così non ci hanno messo molto a rimproverarmi per aver spostato la cannuccia nell’infuso di matè. La curva di apprendimento da queste parti è ripida e veloce. L’efficienza conta nelle Ande.Questo non mi ha impedito di scottarmi di nuovo la lingua, imprecare e rimettere il contenitore dell’infuso al suo posto mentre la Hilux affronta una curva a gomito in due tempi, suscitando l’ilarità dei miei compagni d’avventura. L’alba si avvicinava.Erano quasi le dieci del mattino.  L’inizio di luglio è uno dei periodi più tranquilli e bui dell’anno a El Chaltén. Gli affollati mesi estivi sono un lontano ricordo e gli inverni freddi e tempestosi della Patagonia meridionale, anno dopo anno, hanno fatto da humus per un'improbabile cultura dello sci tra le guglie di granito e l’arida steppa. Una cultura forgiata dal clima spietato della regione e dalla topografia, sfidando gli standard dell'industria dello sci e plasmando gli sciatori a partire da un improvvisato gruppo di semplici locali con diverse storie di montagna alle spalle. In effetti si tratta di una community così poco conosciuta. che molti dei non sciatori di El Chaltén sanno a malapena che esiste.

L’inverno, al contrario, è troppo tranquillo in questo paese a quasi 1.400chilometri a Sud di Bariloche, una delle destinazioni sciistiche più famose dell'America Meridionale. L’assenza di turisti e lavoratori stagionali, ai quali si aggiungono molti locali che approfittano delle vacanze scolastiche, può portare la popolazione di luglio a poco più di 500 persone. Tutte le attività commerciali essenziali – un negozio di alimentari, una farmacia, alcuni ristoranti, un paio di ostelli, un solo bar e una palestra di bouldering – chiudono i battenti.Quelle poche che rimangono aperte ,lo fanno con orario ridotto.La palestra di arrampicata indoor del Centro Andino può sembrare un'eccezione alla breve lista di stabilimenti essenziali fuori stagione, ma per la gente di montagna di El Chaltén, El Muro è il punto d’incontro tra il mondo dell'arrampicata e quello dello sci. Ed è il miglior posto per trovare un compagno per partire alla scoperta delle montagne con la neve.

La Escoba de Dios, il famigerato vento dell'Ovest, sferzava le giunture della porta della palestra facendo stridere talmente tanto da scambiare quel suono per il lamento dei cani randagi della città.All’interno il vento si mischiava a una sinfonia di racchette da ping pong, grida di arrampicatori e una miscela eclettica di hip-hop, reggae funky ed elettronica.Dopo aver fatto il consueto giro di saluti con alcuni degli sciatori che avevo conosciuto in città, mi sono fermato a parlare con Tomás Roy Aguiló, alto e forte scalatore, oltre che Guida locale. Trentasei Ore dopo mi sono unito a lui e ai suoi amici e soci in affari Juan PipaRelli eRobertoIndio Treu e a un vivace pastore australiano che si chiama come me, Mateo. La comunità sciistica è piccola a El Chaltén – forse 30 persone o anche meno – ma l’atmosfera è sempre accogliente quando un forestiero arriva da queste parti a farsi frustare dai ventiinvernali. Il cielo perfetto e il vento quasi inesistente del mio primo giorno vicino al Lago del Desierto hanno cancellato tutti i preconcetti sul clima variabile e inospitale della Patagonia in inverno.La polvere scivolava via leggera e fredda come nel Kootenay, in British Columbia, e i pendii erano più ampi di quelli del Rogers Pass alla High Sierra. Abbiamo Finito la giornata con diversi giri dei ghiacciai sui fianchi del Cerro Crestón, un luogo popolare per il suo approccio facile. Ho imparato che quel facile in realtà significa un’ora di portage nella foresta, su pendenze importanti, prima di raggiungere la linea della neve e mettere sci e pelli. Proprio quando avevo iniziato a immaginare discese infinite nella powder, ecco l’uscita con pathos, che mi ha riportato nel presente più duramente di qualsiasi buca lungo la strada.Al cambio d’assetto ho passato le dita sulla soletta degli sci leggermente scheggiata mentre guardavo le nostre tracce sulla montagna. La Patagonia non finisce mai di umiliarti.

Local Ski Culture - El Chaltén
Attraversamento della Laguna de Los Tres

Sono dovute passare diverse settimane, molti matè e più di un paio di giri in mezzo agli squali in attesa del giusto mix di neve e meteo per fare la nostra prima escursione nel Parco NazionaleLos Glaciares, puntando alla Laguna De los Tres e al Cerro Madsen, all'ombra del massiccio del Fitz Roy. Nonostante L'accesso diretto dal paese, da dove partono i sentieri, il parco è molto poco frequentato dagli scialpinisti. La linea della neve qui è alta e richiede di entrare in profondità nell’area protetta. Lo scotto da pagare sono diverse ore in più, se non molte di più, di portage rispetto alla media delle gite di un’ora dal Lago del Desierto. Eppure il terreno è incomparabile.Nel silenzio assordante di un sentiero che in estate si trasforma in una lunga fila di escursionisti, ci siamo fermati per bere un goccio d’acqua dove la pendenza lasciava spazio a una specie di altipiano ,guardando i primi raggi del sole che salivano a illuminare la cresta dietro di noi e le torri di roccia a Ovest. Il mio sguardo è stato subito catturato da un impressionante canalone che divide le cime gemelle del Techado Negro, forse la linea più evidente della catena. Gli occhi di Raselli si sono illuminati e si è messo a sorridere, sussurrandomi che era una grande sciata con una vista spettacolare del Fitz Roy. È stato zitto per un attimo, quasi a immaginare qualcosa, e ha aggiunto che aveva fatto la prima discesa diversi anni prima. I miei occhi non devono avere celato una certa sorpresa a sentire quelle ultime parole se il suo viso si è corrucciato in un sottile ghigno e ha scrollato le spalle.«Ci sono quasi solo prime discese qui» mi ha detto con naturalezza «la maggior parte della gente, semplicemente non esce in inverno». È un controsenso per una delle capitali dell’alpinismo moderno che siano solo una manciata di sciatori ad avere messo la loro firma sulle prime discese.Le ultime stagioni hanno partorito un certo numero di linee audaci a opera di gente come Raselli, Aguiló e Julian Casanova, un freeskier e Guida di Bariloche, ma senza nessuna frenesia.Prima della fine degli anni Novanta gli sci venivano utilizzati solo per i lunghi avvicinamenti ai ghiacciai che permettono di raggiungere le pareti di roccia.Il vento ha iniziato a cambiare quando una Guida argentina con radici a Bariloche e Crested Butte, in Colorado, si è stabilita in paese nell’inverno del 1997.Max Odell è, a tutti gli effetti, il padre dello sci a El Chaltén. Local da più di 20 anni, le sue prime stagioni in Patagonia Meridionale sono sempre state al buio e in solitaria. Non esiste nulla: nessun bollettino delle valanghe, men che meno compagni di avventura. Le sue bizzarrie invernali ne hanno fatto un outsider nella comunità montana al ritmo di tante prime discese solitarie su vette che sarebbero considerate classiche in una località sciistica più rinomata.Far crescere la popolarità dello scialpinismo in un villaggio sonnolento e con avvicinamenti che non perdonano è stato un compito non facile e veloce da portare a termine, ma che Odell ha accettato con entusiasmo

Paso Inferior

Nei primi anni Duemila aveva già qualche seguace e nel corso della successiva dozzina di anni è nata una piccola ed eclettica comunità di sciatori che ha disegnato con regolarità, stagione dopo stagione, i propri otto sulle radure più dolci intorno al Lago del Desierto. Però se chiedi a uno scialpinista di El Chaltén chi ha portato lo sci da queste parti, non ce ne sarà uno che non ti farà il nome di Odell.Ancora oggi Odell probabilmente accumula il maggior numero di giorni di sci all’anno a El Chaltén: una manciata di escursioni guidate e un numero significativamente maggiore di uscite per il puro piacere, spesso accompagnato dai figli:Pedro, 16 anni, e Tomás, 14 anni. I ragazzi hanno imparato a sciare a El Chaltén, scivolando giù per la collina in paese dove ora hanno costruito un hotel, oppure nei boschi sotto la Valle del Mosquito risalendo con la manovia che Odell ha costruito più di dieci anni fa.Rimane il fatto che lo sci a El Chaltén non è un’attività così immediata e naturale, nel migliore dei casi. Se le statistiche sulle precipitazioni nevose annuali nel villaggio non sono affidabili, è comunque sempre più raro che una nevicata significativa sopra i tetti delle case e soprattutto che la neve rimanga al suolo per un po’ di tempo. I pendii più bassi e boscosi non sono quasi mai innevati, limitando di fatto lo sci alla quota, e il cambiamento climatico è evidente nella ritirata dei ghiacciai Torre e Piedras Blancas.«Eravamo abituati ad avere sempre questa quantità in città almeno una volta all'anno e durava due o tre settimane»mi ha detto Odell, tenendo le mani a un piede e mezzo di distanza. «Ho notato che ogni anno devi camminare più lontano e salire più in alto per raggiungere la neve».Un fenomeno pericoloso per l'equilibrio già precario della piccola comunità sciistica locale. Di solito le grandi discese in quota e i circhi glaciali corrugati da crepacci e ricchi di accumuli da vento e cornici sono il terreno degli scialpinisti esperti, mentre i principianti rimangono in basso, ma la mancanza di neve al sotto della linea del bosco spinge tutti gli sciatori sempre più in alto, rendendo il gioco pericoloso. Eppure quello che sembra un punto di non ritorno è già un atout. Al di là delle linee sorprendenti e del potenziale infinito in chiave scialpinistica, è la comunità che rende unico lo scià El Chaltén. «Non c’è nessun posto come qui» mi ha detto Odell mentre caricavamo gli sci e preparava lo zaino sul suo van sulle rive del Río Eléctrico. «La maggior parte di queste persone ha imparato a sciare qui, nel backcountry. L’altro giorno sono uscito con Chiaro, il mio ultimo discepolo. Se posso insegnare a ognuno di loro a sciare, allora avrò sempre più compagni per le mie escursioni».L’iniziazione di Chiro allo scialpinismo è stata simile a quella di molti altri sciatori di El Chaltén: alpinisti senza esperienza di sci, desiderosi di trovare uno sbocco invernale, che hanno seguito le orme di Odell. La formula ha fatto nascere una comunità di sciatori locali da un assortimento di scalatori, alpinisti ed escursionisti. Per molti di noi l’idea di addentrarsi nella natura selvaggia per sciare una parete ripida senza una più che buona tecnica sciistica sembra una pazzia.Ma ciò che rende possibile l'evoluzione sciistica di El Chaltén è una tecnica plasmata da quella stessa montagna spietata. «Gli scialpinisti locali hanno una conoscenza diversa della montagna perché sono stati sulle pareti» mi ha detto Santi Guzman un pomeriggio. Guzman è il proprietario di Fresco, l’unico bar in città che è aperto durante i mesi invernali.È anche un ambassador di DPS e Outdoor Research, oltre che allenatore della squadra nazionale argentina di freeski. E probabilmente quello che più si avvicina al concetto di celebrità dello sci a El Chaltén. «Sanno come usare una corda, un’imbracatura – continua – sanno come tirarsi fuori dai pericoli, sono in forma, tutte queste abilità ne fanno dei validi scialpinisti nella montagna aperta, più di quanto mi sia trovato a mio agio io, sciatore da località sciistica, alle mie prime esperienze nella wilderness».


Guzman è cresciuto affinando la sua tecnica sulle piste addomesticate di Bariloche, dove era sempre nella zona di comfort. Gli sciatori di El Chaltén, invece, sanno come uscire da quella zona di comfort. La stragrande maggioranza di loro non sta andando a mettersi nei guai in canali dove non è possibile sbagliare,anche se si tratta di un terreno su cui si troverebbero meglio senza sci. La maggior parte di loro è solo alla ricerca di un altro modo per affrontare le montagne.A differenza dei mesi estivi, quando gli anfiteatri del Fitz Roy e della Torre Possono sembrare colossei riservati ai gladiatori più talentuosi dell’alpinismo, la comunità sciistica qui rimane umile.«In Argentina lo sci è uno sport d’élite, è costoso» mi ha detto Laura Iriarte, un’insegnante di inglese alla scuola superiore locale. Portare la famiglia a sciare per soli due giorni nelle località vicino a Bariloche costerebbe più di un mese di stipendio. «Qui a El Chaltén Non è così, chiunque può sciare e trovare sci usati da farsi prestare per provare.È l’unico posto così in Argentina.Lo scialpinismo è gratis». Laura è cresciuta vicino a Buenos Aires, figlia di un falegname e di un’insegnante.È venuta a El Chaltén, ha sposato una Guida escursionistica, Pedro Fina, e ha imparato a sciare negli ultimi dodici anni.Ci tiene a chiarire che, a parte alcune grandi discese aperte da stranieri, come la linea di Andreas Fransson sulla Whillans al Aguja Poincenot nel 2012, ciò che differenzia la cultura invernale di El Chaltén è il pot-pourri di sciatori di tutte le classi sociali e disponibilità economiche. Non a caso più della metà di loro ha imparato senza mai mettere piede su una funivia o una seggiovia.«È una comunità super piccola, c'è davvero una bella empatia tra tutti»mi ha detto Guzman. «È più difficile imparare, ma sta succedendo. E se ora si inizia a sciare a 30 anni, ci sarà una prossima generazione quando i figli metteranno le pelli e il livello non potrà che salire».Nonostante sia riuscito a fare una gita con quasi tutti gli sciatori della zona, il meteo in Patagonia è incredibilmente variabile e ho trascorso gran parte dei miei tre mesi in paese in compagnia di molti locali che non hanno mai sciato. Alcuni proprietari di attività commerciali chiudono a malincuore il negozio in inverno. Altri Usano felicemente il flusso e riflusso del turismo per chiudere le loro porte e distinguere il lavoro dal tempo libero.Merlin Lipschitz fa la Guida a El Chaltén da più di 20 anni, inizialmente andando avanti e indietro da Bariloche prima di mettere su casa qui nel 2003. Ha iniziato a sciare a El Chaltén seriamente intorno al 2005 e ha portato i primi clienti sulla neve un lustro dopo. A distanza di altri dieci anni ha registrato un leggero aumento del turismo invernale, ma nulla a che vedere con la crescita del lavoro estivo nello stesso arco di tempo. La società di Guide Di Lipschitz può arrivare fino a 50 clienti al giorno in alta stagione, impiegando anche cinque Guide aggiuntive. In inverno Lipshitz opera da solo e lavora con al massimo 15 sciatori a stagione. «L'unica Cosa negativa della Patagonia è che l'inverno è così breve» mi ha detto una volta mentre toglieva le pelli sopra il ghiacciaio del Cerro Crestón. Nonostante la stagione corta, potrebbe probabilmente avere qualche cliente in più, però a lui va bene così.

«L’inverno è il mio periodo: i ritmi rallentano, sciamo con gli amici, facciamo asados, stiamo a casa con la famiglia.Lavoriamo duramente in estate per prenderci un po’ di tempo per noi in inverno». Dietro alle sue parole si cela quello stato di agitazione e di stress tangibile a El Chaltén quando arriva la primavera australe e i residenti si preparano per l’alta stagione. Ma è anche un momento di ottimismo perché la maggior parte della gente del posto preferisce l’intensità dell’estate, quando il business è al massimo. È la quintessenza del turismo mordi e fuggi stagionale:il modello funziona per una parte della popolazione, ma alcuni preferirebbero un po’ più di stabilità.Per decenni il Parco Nazionale Los Glaciares E le cime intorno a El Chaltén hanno attratto gli alpinisti, però prima del nuovo millennio il turismo non era ancora classificabile come di massa in un paese isolato e con pochi o nessun servizio. Tutto è cambiato nel 2000 quando a El Calafate, la grande città di 7.000 abitanti a Sud di El Chaltén, hanno inaugurato un aeroporto con voli regolari su Buenos Aires. L’anno seguente la svalutazione del Peso argentino ha fatto da detonatore per il turismo internazionale verso la Patagonia meridionale.La strada per El Chaltén è asfaltata dal 2006 e i turisti non si sono fatti attendere,t rasformandolo nella capitale mondiale del trekking nel giro di un decennio.È difficile prevedere quando e se arriverà la prossima trasformazione di El Chaltén.È la città più giovane dell’Argentina, nata ufficialmente nel 1985. Per molti aspetti è ancora nella sua adolescenza.C’è poca preoccupazione (o eccitazione)che lo sci possa esplodere in inverno nello stesso modo in cui è avvenuto per l'escursionismo nei mesi estivi. Le Guide Locali si sono impegnate per sviluppare il turismo scialpinistico, dalla promozione sui social media alla costruzione di un rifugio a basso impatto ambientale sotto il Cerro Crestón (il primo per uso specifico invernale nella Patagonia meridionale).Però è ancora un mercato di nicchia.Il boom estivo si gonfia anno dopo anno ma, in inverno, El Chaltén rimane com'è sempre stato, o quasi.

Il tempo gioca a uno strano gioco in Patagonia. Passano giorni e poi settimane all'insegna della tempesta. Questo, tuttavia, dà alla cultura montana argentina la possibilità di fiorire, celebrando la vita all’ombra di un anfiteatro alpino, banchettando con asados sognando obiettivi futuri. Entrambi sono cotti a fuoco lento e marinati con la pazienza che solo la Patagonia può infondere. L’esperienza è innaffiata da un buon Malbec e dal fischio del vento, guarnita con un’alzata di spalle verso le opportunità mancate, deluse da tempeste furiose. L’attesa fa fermentare le finestre meteorologiche in qualcosa di ancora più dolce. Le previsioni a lungo termine sono una chimera nei Roaring Forties(i venti ruggenti oltre il 40° parallelo), ma arriva un margine di circa tre giorni in cui la fiducia nel meteo aumenta. Senza una superficie terrestre per cambiare il corsodi una tempesta o di un sistema di alta pressione che si stacca dal mare, l'arrivo della finestra giusta diventa imminente. Dopo settimane di attesa, Merlin e io eravamo finalmente accampati al De Agostini, alla base della Valle del Torre. Il nostro primo giorno in quota si era rivelato tutt’altro che perfetto, perché l'ultima inversione aveva svelato un canalone a prova di proiettile da tanto la neve era dura sotto le nostre solette. Una discesa da fare rizzare ogni singolo capello, senza margine d’errore e di caduta fino al lago ghiacciato. Forse è questo il motivo per cui così pochi sciano sulle cime più alte. Dopo una lunga e pesante camminata nel buio fino alle tende, la neve cadeva leggera mentre ci infiliamo nei sacchi a pelo umidi.Per un attimo ho colpevolmente sperato che la tempesta continuasse, che il cielo non si aprisse e che potessero spingere la cima nell’etere ambiguo di un proposito futuro.Ci siamo svegliati alle cinque: una spolverata di neve e nuvole in tutte le direzioni ci hanno spedito nei nostri sacchi a pelo un po’ più a lungo. La sveglia delle sei è arrivata veloce a svelare un cielo sereno.«È perfetto, dobbiamo andare ora» ha mormorato Merlin, sorpreso quanto me. Ci siamo dati da fare per far bollire l’acqua e spingere a forza le ghette negli scarponi congelati.Appesi alla fune tirolese nell’immobilità del mattino pre-alba, il mormorio del fiume sotto di noi sembrava zittito dal silenzio di un mare infinito di stelle nel cielo.Il Cerro Torre appariva come un miraggio nella tenue luce lunare e il nostro obiettivo, il Cerro Solo, sedeva imponente sopra le ombre della media montagna, con la colossale parete orientale dipinta di crepacci.A distanza di dieci ore, dopo aver sciato una delle linee più spettacolari della zona in perfette condizioni primaverili, Merlin e io ci siamo presi di nuovo alla fune tirolese per tornare alle tende, abbiamo mangiato tutto il cibo rimasto e iniziato la delirante marcia di rientro in paese.«In Patagonia devi essere paziente» mi aveva detto Lipschitz diverse settimane prima. «È difficile aspettare, non è per tutti. Ma una volta che provi a sciare qui, quando trovi le condizioni giuste, non c’è niente di paragonabile». È l’incertezza che ti fa desistere, ma se hai il fegato di scommettere e di stare al gioco...A El Chaltén la questione non è «com’è» o «come sarà probabilmente», ma «come può essere bello» dicono i local. Ed è un ottimo motivo per mettere il proprio destino in balia dei venti del Sud.

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TOPO ATHLETIC lancia Pursuit, il nuovo modello drop zero

Per non rinunciare a un approccio naturale e comodo anche sulle lunghe distanze e sui terreni tecnici scende in campo Pursuit, la novità di Topo Athletic fortemente richiesta dai trail runner desiderosi di una scarpa ammortizzata e reattiva con drop zero. Sempre presente la caratteristica calzata del marchio con ampio spazio nell’avampiede e sistema di bloccaggio nella sezione centrale e posteriore del piede per la massima sicurezza in ogni situazione.

La tomaia utilizza un mesh dalla trama fitta e rinforzata, già applicato nella Mountain Racer 2, grazie alla stampa in PU posizionata strategicamente nelle aree ad alta abrasione per una maggiore durata. Questo rivestimento risulta molto contenitivo e traspirante, evitando l’entrata di piccoli detriti fastidiosi durante la corsa. Allo stesso modo il collare è stato imbottito per attribuire ulteriore comodità senza dimostrarsi invasivo.


La piattaforma da 28 mm a drop zero dona un allineamento neutro dal tallone alle dita, favorendo un appoggio nella parte centrale del piede e una falcata naturale con un’ampia ammortizzazione. Il modello assicura, infatti, notevole ritorno di energia per mezzo dell’intersuola a doppia densità in ZipFoam™, la speciale mescola in TPU ed EVA di cui Topo Athletic è proprietario. Attraverso una densità più morbida nello strato a contatto e più solida attorno al perimetro e al fondo, emergono durabilità e minor rischio di compressione. Il plantare antimicrobico Ortholite® e la suola Vibram® Megagrip, garanzia di trazione e resistenza allo scivolamento senza precedenti su tutti i terreni, offrono una corsa confortevole e resiliente a lungo termine. Le alette distanziate nella struttura da 6 mm consentono un veloce rilascio di neve e fango. È dotata di due attacchi sul tallone e di un terzo anello alla base della linguetta compatibili con la ghetta performance del brand per tenere fuori lo sporco.

Il prodotto pesa solamente 306 grammi ed è consigliato per distanze in allenamento o gara a ritmo medio da 10km alle lunghe distanze, con un peso dell'utilizzatore inferiore agli 80kg e con appoggio neutro.

Pursuit è disponibile su topoathletic.it/ e nei punti vendita specializzati.

https://www.youtube.com/watch?v=xJaZGlnD2UI


ASICS CCC Experience @ UTMB

UTMB non è solo una gara. Nemmeno un evento di trail running, nel senso stretto della definizione. È un'occasione unica e imperdibile di conoscere un mondo fatto di emozioni, di fatica, di sudore, di lacrime, di tifo sfrenato, di urla, di applausi. È quel momento dell’anno in cui, da tutto il mondo, migliaia di atleti, appassionati e fan confluiscono in un unico posto magico: Chamonix, alle pendici del Monte Bianco. L’aria che si respira tra le vie del villaggio, appositamente allestito per l’evento, è particolare. Non si tratta solo di competizione, ma di condivisione, energia allo stato puro. Gli atleti non sono uno contro l’altro, sono compagni di viaggio, lo staff non è composto da allenatori ma da persone, amici e parenti, che hanno il compito di supportare e dare energia ai corridori. UTMB è una settimana di festa, un’esperienza che si può comprendere a fondo solo vivendola.

Ad attenderci a Chamonix c’è il Team Asics al completo. Gli atleti del brand giapponese sono impegnati nelle diverse competizioni che da lunedì 22 agosto si disputano sui tracciati appositamente predisposti dallo staff UTMB. Tra i presenti spiccano i nomi di Andreas Reiterer, Claudia Tremps, Sissi Cussot, Nuria Gil, Benoit Girondel e molti altri runner di livello della squadra, che si contraddistinguono per le numerose vittorie nei circuiti ultra euroepei. All’interno dell’Asics House, situata appena fuori dal centro del paese, conosciamo i volti dietro allo sviluppo della nuova collezione Fujitrail che, come anticipa il nome, è appositamente concepita per il trail running su media e lunga distanza. 

«Lavorare a stretto contatto con gli atleti permette di creare prodotti funzionali e orientati alle reali necessità di un runner - afferma Andreas Moll, Product Marketing Director - eliminando il superfluo ed ascoltando i feedback di chi utilizza il nostro marchio quotidianamente abbiamo la possibilità di ottenere prodotti estremamente performanti che si adattano ad un utilizzo prolungato in condizioni che in molti potrebbero definire estreme».

Effettivamente, pensando all'intensità del gesto atletico necessario durante una competizione come UTMB, in cui si corre per centinaia di chilometri di giorno e di notte, col sole e con la pioggia, affrontando dislivelli che arrivano fino a 9000 metri d+, l’utilizzo di prodotti di alto livello diventa un elemento fondamentale per portare a termine il percorso.

Il Trail running rappresenta circa il 20% del mercato globale dei prodotti da running, percentuale in continua crescita negli ultimi anni. Gli investimenti dei brand in ricerca e sviluppo, le nuove tecnologie e la possibilità di lavorare a braccetto con gli utilizzatori permettono una continua innovazione orientata alla performance ad al comfort, caratteristiche che nell’ultra trail devo andare necessariamente di pari passo.

Andreas Moll, Product Marketing Manager Asics
Simen Hjialmar e Claudia Tremps, alle spalle la nuova collezione Fujitrail

FUJI TRAIL COLLECTION

«La scelta dell’UTMB come momento per presentare la nuova collezione Fujitrail non è stata casuale» racconta Magdalena Gassebner, Product Marketing Specialist «Un evento del genere è l’occasione perfetta per raccontare dei prodotti estremamente tecnici che possano soddisfare i bisogni di chi partecipa a questa tipologia di competizione».

Protagonista indiscussa della collezione, che si compone di tutti gli elementi necessari per affrontare un ultra-trail,  è la nuova scarpa Fuji Lite 3, che abbiamo avuto il piacere di testare durante l'evento. Una scarpa estremamente ammortizzata, stabile e leggera (210g), che vanta tra le tante caratteristiche una costruzione realizzata con alta percentuale di materiali riciclati. La tomaia in Openmesh traspirante ed elasiticizzata garantisce un’ottima fasciatura del piede, l’ammortizzazione Flytefoam, realizzata con nano-fibre di cellulosa, fornisce protezione e proietta la falcata in avanti con estrema reattività. La suola AsicsGrip infine dona al prodotto un’ottima trazione su superfici asciutte e bagnate, dal fango alla roccia. Appena calzata la scarpa sembra leggermente instabile lateralmente, ma una volta che si prende confidenza con l’appoggio la sensazione scompare per lasciare spazio all’incredibile piacevolezza di un rimbalzo morbidissimo.

 

Fuji Lite 3 versione Woman
Dimostrazione di impermeabilità della Fujilite Jacket

CCC: COURMAYEUR-CHAMPEX-CHAMONIX

La CCC è la sorella minore dell'UTMB, una 100km con 6100m d+ che attraversa Italia, Svizzera e Francia costeggiando a nord il massiccio del Monte Bianco.  Una gara per nulla semplice, in cui dosare le energie è fondamentale per arrivare al traguardo sulle proprie gambe. Abbiamo seguito la competizione a bordo dell'Asics Van, incontrando gli atleti nei punti di ristoro principali.  In una competizione del genere la strategia è tutto: capire come e dove ci si può concedere di spingere di più, dove invece è meglio rilassarsi. Saper ascoltare il proprio corpo e soprattutto riuscire a gestire la stanchezza mentalmente, in una corsa che per i più veloci dura poco meno di 10h con il cancelletto di chiusura a 26 ore. 

Alcuni degli atleti Asics che hanno partecipato alla CCC

La pioggia ha accompagnato gli atleti per la maggior parte del percorso, aumentando la difficoltà tecnica della gara e minando la resistenza psicologica dei partecipanti.  Nonostante il meteo avverso nulla ha potuto fermare un indomabile Petter Engdahl, che non solo si è classificato primo ma ha anche stabilito un nuovo tempo record per la gara, 9 ore, 53 minuti e 2 secondi. Alle sue spalle Jonathan Albon ha lottato per mantenere il secondo posto, minacciato dal fortissimo italiano del team Asics, Andreas Reiterer, che lo ha superato poco dopo Vallorcine rimanendo al secondo posto fino alla vetta della Tête aux Vents. Qui Albon ha trovato il giusto ritmo per superare l'italiano nella discesa de La Flégère, mantenendo la sua posizione fino al traguardo, che ha tagliato in 10 ore, 16 minuti e 7 secondi, 7 minuti prima di Andreas Reiterer, 3° in 10 ore, 23 minuti e 16 secondi.

Andreas Reiterer in prima posizione al cancelletto di La Peule
Il claim della collezione Fujitrail

Il Kima è di Finlay e Gerardi

Dopo quattro anni di attesa non sono mancate le emozioni al Trofeo Kima. Ieri sul sentiero Roma lo scozzese Finlay Wild e la statunitense Hillary Gerardi hanno scritto il loro nome su un albo d’oro prestigioso, portando a casa anche il primo ISF Technical Award, il premio messo in palio dalla federazione internazionale sul tratto più tecnico.

Fino a metà gara Nadir Maguet ha provato a sgranare il gruppo di testa cercando si sfiancare il francese Alexis Sevennec, il norvegese Stian Angermund, e lo scozzese Finlay Wild. Il suo forcing ha però presentato il conto al campione del CS Esercito che nella seconda parte di gara ha dovuto fare i conti con i crampi. Sul tecnico Wild, già vincitore dello scorso fine settimana della Matterhorn, è salito in cattedra, avvicinandosi non poco ai parziali fatti registrare nel 2018 dal recordman della gara Kilian Jornet.  Vittoria in 6h10’14”. Secondo posto ex aequo per Stian Angermund e Alexis Sevennec in 6h22’33” (nelle ultime tre edizioni del Kima, Sevennec ha centrato un quarto e due secondi posti). Ai piedi del podio Nadir Maguet in 6h26’00”, quinto il marocchino naturalizzato spagnolo Zaid Ait Malek. Chiudono la top ten di giornata Mattia Gianola, Johann Baujard, Rob Sinclair, Daniel Antonioli e Dany Jung.

La vincitrice 2018 e già detentrice della migliore performance cronometrica sul Sentiero Roma, Hillary Gerardi, ora è a tutti gli effetti la vera regina di queste montagne. Suo infatti il nuovo record della gara in 7h30’38”. Secondo posto per la polacca Marcela Vasinova in 7h58’35”, mentre terza è giunta la messicana Karina Carsolio (8h02’03”). Strappano un posto nella top five 2022 anche Giuditta Turini e Giulia Saggin.

© Trofeo Kima/Maurizio Torri
©Trofeo Kima/Francesco Bergamaschi

Kilian riscrive la storia dell’UTMB

Quella di oggi è una giornata storica per il mondo dell’ultra-running. Dove in tanti hanno provato invano, Kilian riesce con un’apparente leggerezza che lo consegna definitivamente come leggenda del trail: 19h49’30’’. Finalmente quella barriera delle 20 ore per la quale sono stati organizzati anche eventi ‘Breaking 20’ cade. Non è solo il record di gara, neppure la quarta vittoria nella cento miglia attorno al Monte Bianco (eguaglia D’Haene come il più vincente di sempre a Chamonix) a essere incredibile, quello che stupisce è che Kilian ha messo in dubbio la partecipazione perché risultato positivo al Covid poco dopo la Sierre-Zinal. Kilian Jornet è stato sempre nel pacchetto di testa, nella lunga notte con Jim Walmsley, in forma fino alle prime luci dell’alba, in Svizzera, poi Kilian è scappato e ha fatto da elastico a Mathieu Blanchard, fino a mettere il turbo nel tratto finale, quello che comprende la Tête aux Vents e la discesa su La Flegère e Chamonix. Ma non è stata una fuga, perché Blanchard è comunque sceso sotto le due ore e ha accusato un ritardo di poco più di cinque minuti. Jim Walmsley, insieme a Kilian il grande favorito, ha dovuto accontentarsi del quarto posto, superato dall’inglese Thomas Evans (20h34’35’’). Nella top ten, in ordine: Zack Miller, Benat Marimissole, Arthur Joyeux-Bouillon, Jonas Russi, Robert Hajnal, Thibaut Garrivier. Tra le donne vittoria della statunitense Katie Schide (23h15’12’’), davanti alla canadese Marianne Hogan (24h31'22'') e alla connazionale Kaytlyn Gerbin (25h07'44). Nono posto per la testatrice della nostra Outdoor Guide Francesca Pretto in 27h31'45''..


Super Martina Valmassoi, la TDS è tutta sua

Non poteva esserci annata migliore per Martina Valmassoi. Dopo la vittoria a sorpresa a Canazei, per la runner del team Salomon arriva uno straordinario successo alla TDS (145 km, 9.100 m D+) corsa sempre in testa. L’arrivo ieri sera in 22h42’47’’ davanti alla spagnola del team Asics Claudia Termps (22h59’38’’) e alla tedesca Katharina Hartmuth (23h22’18’’). Martina è anche il primo atleta italiano assoluto nella gara. Tra gli uomini ha vinto il francese Ludovic Pommeret (18h37’04’’) sul runner dell Ecuador Joaquin (19h32’09’’)Lopez e sul francese del team Salomon Elias Kadi, autore di una grande rimonta (19h49’51’’).

La giornata di ieri è stata funestata da un incidente mortale lungo il percorso della PTL, nella zona di Saint-Gervais. Un runner di origini brasiliane è caduto per alcune decine di metri in un traverso. I concorrenti sono stati avvisati e lasciati liberi di continuare o ritirarsi. L'anno scorso si era verificato un incidente mortale lungo il percorso della TDS.

© Jordi Saragossa
© Jordi Saragossa

Skialper Archive / Ice & Palms

Milleottocento chilometri e 35000 metri di dislivello in bici e sci, dalla Germania meridionale a Nizza, per sciare le montagne più belle e concedersi una vacanza al mare

Testo Federico Ravassard Foto Max Kroneck, Jochen Mesle,Julian Rohn

Baden-Württemberg è uno dei principali land della Germania. La sua capitale è Stoccarda, conosciuta nel resto del mondo come la patria dell’automobile(Mercedes-Benz, Porsche, Bosch hanno sede qui, ad esempio), e l’economia dell’intera regione si basa largamente nell'industria. Confina con la Francia a Este con la Svizzera a Sud, mentre i principali rilievi sono rappresentati dalla Foresta Nera, la catena del Giura E le Prealpi del Lago di Costanza.Il Baden-Württemberg sembra un buon posto dove vivere, se non fosse per un piccolo dettaglio:il mare, specialmente quello caldo, è lontano, parecchio lontano. E di conseguenza, se un paio di amici si dovessero inventare di voler andare al mare in bicicletta, le cose si complicherebbero parecchio, specialmente se lungo l’itinerario ci si volesse portare dietro anche degli sci e decidere di utilizzarli nel miglior modo possibile.I due amici sono Jochen Mesle e Max Kroneck Che, oltre alla passione per lo sci, scoprono di condividere anche quella per le pedalate, specialmente quelle lunghe e faticose, e per la fotografia, in particolar modo quella che ti impone di utilizzare apparecchi pesanti e scomodi. L’idea che partoriscono insieme ha le caratteristiche comuni di ogni sufferfest si rispetti: dev’essere lunga, fisicamente estenuante, particolarmente ricca di incognite e problematiche di varia natura, originare vesciche in vari punti del corpo e apparire insensata agli occhi delle persone normali.Et voilà, ecco il progetto Ice & Palms: Jochen e Max Vogliono partire da casa loro a Dürbheim, nel Baden-Württemberg, raggiungere l'Austria e da lì attraverso i principali valichi alpini arrivare fino al lungomare di Nizza, senza mai utilizzare mezzi a motore e sciando il più possibile, filmando allo stesso tempo la loro avventura.Di tanto in tanto, poi, verranno raggiunti da amici che daranno una mano nella ripresa delle immagini.I loro destrieri saranno due bici gravel, equipaggiate con portapacchi anteriori e posteriori sui quali sistemare l’attrezzatura. Sci e scarponi dietro, insieme a uno zaino con il materiale per la notte. Sacca Anteriore sinistra per il pentolame e macchine foto.Tasca anteriore destra: accessori e abbigliamento da pioggia, pronti per essere tirati fuori in poco tempo.Peso totale, cinquanta chili, grossomodo: vista l’agilità, più che destrieri li si potrebbe definire dei ronzini un po' sovrappeso.

Quello della partenza, nella primavera del 2018, è un momento strano, Jochen e Max sembrano fuori posto: un po’ come quei modelli da catalogo, ritratti in ambiente ma con abbigliamento e attrezzatura perfettamente in ordine e puliti. Ci vorranno un paio di giorni per cominciare a stropicciarsi il giusto e toccare la neve dopo più di 100 chilometri di distanza pedalata. Non è poi così male, tutto sommato, poter alimentarsi in modo soft prima di arrivare sulle montagne vere.Viaggiare con bicicletta e sci al seguito significa perdere continuamente tempo a fare e disfare i bagagli, che richiedono un ordine maniacale, in perfetta antitesi con la natura degli sciatori. Ogni pezzo deve essere nel posto giusto per essere trovato nel momento giusto:Mark Twight diceva che in montagna ci vuole un accendino in ogni tasca, per non impazzire quando si tratta di accendere il fornello in bivacco, e in bike packing non cambia più di tanto.Al quarto giorno sono nell’Arlberg, da lì si dirigono verso la Svizzera. Di neve qui non sembra essercene molta, ma bisognava pur trovare un compromesso per poter beneficiare dell’apertura di quasi (tutti) i valichi. Sono le classiche condizioni in cui, una volta- come dicono i vecchi - cominciava la stagione dello scialpinismo. A St. Anton un avventore in un bar chiede loro cosa faranno quando, una volta arrivati a Nizza, non troveranno più neve da sciare. «Ci Siamo portati dietro anche il costume da bagno» la risposta perentoria.Dopo nove giorni e 500 chilometri si comincia a fare sul serio.La coppia di ciclo-sciatori si avvicina al massiccio del Bernina E dalle sacche sulle ruote spuntano fuori piccozze e corde, ingredienti necessari per il menù dei giorni a seguire: Piz Bernina e Cima di Rosso, itinerari grandiosi che strizzano l’occhiolino alle pendenze sopra i 45°. Si muovono bene, dopo le prime tappe in cui hanno patito entrambi le conseguenze di infortuni occorsi durante la stagione invernale. Strano ma vero, le centinaia di chilometri in bicicletta hanno fatto da terapia e ora si avvicinano alla metà della distanza che separa la Germania dal Mediterraneo.Dopo due settimane di viaggio arrivano al Furkapass, che collega le Alpi Lepontine a quelle Bernesi. Su questi tornanti, negli anni ’60, Sean Connery sfreccia sulla sua Aston Martin durante le riprese Agente 007 - Missione Goldfinger, ma quando Jochen e Max Arrivano alla sbarra del fondovalle capiscono in poco tempo che per loro il valico sarà tutt’altro che velocità e adrenalina: la parte alta non è ancora stata ripulita dalla neve ed è, in poche parole, chiusa al traffico. Non rimane altra scelta che accettare la sfida e caricare le biciclette letteralmente sugli zaini, tirare fuori le pelli e proseguire carichi come sherpa lungo i pendii innevati, sotto una leggera nevicata che non fa altro che rincarare la dose di sofferenza.I due viandanti procedono barcollanti sotto i loro carichi monumentali e, un passo alla volta, cominciano a salire verso i 2.436 metri del passo. La discesa è una scena surreale, fatta di curve molto controllate e allo stesso tempo storte come un quadro cubista, fino a quando, esausti, possono finalmente mettere le ruote sull’asfalto, mentre il nevischio ora tramutato in pioggia fa apprezzare ancora di più la mutevolezza del meteo primaverile.Sono passati ventun giorni dalla partenza e con 960 chilometri nelle gambe il Vallese si apre davanti a loro. Mentre a pochi chilometri i turisti gozzovigliano nei ristoranti di Zermatt, i nostri due eroi puntano gli sci verso mete sicuramente più di nicchia. «È bello ritrovarsi completamente soli in montagna e sapere di avercela fatta con le proprie forze» commentano, salendo verso il rifugio da cui partiranno il giorno successivo. Il Bishorn lo sciano nella nebbia, non senza qualche spavento. Le valanghe si fanno sentire ma non si fanno vedere, mentre a quattromila metri, immersi nel white-out, aspettano una finestra di cielo pulito per scendere il più velocemente possibile.Sul Brunegghorn, due giorni più tardi, vengono premiati dagli dei della montagna con una discesa memorabile, in una di quelle giornate in cui lo scialpinismo primaverile si manifesta in tutta la sua bellezza.Cielo azzurro, polvere fredda e, duemila metri più sotto, il verde dei pascoli a fare da quinta. La parete Nord è una pratica che viene liquidata in una decina di curve che giustificano pienamente lo sforzo supplementare di utilizzare assi da freeride al posto perline scialpinismo light: entrambi, infatti, hanno deciso di portarsi dietro sci oltre i 100 millimetri al centro e scarponi a quattro ganci da free touring. L’attenzione della coppia, ormai innamorata del Vallese, si sposta a questo punto su un altro monumento del ripido, che risponde al nome di Grand Combin de Valsorey. Lo scivolo Nord-Ovest, che culmina a 4.184 metri, viene descritto da Marx come una scala di Giacobbe, facendo riferimento all’affresco di Raffaello In cui il profeta biblico sogna una scalinata da cui gli angeli possano muoversi fra la Terra e il Cielo. Lo stesso scivolo in cui, nel film La Liste, Jérémie Heitz perdeva uno sci, riuscendo incredibilmente a salvarsi la pelle dopo una caduta a 50° di pendenza. Per i due la giornata si rivela fortunatamente meno adrenalinica, anche se la stanchezza inizia a farsi sentire. Proprio quel giorno avrebbero dovuto riposare, ma passare sotto a quella rampa senza scala non sarebbe stata un’azione da fedeli devoti alla causa dello sci.Al trentesimo giorno, nei pressi del Gran San Bernardo, iniziano a manifestarsi i primi indizi che indicano che ormai è solo questione di pochi giorni prima di potersi spaparanzati in spiaggia.Nizza 323 km, recita un cartello nei pressi del tunnel. Pochi chilometri più in là, a Donnas, delle palme appaiono a bordo statale come oasi nel deserto. 

Come i barbari alla fine dell’Impero Romano, i due germanici continuano a calare verso Sud a bordo dei loro ronzini meccanici, nutrendosi unicamente di pizza, pasta e carboidrati vari per onorare la cultura del turismo tedesco in Italia. Valle di Susa, poi il Monginevro: il prossimo obiettivo sarà la Barre des Écrins, il quattromila più meridionale dell’arco alpino, e sarà anche l’ultima vetta in programma prima di dirigersi verso il Col du Vars e le spiagge francesi.Quella sulla Barre è un’altra giornata memorabile. Si filmano a vicenda all'alba, mentre si dirigono, sci ai piedi, verso la terminale della parete Nord, che per l’occasione si è presentata con il vestito dei giorni di festa.Solitamente è un muro ghiacciato e non sempre la neve la ricopre in modo sufficiente per poter essere sciata. Solitamente non vuol dire sempre, e per i due l’ultima discesa del loro viaggio può cominciare direttamente dalla croce sommitale, dalla quale si può vedere tanto il Monte Bianco quanto il Golfo di Nizza. Chi ha già sciato nelle Alpi del Sud sa bene l’emozione che si prova a vedere il Mediterraneo scintillare in lontananza, la stessa che provano Jochen e Max mentre gli attacchi fanno clack. Il Col du Vars è una formalità che viene sbrigata in fretta, aspettando l'ultimo ostacolo: il Col de la Bonette, che con i suoi 2.715 metri è, insieme allo Stelvio, all’Iseran e all’Agnello, tra i più alti valichi asfaltati delle Alpi. Nel 2016 il Giro d’Italia era passato di qua in una tappa memorabile, la penultima: in soli 134 chilometri erano stati concentrati 4.100 metri di dislivello, con le salite al Vars, alla Bonette e alla Lombarda per poi terminare sui tornanti che conducono al Santuario Di Sant’Anna di Vinadio. Proprio qui, sul finale, Vincenzo Nibali aveva attaccato sul diretto concorrente Esteban Chaves, che si era visto sfilare la maglia rosa a meno di 24 ore dalla fine del Giro. Quel giorno, all’arrivo, i genitori di Esteban si erano resi protagonisti di una scena di sport indimenticabile, andando ad abbracciare il siciliano sul traguardo e complimentandosi con lui per la vittoria. Uno sgambetto è stato riservato anche a Max, che riesce a forare a meno di 30 chilometri da Nizza, dopo 42 giorni e 1.800 chilometri di strade di montagna.L’arrivo sul lungomare è uno shock: dopo sei settimane in cui le uniche priorità erano state sciare, pedalare e più generalmente sopravvivere, il senso di smarrimento è totale. «Cosa faremo ora?», si chiedono i due, confusi al punto che pure scegliere dove andare a cenare rappresenta una sfida al pari della traversata del Furkapass innevato. Succede così che il capitolo finale del loro viaggio viene scritto in un ristorante messicano nel sud della Francia, un’idea assurda e apparentemente incomprensibile quanto voler partire dalla Germania per arrivare al Mediterraneo sciando pedalando. Cosa ci insegnano Max e Jochen? Beh, di sicuro potrebbero illuminarci sulla loro gestione del tempo libero, ma è limitante dire che per intraprendere un progetto come Ice & Palms sia sufficiente trovare 40 giorni di ferie, anche perché, in un certo senso, loro in quel momento stavano lavorando, in quanto freeskier professionisti. No, Jochen e Max Ci insegnano che le avventure più belle possono essere vissute anche dietro casa, che non è necessario viaggiare dall’altra parte del mondo per ritrovarsi in balia dell’incognito. E che l’incognito - o inesplorato, che fa più figo - può avere moltissime forme diverse: dalle condizioni della neve sul Grand Combin a quelle della strada sul Furkapass, fino a quelle fisiche di Max quando, nel trasferimento dalla Val d’Aosta alla Francia, si ritrova a macinare duemila metri di dislivello con 39 gradi di febbre.E ci insegnano anche in cosa consiste la creatività, ovvero su come prendendo due o più concetti e fondendoli insieme si possano creare infinite nuove idee. Tipo andare in bici e sciare, o sciare e andare al mare.Oppure, andare al mare pedalando e sciando. Insomma, ci siamo capiti.Un’ultima lezione potrebbero darcela sulla gestione della biancheria in sei settimane di ambienti umidi e freddi, ma quella è tutta un’altra storia

Questo articolo è stato pubblicato su Skialper 124

Ice & Palms è un cortometraggio di 32 minuti prodotto da El Flamingo Films e diretto da Jocken Mesle, Max Kroneck, Philipp Becker e Johannes Müller. Premiato in alcuni dei principali festival del film di montagna e avventura è disponibile gratuitamente su Vimeo o sul sito https://eisundpalmen.de/


Step by Step: la traversata della Nordkette di Remco Grass

Black Diamond presenta l'avventura di Remithius Joseph Grass, Remco per gli amici e i colleghi. Una traversata dietro casa, da godersi passo dopo passo immersi nella natura.

Remco Graas è nato e cresciuto nei Paesi Bassi, distante dalle montagne. Durante gli anni della sua infanzia e adolescenza, Remco ha trascorso con la sua famiglia numerose vacanze in montagna, un tipo di svago – quello fatto di escursioni – che non gli è mai davvero piaciuto: camminare su sentieri
polverosi e caldi senza alcun tipo di intrattenimento. La parte più bella delle vacanze rimaneva sempre il momento di tornare a casa per nuotare in piscina o per giocare con il suo Game-Boy.

Tutto è cambiato durante l'ultimo viaggio di Remco con la famiglia, sulle Alpi. Nella sua testa è scattato qualcosa, improvvisamente scopre di amare la montagna. In quegli anni Remco prende parte ai campi estivi sulle Alpi, inizialmente con un approccio classico, zaino grande e scarponi pesanti. Nel corso degli anni, e ispirato da grandi alpinisti come Ueli Steck, Remco cambia approccio: riducendo al minimo l’attrezzatura ha la possibilità di muoversi più facilmente e velocemente, può trascorrere più tempo in montagna e si allena di più.

Passo dopo passo, “Step by step”, la montagna è diventata il pilastro centrale della sua vita, portandolo a definirsi un obiettivo: scalare tutti i 4000 delle Alpi. Ad oggi Remco è a buon punto, ma non ha fretta, vuole godersi appieno ogni cima di quelle che rimangono nella sua lista. Nel 2017 Remco decide di trasferirsi a Innsbruck, per potersi immergere nella sua passione per la montagna e, nello stesso anno, inizia a lavorare per Black Diamond Equipment. Durante le sue corse quotidiane in bicicletta verso l'ufficio di Black Diamond, Remco guarda ammirato la linea di cresta della Nordkette, la catena montuosa situata a nord di Innsbruck, simbolo della città. Attraversare l’intera cresta della Nordkette, una domenica? Sembrerebbe essere un piano divertente, pensa Remco.

Sabato notte, ore 2, Remco esce di casa. La città non dorme mai: i bar sono aperti, la gente fa festa, si sente la musica. La sua festa, però, è programmata con la natura. Remco si dirige verso la foresta, lascia la bicicletta nascosta dietro un albero e inizia la sua ascesa. Sarebbe bello vedere l'alba in cima al Brandjochkreuz, pensa. Mentre sale sempre più in alto, i rumori della città si affievoliscono e il sole inizia a sorgere mentre si avvicina alla prima vetta della giornata. Durante il giorno percorre sentieri panoramici, tratti impervi, vie ferrate, incontra turisti e animali, sempre seguendo la linea di cresta. «Da qui riesco quasi a vedere la mia ragazza che prende un caffè, sul nostro balcone» pensa mentre osserva il panorama. «È così bello avere posti come questo proprio nel giardino di casa».

Dopo 33 chilometri, 19 vette e 3.800 metri di dislivello, Remco raggiunge il fondovalle. Mentre sale sull'autobus, guarda la cresta e sorride. Passo dopo passo Remco ha percorso le sue montagne. Passo dopo passo, come il suo approccio alla vita

https://www.youtube.com/watch?v=NktVxZ-69Vw&t=508s


Val Maira Experience

La Val Maira è un angolo di paradiso nelle valli cuneesi. Un luogo che, dopo decenni di abbandono, è tornato a fiorire grazie ad un modello di turismo lento e sostenibile. In occasione del Press Trip di Sea To Summit e Panorama Diffusion abbiamo avuto l'occasione di scoprire questo gioiello alpino.

Situata nel cuore delle valli occitane, la Val Maira è stata per molto tempo isolata dal resto del cuneese a causa della morfologia del territorio, tanto che fino al '900 le comunicazioni e gli spostamenti avvenivano perlopiù tra i colli che la collegano alla Val Varaita, alla valle Stura e alla Francia anziché lungo gli oltre 40 km necessari a raggiungere la pianura. Addentrandosi sulla strada provinciale che da Dronero risale verso Chiappera, ci si ritrova catapultati in un ambiente di rara bellezza, dove i fitti boschi di querce e castagni lasciano lentamente spazio a panorami aspri e spettacolari. L'orogenesi della zona è particolare, i territori e le cime della valle attraversano infatti un gran numero di differenti formazioni geologiche. Nella parte bassa della valle troviamo un banco composto prevalentemente da rocce metamorfiche e silicee che, proseguendo verso fondovalle, lasciano il posto a formazioni calcaree-dolomitiche Triassiche. La tradizionale atmosfera occitana, unita all'ospitalità di un territorio che ha deciso di aprirsi al turismo sostenibile, rende la Val Maira location perfetta per avventurarsi in qualsiasi sport outdoor in un contesto alpino unico.  

Chiappera, sullo sfondo la rocca provenzale
Malga con alpeggio in direzione passo della Gardetta

Ad attenderci al nostro arrivo a Ponte Maira troviamo Renato, Guida Alpina e gestore della Locanda Mistral, dove trascorreremo la notte. Renato si è trasferito qui dall'Alto Adige qualche anno fa, per prendere in gestione la locanda con Manuela, moglie e compagna di avventure. La volontà della coppia, sin dall'inizio, è stata quella di fornire un servizio di qualità, completo e sostenibile, che permettesse ai turisti di scoprire il territorio e l'ambiente montano della valle a 360°, sia in estate che in inverno. All'interno della locanda (una casa contadina risalente al 1800 ristrutturata a partire dagli anni novanta dai genitori di Manuela) l'ambiente è sereno, familiare, concilia la tradizione con elevati standard di qualità e con una cucina molto creativa. 

Le attività offerte dalla Val Maira sono molteplici, abbracciano le quattro stagioni proponendo un'infinità di itinerari escursionistici, scialpinisitici e alpinisitici di tutti i livelli e per tutti i gusti. I Percorsi Occitani sono un concatenamento di sentieri creato nel 1992 che, in 177 km e 14 tappe,  collegano tutti i paesi della valle in un tour ad anello, perfetto per scoprire l'anima intrinseca di questo luogo. La Rocca Provenzale e la Rocca Castello sono mete ambite dagli arrampicatori, che possono cimentarsi in salite (sia facili che più impegnative) sulle splendide linee delle strutture, raggiungibili tramite brevi avvicinamenti sulle carrerecce di fondo valle. In inverno, infine, la valle si trasforma in un posto incantato. Le abbontanti nevicate che caratterizzano la zona, influenzate dalle correnti marittime, la rendono un terreno di gioco perfetto per lo scialpinista. Nessun impianto, gite per tutti i livelli e gusti, dalle classiche ai tour di 9 ore, ai canali a 45°. Pensate solo che la guida di scialpinismo conta 280 pagine con ben 135 itinerari differenti. 

Presentazione della collezione Sea to Summit, sullo sfondo la Locanda Mistral

Il progetto di Renato e  Manuela (e la strategia della Val Maira in generale), non è orientato solo al turismo, ma allo sviluppo sostenibile di un circuito che possa ridare vita alle 13 borgate, animando il territorio in maniera costante nell'arco dell'anno ed offrendo tutti i servizi necessari, per far si che questa incredibile località possa ergersi a modello di ripopolazione dei territori alpini. 

All'interno della locanda viene offerto anche un servizio di noleggio di materiale e attrezzatura da montagna. In particolare è attiva una collaborazione con Panorama Diffusion per quanto riguarda scarpe da hiking e scarponi da trekking Meindl in estate e sci Kästle in inverno. Un servizio molto utile considerato che, in caso di problemi durante il soggiorno, il negozio di materiale tecnico più vicino dista un'ora e mezza d'auto. 

Maindl test center presso la Locanda Mistral
In partenza, direzione sorgente del Maira

Oltre che per scoprire i prodotti delle collezioni Meindl, Sea to Summit, Thule e Hydro Flask, l'esperienza organizzata dal distrubutor altoatesino è stata l'occasione perfetta per andare alla scoperta delle bellezze della zona. Nei giorni trascorsi a Ponte Maira, sotto la guida di Renato, abbiamo percorso due itinerari classici e accessibili a tutti che permettono di approcciarsi all'ambiente montano occitano. 

ITINERARIO 1: DA PONTE MAIRA ALLA SORGENTE E RITORNO

L'itinerario ad anello porta da Ponte Maira direttamente alla sorgente dell'omonimo corso d'acqua, costeggiando il versante destro orografico su un sentiero che si sviluppa tra i boschi ed i prati della valle per poi attraversarla all'altezza di Chiappera. Da qui, un sentiero che rimane sempre a mezza costa sul versante opposto,  riconduce dolcemente fin sopra al punto di partenza, per poi perdere dislivello bruscamente per finire nel parcheggio della frazione. 

Itinerario Komoot: https://www.komoot.it

ITINERARIO 2: PASSO DELLA GARDETTA

Il percorso si sviluppa nel vallone di Unerzio, in una valle laterale sul versante destro orografico della Val Maira. Da Acceglio si segue la strada che porta a Viviere, superando l'abitato e parcheggiando al secondo tornante. Da qui un'articolato sistema di strade militari si snoda nella valle tra vecchi bunker abbandonati e alpeggi verdi con mucche al pascolo, fino ad arrivare al passo della Gardetta, punto di incontro di Valle Maira, Valle Stura di Demonte e Valle Gesso. In pochi minuti, dal passo, è possibile raggiungere l'omonimo rifugio per rifocillarsi ed ammirare il panorama.

Itinerario Komoot: https://www.komoot.it

La Val Maira è un luogo tutto da scoprire ed ha in serbo un interessante futuro per il turismo. Ed è grazie alla passione di persone come Renato, Manuela, Gunther (Panorama Diffusion) e di tutti coloro che credono in un modello sostenibile a basso impatto ambientale se oggi ci stiamo avvicinando sempre di più a a questo obiettivo.

LINK UTILI

https://www.locandamistral.com/it/

https://www.vallemaira.org/


Settimana della Montagna, Val di Sole

Vette da amare, natura da scoprire. A Malè parte la Settimana
della Montagna 2022

Torna l’evento dedicato alla passione per le vette e alla celebrazione del valore del territorio. Tra proiezioni, mostre, incontri e momenti di svago, il programma offre al pubblico 8 giorni ricchi di esperienze e opportunità. Anche per i più piccoli.

Malè (TN) 20 luglio 2022 - Incontri, discussioni e intrattenimento. Ma soprattutto un unico filo conduttore: i monti e i suoi protagonisti. È un programma intenso quello che caratterizza “La Settimana della Montagna” di Malè, organizzata dall’amministrazione comunale e la Pro Loco in collaborazione con l'Azienda per il Turismo della Val di Sole.

L’evento, giunto alla sua seconda edizione, si rivolge ad appassionati e semplici curiosi così come ai bambini e ai ragazzi per i quali sono previste specifiche attività. Per otto giorni – dal 31 luglio al 7 agosto – il calendario propone molteplici appuntamenti per confrontarsi, condividere nuove esperienze, conoscere la cultura e i valori del territorio. Tra incontri tematici, aperitivi, concerti, attività esperienziali, proiezioni e sport.

Si comincia domenica 31 luglio nella giornata dedicata al Soccorso Alpino che celebra i 70 anni di attività. Dalle 16, in Piazza Regina Elena, il pubblico avrà l’opportunità di conoscere meglio il lavoro dei soccorritori con un’ampia proposta di giochi ed esperienze. Dalle ore 20 si apre ufficialmente la mostra commemorativa che, attraverso un percorso di 7 parole chiave, ripercorre la storia dell’organizzazione. L’evento vede la partecipazione di due esponenti illustri del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico - Servizio Provinciale Trentino: il Presidente Walter Cainelli, e il veterano Enzo Taddei, membro dell’istituzione dall’età di 18 anni. Presenta e conduce Fabio Moratti.

Riflessioni, arte e intrattenimento caratterizzano le giornate successive: lunedì 1° agosto alle 21 in Piazza Regina Elena si discute di turismo responsabile e sostenibile in occasione dell’incontro “Senza lasciare traccia - frequentare la montagna nel rispetto della sua natura. Convivenza tra ambiente e attività outdoor” con la Commissione Tutela Ambiente Montano della SAT. Durante la serata si affronterà il tema della convivenza tra attività turistica e ambiente montano in una tavola rotonda che darà vita ad un confronto tra istituzioni, TAM e operatori locali per costruire una posizione condivisa. Parteciperanno alla tavola rotonda il Parco Nazionale dello Stelvio, con Luca Pedrotti e Ivan Callovi, l'APT Val di Sole con il direttore Fabio Sacco, Alessandro Fantelli, imprenditore nel settore adventure outdoor e Simone Pegolotti, direttore di Funivie Pejo. Conduce Fabio Moratti.

Mercoledì 3 agosto è la volta di Alessandro De Bertolini, viaggiatore alla scoperta del Gruppo del Brenta che si racconta al pubblico nel corso dell’evento “Il Brenta con mio figlio”, in programma alle 21 in Piazza Regina Elena. La serata è dedicata alla narrazione di un’esperienza insolita – un viaggio di dieci giorni con un bimbo di un anno e dieci mesi, una bicicletta, una tenda e un sacco a pelo – ma anche a una riflessione condivisa sui valori culturali del Parco naturale e sul significato quasi leggendario delle Dolomiti di Brenta. Un’occasione per ripercorrere le avventure dei primi viaggiatori-alpinisti di epoca vittoriana, con letture dai diari di William Douglas Freshfield e di Francis Fox Tuckett.

Giovani e giovanissimi saranno protagonisti nella giornata di giovedì 4 agostoin Piazza Regina Elena: si parte alle 15 con il Laboratorio organizzato dalla Scuola Montessori di Croviana che offrirà ai più piccoli esperienze con materiali naturali e si prosegue alle 17 con le prove di arrampicata sportiva per bambini e ragazzi dai 6 ai 12 anni con le Guide Alpine della Val di Sole. Il programma della giornata prosegue per i più grandi alle 18:30 in Via Brescia 36 con l’aperitivo-incontro con Alessio Zanella, esperto di volo con parapendio. Alle 21, presso il Cinema Teatro di Malè, secondo appuntamento con il Trento Film Festival con la proiezione del documentario “Fine Lines-Viver in Verticale” di Dina Khreino: le testimonianze di venti dei più grandi alpinisti e scalatori al mondo per la prima volta si intrecciano in un unico racconto che ispira e commuove.

Venerdì 5 agosto alle 20:45, in Piazza Regina Elena, prende il via la serata con Maurizio Giordani, Guida Alpina, esploratore e viaggiatore, che racconterà le sue avventure attraverso filmati e pubblicazioni. L’incontro, presentato da Sandro Rossi, vicepresidente di SAT Malè, è l’occasione per narrare le più difficili arrampicate mai realizzate sulle Alpi e le incredibili esperienze vissute dallo scalatore sulle vette più affascinanti del Pianeta come i massicci della Patagonia e dell’Himalaya oltre all’Elbrus a al Kilimanjaro per citarne solo alcune.

Gran finale con gli eventi del weekend. Sabato 6 agosto alle 8:45 prende il via la gara di trail running organizzata dalla SAT di Malè che assegnerà il 1° Trofeo della Settimana della Montagna di Malè. Domenica 7, alle 19:30 è la volta della camminata collettiva serale con falò al Cimon di Bolentina e musica dal vivo.

Da non perdere, infine, gli appuntamenti con il programma “MuoverSì: passeggiate, natura e libertà” per scoprire al meglio il territorio grazie a un programma di escursioni giornaliere sui sentieri più belli della Val di Sole. Per tutta la durata dell’evento, infine, presso la Sala Mostre del Municipio di Malé si terrà l’esposizione fotografica “Massi incisi in Val Di Sole” a cura dell’Associazione Val di Sole Antica.

Il programma completo della Settimana della Montagna è disponibile qui: https://www.visitvaldisole.it/it/eventi/settimana-della-montagna


Skialper Archive / Millésime 2021

Metti insieme le curve di un'unica, irripetibile stagione e otterrai un sapore diverso. Come quello dello champagne millesimato. Diario di un inverno dolomitico tra impianti chiusi, parcheggi pieni di neve e amici pronti a condividere la gioia di uno sci diverso.

Testo Bruno Compagent Foto Layla Kerley

Non so quanto sia durata la caduta, ma quando il mio corpo ha toccato il suolo, l’impatto è stato così violento che ho aperto gli occhi, l’aria è entrata precipitosamente nei polmoni e ho allargato le braccia. La mano ha toccato qualcosa di caldo e morbido e ho sentito il respiro diventare più regolare. Mici è voluto qualche secondo in più per rendermi conto di dove mi trovavo. Poi, nella mia mente le cose sono tornate al loro posto: la strada, i documenti, i controlli da evitare, la fatica e la tempesta di neve, l‘Italia, fino a questo piccolo Resineux, una specie di incenso naturale di cui amo l’odore e il fumo danzante che emana quando brucia.Subito dopo, il bip dei mezzi spazzaneve ha attirato la mia attenzione. Con una tazza colma di caffè tra le mani ho appiccicato il naso contro il vetro della finestra dell’appartamento che avevamo preso in affitto per una settimana. La neve cadeva dritta, non c’era un soffio di vento, riuscivo a malapena a distinguere la mia auto e i contorni del mondo intorno a noi si facevano morbidi e indefiniti.Non c’era stress, non c’era fretta, non c’erano orari di apertura degli impianti da prendere in considerazione. La tempesta sembrava voler inghiottire il mondo di prima sotto uno spesso sudario bianco.Le strade erano innevate e circolavano solo pochi veicoli. La neve, che cadeva in abbondanza e senza vento, mi faceva salire l’adrenalina e l’entusiasmo, come quando da bambino vagavo per le strade del mio paese durante le nevicate, alla ricerca di dislivelli per tuffarmi nella fredda e inebriante dolcezza dell’inverno

È bastato poco perchè il piccolo appartamento si trasformasse in un campo base
Bruno Compagnet e Diego Castellaz danzano a cospetto delle pareti dolomitiche

Il parcheggio era deserto e mal ripulito dalla neve, eravamo in mezzo al nulla.La stazione di partenza di una moderna seggiovia, scomparsa sotto la neve, sembrava l’immagine di un altro pianeta.Poche parole, a volte basta solo uno sguardo. Abbiamo seguito una traccia battuta dal gatto delle nevi, che risaliva il pendio di una pista deserta.Avvolti nei cappucci, al ritmo dei respiri, viaggiavamo nei nostri mondi interiori. L’energia necessaria e la lotta logorante con la gravità ci immergevano in una specie di trance morbida e piacevole, dalla quale a volte emergevamo per segnalare all’altro la nostra presenza e per rispondere a una domanda che noi stessi ci stavamo facendo nello stesso momento. La cresta era stracarica e il vento leggero che soffiava aveva accumulato una quantità preoccupante di neve, ma c’era qualcosa di lusinghiero in quelle curve scolpite nel bianco che si snodavano tra i larici e sapevo che, da qualche parte, esisteva un percorso invisibile e sicuro.Lo abbiamo seguito attentamente con tutti i nostri sensi all’erta. Eravamo soli ed era una sensazione che mi calmava e mi riempiva di una gioia profonda.Lontano dalla commedia sociale delle discussioni futili e delle raccomandazioni inutili. Abbiamo continuato a salire insieme, guardandoci le spalle a vicenda. Percepivo la preoccupazione di Layla, che non aveva il coraggio di dire nulla, ma osservava il pendio che stavo tagliando saltellando sugli sci. Eravamo d’accordo sulla linea che avrebbe sciato e il punto dove mi avrebbe aspettato. I rumori della neve sotto gli sci e l’analisi del manto mi facevano pensare che il nostro passaggio avrebbe innescato solo uno strato superficiale di 15 centimetri. Dovevamo saperlo gestire, spostandoci velocemente dopo ogni curva. La neve era estrema-mente leggera e rara per l’Europa, non certo da cento chilogrammi per metro cubo. Ho seguito Layla con gli occhi un po’ preoccupati, ma era abbastanza veloce e ho tirato un sospiro di sollievo quando l’ho vista dare una rapida occhiata dietro le spalle e poi rifugiarsi, come previsto, all’ombra di un grande larice. Nonostante gli attrezzi larghi e la scelta del pendio più ampio, era uno sci diverso, speciale, con la velocità che calava immediatamente alla minima curva. È stato piuttosto un viaggio nel mondo della neve profonda, quasi soffocante. Eravamo soli in quei boschi magici, ovattati dalla grande nevicata. E questo è bastato a renderci felici.Ho ascoltato una canzone che viene dalla notte dei tempi al crepitio del fuoco, mentre finivo una buona bottiglia di Mori Vecio e Layla lavorava al suo computer. La notte è scesa come una coltre di silenzio e di freddo, rafforzandola sensazione di benessere e di isolamento.Non credo che ci fossero più di un centinaio di anime in quella piccola località delle Dolomiti. La cassiera del mini-market ormai ci conosceva e ci salutavamo da lontano quando incontravamo altre persone per strada.Poi ho passato un’altra brutta notte: la neve e le onde hanno questa capacità di portarmi via dal sonno, che diventa leggero a causa dei fiocchi o degli spruzzi, a seconda della stagione e del luogo.Il parcheggio non era stato ripulito da alcuni giorni, ma sono riuscito a parcheggiare l’auto di fronte a un enorme cumulo di neve. 

Siamo risaliti seguendo una facile pista da sci e ogni tanto alzavamo la testa per contemplare la roccia e la neve che ci dominavano. Cercavo di ascoltare la montagna, per capire se avesse qualcosa da dirmi: il cielo grigio e l’atmosfera cupa dell’inizio della giornata intaccavano un po’ la mia motivazione. Abbiamo superatola stazione di partenza della funivia, procedendo verso un traverso sotto una parete, dove si era accumulata una grande massa di neve, che suonava cava e aveva una struttura che non mi piaceva. «Sei sicuro?». «Penso che passando più vicino possibile alla parete dovrebbe andare bene, altrimenti chiama Eric o il 112, ok?».Layla ha aspettato che io avessi raggiunto la piccola cresta, dove saremmo stati al sicuro per un po’.Abbiamo tagliato molti pendii di quel tipo, prima di arrivare di nuovo ai piedi di una magnifica falesia di calcare giallo e ocra. La luce stava prendendo il sopravvento, tutto andava bene, ci sentivamo più leggeri sugli ultimi metri appena prima di mettere piede sull’alti-piano, che in estate si trasforma in un deserto di roccia e di vento e ha ispirato a Dino Buzzati Il Deserto dei Tartari.Quel romanzo che parla della condizione umana, delle nostre scelte, delle aspettative e dei miraggi della vita, delle vanità e delle speranze, dovrei proprio rileggerlo.Un uccello bello e fragile mi ha risvegliato da questo stato onirico. La piccola palla di piume si è presentata a chiedere un pezzo di seme, che gli ho lanciato con grande piacere e un po’ di emozione.

il sole risplende di una luce morbida, con i raggi radenti che illuminavano le effimere matasse di fiocchi di neve.Un’atmosfera polare accentuata dalle nuvole di vapore che, in controluce, uscivano dalla bocca di Layla.Siamo Arrivati su una cima immersa in una luce dorata. L’etere era trafitto dalla croce ghiacciata, crivellata di adesivi; non avevamo più niente da calare e per miracolo freddo era rimasto più in basso. Sull’altipiano non c’era un filo d'aria, il panorama era grandioso.Sapevo che quello sarebbe stato un momento indimenticabile del nostro inverno, uno di quelli che ci piace evocare in situazioni che non hanno nulla a che fare con la montagna. Non bisogna essere molto allenati o tecnicamente bravi per arrivare qui:alla portata di tutti, basta semplicemente volerlo. Tutto è purezza e candore, non c’è bisogno di andare alla fine del mondo o di scalare un ottomila per vivere la montagna.Ho preso Layla tra le mie braccia e poi l'ho seguita con gli occhi mentre danzava leggiadra sul tappeto bianco che la montagna aveva steso sotto i suoi sci.Una discesa così rappresenta quanto di più simile alla mia idea di perfezione.L’ho vista pennellare curve, guidata dal suo istinto e dall’abilità di giocare con il pendio e l’ho guardata ancora in una nuvola di cristalli di neve resi furiosi dal passaggio disinvolto e gioioso.

A volte mi manca la vita sociale, quella dei vecchi tempi, quando in inverno ci ritroviamo per parlare, bere e far scorrere l’adrenalina della giornata nelle nostre vene, ore dopo aver riposto gli sci in cantina. I tre bar di fronte alla stazione di Chamonix erano sempre zeppi di persone e spesso ci spostavamo da uno all'altro per ordinare un boccale di birra e guardare gli scandinavi, che si dimena-vano al ritmo di una banda rock che suonava dal vivo in una stanza affollata e surriscaldata. Come potevamo immaginare allora il distanziamento sociale, le mascherine, i tamponi, la perdita di tante libertà e soprattutto del controllo del nostro modo di pensare, che a volte mi fanno sprofondare in un profondo scetticismo sul nostro futuro? 

Viviamo felici il presente, domani potrebbe essere troppo tardi...Siamo entrati nell’inverno come fuggitivi che si nascondono nel bosco, lasciandoci alle spalle una buona parte del problema e trasferendoci in un mondo selvaggio e cotonoso, con le sue regole, che abbiamo accettato e rispettato a modo nostro. Sono Ancora stupito di come abbiamo potuto adattarci velocemente di come una situazione eccezionale sia diventata normale. Nella solitudine delle montagne, i segni della presenza umana sono scomparsi sotto la neve. Le infrastrutture e gli edifici sono diventati inutili, abbandonati a se stessi. Questa Sensazione di isolamento ce la siamo goduta, prima timidamente, senza capire che era un’occasione eccezionale. Poi ci siamo buttati giù senza farci più domande, vivendo intensamente ogni discesa e ogni curva. Niente impianti di risalita, ma tanta neve, senza vento. Chi avrebbe potuto immaginare questo scenario solo un anno fa? 


CORTINA

Con il passare delle settimane, il clima è diventato più clemente e la neve ha smesso di cadere dal cielo per un po’.Toni e William sono ripartiti e siamo andati in Svizzera per un fine settimana, nel Vallese. Ci siamo incontrati con alcuni amici a Nendaz ed è stato bello sciare nel comprensorio con gente del posto come Romain o Liesbeth, ma non eravamo più abituati alle code, al rumore degli impianti e ai parcheggi pieni di gente, così siamo tornati subito in Italia, a Cortina d'Ampezzo, prima che la regina delle Dolomiti ospita i Mondiali di sci alpino. Non conoscevo Cortina per la semplice ragione che non è il posto per me.Il Lato Chic e mondano mi aveva portato ignorare le montagne che la circondano.In una settimana, grazie all’invito di Massimo di Scarpa, avrei cambiato completamente idea su questo angolo delle Dolomiti.L’ospitalità di Claudio al Dolomiti Lodge, ai piedi delle Tofane, è stata molto calorosa e siamo partiti alla scoperta della zona del Cristallo e di Misurina conTomi Patrick. Abbiamo sciato anche con Aldo, con cui abbiamo condiviso una bella giornata sulle sue discese preferite; ci ha parlato anche di un massiccio isolato e sconosciuto, che visiteremo un’altra volta.Sulla via del ritorno verso le Dolomiti Avevo fatto il pieno di gasolio, ma il carburante non era quello con gli additivi per il freddo intenso e così siamo rimasti bloccati sul ciglio della strada che sale a Misurina. Con la macchina in panne, abbiamo sfruttato l’occasione per andare a sciare insieme a Manuel e Matteo Agreiter, nel loro giardino segreto intorno alla Val Mezdì. Un’altra giornata intensa, iniziata sotto un timido sole e finita nella tempesta e nel vento, tra forcelle e boschi, all’insegna del grande sci, come sempre con Manuel.

PRIMAVERA

Siamo tornati a San Martino per cercare un po’ di pace, ma anche per affrontare alcuni giorni intensi (e stressanti) di riprese con una troupe televisiva francese, che stava realizzando un documentario sulle donne e la montagna; Layla, come fotografa, era una di queste. È stata un'esperienza fisicamente impegnativa, a causa delle condizioni meteo e della neve, ma con l’aiuto di Eric Girardini e Manuel Agreiter siamo riusciti a toglierci un po’ di peso dalle spalle. E poi c’erano i cameraman e i dentisti, con borse che pesavano più di 15 chili. Il Freddo era intenso e i pendii ripidi. In breve, tutto ciò che non si vede quando si guardano le immagini.L'atmosfera Della tempesta è passata in fretta e le temperature si sono alzate di nuovo. Al mattino si sentiva il canto degli uccelli e nel bosco la neve bagnata cadeva dai rami; nel pomeriggio l'acqua scorreva giù dai tetti e le giornate si stavano allungando. Nell’aria c’era il profumo della primavera. È stato allora che Mathieu e Paola, una coppia di amici, sono venuti a trovarci per sciare nella neve fredda e veloce del versanteNord, nel bosco o nei canali all’ombra.Poi le temperature sono di nuovo salite e abbiamo iniziato a cercare la neve primaverile. Per Mathieu è stata l'occasione per fare un po’ di telemark, per medi esibirsi sulla tavola da neve con mia figlia Minna, che ha la fortuna di crescere in questo piccolo paradiso.Poi siamo tornati a Chamonix. L'inverno Non era finito, ma avevamo vissuto quelle ultime settimane tanto intensamente da disegnare una linea netta tra il prima e dopo, quasi la fine di una stagione. Le sciate, gli incontri: tutti momenti che hanno contribuito a tessere una ragnatela, che ci ha imbrigliato e alla quale non ci siamo ancora abituati del tutto. È stata un'esperienza molto forte, fisicamente ed emotivamente. Ci vorrà tempo per realizzare tutto quello che abbiamo vissuto. E, dopo aver fatto la selezione delle foto per questo articolo, è proprio l'aspetto umano dello sci di montagna, prima ancora di quelle tonnellate di neve leggera e polverosa, a rendere speciali i nostri pensieri, come un buon bicchiere di millesimato.

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Dentro la Trans D'Havet

Da undici anni a questa parte, nelle Piccole Dolomiti Vicentine si svolge la Trans d’Havet, gara di trail running che si sviluppa su tre distanze: Ultra 80 km con 5500 d+, Marathon 40 km con 2700 d+ e Half Marathon 24 km con1500 d+. 

«Abbiamo superato due stagioni difficili, tra pandemia e problemi di gestione - dichiara Enrico Pollini, organizzatore e mente della manifestazione - ma quest’anno siamo pronti a ripartire, proponendo tutte e tre le gare al completo. Come per tanti altri del settore organizzare un evento del genere è stato una grande scommessa, la risposta dei partecipanti è stata positiva: abbiamo dovuto addirittura chiudere le iscrizioni anticipatamente per esaurimento dei pettorali. Noi siamo carichi, ora non resta che partire».

La reintroduzione della gara Ultra comporta anche il passaggio nei punti più emblematici del luogo: il tracciato delle 52 gallerie del Pasubio, costruite durante la prima guerra mondiale, e il Rifugio Papa che proprio in quel giorno festeggiava il centenario dall’apertura. Per l’occasione è stato riservato alla stampa un trattamento particolare: quello di poter vivere la gara dall’interno, in modo da assaporare appieno tutte le emozioni e gli stati d’animo durante l’evento, conoscere da vicino chi lavora dietro le quinte, in silenzio, ma con un ruolo fondamentale per la riuscita della manifestazione.

Il rifugio Gen. A. Papa, punto di passaggio della Trans D'Havet

Passo la notte precedente alla partenza della prima distanza in compagnia del Soccorso Alpino sezione di Schio al bivacco sopra il rifugio Papa. Luca, Riccardo e Matteo avevano da coprire la postazione alla fine delle gallerie. E’ un compito che spetta loro ogni anno e hanno sempre lo stesso entusiasmo nell’aspettare e incitare ogni singolo concorrente che passa da li, magari ricordando di accendere la frontale anche alle prime luci dell’alba, perché all’interno delle gallerie è sempre buio e c'è rischio di cadere.

Ho condiviso con loro diversi momenti entusiasmanti: una deliziosa cena, offerta da Renato, il gestore del rifugio Papa, tra risate e la programmazione della giornata seguente, la sveglia alle 2.30 del giorno successivo, la preparazione di tutto il necessario per il primo soccorso e la sfacchinata nel portare il materiale al punto stabilito. Ho condiviso con loro la prima tazza di tè - chissá perché lo immaginavo caldo, invece al primo sorso mi si è gelato lo stomaco.. ma non importava, erano cosí gentili che non mi sarei mai osata dire nulla se non grazie. Per alcune ore mi sono sentita parte del loro gruppo, ed è stato emozionante.

Mi sposto al punto in cui devo fare i primi report per la gara. Si attende la testa del gruppo verso le 4.30 e con essa arrivano anche le prime luci dell’alba. Rimango li fino alle 6 circa, poi saluto i miei primi compagni di viaggio per correre a prendere un caffé ed una fetta di torta al rifugio, prima di recarmi al punto d’incontro prestabilito con Denis, il supervisore del tracciato. Arrivo con un ritardo di cinque minuti, ma era impossibile non fermarsi ad ogni curva per fare alcuni scatti e due chiacchiere con i concorrenti.

Mi accoglie con un immenso sorriso e non faccio in tempo a salutarlo che mi offre la colazione. Con un imbarazzante rifiuto - la crostata aveva già fatto il suo lavoro - partiamo alla volta di Pian delle Fugasse, primo ristoro in cui i concorrenti potevano avere un pasto caldo, sedersi e rigenerarsi per alcuni minuti.

La gestione del luogo è affidata agli alpini, che non mancano un’edizione e sono il cuore della manifestazione. Soddisfano le richieste di ogni corridore sempre con il sorriso, a qualunque ora e qualunque sia l’umore del concorrente.

Il tempo di due scatti ed ora di ripartire, direzione Campogrosso, dove la gara da 42 km si interseca con quella da 80 km. Da qui in avanti i tracciati saranno gli stessi e il gruppo sarà ancora piú consistente, perfetto per assaporare ancora più dall’interno le sensazioni dei partecipanti. Aspetto i passaggi dei primi concorrenti della Marathon per poi muovermi, ma stavolta a piedi, assieme a tutti i corridori, per godermi ancora di piú questo evento e i suoi meravigliosi scorci.

La salita dal Rifugio Campogrosso porta verso la cima Carega ed il Rifugio Fraccaroli. La strada si sviluppa nel bosco, per poi inerpicarsi su un ripida pietraia dove si può vedere la serpentina di persone salire con passo lento ma costante. Mi perdo nel fotografare volti stanchi, accaldati ma fieri di ciò che stavano facendo. Mi immergo in chiacchiere con i partecipanti, che non vedono l’ora di scambiare due parole con qualcuno.

Arrivo in cima alla forcella, breve discesa e poi una dolce salita verso il Fraccaroli, rifugio simbolo della manifestazione. Il ristoro è stato creato in memoria di Cristina Castagna, giovanissima alpinista che perse la vita nel 2009 mentre scendeva dal Broad Peak, la dodicesima montagna più alta della terra. E’ stata la più giovane alpinista italiana ad aver scalato un ottomila ed in zona è ricordata come ‘’el grio’’ ossia il grillo, per la sua vivacità estrema.

Un aneddoto raccontato post gara ma strettamente legato ad essa, è il giro della Trans d’Havet al contrario con gli sci d’alpinismo. Nel gruppo erano presenti la giovane alpinista, Paolo Dani - mancato recentemente nella tragedia della Marmolada - Mauro Pretto e Chiara Ambros, amici legati da una passione sfrenata per la montagna. Da Marana a Posina per godere di ogni metro di neve nelle montagne di casa.  Oggi viene ricordata con un libro, Acchiappasogni, e il ristoro al Fraccaroli dove si trova la cima del suo cuore, il Carega.

Da qui al mio rendez-vous con il medico della gara sono circa 30 minuti di discesa. Inizio a scendere godendomi ogni passo, con gli occhi ancora lucidi per i racconti. Aspetto qualche concorrente che cerco di incitare al mio meglio per portarlo alla base vita del rifugio Scarolbi.

Arrivo in una conca verde e anche qui, come una costante che caratterizza tutta la manifestazione, i sorrisi non tardano ad arrivare. Conosco Florio e Gigi, i medici. Con loro farò l’ultima ora di cammino e il rientro a Valdagno, paese di arrivo delle gare. Dobbiamo aspettare le scope e gli ultimi concorrenti prima di partire e questo mi da modo di scambiare due parole con gli alpini del posto.

«Non ho piú le forze per fare queste cose - mi racconta Dario, veterano della gara - ma non so come mai ogni anno mi ritrovo alle 5 del mattino ad allestire e preparare nel migliore dei modi l’accoglienza per i circa 400 corridori che passeranno».

Arriva la prima scopa, iniziamo a prepararci. Il sole è caldo, la temperatura si è alzata ma nulla può rovinare quelle ultime ore di luce e bellezza. Nonostante la stanchezza della giornata si ride e ci si racconta, i chilometri passano velocemente e arriviamo alla macchina. Ultimo giro e via all’arrivo di Valdagno. Arrivo trafelata alle premiazioni: foto di rito, saluti e poi, finalmente, riprendo fiato. Vedo Enrico, ideatore di questa giornata incredibile, che voleva vivessi da dentro la manifestazione, per capire cosa fosse davvero la Trans d’Havet.

A due giorni dall’evento, seduta alla mia scrivania in legno, con una leggera brezza che fa sopportare il caldo a stento, ricordo i volti, gli sguardi di ogni singola persona che ho incontrato durante il mio viaggio. Sorrido, perché se ci penso bene, non ho mai visto in nessuna manifestazione un’accoglienza del genere da parte degli organizzatori. E soprattutto nessuno ha mai pensato ad un viaggio ‘’inside the race’’.

Forse si dovrebbe fare piú spesso, forse bisognerebbe pensare oltre ai classici schemi e immaginare qualcosa che vada al di là del classico giornalismo.

Bisogna avere quel pizzico di follia per creare quanto ho vissuto, perché, ad onor della cronaca, se qualcosa fosse andato storto, avrei dovuto scriverlo e raccontarlo. Un bel rischio per gli organizzatori, soprattutto a due anni dalla versione integrale della gara.

«Siamo una macchina ben rodata. - mi racconta Enrico - Ero certo che se ci fossero state emergenze ogni volontario sarebbe stato in grado di gestirle e risolvere. Inserirti all’interno della gara è stato quello stimolo in più per fare ancora meglio, per esprimerci al massimo delle nostre potenzialità. Sono fiero di ogni singola persona e di come, dopo due anni difficili, ne siamo usciti ancora piú forti e caparbie.»

La Trans d’Havet dà appuntamento al prossimo anno chiudendo i sipari su un week end ricco di soddisfazioni e tanto caldo, con la promessa che il prossimo anno sarà in grado stupirci di nuovo.

CLASSIFICA 80 KM

Uomini

Alessio Zambon (Vicenza Marathon-La Sportiva)

Vittorio Marchi (ASD Team Km Sport)

Jimmy Pellegrini (Bergamo Stars Atletica-Skinfit-HokaOneOne)

Donne

Alessandra Olivi (ASD Scarpe Bianche-Scarpa/Mico)

Marialuisa Tagliapietra (United Trail&Running)

Marta Cunico (Ultrabericus Team ASD).

CLASSIFICA 40 KM

Uomini

Diego Angella (Atletica Brescia-Marathon-Scotto-Gialdini)

Christian Modena (Lagarina Crus Team)

Matteo Andriola (Unione Sportiva Aldo Moro).

Donne

Irene Saggin (Ultrabericus Team ASD)

Gaia Signorini (Runners Team Zanè)

Angela Trevisan (GP Turristi Montegrotto)

CLASSIFICA 24 KM

Uomini

Ruggero Pianegonda (Sport Race ASD)

Luca Marchioro (Skyrunners Le Vigne Vicenza)

Michele Meridio (Runners Team Zanè-Brooks Trail Runners)

Donne

Giulia Zaltron (Marunners)

Veronica Maran (Skyrunners Le Vigne Vicenza)

Liliana De Maria (Facerunners ASD).


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