Per generazioni le guide alpine hanno imparato ad adattarsi alla montagna: al meteo, alla neve, al ghiaccio, alle stagioni. Oggi, però, si trovano di fronte a qualcosa di diverso. La decisione delle guide di Zermatt di non accompagnare più clienti sul Cervino non nasce da un temporale o da una perturbazione passeggera, ma da una trasformazione sempre più evidente dell’ambiente alpino, accelerata dalle temperature eccezionalmente elevate di quest’estate.
La scelta arriva dopo l’ennesima serie di incidenti mortali e in un’estate segnata da temperature eccezionalmente elevate. Lo zero termico ha raggiunto e in alcuni giorni sfiorato i 4.478 metri, la quota della vetta del Cervino. Una situazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata eccezionale e che oggi rischia invece di diventare sempre più frequente.

Il problema non è soltanto il caldo. È ciò che il caldo provoca.
Per decenni neve, ghiaccio e permafrost hanno funzionato come un collante naturale, tenendo insieme interi versanti rocciosi. Quando questo equilibrio termico viene meno, la montagna cambia comportamento: aumentano i distacchi di pietre, le creste diventano più instabili, i canali si trasformano in scariche continue di detriti e gli itinerari classici non sono più gli stessi. Non è la montagna a essere diventata più difficile. È diventata più fragile.
Sul versante svizzero la situazione è particolarmente critica lungo la cresta dell’Hörnli, dove il degrado del permafrost e la scomparsa del ghiaccio hanno reso alcuni tratti molto più esposti alle cadute di massi. Per questo le guide di Zermatt hanno deciso di ridurre drasticamente le ascese al Cervino, chiedendo addirittura che, nelle giornate più critiche, venga introdotto un divieto ufficiale di salita.
Sul versante italiano, lungo la Cresta del Leone, la situazione è diversa. La morfologia della montagna rende attualmente l’itinerario meno soggetto alle scariche di pietre e le guide del Cervino continuano a lavorare, pur monitorando quotidianamente le condizioni. Nessuno, però, minimizza il problema: semplicemente, oggi le due vie reagiscono in modo diverso allo stesso fenomeno climatico.
Questa vicenda racconta qualcosa che riguarda molto più del Cervino.
Negli ultimi anni l’alpinismo ha già dovuto imparare a convivere con estati sempre più lunghe, ghiacciai che arretrano rapidamente, crepacci che si aprono prima del previsto e finestre favorevoli sempre più brevi. Molti itinerari vengono ormai affrontati in primavera anziché in piena estate; altri sono stati modificati o addirittura abbandonati. Il cambiamento climatico non è più soltanto un argomento da convegno o da rapporto scientifico: è diventato una variabile quotidiana nella pianificazione di una salita.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più significativo della decisione delle guide di Zermatt. Non è un gesto dettato dalla paura, ma dall’esperienza. Quando chi conosce una montagna meglio di chiunque altro decide di rinunciare al lavoro pur di non aumentare il rischio, significa che qualcosa è cambiato davvero.
Per chi ama la montagna è una notizia difficile da accettare. Per anni siamo stati abituati a pensare alle Alpi come a un paesaggio quasi immutabile, dove le trasformazioni si misurano in ere geologiche. Oggi, invece, basta confrontare una fotografia di vent’anni fa con una di oggi per capire quanto rapidamente stiano cambiando ghiacciai, pareti e creste.
Forse il punto non è chiedersi se riusciremo ancora a salire il Cervino. Probabilmente sì, scegliendo il momento giusto e accettando condizioni sempre più variabili. La vera domanda è un’altra: a quale montagna dovremo imparare ad adattarci nei prossimi decenni?
Perché il cambiamento climatico non sta soltanto modificando il paesaggio. Sta riscrivendo le regole dell’alpinismo. E la decisione delle guide di Zermatt potrebbe essere ricordata come uno dei primi segnali, forti e concreti, di questa nuova realtà.
© foto RAI e Zermatters
