François D’Haene, in vino veritas

Se hai la fortuna di essere accolto al Domaine du Germain e di bere un buon bicchiere del rosso che produce potrai conoscere il vero François D’Haene. Che è abbastanza diverso dalla sua immagine pubblica

© Federico Ravassard

È di questi giorni la notizia che François D’Haene ritornerà all’UTMB nel 2020. Noi siamo andati a trovarlo a casa sua dopo l’ultima, indimenticabile, vittoria nel 2017, davanti a Kilian Jornet. L’articolo è stato pubblicato sul numero 115 di Skialper.

Non è vero, ma ci credo. Oppure, se volete, non ci credo, ma è vero. A volte le coincidenze sono solo coincidenze, ma nel caso di François D’Haene potrebbero non esserlo e c’è un sottile filo magico che lega i suoi successi a un luogo: Domaine du Germain, comune di St.-Julien-en-Beaujolais, dipartimento del Rodano. Dopotutto ci troviamo a pochi chilometri da Lione, che con Torino e Praga forma un noto triangolo dell’esoterismo. La terra rossa argillosa di queste colline famose per il loro vino allegro e fruttato sembra avere avuto un magnetismo positivo sulla vita e la carriera sportiva del più forte ultra-trailer del mondo. François e la moglie Carline hanno completamente cambiato le loro vite nel 2012 quando hanno messo tra parentesi le precedenti occupazioni per prendere in affitto le vigne della famiglia di Carline. Da fisioterapista e vignaiolo. Da atleta di buon livello a trail runner più forte del mondo. Guarda caso Il 2012 è il primo dei cinque anni magici. Cinque – altro legame esoterico – come i tralci di ogni vigna di Gamay che possono essere potati ogni anno secondo il contratto di affitto firmato da François e Carline. Prima una bella carriera, con il terzo posto alla CCC del 2006, il podio sfiorato a La Reunion e ai Templiers, il secondo posto alla TNF Australia. Risultati che ognuno di noi farebbe carte false per ottenere, per carità. Ma manca quel numero – uno – nelle gare che contano veramente. Sei uno tra i tanti. Poi improvvisamente nel 2012 arriva la vittoria all’Ice Trail Tarentaise e all’UTMB, il secondo posto all’Endurance Challenge 50 in California, nel 2013 la vittoria alla 80 km du Mont Blanc e alla Diagonale des Fous, nel 2014 il trittico Mt Fuji, UTMB e Diagonale, nel 2016 ancora la Diagonale e la Hong Kong 100, nel 2017 Madeira, Maxi Race d’Annecy e soprattutto l’UTMB dei record, quella che lo consacra, se ci fosse stato ancora bisogno di una prova, come il più forte ultra-trailer del mondo. Di sempre. Questo paesino di 800 abitanti, questo domaine con le case di pietra rossa e le vigne basse sembra essere il primo segreto dei successi di Dr Jekyll & Mr. D’Haene. Chi lo ha frequentato nei giorni di gara ha conosciuto Dr Jekyll. Di poche parole, quasi altero, quasi burbero. Non è uno dei simpaticoni della tribù del trail, vive nel suo mondo. Si dice che questa primavera, a Madeira, non sapesse che aspetto avesse Pau Capell che doveva tenere d’occhio perché era uno degli avversari più pericolosi. Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo au calme, al domaine, ha conosciuto il vero Mr. D’Haene: molto ospitale, simpatico, spontaneo, semplice e con due valori sopra a tutti: la famiglia e la condivisione. Condivisione delle esperienze e dei piaceri della vita con gli amici. Quegli stessi amici che lo hanno accompagnato nel record del GR 20 o sul John Muir Trail e che vengono ad aiutarlo a vendemmiare. Chi lo conosce bene dice che Mourinho non è tanto diverso: burbero fuori, amico in famiglia e con la squadra. Forse sono le virtù dei vincenti.

© Federico Ravassard

Giovedì 9 novembre, ore 10 in punto. In una uggiosa mattina autunnale passiamo Lione e lasciamo l’autostrada per spingerci verso le colline. Superiamo un paesino che sembra uscito da una cartolina, con una mairie mignon ma impeccabile nel suo abito, con tre bandiere tricolori a sventolare. Imbocchiamo una stradina di campagna. Il cartello dice Domaine du Germain. Tutto intorno solo vigne basse, con le foglie gialle e rosse. Ci sono quattro o cinque casette di pietra rossiccia. Nessun citofono, nessun cognome. Proviamo a salire su una stretta e lunga scala. Suoniamo il campanello. Si apre una porticina e, chinando il capo, esce un gigante. «Bonjour François».

La prima domanda è d’obbligo, che bottiglia hai aperto per festeggiare la vittoria all’UTMB?
«Tutte».

L’UTMB 2017 ti ha cambiato la vita. C’è un prima e un dopo?
«Sicuramente, sono più conosciuto. Nei giorni scorsi ero ospite a Grenoble Montagne e hanno dovuto aggiungere 400 sedie. Qui in paese però non è cambiato molto. Mi conoscono tutti e si sono sempre interessati ai risultati alle gare. Con tanta passione. C’è gente che non sa cosa sia la corsa e il trail, ma ha seguito ora per ora l’UTMB e quando mi incontra, magari seduta sul trattore, mi fa cento domande».

Al Domaine c’è tanta pace, un’atmosfera molto diversa dalle gare, come vivi questo contrasto?
«Sono solo alcuni giorni o ore, poi torno qui, fa parte del gioco. In tanti mi chiedono informazioni o autografi, ma trovo che oggi ci sia soprattutto questa mania del selfie, li vedo tutti pronti con quel braccio allungato, sorridenti».

 E poi non sempre c’è la folla e la pressione dell’UTMB…
«Alle gare con poca gente le persone hanno più tempo per chiederti un selfie e parlare, c’è meno frenesia, nel bene ma anche nel male, preferisco l’UTMB. Però quello che trovo difficile da accettare è la superficialità. Da fuori sembra tutto facile, diventa tutto banale. Tra l’UTMB e la Diagonale des Fous mi ha chiamato Xavier Thévénard. Voleva chiedermi come mi ero trovato a fare la Diagonale dopo l’UTMB perché non si sentiva in forma, voleva capire se aveva senso per un top provare due cento miglia così vicine a fine stagione. Poi è andata come è andata e ho sentito gente dire che ha accettato l’invito solo per farsi una vacanza. Ma come si può pensare che uno come lui che ha scritto la storia dell’UTMB abbia bisogno di questi espedienti per andare a farsi una vacanza?». 

Jim Walmsley all’UTMB scappava via e poi vi aspettava ai posti di rifornimento, è vero?
«Sì, arrivava magari con tre minuti di vantaggio, sulle discese andava a tutta e poi voleva ripartire con noi per non tirare da solo. Forse questa strategia lo ha un po’ prosciugato, ma in realtà credo che si sia davvero trattenuto, secondo me è solo una questione di tempo, e non di chilometri, fino a 12-13 ore conosce bene il suo fisico e le sue reazioni, oltre no».

Mentre parliamo attorno all’isola della grande cucina di casa, François ci offre un caffè. Non sarà come quello italiano però. Invece nella tazzona c’è una miscela piacevole, certo non nelle piccole quantità di un espresso. L’ho presa negli Stati Uniti, ha un retrogusto di cacao.

Sei settimane dopo l’UTMB hai fatto registrare il record sul John Muir Trail, uno dei trekking più popolari degli Stati Uniti. Come hai potuto recuperare così in fretta?
«Impossibile recuperare così velocemente, infatti la stanchezza si è fatta sentire, però le avventure come il John Muir o il GR20 in Corsica me le scelgo attentamente, sono qualcosa di diverso da una gara. Non mi interessa il record fine a se stesso, ma correre in posti magici con i miei amici e condividere una bella esperienza con la famiglia. Infatti a farmi da pacer c’erano quattro amici una volta e cinque l’altra. L’orologio lo guardo solo alla fine, al John Muir ero abbastanza tranquillo perché avevo dodici ore di vantaggio».

Più duro il GR20 o il John Muir?
«GR 20, in 31 ore ho fatto 180 chilometri, il meteo era variabile, i tempi di riferimento nelle varie sezioni non erano affidabili. Al John Muir provi altre sensazioni, la solitudine, il caldo del giorno in contrasto con il freddo della notte. Penso di avere attraversato una sola strada in più di 300 chilometri. A volte ti ritrovi a pensare che è meglio non forzare troppo perché se ti fai male dovrai comunque camminare 30 ore per trovare qualcuno, non ci sono rifugi. Di giorno, anche a quote sopra i 3.000 metri, si stava bene in maglietta, la sera faceva meno cinque. Finché corri non lo senti, ma se ti vuoi fermare a dormire è dura, ecco perché, quel poco che ho dormito, l’ho fatto soprattutto di giorno. E la notte è lunga, perché il buio durava 13 ore».

Dormire. All’UTMB non si chiude occhio, su 300 chilometri e oltre sì. Che strategia hai usato?
«Mi sono fermato 12 ore circa, ma in totale non ho chiuso occhio più di 3 ore. La testa viene invasa dai pensieri: quanto manca, mi faranno male le gambe? Una volta ho provato a dormire di notte: mi avevano acceso un fuoco, ero ben coperto, ma era impossibile per il freddo. Il John Muir mi ha fatto pensare. Le cento miglia, almeno per il mio corpo, sono una barriera accettabile, ho trovato un buon equilibrio arrivando a farne due o tre a stagione. Oltre credo che la mancanza di sonno sia un fattore importante da tenere in considerazione. Dopo una UTMB ci vogliono mesi per recuperare, ma dopo un Tor? Forse avrebbe senso, oltre una certa distanza, stabilire delle pause obbligate per fare dormire gli atleti top, diciamo tre da un’ora. Quando partecipi ai raid è così».

Non c’è dubbio che i fisici reagiscano in parte in maniera diversa e anche il recupero cambia da persona a persona.
«A volte è importante liberare la testa. Me ne sono reso conto dopo l’UTMB. Finita la gara ho festeggiato per qualche giorno e poi, già la settimana dopo, qui abbiamo vendemmiato. Non ho avuto modo di pensare quanto ero stanco o se mi facevano male le gambe, c’era da lavorare, da correre, in un altro senso. E dopo una settimana stavo bene».

Dopo queste considerazioni arriva la seconda domanda d’obbligo. Che poi sono due domande: farai l’UTMB 2018? E il Tor des Géants?
«No, non sarò a Chamonix, non l’anno prossimo, è una delle poche decisioni già prese per il calendario 2018. Non escludo di tornarci, ma non subito. Il Tor? Una volta nella vita lo voglio fare, ma ora è molto difficile perché capita proprio nei giorni della vendemmia».

Il calendario quando lo decidi? Come fai a trovare le motivazioni dopo avere vinto tanto?
«L’autunno è la stagione della riflessione, ci sto pensando proprio ora e di solito lo rendo pubblico a metà dicembre. Mi aiuta molto cambiare, correre in posti diversi. L’anno scorso ho inserito la Maxi Race di Annecy perché era vicino a casa e potevo allenarmi con Michel Lanne, volevo fare la Lavaredo Ultra Trail perché non conosco le Dolomiti, ma purtroppo ho dovuto rinunciare per un infortunio. Poi Madeira, un altro posto nuovo e con una densità di atleti forti al via che è stata inferiore solo all’UTMB. L’UTMB? Volevo tornarci dopo qualche anno e poi quando ho visto che c’erano tutti quei top al via ho pensato che difficilmente ci sarebbe stata ancora una gara così».

E i record?
«Cerco luoghi e itinerari particolari, ma non necessariamente famosi: il prossimo potrebbe proprio essere un sentiero da inventare, dove non sono già stati registrati fastest known time».

Hai già qualche idea?
«No, dopo la Corsica ci ho impiegato sei mesi per avere la testa libera di pensare a un’altra avventura. Non è semplice: bisogna badare alla logistica, a chi verrà con te, a quando andare. Pesa tutto sulle mie spalle».

Hai corso poco in America, ci andrai quest’anno?
«Forse la Hardrock, ma non so, in America non hai la certezza di riuscire ad avere il pettorale e poi magari ti ritrovi a correre con pochi atleti top».

I cavalli nel motore non mancano, hai mai fatto un pensierino alla Marathon des Sables?
«Una volta mi ero anche iscritto, poi non sono potuto andare. No, però ora non credo che ci andrò più, in quel periodo voglio sciare e poi è ben diverso da un trail tradizionale, in effetti è un po’ un unicum nel calendario ITRA».

François scalpita dalla voglia di mostrarci il Domaine. Abbiamo tre ettari e mezzo di vigne qui e uno a 40 minuti di auto, dopo ve le faccio vedere aveva detto accogliendoci. La nostra giornata prosegue dunque passeggiando tra i bassi filari di Gamay. Passeggiando, non correndo. Vedi, qui sopra produciamo La Germaine, un Beaujolais Village leggero e fruttato, lì sotto il Calvaire, più complesso, dai profumi intensi di frutta e più tanninico. Vedrai quando li degusteremo, sono diversi, eppure le vigne sono a pochi metri una dall’altra. Ma ci sono anche altri fattori da tenere in considerazione. Il primo lo produciamo con una macerazione veloce, il secondo invece rimane di più nella cisterna di fermentazione in cemento. François si inerpica su per i dolci declivi di questo angolo di Beuajolais. Ci vuole mostrare le vette più alte della regione, dove spesso va ad allenarsi. Qualche sparuto grappolo non è stato tolto durante la vendemmia. Gli acini sono piccoli e scuri, potrebbero anche essere dei grandi mirtilli. François ne strappa uno e lo schiaccia tra le dita. Dentro il succo è chiaro, volendo si potrebbe anche fare del vino bianco, ma noi produciamo giusto un rosè estivo. Questo vitigno si chiama Gamay ed è il principale della regione del Beaujolais. le viti sono basse, i grappoli e gli acini piccoli, non è certo uva da tavola.

© Federico Ravassard

In quanti siete al domaine?
«Due, io e Carline».

Come fate, non avete una formazione legata alla viticoltura?
«Ci siamo subito appassionati, amiamo il buon vino, Carline, dopo che siamo arrivati al Domaine, ha fatto studi enologici e all’inizio ci ha aiutato Laurent Gobet, il vecchio vignaiolo del Germain».

Solo due, il lavoro non manca…
«Sì, oltre alla vendemmia bisogna prendersi cura delle viti e poi vinificare. Guarda questo filare: qui ho già potato cinque tralci, da contratto ne possiamo tagliare solo cinque all’anno e siamo in due a farlo sui quasi cinque ettari del Domaine».

Come è la tua giornata tipo, quando trovi il tempo di allenarti?
«Non ho una giornata tipo. Nessuna è uguale all’altra. Quando carico vado a correre su queste colline, faccio un’ora e mezza, due ore, posso pestare solo sterrato e prati e arrivo a 700 metri di dislivello, poi una volta la settimana e nel week end salgo in montagna e allungo, anche cinque, sei ore. Ma non c’è una regola, a volte corro la mattina, altre il pomeriggio, salgo in montagna il mercoledì oppure un altro giorno. Anche nella scelta dei percorsi cerco di variare».

Corri da solo?
«Quasi mai, ho un bel giro di amici runner».

Ascolti musica?
«No».

Che cosa vuol dire correre?
«Prendere aria, stare nella natura».

Usi il cardiofrequenzimetro?
«No, guardo solo distanza, tempo e dislivello».

Conosci i tuoi parametri?
«Solo altezza e peso, uno e novantadue e 70-75 chili, piede 10 e mezzo, non mi è mai interessato sapere altro».

In questa stagione corri?
«Molto poco, giusto per il piacere di farlo quando ne ho voglia. Poi in inverno mi alleno soprattutto con lo scialpinismo e lo sci di fondo, non mi dispiace anche la bici».

Giusto, l’anno scorso alla Pierra Menta sei arrivato undicesimo. Ti piace pellare?
«Molto, quest’anno abbiamo preso una casa proprio vicino a dove si corre la Pierra, vorremo andarci nei fine settimana ma anche due o tre mesi durante l’inverno. Ho sempre sognato di svegliarmi con la neve attorno e stiamo organizzandoci per mandare i bimbi a scuola lassù».

Quante Pierra Menta hai fatto?
«Undici. Tutte con Alexis Traub, mio cognato, come le altre gare in coppia. Ho anche pellato qualche volta con Laetitia Roux. È buffo, abbiamo fatto entrambi la stessa scuola di fisioterapia e ora nessuno dei due fa il fisioterapista. E Matteo Eydallin, sta ancora vicino a Gap? Da quelle parti ho anche io dei parenti».

Per le cronache, Alexis Traub non è ‘solo’ il cognato di D’Haene, ma è stato anche nazionale francese di corsa campestre e di corsa in montagna. Un ambiente, quello della corsa campestre, che ha frequentato anche François.

Come hai scoperto il trail?
«Ho fatto atletica da sette a 17 anni, ma quel modo di interpretare la corsa mi stava stretto, nel trail ho trovato subito la libertà».

Come si fa a diventare François D’Haene, voglio dire, hai fatto trail per diventare il più forte al mondo, avevi un programma e delle idee ben precise?
«No, passo dopo passo. Quando ho iniziato a correre fuori le gare lunghe non esistevano quasi, facevo 20-30 chilometri. Poi ho cominciato a provare i 70 chilometri e mi sono reso conto che dopo qualche ora, quando gli altri erano cotti, davo il mio meglio. Anche quando sono entrato nel Team Salomon, mi sono detto: vediamo, passo dopo passo, io continuo ad andare per la mia strada».

Quando hai capito che potevi diventare forte?
«Anche questo passo dopo passo, la prima pietra è stata la vittoria nel 2006 al Tour des Glaciers de la Savoie, i famosi 70 chilometri».

Si avvicina l’ora di pranzo e, prima di portarci in paese, da Chez Audrey, l’unico bar-ristorante di Saint-Julien, François ci scorta in cantina. Carline ha preparato una verticale di Beaujolais del Domaine. Inutile dire che, a digiuno, è stata peggio di un ultra-trail. E naturalmente ha vinto François. Abbiamo potuto apprezzare i diversi aromi e le diverse densità. Già, proprio quella densità che François ha utilizzato per descrivere l’alto numero di atleti top al via. Dopo pranzo abbiamo fatto un altro salto a casa D’Haene. Una scusa per curiosare nella cantina privata.

Bevi anche birra?
«Certo, eccola qui, dopo le gare non so resistere».

Hai qualche vino italiano?
«Guarda queste due bottiglie, sono italiane, sono buone? Credo che me le abbia regalate Marco De Gasperi».

Sono due vini di Valtellina, uno un Sassella. In un angolo scorgo una lastra di marmo con il profilo della Corsica e dei nomi incisi. È un ricordo del GR20, me lo ha regalato un runner locale e ci sono i nomi e i tempi di tutti quelli che hanno fatto il record.

Dove tieni coppe, medaglie e trofei, ce li fai vedere?
«Eh sono un po’ sparsi, dai miei, dai parenti».

E l’ultima UTMB, ce l’avrai il trofeo? Ma poi, in cosa consiste?
«Sì quello dovrei averlo, aspetta che lo cerco».

Traffica in cantina, ma niente. Ci spostiamo nel locale vicino. Qui facciamo la vendemmia. Di solito si svolge in una settimana. All’inizio prendevamo delle persone che pagavamo alla giornata, ma poi abbiamo pensato che doveva essere un momento per condividere le cose belle della vita e vengono i nostri amici. Una quarantina di persone per finire tutto in tre-quattro giorni. La buttiamo sul divertimento, con vari giochi goliardici e premi. Sulle pareti ci sono ancora il regolamento e la classifica dell’ultima vendemmia. Finalmente François tira fuori da un ripostiglio il trofeo dell’UTMB 2017. Diavolo d’un François, ha vinto la gara del secolo e la coppa la tiene nascosta, quasi si è dimenticato dove l’ha messa. Dopotutto la sua ricetta del successo è proprio questa: semplicità, lavoro, uno stile normale, non monastico come quella di tanti pro, tanta varietà nel suo menù, dalla scelta dell’allenamento a quella della gara, famiglia, condivisione. E un buon bicchiere di vino rosso. Ci ha confessato che anche il giorno prima dell’UTMB non se l’è fatto mancare. In vino veritas.

Miti e riti

Se non fosse già stata assegnato tempo fa a Julien Chorier, che nella vita è veramente ingegnere, l’appellativo ingénieur sarebbe stato perfetto per François D’Haene, che è uno dei trail runner più precisi e flemmatici. All’ultima UTMB agli uomini dell’assistenza Salomon ha consegnato un foglietto con la lista di quello che voleva trovare pronto a ogni stazione di rifornimento. In tutte le gare a un certo punto si mette una maglia tecnica Salomon di qualche anno fa, con delle grandi tasche davanti e la vestibilità attillata. Ne ha due o tre esemplari. Mi trovo bene perché non lascia grinze e per questo non diventa mai umida e non prendi freddo. Proverbiale anche il suo scatto felino quando arriva l’alba. Guarda caso le sue vittorie più belle iniziano tutte con una notte in gruppo e la fuga con il sorgere del sole. Prima dell’ultima UTMB ha confessato di non amare correre da solo nella notte. In allenamento mi piace, ma una notte interamente da solo sulle montagne non la auguro a nessuno: a me è successo sul Monte Fuji, cento chilometri da solo…

A ogni gara il suo vino

Abbiamo giocato ad abbinare tre vini del Domaine du Germain a tre gare vinte da François. Lui si è prestato molto volentieri. «La Germaine è l’UTMB, quello che ti aspetti dal trail classico, senza sorprese: montagne, salite, discese, boschi, pascoli, panorami alpini. Il Calvaire lo paragonerei alla Diagonale des Fous, non è un vino e non è una gara facile, tanti saliscendi, salite ripide, sbalzi climatici, un calvario. Il Moulin-à-Vent è un’altra cosa, è più complesso, con un invecchiamento di 18 mesi accompagna carni in umido e formaggi nelle cene con gli amici, come l’avventura al John Muir Trail o al GR20». François realizza ogni due anni un cartone speciale con tre bottiglie dei migliori millesimati dedicate a tre vittorie. Al Domaine du Germain produce circa 14.000 bottiglie all’anno su un totale di poco meno di cinque ettari di vigne. I suoi vini possono essere acquistati online: domainedugermain.com

© Federico Ravassard

 

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