Il cielo in una stanza

Oltre 1.200 tiri di corda chiodati, un centinaio di salite inedite in solitaria, un progetto per collegare tutte le Alpi Biellesi a fil di cresta: Roberto Munarin ha sempre pestato rocce, neve, ghiaccio e terra fra gli stessi punti GPS ma non ha finito ancora di esplorare

© Daniele Molineris

Lui dice che così si gioca il jolly. Uno a settimana, il sabato. Quel giorno può andare, può fare quel che vuole. Ma la domenica no: quella è tutta per Anna. E a lei non si può negare nulla. Ma a Roberto Munarin un giorno basta e avanza. Per anni e anni, con un jolly ogni sette giorni ha fatto cose che tanti umani neppure in una vita. E comunque, ora che è tempo di abbassare le luci sul lavoro da consulente tessile esperto di stile, chissà che qualche altra matta esca dal mazzo. Che ci sia tempo per fare ancora di più. Chissà. Fra un settebello e un asso di cuori, la carta che vince non cade mai troppo lontano. Munarin la getta sempre lì. Intorno alle montagne di casa, quelle di sempre. Per lui, 59 anni, gragliese trapiantato a Muzzano, gioiellino dell’Alta Valle Elvo biellese, l’ombra del Mucrone è il cielo nella stanza. Il tetto sulla testa. E una vita intera a pestare rocce, neve, ghiaccio e terra fra questi stessi punti GPS non è bastata a stancarlo. Né, è sicuro, lo stancherà mai. Da San Carlo al colle Carisey, dal Giassit al Camino, alla Nord del Mars, al Mombarone, fino alla valle Oropa e poi ancora e ancora, se un Pollicino avesse raccolto tutte le briciole lasciate a terra da Munarin in quasi quarant’anni di strada, ne avrebbe fatto una montagna. Una grande montagna ripiena di dieci, cento, millemila avventure.
Di scalate, chiodature, salite con gli sci, ravanate, scoperte, linee nuove e discese ripide. Farcita di aperture, sistema- zioni, bonifiche, camminate e ciaspolate. E insaporita di piccozzate, vie ferrate, escursioni e sciate in solitaria. Una ricetta che nessun altro da queste parti, sulle Pennine che guardano a Biella, ha mai saputo amalgamare fino a questo punto. E che per Munarin, con la modestia che da sempre si porta nello zaino, altro non è stata che un viaggio fatto in punta di piedi. Nel silenzio. E nel rispetto di un ambiente che, lo ripete come un mantra, di ogni alpinista resta sempre più forte.

Lui le chiama le scolastiche. In un mondo in cui le tentazioni strizzano l’occhio alla vanità e offrono palcosce- nici di parole, Munarin torna con la mente alla scuola. I banchi in cui ci si sedeva e da cui si ascoltava, si imparava. E si cresceva. Ogni uscita, anche con quattro decenni di montagna alle spalle, anche con un curriculum che conta un titolo da istruttore sezionale del CAI di Biella, nonché uno da vicecapo della stazione Valle Elvo del Soccorso alpino, oltre a lunghi anni da chiodatore e apritore di vie, realizzatore di progetti inediti, attività invernali e più di 120 salite e discese in solitaria, anche con tutto questo in tasca Munarin continua a sentirsi uno scolaretto. «Le mie non sono imprese, ma una ricerca vera. Un modo profondo e sincero di apprendere gli insegna- menti della montagna ed entrare a far parte del suo mondo. Esperienze che vivo in punta di piedi per cogliere le più piccole sfumature, con umiltà. Nella coscienza delle mie paure, compresa quella di non essere accettato, di sentirmi un estraneo e dover tornare sui miei passi, e nella consapevolezza che saprei sempre accomiatarmi con profondo rispetto».

© Daniele Molineris

Guidato da questo approccio slow, quasi meditativo, Roberto Munarin con il tempo si è reso uno dei più originali e innovativi alpinisti della scena biellese. Uno sportivo sui generis. Che non ha guardato alla montagna per farne reddito e pure ne ha percorso i tratti con la stessa intensità di un professionista. Anni di lavoro partiti quasi in sordina con la formazione classica del Club Alpino, poi il primo gradino istituzionale. Istruttore di alpinismo, arrampicata, cascate di ghiaccio per la scuola Guido Machetto del CAI concittadino di Quintino Sella. Quasi vent’anni da docente e, nel frattempo, l’esperienza nel soccorso e l’incontro folgorante con Tito Sacchet, precursore dell’arrampicata in quella mecca diventata la bassa Val d’Aosta. Con lui Munarin inaugura la stagione delle chiodature, rigorosamente dal basso. Mettono per primi il trapano tra le fessure di Mitico Vento a Machaby, poi si spostano ad esplorare i settori inediti di Outrefer  e Albard. Per Roberto è il colpo di fulmine, lo sbocciare di una passione che a tutti i costi sente di dover trasferire ai suoi monti. Alla sua casa. Nasce così l’idea: un gruppo chiodatori tutto biellese, da mettere all’opera nella verticalità che ha visto perfezionarsi talenti unici. Da Guido Machetto a Nito Staich. «Quanto mi impressionavano quei salti di roccia che scendono dal monte Tovo e che raccontano decenni di storia alpinistica della mia terra – ricorda Munarin – Strutture e sentieri gloriosi lasciati in stato di abbandono, non solo per la scarsa conoscenza dei luoghi, ma anche per il pionierismo delle lontane chiodature. Qualcosa di ormai troppo distante dalle esigenze di sicurezza degli arrampicatori moderni». Insomma, è tutto da rifare.
Tutto da sistemare. Tutto ancora da inventare. E così, nel 2005, la macchina si accende.
La prima via, Ai Event, chiodata con l’amico Aldo Echerle, apre il gas. E poi via, come siluri. In appena cinque anni, con centinaia di giornate di lavoro, nella sola Conca di Oropa quasi centosettanta tiri di corda vengono chiodati in undici settori e decine di vie diventano realtà. Rinascite. Battesimi ex novo. Sono linee che si disegnano sulla misura di chiunque. A disposizione di chi le voglia provare e rivivere, dalle più classiche alle grandi novità.

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Brevi e lunghe, facili e difficili, tutte sono unite dal filo di un nome che inizia sempre allo stesso modo: Ai. Come Ai Gat ad Piumb, il gruppo di questi nuovi chiodatori. Stesso prefisso, due vocali, in una forma di rispetto anche simbolico verso la montagna. «Un modo di chiedere il nostro permesso» chiarisce Munarin. È un’attività senza alcuno scopo di lucro. Lui, il fondatore, non vuole lasciare che ci siano sospetti su questo. Con gli aiuti dei sostenitori e degli amici, che donano materiale, e con spese annue di poche centinaia di euro, la Conca si arricchisce di tutto ciò che non aveva mai ricevuto da nessuno. Per Roberto Munarin – che all’attivo oggi tiene nel cassetto oltre 1.200 tiri di corda, ben più del solo progetto realizzato nell’area protetta del Santuario mariano – è la ciliegina sulla torta. La soddisfazione, sapendo che il dolce vero resta fatto di tanti altri ingredienti. Lasciato il trapano, dal mazzo spuntano i jolly giocati con la corda. Con le piccozze. Con i ramponi.
E soprattutto con gli sci. Nel corso degli anni Munarin colleziona un numero spropositato di salite e discese. Misto, ripido, invernale puro, nella lunga ricerca ce n’è per tutti i gusti.
E il poker scende con le realizzazioni più ardite: quelle inedite e le solitarie. Solo di queste ultime il biellese ne colleziona oltre un centinaio. E ancora non si ferma. «Sono i momenti in cui sono più me stesso. Da solo, con le mie montagne. E per forza di cose è lì che la preparazione diventa quasi maniacale. Soprattutto nel periodo invernale, quello che di gran lunga prediligo, è tutto un pianificare. Ricercare la linea della salita, della discesa, individuare il passaggio impossibile fra le rocce, il pendio più addomesticabile, l’attacco, l’uscita». Non sempre tutto è facile. Spesso è un gran gioco di incognite e difficoltà. A volte, anche di rinunce. Ma lui lo dice: «Qui non c’è niente di commerciale. Niente da vendere. Questo modo di vivere la montagna va semplicemente oltre il gesto atletico e rappresenta un mio modo di stare a stretto contatto con l’ambiente e la natura selvaggia che mi circonda». Niente di più.

L’unica vetrina verso il mondo è un sito web. Raccolte con la cura di un padre, tutte le immagini delle avventure di Munarin si srotolano lungo una stessa pellicola. Fotogrammi di un unico sogno. La solitaria alla parete Nord del Mombarone, la vedetta della Valle Elvo, quella alla Nord-Est della Punta Tre Vescovi, quella alla Nord del monte Roux. Lui racconta che ogni volta è un crescendo di emozioni. «La settimana prima del grande giorno i collegamenti web non si contano. Controllo continuamente l’evoluzione del meteo, analizzo tutti i siti che conosco. Incrocio i dati. E intanto tengo sempre fra le mani le foto del mio progetto. In auto, a pranzo, a cena, sul desktop del computer: ogni momento è buono per ripassare i compiti. Poi arriva il momento delle riflessioni. È quasi ora. E io divento taciturno, assente. Anna lo sa.  E ogni volta capisce al volo che qualcosa bolle in pentola». Ma la scolastica vince sempre. È lei la più forte. Il grande giorno l’essenziale è fatto di poche cose: una colazione che è quasi un pranzo, uno zaino che riduce al minimo i pesi e un cuore tormentato di emozioni. «Me lo chiedo ogni volta. Ma chi me lo fa fare?».
E nessuno la risposta la sa. «Poi arrivo all’attacco, indosso l’imbrago, calzo i ramponi, metto gli sci nello zaino, controllo di avere tutto. E parto. È il momento in cui divento una cosa sola con la mia montagna: la tensione si allenta, sento l’abbraccio della parete e non mi sembra più di essere solo». È l’apoteosi dell’alpinismo introspettivo. Una specie di catarsi. Che però non fa sconti, e impone di mantenere sempre le antenne dritte. «Alterno passaggi facili che supero in conserva ad altri più alpinistici, che affronto in autoassicurazione – spiega Munarin -. È un’armonia fatta di perfetta concentrazione e veloce progressione: i due requisiti fondamentali per conquistarsi il diritto, a patto che la montagna lo voglia, di toccare la cima».

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Una vetta, però, non è mai in tasca finché non si torna dove si è partiti. Così dice la storia. E Munarin a queste parole crede dal profondo. «Non deve essere cima a tutti i costi. Non mi importa. L’essenziale è coltivare un’idea, immaginarla, farla propria e tentare il possibile per realizzarla». Ecco perché, al di là delle uscite solitarie, ogni jolly giocato dal Maestro – come tanti amici ormai lo chiamano – è il punto di arrivo di uno studio. Di una proiezione mentale. E mai di una banale esecuzione meccanica di gesti. Anche l’ultimo asso calato è figlio di questa logica, Ai fil di cresta. Sempre Ai. Sempre una linea. Sempre un’idea nuova alla base. Una traversata a fil di cresta dalla Colma del Mombarone al Monte Barone, l’Ovest e l’Est delle Alpi Biellesi, passando per la locale Alta Via e per la montagna regina, il Mars (2.600 m) e poi ancora per il Cresto e la Valle Cervo, il Bo e le linee fra Valsessera e Oasi Zegna. Un sogno nuovo, da rendere vero a puntate. Con calma. Con i compagni giusti, la preparazione adeguata e con sci e pelli. E se qualcosa, a dirla tutta, è già diventato realtà, altro lo diventerà nei tempi a venire. Quando il destino lo vorrà. Per Munarin, in effetti, non conta correre, conta solo vivere. E ora che i jolly spunteranno dal mazzo senza più obblighi di lavoro a intralciare, ogni singolo giorno potrà finalmente essere quello buono. Pronto a spargere il profumo della vita da divorare. Dell’ossigeno da inseguire. E dei sogni da coltivare.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 128

© Daniele Molineris

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