L’estate 2026 si è lasciata alle spalle una lunga serie di record di temperatura. E ora, inevitabilmente, per noi malati lo sguardo va all’inverno, sempre se di inverno si potrà parlare.
Un’estate calda non significa automaticamente un inverno caldo, così come una singola stagione non può prevedere quanta neve cadrà nei mesi successivi. Ma il contesto nel quale ci prepariamo ad affrontare il prossimo inverno è sempre più difficile da ignorare.
Secondo il CNR-Ibe, l’estate 2026 è stata la più calda in Italia almeno dal 1950. Agosto, a sua volta, è risultato il mese di agosto più caldo della serie, con un’anomalia di +3,5 °C rispetto alla media 1991-2020. È quanto riporta la Società Meteorologica Italiana nel suo bilancio dell’estate, sulla base dei dati CNR e Copernicus.
Il dato non riguarda però soltanto l’Italia. Secondo il Copernicus Climate Change Service, l’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale, con un’anomalia di circa +2,5 °C rispetto al periodo 1991-2020, superando anche il precedente riferimento del 2003. A livello globale, agosto 2026 è stato il più caldo mai registrato per il mese.

Numeri che, per chi scia, possono sembrare lontani. Ma non lo sono.
La prima cosa da chiarire è che un’estate caldissima non permette di prevedere l’inverno. Potremo ancora avere grandi nevicate, settimane fredde e stagioni memorabili. Il clima non cancella la variabilità meteorologica.
Il problema è la tendenza di fondo.
Con l’aumento delle temperature, soprattutto alle quote più basse, una parte delle precipitazioni che un tempo cadeva come neve arriva più facilmente sotto forma di pioggia. E quella che cade dura meno: la fusione primaverile arriva prima, riducendo progressivamente la durata del manto nevoso.
Per noi significa cose molto concrete. Forse partiremo più spesso a gennaio invece che a dicembre. Cercheremo quota ed esposizioni favorevoli. Aspetteremo la nevicata giusta. Faremo più chilometri per trovare le condizioni che una volta erano dietro casa.
Sono piccole rinunce, se guardate dalla prospettiva di uno sciatore che può cambiare destinazione.
Ma la questione non riguarda soltanto noi.
L’estate 2026 ha portato con sé anche una severa siccità in molte zone d’Europa, suoli estremamente secchi, incendi e livelli molto bassi di grandi fiumi come Po, Rodano, Reno e Danubio. Solo le precipitazioni di fine agosto hanno permesso una parziale ripresa.
E qui la neve smette di essere semplicemente il terreno sul quale facciamo una curva.
Il manto nevoso è una riserva d’acqua naturale: accumula precipitazioni durante l’inverno e le restituisce progressivamente alla montagna durante la primavera e l’estate. Se diminuisce la neve, o se si scioglie molto prima, cambia anche il modo in cui l’acqua arriva a fiumi, ecosistemi, agricoltura e produzione idroelettrica.
La montagna che perde neve non perde soltanto la possibilità di sciare.
Non serve essere catastrofisti. Serve essere realisti. La scienza non ci sta dicendo che domani il mondo finirà, ma che il mondo che conosciamo sta cambiando e che il ritmo dipende anche dalle nostre scelte. Il caldo estremo, la siccità, gli incendi, la scarsità d’acqua e gli eventi meteorologici più intensi non sono problemi del futuro: sono già parte del presente. La vera domanda, allora, non è soltanto quanta neve troveremo questo inverno, ma in quale mondo vogliamo vivere tra venti, trenta o cinquant’anni.La prossima volta che aspetteremo una perturbazione, quindi, potremmo guardare il cielo con un’attenzione diversa. Non solo perché vogliamo sciare, ma perché abbiamo capito quanto sia prezioso poterlo ancora fare.
Fonti:
SNP Ambiente clima estate 2026
Copernicus Climate Bulletins
