Parravicini!

Terra santa!

Per gli ebrei si tratta della Terra Promessa, ossia la terra verso cui Dio ha guidato il suo popolo tramite il profeta Mosè.
Per i cristiani, che hanno in comune con gli ebrei l’Antico Testamento, è anche la terra in cui è nato, morto e risorto Gesù Cristo.
Per i musulmani è la terra in cui Maometto giunse al termine di un miracoloso viaggio notturno che mosse da Mecca e che lo fece ascendere poi al Cielo, visitando il Paradiso dopo aver sorvolato l’Inferno . 
Per i Bergamaschi è il Parravicini, terra in cui Fulvio Mazzocchi su e giù per Grabiasca, Reseda e Madonnino, ha saputo aggiudicarsi ben undici edizioni del mitico trofeo, l’unico nelle Alpi che ne può vantare ben sessantatré al suo attivo.
Mi si scusi il mio esser profano e che nessuno se la prenda (so bene che Mazzocchi e Maometto hanno in comune solo due vocali e una consonante, niente più!), ma domenica mattina sulla strada per Carona, nonostante tre punti nel ginocchio che tiravano mica da ridere e un’acqua giù dal cielo che a terra quasi fumava per quanto batteva violenta, mi son sentito un poco come un devoto pellegrino verso questa Gerusalemme dello scialpinismo.
Ricordo ancora quando piccolo, con mio padre e alcuni suoi amici salivamo al Passo di Portula per vedere il Parravicini; tra due ali di folla che a quel tempo il Grand Mont nemmeno potevo immaginarmi cosa fosse, ma che mi lasciavano a bocca aperta. 
Non so se ti è mai capitato, ma, da bambino, ci sono alcuni momenti in cui nelle parole dei “grandi” e in modo particolare in quelle dei tuoi genitori, respiri quell’ammirazione verso quei personaggi che questi stimano così fortemente per quel che fanno, per cui inspiegabilmente in te veloce cresce quella voglia di emulazione. Proprio qui appunto ho incubato quel desiderio di poter correre quelle gare, che mitiche sulla bocca di mio padre – il Mezzalama! -, da dieci anni a questa parte son il pane, mai stantio, di ogni mio inverno.
Ricordo così come fosse ieri i miei Parravicini con un pettorale sullo zaino, con mio fratello prima e con tanti altri compagni di avventura poi: Pietro, Paolo, Angelo, Michel e ancora Angelo. 
Ricordo la mia prima partecipazione, con gli sci che lasciavi numerati ai piedi del Grabiasca e che recuperavi solo al tuo rientro dopo la cima, dove decine di assistenti – nemmeno fossimo stati al mercato del pesce di Tokio – prontamente raccoglievano gli “ordini” di sci dai concorrenti che accingendosi a raggiungere la piazzola per il cambio, li reclamavano a gran voce per numero di pettorale. 
Ricordo quelle voci, su per le inversioni che portano al passo di Portula, che da un indistinto tifare tutti i passaggi, facevano proprio il mio nome incitandomi a non mollare: una miscela tra l’illuminazione di John Belushi in Blues Brothers e benzina 98 ottani. 
Ricordo la gioia di incrociare gli sguardi dei miei genitori, dei loro amici e dei tanti conoscenti, per cui in qualche modo un pizzico di stima mi sembrava di essermelo guadagnato! 
Ricordo in un’edizione sfortunata che non vedeva il passaggio per il Madonnino, il sorriso che mi strapparono le grida del grande Alfredo Pasini che giunto in vetta dal versante opposto, con forte rammarico e non certo con poco disappunto nel non veder transitar di lì i propri figli, chiamava a squarciagola: “Neve secolare!”, sperando che qualche disertore lo raggiungesse là in cima!
Tanti bei ricordi che non fanno certo una Bibbia, ma che per me saranno sempre lo spunto per far scoprire e conoscere a mio figlio, quando sarà più grande, un mondo genuinamente fantastico che dista giusto due passi da casa nostra.

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