Sulla Chamonix–Zermatt il record femminile diventa il racconto di un cambiamento

Ci sono itinerari che sembrano immutabili, linee tracciate sulla carta e nella testa di chi va in montagna, che restano lì, uguali a se stesse, stagione dopo stagione.
La Chamonix–Zermatt è una di queste. O almeno lo era. Perché negli ultimi anni qualcosa ha iniziato a cambiare. Non la traccia, non i ghiacciai, non le salite. Ma il modo di attraversarla.

Il 12 aprile 2026, Marie Pollet-Villard e Laurie Renoton hanno fermato il cronometro a 20 ore e 34 minuti. Una traversata completa, senza interruzioni, lungo circa 100 chilometri e oltre 8.000 metri di dislivello che separano Chamonix da Zermatt. Un tempo che fino a poco fa sembrava lontano, quasi teorico e invece è diventato reale.

Per capire davvero cosa significa, bisogna fare un passo indietro. Nel 2021, Hillary Gerardi e Valentine Fabre avevano aperto la strada con un primo riferimento: 26 ore e 21 minuti. Non solo un record, ma un punto di partenza. Poi, negli anni successivi, qualcosa ha iniziato ad accelerare, i tentativi si sono moltiplicati, i tempi hanno iniziato a scendere, e nell’arco di pochi giorni quel limite è stato abbassato più volte. Come se la linea non fosse più un traguardo, ma un passaggio intermedio. Fino ad arrivare a quel 20h34’ che oggi rappresenta il nuovo riferimento femminile. Ma che, a guardare la traiettoria, sembra già destinato a non durare troppo a lungo.

Cambia il modo, non la montagna

La cosa interessante è che la Haute Route, in sé, non è cambiata. Resta un itinerario che, nella sua versione classica, si percorre in 5 o 6 giorni, tra rifugi, pause, gestione del tempo e del meteo. Un viaggio, prima ancora che una prestazione. Condensare tutto questo in meno di 24 ore significa ribaltare completamente il paradigma, non è più solo questione di resistenza, ma di equilibrio: trovare il ritmo giusto, muoversi in modo continuo, gestire la fatica senza mai fermarsi davvero.
È un altro modo di stare in montagna. Più veloce, certo. Ma anche più essenziale.

Dentro questo cambiamento c’è anche l’evoluzione del livello femminile, sempre più evidente. Non si tratta solo di andare forte, ma di farlo con metodo. Le atlete che oggi si confrontano su queste linee arrivano da esperienze diverse, portano con sé competenze trasversali e una capacità di gestione sempre più raffinata. Il risultato si vede nei numeri, ma soprattutto nella continuità delle prestazioni e il record scende, sì, ma lo fa in modo strutturato, quasi inevitabile.

Eppure, mentre i tempi si abbassano, c’è qualcosa che resta immobile. La notte sui ghiacciai, il vento in quota, la necessità di scegliere, ogni volta, la direzione giusta.
La montagna non si accorcia, anche se il tempo per attraversarla sì, e forse è proprio questo il punto più interessante: più la linea si velocizza, più diventa evidente che la vera sfida non è solo il cronometro, è riuscire a tenere insieme tutto: velocità, lucidità, ambiente, perché quei 20 ore e 34 minuti non sono solo un record, sono il segno di un cambiamento.

 

 

© foto Simon Gerard Instagram 

 

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