Dentro la Corsa della Bora

A inizio gennaio la Corsa della Bora è stata una delle poche gare di trail che si è corsa, tra tanti protocolli. Ecco il racconto dall'interno di Dario Pedrotti, uno dei finisher

Quando un’ora prima della tua partenza fuori è buio e il vento sembra voler scoperchiare la casetta in cui ti trovi, ti viene il dubbio che quella di iscriverti alla distanza più lunga della Corsa della Bora, con partenza alle 22.30 di sabato 9 gennaio, sia stata una pessima idea. Poi ti rendi conto che sono mesi che hai voglia di tornare a spillarti un pettorale, che dalle edizioni degli scorsi anni il Carso e il suo fascino rude ti sono rimasti nel cuore, che in realtà quel vento che ruggisce là fuori non vedi l’ora di sentirtelo addosso, e allora ti vesti, molto bene, e vai.

Non amo chi parla con toni troppo enfatici del trail running, non trovo nulla di eroico nel seguire le proprie passioni su e giù per i monti, anche quando ti fanno stare sveglio per varie notti e ti consumano le suole a forza di chilometri e dislivello: sono ben altre le cose importanti e ammirevoli nella vita. Eppure la Corsa della Bora quest’anno a suo modo eroica lo è stata davvero. Non per chi è riuscito ad arrivare in fondo, ma per chi è riuscita a portarla alla partenza.

Il lavoro organizzativo complessivo è stato veramente mastodontico, perché una volta acquisito lo status di gara di interesse nazionale, e quindi la possibilità di far arrivare i concorrenti da tutta Italia anche in giorni di zona arancione, l’organizzazione guidata da Tommaso de Mottoni ha dovuto impararsi a memoria tutti i DPCM usciti negli ultimi 12 mesi e trovare il modo di rispettare alla lettera ogni singolo cavillo. Ne è uscita una manifestazione molto diversa dal solito, fin dal ritiro dei pettorali, con orario da prenotare per tempo per evitare assembramenti davanti alla segreteria, per proseguire nella partenza, sparpagliata su più orari diversi, e nei ristori durante la gara, dove ogni concorrente prendeva il suo sacchettino già pronto e schizzava via. Ma al di là del lavoro vero e proprio, il merito maggiore degli organizzatori è probabilmente quello di averci sempre creduto, dando dimostrazione concreta del fatto che davanti alle difficoltà si può arrendersi, o arrampicarcisi sopra. 

Certo, le gare tradizionali, con il pasta party e tutte le altre occasioni di socialità dentro e fuori dalla corsa vera e propria, mancano a tutti e a tutte, ma una manifestazione un po’ asettica come questa è comunque mille volte meglio di stare a casa a struggersi per la nostalgia del pettorale. Tornando alle cose di corsa, la 80 km non è stata certo una passeggiata di salute (e, visto che la Bora ha proseguito a soffiare imparziale anche per tutta la giornata di domenica, neanche le distanze più corte lo sono state).  Durante la notte sono state registrate temperature di -10 °C, con raffiche di Bora fino a 130 km/h che hanno molto abbassato ulteriormente la temperatura percepita.  Eppure essere lì, nel buio, con il vento che suonava tutti gli alberi della foresta e, dove mancava la foresta, suonava abbondantemente anche te, è stato a suo modo magico. Personalmente ho sentito molto la mancanza delle stelle e del cielo azzurro, ma forse è giusto che il Carso ti accolga con il colore della sua roccia, anche sopra la testa.

Freddo, era freddo, ma con un minimo di attrezzatura (pantalone lungo felpato rinforzato con collant 40 denari, doppia canottiera termica più manicotti, maglietta pesante, guscio in Gore-Tex, scaldacollo in pile, berretto e doppio paio di guanti…) si è potuto correre più che bene. Unico  momento davvero critico alla base vita di metà gara, dove molti avrebbero voluto cambiarsi, ma il protocollo anti contagio permetteva l’ingresso contemporaneo nei locali riscaldati di un numero esiguo di persone, e dopo due minuti ad aspettare fermi all’aperto il freddo iniziava ad entrare nelle ossa. Dopo gli abbondanti saliscendi della prima parte della gara, con ampia panoramica by night sul golfo di Trieste, doppia scampagnata fin sul confine sloveno prima sul Monte Orsario e poi sui 650 metri dell’anonimo punto più alto della gara, e faticosa risalita alla Vedetta di San Lorenzo con nuova e differente visuale sul golfo di Trieste, gli ultimi 30 chilometri, rappresentati in un fumetto sarebbero stati pieni di puff – puff – pant – pant!. Ad attendere i concorrenti, già piuttosto provati da Notte&Bora, c’era infatti una sequenza di strade sterrate e sentieri, a volte affacciati sul mare, a volte stritolati fra due dei milioni di muretti di sasso del Carso, dove chi aveva gambe buone poteva correre a 4 al chilometro, e chi non le aveva avrebbe tanto desiderato averle, per far avvicinare il traguardo un po’ più velocemente. Quest’anno niente romantica escursione sui ciottoli della spiaggia prima di Porto Piccolo, ma foto ricordo davanti alla Grotta Azzurra di Samatorza, prima degli ultimi infiniti 7 chilometri fra le campagne. Poi finalmente l’arrivo, nel gelo della Bora e della solitudine del traguardo, dove le norme anti pandemia hanno fatto piazza pulita di amici, conoscenti, tifosi o semplicemente degli altri atleti già arrivati. 

E ancora una volta è venuto da ringraziare chi nonostante tutto ci ha permesso di essere lì con le gambe a pezzi e i polmoni congelati, ma anche da sperare fortissimamente di poter tornare al più presto anche a sbaciucchiarsi e scambiarsi sudori dopo l’arrivo.

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