Alcune montagne rappresentano un obiettivo. Altre diventano un richiamo a cui è impossibile non rispondere.

Per Oliver Kaspar, ventiduenne toscano, il richiamo del Tocllaraju è stato proprio questo: irresistibile. Una montagna di 6.034 metri nella Cordillera Blanca, in Perù, il cui nome in lingua quechua significa trappola di ghiaccio. Un nome che racconta bene il carattere della montagna, segnata da grandi seracchi, crepacci e da una parete finale che raggiunge i 65-70 gradi di inclinazione.
Kaspar ha scelto di affrontarla in completa autonomia. Nessun portatore, nessun mulo per il trasporto del materiale, nessun compagno di cordata. Tutto l’occorrente trasportato sulle spalle fino all’ultimo campo, allestito a circa 5.100 metri dopo due giorni di avvicinamento.

«Agii d’impulso. Sentii il richiamo magnetico che la sua forma esercitava su di me e, dopo due giorni di camminata, mi ritrovai a 5100 metri. Senza nessun’altra tenda né cordata, la parte razionale era preoccupata; in fondo, però, l’essere completamente da solo mi riempiva l’animo di fuoco», racconta Oliver nel post pubblicato sui social.
La partenza arriva all’una di notte. Il freddo è intenso e il cielo, limpido, anticipa una giornata perfetta dal punto di vista meteorologico. «Appena vidi il cielo stellato rimasi immobile: il Toc mi guardava come un predatore con la preda».

La salita, però, è tutt’altro che semplice. I primi crepacci obbligano a continui cambi di itinerario e mettono subito alla prova la determinazione del giovane altoatesino. «Mi misero terrore e dubitai svariate volte». Più in alto il vento aumenta d’intensità, tanto da spostarlo continuamente. «Sentivo lo zaino fare da vela, spostando il mio baricentro in continuazione».
Sotto quota seimila arriva il momento più atteso: il muro finale di neve dura e ghiaccio, inclinato fino a 70 gradi, che rappresenta la sezione chiave della via. È qui che Oliver descrive con maggiore intensità il significato della sua salita.
«Eccoci qui. Il muro tanto ambito e temuto. Stare appeso alle piccozze su quella neve dura, con il vuoto sotto i talloni, credo non sia stata una prova di coraggio, ma più una dichiarazione d’amore verso il Toc. Ero disposto ad arrivare fino a questo punto: senza corda, senza seconde possibilità».

Parole che raccontano una filosofia prima ancora che una prestazione. La scelta della solitaria, infatti, non viene descritta come ricerca del rischio fine a sé stesso, ma come il modo più diretto per vivere un rapporto intimo con la montagna.

Una volta raggiunta la vetta, l’emozione prende il sopravvento. «Le lacrime di gioia e di freddo mi bagnavano le guance. Grazie, Toc!».

A soli 22 anni Oliver Kaspar aggiunge così un’altra salita di rilievo al proprio percorso alpinistico. Un’impresa che va oltre il dato tecnico e che racconta il desiderio di misurarsi con una montagna severa nella maniera più essenziale possibile: da solo, con ciò che serve nello zaino e con la consapevolezza che spesso in  montagna non esistono scorciatoie.

© foto Instagram Oliver Kaspar

 

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