Andrea Prandi e Simone Eydallin, anatomia di un record

Lontani da linee di partenze e arrivi, pettorali e classifiche. Sarà ricordata così l’estate 2020 che ha visto l’annullamento della maggior parte delle gare in calendario a causa dell’emergenza sanitaria. Gli appassionati di sport endurance hanno però continuato ad allenarsi e a mettersi alla prova, alzando l’asticella sempre di più nel tentativo di migliorarsi, raggiungere nuovi obiettivi e, perché no, anche nuovi record. Ne abbiamo parlato, dando spazio alla cronaca dei record, su skialper.it. Tra i fastest known time uno di quelli che ha fatto parlare di più è firmato da Andrea Prandi e Robert Antonioli alle 13 cime, in Valfurva, mentre, tra le imprese curiose, il nuovo record del mondo di Everesting di corsa di Simone Eydallin. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con i due atleti Dynafit per conoscere più nei dettagli le imprese.

Mai mollare

Ventidue anni, grinta e forza da vendere e tante vittorie portate a casa, la più grande poco più di un anno fa, sconfiggendo il tumore che lo aveva colpito al sistema immunitario. Andrea però non si è mai abbattuto. La determinazione, la passione per lo sport e l’amore per la montagna lo hanno aiutato anche in quell’occasione, dandogli la forza di andare avanti e di continuare a sperare per poi superare il buio e vincere una delle battaglie più difficili. Nel mese di maggio 2019, a distanza di nemmeno due mesi dal suo ultimo ciclo di chemioterapia, Andrea ha ricominciato a gareggiare e allenarsi fino a quando il 12 luglio scorso, nella sua Valfurva, l’atleta Dynafit ha realizzato l’ennesimo suo sogno, percorrendo l’anello delle 13 cime in sole 6h52’56’’. Un tracciato lungo oltre 37 chilometri con 4.000 metri di dislivello, percorso in coppia con il compagno Robert Antonioli. «Durante il periodo di lockdown mi è venuta voglia di mettermi in gioco, facendo qualcosa qui sulle montagne di casa e così ho pensato al giro delle 13 cime - racconta Andrea - Ho deciso di farlo con Robert, oltre che per il rapporto di amicizia che ci lega, per l’esperienza alpinistica e per la conoscenza che ha di questo ambiente. Nei punti più tecnici mi sono completamente affidato a lui». Un tempo strepitoso il loro, abbassato di quasi un’ora rispetto a quello che la settimana precedente aveva visto il sigillo della coppia Pintarelli-Boffelli. «Le condizioni erano praticamente perfette, la neve era dura e tutto è filato liscio. Ma non abbiamo dato nulla per scontato fino alle fine, in imprese come queste basta un piccolo imprevisto per far saltare tutto. Sull’ultima discesa ho avuto i crampi ma la testa alla fine l’ha avuta vinta e ha prevalso sul dolore e la fatica». Mai mollare, insomma. «No, mai mollare è ciò che si sente di suggerire Andrea a chi sta vivendo momenti difficili. Anche durante i cicli di chemioterapia non ho mai smesso di uscire di casa per qualche passeggiata sui miei sentieri, anche se ero letteralmente uno straccio. Lo sport, la montagna e l’aria aperta sono stati fondamentali. Per smaltire i farmaci e lo stress, per liberare la mente e per continuare a crederci, sempre».

© Giacomo Meneghello
© Giacomo Meneghello

L’Everest dietro casa

Ci sono sogni irrealizzabili, si sa, ma a volte è difficile arrendersi di fronte all’idea di non poter concretizzare qualcosa a cui tanto si tiene ed è allora che si trovano soluzioni. È quello che fatto Simone Eydallin che, da sempre innamorato dalla maestosità dell’Everest, ha trovato un modo tutto suo per scalarlo. «Sono un grandissimo fan dell’Everest - racconta Simone - Sono sempre stato affascinato da questa montagna ma so che probabilmente non lo scalerò mai, non sono da me queste imprese così alpinistiche. Volevo però togliermi lo sfizio di simulare una scalata percorrendo, di corsa, il dislivello di 8.848 metri e così ho pensato alla sfida dell’Everesting. Quando ho iniziato a progettare il tutto non avevo nemmeno preso in considerazione l’idea del record ma poi, verso metà giugno, ho provato a fare un po’ di dislivello per vedere come stavo dal punto di vista fisico e psicologico. È stato solo allora che, dopo aver fatto due calcoli, mi sono reso conto che stavo bene e che avrei potuto provare a battere il record. E così è stato. Proprio pochi giorni fa è arrivata l’omologazione del mio nuovo record di Everesting nella specialità della corsa». Lo scorso martedì 14 luglio, a Sauze d’Oulx, Simone ha risalito per ben 12 volte e mezza una pista di sci di 715 metri di dislivello, lunga 3,3 chilometri e con una pendenza media del 24%, ed è sceso su un percorso parallelo in bici. Il tutto con il tempo pazzesco di 10h01'. Un’impresa difficile, sia dal punto di vista psicologico che fisico e che lungo il percorso ha richiesto l’assistenza, tra ristori, assistenza e lepri, di un team di circa una decina di persone. «A livello fisico non ho avuto grosse difficoltà, il problema è stata la testa - confida Simone - Arrivando da gare corte, lo sforzo mentale in imprese come queste è completamente diverso. Fino al sesto giro è andato tutto bene, ero super gasato, ma dopo l’ottavo ho avuto un vero e proprio crollo psicologico. Per fortuna che dopo il nono giro è arrivata mia moglie Emily e sul percorso si è radunata ancora più gente, ad aiutare e a tifare e tutto è tornato come prima». Raggiunto un obiettivo (o una vetta, è il caso di dirlo) è già ora di guardare ai prossimi. «Mi aspettano ancora qualche giorno di recupero, con allenamenti blandi in bici, alimentazioni sana e tanto riposo, ma poi devo preparami per la prossima impresa, in programma a fine estate, sul Rocciamelone, proprio lì dove ho partecipato per la prima volta in vita mia a una gara di corsa in montagna e dove mi sono innamorato di questo fantastico sport».

© Damiano Benedetto
© Damiano Benedetto
© Damiano Benedetto

Le novità Ortovox per l’estate 2021

Con la linea Dry Series, Ortovox presenta la sua prima collezione di zaini resistenti a ogni condizione meteorologica. La nuova giacca e i nuovi pantaloni Westalpen 3L completano la collezione dedicata all’alpinismo su neve e ghiaccio lanciata nell’estate del 2020. Oltre a queste novità, per l’estate 2021 Ortovox punta su articoli già collaudati. Il 75 % della collezione, infatti, sarà costituito da modelli presentati sul mercato per l’anno in corso.

Zaini

La prima linea di zaini meteo-resistenti di Ortovox, dedicata al trekking ad alta quota, all’alpinismo su neve e ghiaccio e all’arrampicata, è impermeabile e non necessita di una cover antipioggia aggiuntiva. Inoltre è completamente priva di PFC. Tre sono i modelli della linea Dry Series, ciascuno con un sistema dorsale dalla lunghezza regolare o ridotta: Peak 40/38S Dry, Traverse 30/28S Dry e Trad 30/28S Dry. Tutti e tre combinano funzionalità e comfort grazie a una struttura studiata ad hoc, dettagli tecnici e comodi sistemi dorsali che permettono la migliore distribuzione del carico. Il materiale esterno e le cuciture termosaldate ad alta frequenza sono impermeabili. Il sottile strato esterno in PU e il rivestimento interno in TPU rendono lo zaino assolutamente impermeabile senza bisogno di un ulteriore trattamento DWR, garantendo completa protezione dell’equipaggiamento stivato nello zaino.

Ortovox Peak 40 Dry

Westalpen 3L

Un sistema adatto a ogni condizione. Con le novità dell’estate 2021, Ortovox completa la collezione dedicata all’alpinismo ad alta quota e alle uscite di trekking più impegnative, aggiungendo un outfit hardshell robusto, tecnico e altamente funzionale: la giacca e i pantaloni Westalpen 3L. La nuova combinazione a tre strati fa parte del sistema Westalpen che si suddivide in hardshell, softshell e un ultimo strato isolante. Grazie al taglio delle maniche e del busto, la giacca antivento e impermeabile con membrana Dermizax NX garantisce la massima libertà di movimento. Ciò significa che è possibile portare le braccia oltre la testa senza alcuna difficoltà anche quando s’indossano l’imbragatura e lo zaino. Le tasche frontali e le cerniere sono studiate per essere facili da utilizzare in ogni momento. Il cappuccio lascia spazio di movimento, è regolabile sia in orizzontale che in verticale ed è compatibile con il casco. Inoltre è possibile regolare l’ampiezza delle maniche e degli orli. Il colletto foderato in lana Merino è più alto dei comuni colletti. Queste caratteristiche rendono la giacca adatta ad affrontare anche le condizioni più avverse. I nuovi pantaloni tecnici sono robusti e adatti per un uso sia estivo che invernale. L’innovativa regolazione della larghezza dell’orlo delle gambe ne aumenta la praticità. Le due possibilità di regolazione interna permettono ai pantaloni di adattarsi rapidamente alla larghezza dello scarpone da sci o, laddove sia necessario indossare i ramponi, agli scarponcini da montagna. Il sistema Quick-Gaiter integrato rende superfluo l’uso delle ghette e il paralamine in Cordura e Dyneema assicura la massima resistenza all’abrasione.


Alex Txikon, l'alpinismo è immediatezza

«La vita media oscilla intorno ai 33.000 giorni, se dipendesse da me passerei la maggior parte del tempo di questo viaggio tra le montagne. Se ci fermiamo un attimo a pensare, ci sono molte cose importanti. Però solo due sono essenziali: la vita e il tempo. Ed è proprio in questi momenti che guardo indietro e vedo un bambino che gioca e sale sulla bici e, sorpreso e inquieto, mi domando: come è passato tutto così velocemente, vero?».

Alex Txikon ha preso sul serio questa sua affermazione, anche nei mesi scorsi quando si è allenato in Antartide prima di partire per l'Himalaya. Risultato? Road to Himalayas: partenza dal Cile a bordo di una barca a vela il 14 dicembre per andare a scalare ed esplorare nelle isole Shetland Meridionali, attraversando il burrascoso Canale di Drake. Poi, all’inizio di gennaio, con solo due giorni di riposo, subito in Nepal per scalare l’Ama Dablam e tentare l’Everest.

L’alpinista basco non è uno che ama rimanere fermo e il suo curriculum alla soglia dei 40 anno lo dimostra. E va in Himalaya quasi tuti gli inverni: «gli Ottomila invernali continuano a essere un luogo nel quale mi trovo a mio agio, mi piace lottare con le condizioni meteorologiche, mi piace soprattutto la montagna, perché è completamente diversa e non c’è l’affollamento degli altri mesi dell’anno». Su Skialper 130 di giugno-luglio Alex ci ha raccontato l’ultima spedizione, i suoi progetti, i suoi ricordi più belli, ha parlato di droni e di igloo, di bici, di moto, di rischio: «I limiti, la paura, il rischio li stabilisci tu stesso. La paura, il limite e il rischio sono i compagni della prudenza: più paura, più prudenza. Al contrario di quanto si pensi».

Appuntamento su Skialper 130 di giugno-luglio, ora in edicola e prenotabile nel nostro online-shop.


Estefania Troguet: «Voglio essere me stessa anche a 8.000 metri»

E poi, quasi all’improvviso, il Nanga Parbat. La nona montagna più alta della Terra, con i suoi 8.126 metri di altezza, si lascia raggiungere nel punto più alto ed esposto portando nella storia della disciplina un nuovo nome. Quello di Estefania Troguet che lo scorso luglio ha conquistato il massiccio montuoso del Kashmir senza l’aiuto dell’ossigeno e quasi senza dirlo a nessuno, sussurrandolo appena. Ma, come succede in montagna, una parola detta da una cima diventa un’eco che si diffonde e amplifica. Così a soli 27 anni l’alpinista andorrana si è ritrovata a essere una donna da spedizioni, una di quelle che annoverano tra i propri numeri anche quello a quattro cifre che fa la differenza nel mondo dell’alpinismo: un ottomila. Lei che fino a qualche tempo prima era solo una ragazza appassionata di montagna, una sportiva, un’atleta. Ma prima di tutto una Maestra di sci nata e cresciuta ad Andorra, micro-stato dell’Europa sud-occidentale, situato nei Pirenei, tra la Francia e la Spagna, circondato dalle montagne. Quando nasci tra le cime, in un certo modo, è come se la tua strada fosse in parte segnata. Perché la gente di montagna è come quella di mare: quando hai a che fare con questi elementi della natura così incredibili, forti e insieme immensi, crei fin da subito un qualcosa che non si può spiegare esattamente.
Li vedi fuori, ma li senti dentro, come una sorta di malinconia permanente, di desiderio costante, di attrazione potente.

Chi sa cogliere questi segnali ne va alla ricerca. Stefy è una di queste persone. «Non so spiegare bene cosa e quando sia successo, so solo che è successo. Ho guardato le montagne e ho detto voglio andare là in alto. Avevo 20 anni. Mio padre è un Maestro di sci e io sono nata con gli sci ai piedi, ho gareggiato e sono diventata Maestra a mia volta e per me la montagna era solo quella invernale. Non sono mai stata un’appassionata di outdoor. Poi un giorno mio cugino mi ha chiesto se volevo andare in cima al Montserrat, ovvero la montagna più alta della Catalogna, e io ho accettato, un po’ come una sorta di prova. Il feeling che ho provato era così bello che non ho più smesso. Ho cominciato a viaggiare per il mondo, sono diventata anche Guida alpina di media montagna. Ho messo il mio corpo alla prova diverse volte e lui ha reagito bene in quota. La montagna mi ha insegnato più cose su di me che qualsiasi scuola e così ho cominciato: trekking, arrampicata, alpinismo. È arrivato tutto insieme». Inaspettato, come un colpo di fulmine che ti mette sottosopra lo stomaco, così è stato vederla lassù. Lei, colorata e piena di gioia, con le labbra rosso fuoco anche in montagna per non rinunciare alla femminilità che porta con orgoglio. Tocco di rossetto sulle labbra a rimarcare che la montagna è un posto per tutti e tutte, nonostante per secoli l’accesso alle donne sia stato considerato un tabù. Ma i pregiudizi nascono nella testa, prima che nella realtà. «Quando andavo in montagna e mi vedevano con il rossetto sulle labbra, mi dicevano: non puoi scalare, dove vai?. Mi sottovalutavano solo perché mi concedevo di essere me stessa. Figurarsi quando sono partita per il Nanga Parbat. Tutti credevano che non ce l’avrei fatta. E questo a lungo andare mette dei dubbi anche alla persona più sicura di sé. Già non sapevo come avrebbe reagito il mio corpo, visto che era la prima volta che mi confrontavo con quelle quote, non ero sicura nemmeno io di riuscirci, però ci credevo, molto più di quanto non facessero gli altri. Poi lassù ho visto che il mio corpo reagiva bene, mi sono sentita forte come non mai e questo mi ha impresso qualcosa dentro di indelebile».

La montagna crea dipendenza, inutile girarci attorno. La giovane andorrana comincia a essere impaziente, agitata. I soldi degli sponsor sono finiti eppure c’è ancora così tanto da fare. Così la bella e forte alpinista vende la macchina regalatale dal padre, una Fiat Abarth 500, compagna di mille avventure, per regalarsene una sola di avventura: a settembre Estefania parte ancora, questa volta per il Nepal, a raggiungere la vetta del Manaslu, anche questa volta senza ossigeno. Un’avventura difficile, dove non sono mancati momenti duri non solo per il fisico, ma anche per la mente. E non parliamo solo di fatica e paura, ma in un certo modo anche un po’ di distacco da quel genere di alpinismo così commerciale. Nonostante ciò, l’atleta dal rossetto rosso ha conquistato un altro Ottomila. Di ritorno dal Nepal Estefania ha cominciato ad allenarsi di nuovo, questa volta ancora più duramente perché ora sa cosa vuol dire raggiungere un ottomila, sa cosa serve al suo corpo e lo tiene costantemente in allenamento. «Mi sto dedicando a tempo pieno al mio essere atleta, lo posso dire con orgoglio. Questo significa fare dei sacrifici, tra cui, per esempio, rinunciare al lavoro di Maestra di sci. Purtroppo gli orari sono inconciliabili con gli allenamenti e avevo bisogno di concentrarmi bene. Ora lavoro con i brand che credono in me e che mi accompagneranno nella prossima avventura, come Ferrino. Purtroppo non ho più macchine da vendere (ride) e devo aspettare di raccogliere consensi per la mia prossima spedizione perché mi piacerebbe molto raggiungere un altro ottomila». Nel suo allenamento la Troguet combina il running per allenare la parte cardio, il climbing per prendere maggiore confidenza con la roccia, lo skialp, circuiti di potenza e un po’ di pesistica. Poco yoga e meditazione ancora, anche se è nei suoi prossimi obiettivi visto che nei buoni propositi del 2020 ha messo quello di cercare un po’ di calma, aspetto questo che le appartiene solo quando è in montagna. «La maggior parte del tempo mi alleno da sola, anche se mi piace quando qualche amico viene con me perché in fondo la condivisione è la base della vita. È vero che la montagna è in un certo senso un aspetto egoistico, ma dall’altra parte un compagno di cordata è fondamentale per assicurarti la vita. È sempre questione di equilibrio tra i due aspetti, sulla roccia e in città allo stesso modo».

Estefania non ha cambiato la sua vita da quando è diventata una piccola celebrità, ma sicuramente il suo esempio ha cambiato quella di qualcun altro. Attiva sui social media, la sua pagina Instagram è volata in poco tempo da pochi seguaci a più di 30.000 follower nel mondo, tra cui molte donne. «La cosa bella dei social media è che ti connettono con il resto del mondo e avvicinano le persone, anche se solo virtualmente. Ho ricevuto molti messaggi di supporto e mi sento di poter dire di far parte di una community di donne che vanno in montagna e che non hanno nulla da invidiare agli uomini per quanto riguarda forza e tenacia. Siamo molto forti ed è importante che ce lo ricordiamo. Il mio rossetto sarà sempre con me, simbolo ormai di questa provocazione che lancio alle ragazze che come me hanno il coraggio di mettersi alla prova».

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 128


Scialpinismo in falesia

Ho imparato che nella vita non bisogna dare nulla per scontato. Ho imparato che la bellezza è spesso relativa e che dipende dagli occhi con cui guarda lo spettatore. Ho imparato che se un posto è famoso per una cosa non è detto che non possa essere apprezzato per altri motivi. Ho imparato che ci sono alcuni luoghi con un’energia particolare, e non c’è stagione che tenga, la loro forza la sprigionano sempre. Ho anche imparato che è bello andare un pochino controcorrente, e quindi perché non andare in un posto totalmente lontano dai primi pensieri e dalle mete che istintivamente vengono in mente pensando allo scialpinismo?

© Alice Russolo

Céüse. C’è chi dice che sia la falesia più bella del mondo; c’è chi dice che sia la falesia più bella di Francia. Noi pensiamo che sia La Falesia. Ho letto che in cima, o forse meglio dire sopra, ai suoi bellissimi quanto duri tiri, c’è un altipiano. Sciabile. Il punto più alto, il Pic de Céüse, si trova a 2.016 metri. Pensando a Céüse, credo che la maggior parte di noi chiudendo gli occhi se la immagini così: una imponente scogliera a forma di ferro di cavallo in cima a un promontorio che aspetta solo di essere arrampicata. Un luogo silenzioso, tanto famoso quanto selvaggio. Un luogo in cui i tramonti sono belli da far paura, soprattutto quando si è ancora appesi sul tiro, baciati dagli ultimi raggi di sole.

Siamo abituati a vederla dal basso, ad arrivare ai suoi piedi dopo un’ora di cammino.
Ma cambiamo le carte in tavola. Arriviamoci dall’alto, vediamo cosa c’è sopra e se la magia del posto vale anche per l’altro versante. Ogni aspettativa è stata più che rispettata. Alla partenza della stazione sciistica abbandonata ci sono degli scialpinisti. Tutti francesi, Marco e io siamo gli unici non local. Scarichiamo l’attrezzatura dalla macchina, convinti di fare un giro ad anello tutt’intorno al suo perimetro, di circa 13 chilometri. Poi ci ragioniamo qualche secondo in più, la giornata è splendida, tutti hanno le pelli ai piedi e d’impulso decidiamo di cambiare i piani, così mettiamo nello zaino anche corda, imbrago e rinvii, che non si sa mai. Nel settore Un Point sur l’Infini c’è una ferrata che porta alla base della falesia.

© Alice Russolo

Il paesaggio è spettacolare e ci siamo solo noi e un branco di camosci. Abbiamo optato per il percorso più lungo, nonché più panoramico, e siamo fuori dalle tracce battute dai local. Passiamo sopra ai vari settori, alcuni riconoscibili anche dall’alto, La Cascade, Biographie, Demi Lune, un Point sul l’Infini, dove ci caliamo. C’è neve fino alla base della falesia ma al sole e contro la roccia la temperatura è perfetta per scalare. Giusto il tempo di fare qualche tiro e torniamo sull’altipiano per goderci il tramonto da un altro punto di vista e questa volta non appesi alla parete ma facendo qualche curva. Il tramonto è affascinante. Anche dall’alto. Sci invece di corda, ski-lift in contro luce e quel silenzio assordante che non fa altro che enfatizzare e confermare la bellezza di questo posto. Ho imparato che nella vita non bisogna dare nulla per scontato. E spero di ricordarmelo sempre.

© Alice Russolo

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 128


WESC 1991

«Iniziò entrando nel canale con curve saltate decise e pulite, con la neve che si sollevava accanto a lui. Gestiva gli sci con una precisione estrema, in coordinazione perfetta con il movimento delle braccia e dei bastoncini. Dove la maggior parte degli sciatori faceva una curva soltanto, derapando, Coombs ne faceva tre. Non attendeva, non aveva dubbi o esitazioni. Era come un torero nell’arena che invece di un animale teneva a bada un’intera montagna. Si spostò poi a sinistra, uscendo dal canale principale e superando la parte più esposta, costellata di rocce. Una caduta qui sarebbe stata fatale. Se cadi, muori. Il tempo rallentò nella sua mente. Ogni roccia gli si avvicinava al rallentatore, permettendogli di girargli attorno con precisione, senza mai fermarsi».

Questo brano è tratto dal libro Sulle tracce di Coomba di Robert Cocuzzo. Siamo al WESC, il primo Mondiale di sci estremo, in Alaska, nel 1991. Uno sconosciuto di nome Doug Coombs arriva a sfidare tutti i più forti sciatori di ripido dell'epoca. E sbaraglia la concorrenza su pendii dove ci sono stati anche ruzzoloni epici come quello di Garrett Bartelt con 17 capovolte.

https://youtu.be/2o8_61pHLzQ

Su Skialper 129 di aprile-maggio pubblichiamo un ampio articolo sulle performance di Coomba al primo WESC, con le fotografie dell'epoca del fotografo Wade McKoy. Se vuoi riceverlo direttamente a casa tua puoi sempre abbonarti.

Se vuoi conoscere l'incredibile storia di Doug Coombs, puoi comprare il libro pubblicato dalla nostra casa editrice.


Le Mascherine di Elleerre

Elleerre, il marchio di Alzano Lombardo che produce materiale promozionale e sponsorizza alcuni importanti atleti del mondo outdoor, si trova nell’epicentro del contagio Covid-19 nella Bergamasca. Qualche settimana fa, insieme a Grande Grimpe, ha iniziato a produrre mascherine riutilizzabili in poliestere da donare al Comune di Nembro. Ora, alla luce delle numerose richieste ricevute, ha iniziato a riconvertire la produzione per rendere disponibile questo prodotto a coloro che ne avessero bisogno e devolverà al Comune di Nembro 0,50 euro per ogni articolo venduto. Le mascherine filtranti riutilizzabili sono in tessuto non tessuto (TNT) 100% poliestere, realizzate con doppio strato e lavabili in lavatrice a 40°. Non sono un dispositivo medico né un DPI. Info qui.


Transilvania, la polvere di Dracula

L’inverno 2015-2016 verrà ricordato come ‘l’inverno che non c’è’. Il tempo è passato a vedere i siti meteo inesorabilmente forieri di cattive notizie: anche questa settimana di neve non se ne parla e allora non resta che prendere le scarpette e andare a scalare. Così passano le vacanze di Natale, il Capodanno e anche oltre finché… Squilla il telefono e dall’altra parte il Cis mi dice: «Ho sentito un amico che lavora in Romania, lì c’è neve, potremmo andare a vedere». Fino a quel momento della Romania avevo solo un vago ricordo di un tema scritto a scuola, qualche film del conte Dracula, ma nulla che avesse a che fare con la neve o con lo sci. Dopo qualche ricerca su internet, mi trovo ad acquistare un biglietto con destinazione Bucarest ed eccoci davanti al check-in con in mano uno zaino e una sacca da sci. La ragazza addetta alle operazioni di imbarco guarda la sacca e con sorriso sornione ci domanda: «Sci? Non sapevo che in Romania si sciasse». Meno male che aveva tante doti, ma nessuna di queste legata alla neve o allo sci…

© Alessio Cerrina

NEBBIA E POWDER Siamo un gruppo ristretto: io, il Cis (Andrea Cismondi) e Albi (Alberto Torassa). Dopo qualche ora di volo, sognando e fantasticando, ci ritroviamo ad atterrare a Bucarest. Sulla pista c’è un mucchio di neve. Bene, quella sarà l’unica che vedremo nella giornata in quanto la passeremo tra la nebbia e la pioggia. Mentre l'umidità ci entra nelle ossa, ritiriamo la macchina a nolo, una Ford Fiesta che scopriamo essere più capiente del previsto o noi più piccoli di quanto immaginavamo. Sta di fatto che riusciamo a infilarci tutto dentro. Durante il viaggio abbiamo cambiato programma svariate volte - il meteo non è stato decisamente dalla nostra parte - e in serata ci siamo ritrovati sulle montagne del Fagaras, in un albergo alla partenza della cabinovia che porta a Balea Lake. Qui conosciamo un addetto degli impianti di risalita che parla un cattivo italiano e ha lavorato per alcuni anni in Italia. Ci descrive la stagione come la peggiore degli ultimi 30 anni: «Poca neve». Perfetto, ecco il resoconto del primo giorno: tanti chilometri, tanta pioggia, niente neve. La tristezza e lo sconforto vengono placate solo dalla birretta serale. Però la mattina del secondo giorno ha un nuovo gusto, quello della polvere. La pioggia del giorno prima in quota ha lasciato una spanna di powder e dopo la colazione si decide il programma: andiamo su Balea Lake e rimaniamo in quota. Prendiamo la prima funivia, un impianto a fune vetusto che mi ricorda tantissimo la vecchia cabinovia per salire al Bianco. Il quadro reca la scritta Fitre Milano e mi sento quasi a casa.

© Alessio Cerrina

BALEA LAKE, FINALMENTE NEVE La vista fuori cambia. Il verde e marrone lasciano spazio al bianco candido e… sbam! Siamo in inverno! Scendiamo a Balea Lake, un lago ghiacciato contornato da colate di ghiaccio e da canali di neve, il paese dei balocchi per noi. Prendiamo una stanza in un albergo sul lago e poi via, si montano le pelli agli sci: è il momento di dare spazio alla fantasia. Tutto da scoprire e da fare, in giro solo noi. La giornata ci regala tre discese su una spanna di polvere su fondo duro, concludendola alla grande mangiando omelette e bevendo birra. Ora il tutto inizia ad avere senso. La mattina seguente ripartiamo alla scoperta del territorio e, indossati i ramponi, con gli sci in spalla risaliamo il canale dietro all’albergo, che ci porta sulla cresta. Qui gli spazi si aprono e lo sguardo corre sul bianco delle montagne e i colori scuri della pianura. Una serie di discese ci regalano quel sound sognato per mesi: la libertà di sciare e di essere liberi di lasciare la nostra firma su un manto perfetto.

© Alessio Cerrina

BENEDETTO SALVAMONT La vacanza continua: riscendiamo a valle, ricarichiamo la macchina e ripercorriamo al contrario la strada di qualche giorno prima con destinazione Busteni. Il terzo giorno ha inizio prendendo la cabinovia che ci porta sull’altipiano dei Monti Bucegi. Le previsioni meteo sono tornate brutte, un forte vento spazza l’altipiano e le nuvole viaggiano veloci. A peggiorare la situazione, Cabana Babele, il rifugio dove pensavamo di rimanere a dormire, ci delude: niente dormire, niente mangiare. In quota con brutto tempo, neve ventata, senza mangiare e senza bere… La giornata non poteva iniziare peggio e nello sconforto proviamo a raggiungere la capanna della Salvamont (quello che in Italia sarebbe il soccorso alpino) nella speranza di qualche buona notizia. Ed ecco come un inizio pessimo può trasformarsi in una gran giornata. È una stupenda baita di montagna e il tipo che vive dentro non solo ci offre un posto dove dormire ma ci darà da mangiare, indicazioni per le gite e per concludere in bellezza una sberla colossale di vino rosso. Rimaniamo due giorni sull’altopiano scorrazzando tra una vetta e un'altra, tutte con dislivelli molto contenuti, ma con gran neve e con il parco giochi a nostra disposizione. Qui ci facciamo anche una cultura sul soccorso alpino di zona e arriviamo a una sola conclusione: vietato farci male! L’ultima gita sull’altipiano, con destinazione Monte Omu e discesa nei canali fino a valle, viene stoppata a metà. Troppi accumuli da vento: vediamo di non andarcela a cercare! Cambiamo discesa e rientriamo a valle con la cabinovia per trasferirci in un albergo di Sinaia dove ci viene regalato l’ingresso in piscina, bagno turco e sauna: perché non approfittarne? Abbiamo sognato i pendii di Sinaia ma la nostra vacanza è terminata al Cota 2000, un bar sulle piste: tempo troppo brutto. Non ci resta che… fare tappa su Bucarest per dare uno sguardo alla capitale prima di caricare gli sci sul volo di rientro per l’Italia.

Questo articolo è stato pubblicato su Skialper 108

© Alessio Cerrina

La Sportiva annuncia la mascherina per lo sport e posticipa di un anno il lancio della collezione estiva

La Sportiva, dopo avere chiuso i suoi stabilimenti prima che il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri rendesse obbligatorio lo stop alla produzione e avere riconvertito parte della catena alla realizzazione di mascherine ha deciso di posticipare di un anno il lancio della collezione estiva 2021 e ha annunciato un nuovo modello di mascherina con filtro sostituibile, adatto per chi fa sport. A seguire il comunicato stampa ufficiale che annuncia il nuovo prodotto e quello sul lancio della collezione estiva.

 

La Sportiva presenta la prima mascherina igienica per lo sport

Lo aveva annunciato Lorenzo Delladio presentando due settimane fa il progetto di riconversione di una parte del sito produttivo di Ziano di Fiemme allo scopo di produrre mascherine chirurgiche per la Protezione Civile di Trento: «Stiamo cercando di proporre soluzioni innovative anche in questo campo per risolvere principalmente un problema sino ad ora sottovalutato, ovvero quello dell’impatto ambientale causato dalle attuali mascherine monouso oggi in commercio». La sfida è stata lanciata proprio da Delladio al suo reparto di Ricerca e Sviluppo: trovare una soluzione che aumenti il comfort e l’ergonomia di un prodotto che saremo tutti costretti ad indossare per lunghi periodi, dando la possibilità di sostituire unicamente l’elemento filtrante e quindi di riutilizzare il prodotto nella nuova quotidianità che tutti noi ci troveremo a vivere nella seconda fase dell’emergenza da COVID19.

Si chiama Stratos Mask la nuova mascherina igienica sportiva di protezione generica realizzata in tessuto con filtro interno intercambiabile e facilmente sostituibile. È un prodotto lavabile, riutilizzabile e comodo da indossare grazie ad una perfetta ergonomia studiata per fasciare il volto in maniera sicura e confortevole. La messa a punto è avvenuta nell’ultima settimana grazie ai primi prototipi realizzati a partire dai tessuti tecnici della linea abbigliamento La Sportiva. Terminata la fase di collaudo l’azienda ha già

provveduto a depositare la domanda di brevetto e valuterà in una seconda fase se precedere con la domanda di certificazione sanitaria, al momento Stratos Mask è a tutti gli effetti una mascherina igienica di protezione generica perfettamente utilizzabile per praticare sport quando i decreti lo permetteranno a fine emergenza.

«Fino ad oggi giustamente le mascherine avevano principalmente il ruolo di proteggerci in una fase di emergenza e l’attenzione ad elementi quali comfort ed impatto ambientale era stata messa in secondo piano. In azienda abbiamo però iniziato a ragionare sul lungo periodo, cercando di limitare il più possibile gli sprechi a favore dell’ambiente – dice Delladio – e pensando alla praticità di utilizzo continuativo di un oggetto che entrerà nella nostra quotidianità. Ne è uscita una soluzione molto smart, che permetterà ad ognuno in maniera semplice e veloce di rimuovere e sostituire autonomamente il filtro accessorio interno, lavare la mascherina e tornare a re-indossarla in tutta sicurezza».

Ulteriori informazioni circa le modalità di commercializzazione saranno disponibili nelle prossime settimane. Nel frattempo l’azienda conferma che al momento della ripresa della normale attività, la produzione di mascherine sia chirurgiche sia generiche sportive si affiancherà a quella delle scarpette outdoor e scarponi da montagna per le quali il marchio La Sportiva è conosciuto in tutto il mondo.

 

La Sportiva posticipa di un anno il lancio della collezione estiva

L’emergenza causata dal diffondersi dell’epidemia di COVID19 non appare vicina alla sua soluzione immediata, di conseguenza La Sportiva dopo aver deciso in anticipo sui tempi voluti dal Governo per la chiusura dello stabilimento di Ziano di Fiemme, e dopo la riconversione di parte dell’impianto produttivo a favore della produzione di mascherine e dispositivi sanitari per la Protezione Civile di Trento, adotta ora una misura importante a sostegno dei negozianti e della propria rete vendita mondiale.

Preso atto che la chiusura prolungata della maggioranza dei negozi italiani ed europei, cominciata proprio nella fase iniziale della stagione spring/summer 2020, porterà  ogni operatore del settore a fare i conti con giacenze di prodotto molto alte, prodotti che nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno avuto il tempo di essere presentati al mercato e che non possono quindi essere tra qualche mese considerati “superati”, La Sportiva ha deciso di posticipare il lancio di circa il 90% della collezione abbigliamento estiva 2021 e della gran parte delle novità calzature previste.
Lo scopo di questa decisione è di preservare il valore dei prodotti della collezione che si trovano attualmente nei magazzini dell’azienda e dei negozianti in un’ottica “slow fashion” che permetterà ai partner di non essere costretti a svalorizzare la merce e a continuare a proporla con maggior respiro nei prossimi mesi.

La nuova collezione apparel che sarà presentata a maggio alla rete vendita mondiale e che sarà nei negozi a Primavera 2021 (circa 74 i mercati serviti), riproporrà quindi gran parte della collezione attuale 2020, arricchita da alcune nuove capsule prodotto aggiuntive e non sostitutive di precedenti prodotti. Stessa decisione coinvolge anche diversi nuovi progetti relativi alle collezioni Footwear Mountain Running® e Climbing, con l’identico obiettivo di non rendere prematuramente obsolete grandi quantità di prodotto invenduto a causa della prolungata chiusura.

«In questo momento così difficile per tantissimi nostri negozianti in tutto il mondo, non ci sembrava responsabile presentare, come siamo soliti fare e come il mercato impone normalmente, decine di prodotti nuovi che avrebbero immediatamente appesantito gli assortimenti dei negozianti, in un anno dove è probabile che l’invenduto sarà tendenzialmente elevato. – Dice Giulia Delladio, Strategic Marketing Manager de La Sportiva - La nostra azienda si impegnerà di conseguenza ad investire le risorse di Marketing sostenendo in ogni modo possibile un corretto e completo processo di sell-out delle collezioni già attualmente nei magazzini dei nostri partner».

Si tratta di un segnale forte che l’azienda ha deciso di lanciare nella profonda convinzione che possa aiutare tutta la filiera a creare le migliori condizioni possibili per una pronta ripresa nel post emergenza. Il motto aziendale di questi giorni è sempre lo stesso: «Uniti, seppure divisi, scaleremo anche questa cima».


Freetouring è divertimento: Andrea Cis Cismondi

Per godere della neve e delle sensazioni che regala in discesa, il materiale è importante. È un percorso che alcuni hanno intrapreso da anni, guidati dalle aziende sempre più attente alla fase di downhill. Andrea Cismondi, 36 anni, maestro di sci e allenatore federale, si accorge che ogni qualvolta si trova davanti a della neve fresca e vede montagne di fronte a lui, gli sale una scimmia pazzesca. Da lì diventa rifugista/sciatore a tempo pieno. E il gioco è fatto. Gli sci inizia a usarli come mezzo di locomozione per raggiungere il posto di lavoro e tutto per lui diventa più free!

«Avevo 16/17 anni… sciare voleva dire fare pali. Per pagarmi un po’ di sci club, dopo scuola davo una mano in un negozio di sport. Lì passavano degli scialpinisti. Mi venne il pallino di provare e così comprai uno sci leggero con attacchini pin e scarponi, tutto rigorosamente iper-usato. Mi aggregai ad alcuni amici per una gita in Valle Stura: mi sentivo pronto! La salita andò bene. La discesa in mezzo a un ginocchio di farina fu infernale: abituato a sciare con altra attrezzatura, trovai la situazione a dir poco mistica, fino a quando in un avvallamento caddi e ruppi in due uno sci. Tornai a casa con le orecchie basse: volevo riprovare, ma non a quelle condizioni. In negozio trovai uno sci di un pisteur francese: un Dynastar 4x4 190 circa. Aveva una lamina scollata. Mi misi a dargli una sistemata e dopo una settimana ero nuovamente lì. Partii per la gita insieme a un sacco di gente. Tanti guardavano questi sci da pista, larghi e lunghi con un attacchino pin, con la diffidenza tipica degli skialper cuneesi, ultraconservatori. La discesa però questa volta fu uno sballo.

Per un po’, nell’ambiente ultraconformista dello skialp cuneese, fui quello con gli sci larghi. Poi man mano che la cultura del freeride si diffuse dalle zone limitrofe e dalla Francia, iniziai presto a essere in buona compagnia. L’idea del freeride abbinata allo scialpinismo non mi ha più abbandonato: divertimento sulla neve a 360°. Altri giorni godo per la salita. Non sono un atleta, anzi… mi prendo tutto il tempo e la calma del caso per girovagare sui monti, ma non rinuncio a portarmi dietro attrezzatura un po’ più abbondante, sia di dimensioni che di peso, per garantirmi comunque una bella sciata. Alcuni giorni cerco solo quelle sensazioni che esclusivamente alcune curve su certi pendii innevati sanno darti. Insomma, mi sento free perché il mio modo di andar per monti con gli sci ai piedi non è poi così codificato».

QUESTO RITRATTO, INSIEME AD ALTRI DI SCIATORI ‘LIBERI’, È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 127

© Alice Russolo

Presentato il Millet Tour du Rutor Extrême

Nella suggestiva cornice di Skyway Monte Bianco a Courmayeur, il comitato organizzatore e diverse autorità locali hanno presentato ai media la ventesima edizione del Millet Tour du Rutor Extrême. Al tavolo dei relatori il direttore tecnico e guida alpina Marco Camandona, Renzo Testolin Presidente della Regione Valle d’Aosta, Albert Chatrian Assessore Regionale all’ambiente, risorse naturali -  corpo forestale e i sindaci dei comuni toccati dalla gara Mauro Lucianaz (Arvier), Riccardo Moret (Valgrisenche) e Barbara Frigo (vice sindaco de La Thuile). In programma dal 26 al 29 marzo, sulle montagne di La Thuile, Arvier, Valgrisenche, la 20ª edizione della super classica valdostana tornerà alle origini ricalcando in parte, nella tappa d’esordio, la prima edizione del 1933 andata in scena sul ghiacciaio del Rutor, versante de La Thuile. Tappa italiana di La Grande Course, il circuito delle competizioni più prestigiose di tutto l’arco alpino e della cordigliera pirenaica, il TDR vedrà ai nastri di partenza 600 atleti da 18 differenti nazioni.

4 GIORNI DI GARE EXTRÊME DI NOME E DI FATTO
La ventesima edizione andrà in scena su quattro tappe con in totale 9.500 metri di dislivello positivo, 105 km di fuoripista, 60 km di salita, 45 km di discesa, 6 km di creste aeree. Durante ogni giornata gli atleti saliranno oltre i 3000 metri di quota. Solo due e non tre, i giorni di gara per le categorie Junior e Cadetti che si disputeranno nei giorni 28 e 29 marzo.

PRONOSTICI INCERTI
A giocarsi il successo in questa storica ventesima edizione saranno gli azzurri del Cs Esercito Matteo Eydallin – Nadir Maguet  con i vincitori di Pierra Menta Didier Blanc – Valentine Favre. Attenzione anche al binomio austro italiano composto da Jakob Herrmann - William Boffelli. Ruolo di outsider per l’esperto Filippo Beccari che, per l’occasione, correrà al fianco Al talentuoso atleta di casa Henri Aymonod. A caccia di un posto nella top five anche gli altoatesini Alex Oberbacher – Martin Stofner.  Sempre protagonisti anche i ragazzi di casa Stefano Stradelli – Francois Cazzanelli. Nella gara in rosa sfida Svezia – Italia con Fanny Borgstrom – Emelie Forsberg che se la dovranno vedere con Elena Nicolini – Martina Valmassoi.  In lizza per un posto sul podio anche le francesi Valentine Fabre – Ilona Chavailaz e le spagnole Marta Riba – Nahai Quincoces.

SFIDA NELLA SFIDA NELLA TAPPA DELLE ORIGINI
I big in gara avranno pane per i loro denti grazie al super premio Trofeo Tappa di La Thuile Eaux Valdotaines da 2.000 euro per la prima coppia maschile e femminile che si aggiudicherà la tappa inaugurale (questo riconoscimento andrà ad aggiungersi al ricco montepremi finale e sarà assegnato solo in caso di completamento delle quattro tappe previste).


Pindo, la neve prima dello sci

«È proprio sulla porzione greca del Pindo che cade la nostra scelta dello scorso febbraio. In preda allo sconforto per la totale assenza di neve sul versante italiano delle Alpi, decidiamo ancora una volta di puntare al magico Sud-Est, che per quantità di neve non ci ha mai traditi. È un altro degli stereotipi da sfatare, quello che in Grecia nevichi poco. Non è così, specialmente sul Pindo, che fa da baluardo alle perturbazioni e le trasforma in copiose nevicate. Scegliamo in particolare la regione dell'Epiro, che comprende la Zagoria, il Parco Nazionale delle Gole di Vikos e il Parco Nazionale del Pindo. Raggiungiamo Konitsa, che sarà la nostra base per la prima metà del viaggio. Fa un freddo cane, il vento si infila violento tra i vicoli del paese, mentre sulle vette è bufera. L'atmosfera è strana, certamente dimessa, ma non è chiaro se sia dovuto al fuoristagione o a una crisi generalizzata, probabilmente un misto di entrambi. Molti dei locali sono chiusi e le case dall'aspetto aristocratico mostrano i segni di un passato certamente più florido. Anche la villetta che abbiamo affittato sul web non viene probabilmente abitata d'inverno da decenni. Lo capiamo rimuovendo il finto fuoco a led dal camino e provando ad accenderne uno vero: il fumo in pochi istanti si impadronisce della casa e dei nostri polmoni. In fondo è l'inizio balcanico che ci aspettavamo».

© Umberto Isman

Inizia così il racconto di Umberto Isman di un viaggio di esplorazione sciistica in Grecia, per andare oltre lo stereotipo del Paese del mare, delle spiagge e degli dei. Un’avventura tra monasteri deserti, come quello di Moni Stomiou, villaggi incantati con Micro Papigo, boschi con gli alberi carichi di neve come quelli del Monte Bogdani e del Gomara, balli tipici e piatti da gustare con la faccia bruciata dal vento e del sole.

© Umberto Isman

«Non è questo il genere di esotismo che ci interessa, ma quello che semplicemente ci porta a entrare in contatto con luoghi e realtà diversi dai nostri, in punta di piedi, anzi di sci – scrive Umberto Isman -. Perché sta proprio negli sci la vera componente esotica dei nostri viaggi, quella che anche a noi fa scappare qualche selfie, come le foto che vedete in queste pagine. Non cerchiamo scimmie e neanche esportiamo piccioni, ci portiamo semplicemente dietro la nostra esperienza in montagna, che ci permette di frequentare luoghi altrimenti inaccessibili d'inverno».

Su Skialper 128 di febbraio-marzo un grande reportage sulla catena del Pindo, in Grecia.

https://youtu.be/bgGdcREMV7o

© Umberto Isman


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