Canali a manetta

Sci dai 105 millimetri in su, sbananati e con montaggio centrale. Pellate e ingaggio alpinistico seguiti da curvoni in stile big mountain nelle forcelle più strette del versante opposto. È questa la new era del freetouring dolomitico

© Filippo Menardi

Parlare di evoluzione è sempre qualcosa di serio, di certo noi non abbiamo fatto la storia, ma possiamo raccontarvi come la combinazione di racing, video di skiporn e fame di polvere abbiano creato una nostra visione del freetouring, parecchio alpina e aggressiva. Partiamo dall’inizio: la nostra idea non aveva per nulla a che fare con la salita, perciò in principio parlerei piuttosto di freeride e, per quanto mi riguarda, una concezione moderna della disciplina (o forse dovrei dire stile di vita) che ha avuto origine a fine anni ‘90, quando ero un racer nel fiore degli anni. Ovviamente già prima per un bambino dello sci club non c’era grossa distinzione tra allenamento in pista, tra i pali o fuori pista. Andare fuori era un’attività come un’altra da svolgere quando nevicava, che però ha costruito le basi per creare la completezza tecnica. In quegli anni ’90 lo snowboard è stata una grossa fonte d’ispirazione perché, per chi girava le località sciistiche per gare e allenamenti come noi, non era raro imbattersi nei primi park e nei loro frequentatori, che portavano una ventata nuova sia per lo stile ribelle associato alla street culture, sia per l’interpretazione di cliff e linee con una surfata fluida e gran galleggiamento. A nostra insaputa non eravamo i soli (chi più chi meno) a trarre ispirazione da tutto ciò: stava nascendo la new school, un calcio in faccia a chi vedeva lo sci come uno sport vecchio e alla frutta. Lo zampino delle aziende a questo punto ha fatto la differenza; per mettere questi sciatori ribelli al primo posto della catena alimentare, per rilanciare un prodotto stantio con nuove manifestazioni oltre la FIS, con budget carichissimi per filmare video e sviluppare materiali adatti alle richieste di un mercato in fase di decollo. I video di sci non erano una novità e i freerider dell’epoca erano dei fenomeni assoluti sia dal lato tecnico che esplorativo, avevano solo bisogno di un materiale che permettesse loro una planata consistente e di ragazzini che mostrassero loro nuovi trick da portare in back country. Quindi grazie allo snowboard e alla nascita della new school il futuro era arrivato. Questo preambolo ci riporta all’esatto momento in cui le cose hanno preso forma per noi.

© Filippo Menardi

Ski porn

Per molti di noi l’acquisto dei primi twin larghissimi, tipo 90 sotto il piede, segnò l’inizio: volevamo essere freerider come quelli che avevamo visto alla primissima edizione del Monterosa Freeride. Eravamo dei racer dal piede pesante che avevano voglia di andare a manetta, fare festa e aprire linee. Come si capisce i nostri idoli erano Candide Thovex o Seth Morrison, di certo non Negroni e Fontana, che peraltro conoscevamo, quindi diciamo che la nostra attività di fuoripista era basata totalmente sulla discesa; non era nemmeno contemplato l’attacco da salita, tanto per girare ci bastavano gli impianti, al limite sognando l’elicottero. Nel frattempo, in assenza di neve ma in abbondanza di tempo libero, in uno strano gennaio, grazie a Filippo Menardi ho iniziato ad andare con le pelli. Non so nemmeno il perché, però come attività non era male; quello che era male erano i materiali che mai più avrei associato allo sciare in una maniera che non fosse pura sopravvivenza per raggiungere la macchina, figuriamoci a una planata in neve fonda! Gli scialpinisti andavano a fare linee dolomitiche in stretti canali incassati tra pareti rocciose che mi terrorizzavano solo al pensiero, ma con uno stile che era totalmente all’antitesi di quello che ci piaceva, poco fluido e statico, quasi non fosse possibile fare diversamente, anche a causa del materiale appunto: antico e poco performante in discesa. Intanto nell’Ovest, dove la scena era molto più avanti, forse per l’influenza francese, i freerider con sci lunghi e larghi andavano a tutta con curvoni veloci e surfate spettacolari. Tra di noi il pensiero comune era che: «certo in ampi spazi, come da loro, puoi andare a 100 all’ora con degli scioni esagerati, ma in Dolomiti, nei canali, non è possibile andare a manetta». Questo era vero ma per un motivo che avrei capito parecchio tempo dopo: da noi la contaminazione tra alpinismo, racing e freeski era solo all’inizio e ogni categoria se ne stava nel suo. Eravamo stufi ormai delle solite linee e ci spingevamo sempre un po’ più in là con gli itinerari, fino all’ovvio momento in cui non bastava più fare cento metri a piedi; cosi la tecnologia ci è venuta in aiuto, creando attacchi e scarponi adatti al montaggio su sci prettamente da discesa, che però ti permettevano di camminare con le pelli. Come se il materiale si evolvesse con noi e viceversa, ormai eravamo in grado di andare a prendere tutte le linee, anche molto alpinistiche, ma con la possibilità, in base alla profondità della neve, di utilizzare un paio di set-up diversi in larghezza e peso, per non perdere galleggiamento e tenuta. Dopo i primi approcci timidi a determinate pendenze cariche di neve polverosa, quello che sembrava impossibile era diventato la regola: ricercare la velocità più elevata possibile, scrubbandola se necessario e cercando di non fermarsi fino alla fine. Andare a fare canali come il Vallençant sul Cristallo con un twin rockerato da 120 sotto il piede, dopo una ferrata in invernale, oggi è diventata una cosa normale.

© Filippo Menardi

Dalla new era a Linea

Come ho detto prima, noi non abbiamo scoperto di sicuro l’acqua calda, perché nei canali gli alpinisti ci sciavano da sempre, però l’uso di sci larghissimi, lunghi e completa- mente sbananati, prettamente da powder, uniti a una gamba e una tecnica da discesisti puri, ha creato un mix velocissimo. Il punto non era curvare, ma semplicemente prendere velocità e portanza per poi gestire i cambi di direzione con una profonda perdita di quota, quasi sulla massima pendenza, e rallentare (se proprio si doveva) rimanendo il più leggeri possibili, con la possibilità di galleggiare e derapare in maniera controllata. Una tecnica che con uno sci tradizionale non era possibile a meno di fare curvoni dalle ampie diagonali, impossibili in un budello di canale. La nostra New Era è stata proprio questa: essere additati come folli per avere portato materiali esagerati in un altro contesto, per poi salutare tutti e ritrovarli al bar dopo avere già bevuto un secchio di birre. Il tallone d’Achille però, ovvero la parte alpinistica, è stata dura da costruire e per fortuna fare squadra con Filippo (che poi è diventato Guida), insieme a molti altri amici, ha aiutato non poco al raggiungimento di posti da ingaggio che altrimenti mi sarebbero rimasti preclusi. L’evoluzione non si sarebbe fermata e il progetto Linea ne è la conferma, aggiungendo ancora un gradino alla scala prestativa in discesa. Qui entra in gioco Alberto Ronchi, che già conoscevo per la sua velocità in discese hard core, che insieme a Filippo come filmmaker e skier, ha messo insieme un progetto molto ambizioso e allo stesso tempo puro e semplice: sciare discese estreme (ripetizioni, prime ripetizioni e forse anche prime assolute) dall’inizio alla fine, senza averle risalite, alla massima velocità e nel caso anche fissando ancoraggi per calate, avvalendosi di un normale pianta spit. Un’attività del genere porta l’estetica al primo posto e a mio avviso solo pochissimi sciatori hanno affrontato determinate discese in questa maniera, per esempio Aldo Valmassoi e Niccolò Zarattini. Una visione simile a quella di Xavier De Le Rue e Jérémie Heitz per parlare chiaro, una versione dolomitica e più underground dei massimi esperti del freetouring moderno. Dura prevedere il futuro, ma questi ragazzi hanno già dimostrato che ciò che sembrava impossibile è diventato uno stile consolidato, sicuramente non per tutti, ma possibile: risalire dislivelli importanti in stile alpinistico, affrontando le discese come se pronti per filmare per Matchstick. Un ringraziamento però va alla defunta seggiovia di Staunies che ci ha permesso di agganciare canali da 900 metri di dislivello senza camminare molto, conservando un bel po’ di gas per la discesa!

Mai meno di 103

Nel corso degli ultimi quattro/cinque anni l’evoluzione del materiale e continue prove sui montaggi ci hanno fatto arrivare alla conclusione che per sciare ad alta velocità con neve imprevedibile la scelta deve cadere su sci fortemente strutturati, con larghezze variabili dai 105 al 120 mm in vita e lunghezze sui 185 cm, mai troppo leggeri (sul paio di chili). Questo per non rinunciare a tenuta ed elasticità. Attacchi possibilmente Shift, Kingpin o Tr2 Skitrab, per aumentare sicurezza e tenuta, e scarponi con walk, pin e Vibram ma 130 di flex per imprimere precisione agli sci larghi e non subirne le torsioni.

Words of wisdom

Monta il tuo sci sbananato vicino al centro, le code ti sosterranno e, quando lo intraverserai con facilità, ti darà una stabilità totale: scia centrale e non sdraiarti sulle code e, come in Vacanze di Natale: peso a valle e sci a monte avanzato!

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 127

© Filippo Menardi

 

 

 

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