New Balance FuelCell SuperComp Trail

Le prime impressioni sul nuovo modello con plate in cabonio, pensato per i runner esperti su medie distanze

Anche New Balance arriva sul mercato con una scarpa da trail con plate in carbonio, presentata a Chamonix in occasione dell’ultima edizione dell’UTMB. Salta subito all’occhio la sua linea molto snella e slanciata e, avendo la possibilità di vedere l’esploso del prodotto, la piastra appare più spessa e larga della media. Le FuelCell SuperComp hanno una vestibilità stretta. Una volta che il piede è all’interno della scarpa, però, la calzata risulta non fastidiosa e precisa, permettendo di avere un ottimo controllo sui tracciati più rocciosi e con radici e di mantenere costantemente il controllo della corsa.

La tomaia è composta di un tessuto molto leggero e traspirante, con una buona protezione sulla punta del piede. Ogni dettaglio superfluo è stato eliminato, avvicinandola molto a una scarpa da strada. Per continuare la ricerca del minor peso, anche la linguetta è stata resa più sottile ed è traforata per aumentare l’aerazione, ma è ben studiata e non si avvertono fastidi al collo del piede. I lacci sono piatti e robusti. Da sottolineare anche che il tallone e il tendine d’Achille sono perfettamente avvolti dalla conchiglia, mantenendo il piede molto stabile all’interno della scarpa

La mescola scelta, FuelCell a bassa densità (con il 3% di materiali bio), è molto morbida e comprimibile. La combinazione di piastra e intersuola crea un effetto spinta, abbinato però a stabilità e morbidezza. La suola Vibram Megagrip Litebase, con tasselli multidirezionali e ben distanti tra loro per far drenare al meglio il fango, ha una valida tenuta su ogni tipo di terreno. La sensazione durante la corsa è di una scarpa sospesa tra due mondi. Grazie all’intersuola risulta infatti abbastanza ammortizzata, più di tante competitor con il plate in carbonio, rispetto alle quali appare anche più leggera e flessibile, ma al tempo stesso non è una super cushion, piuttosto invita a spingere quando è il momento.

Il suo terreno di gioco, secondo noi, è anche il tecnico moderato, sicura- mente più di quanto lo sia per la maggior parte delle sue competitor e altri modelli della gamma NB (pur essendo un prodotto abbastanza versatile) grazie alla riuscita combinazione di intersuola e piastra in carbonio che riesce a dare quello spunto in più, mantenendola sempre stabile e alla suola con ottimo grip. È una scarpa per esperti, per distanze non lunghe, se si esclude qualche atleta élite. La scarpa per il giorno della gara, quando ogni dettaglio fa la differenza.



Quattro chiacchiere con Francesco Puppi

Sempre impegnato, sei un atleta a 360 gradi. Attivo sui social ma non solo. Hai un blog, sei creatore e coach su Vert.run, produttore del tuo podcast Any Surface Available, co-fondatore della Pro Trail Runner Association e, per ultimo, ma non per importanza, laureato in fisica. Cosa vuol dire quindi essere un atleta nel 2023?
Che significato daresti a questa parola?

«Il trail è in costante evoluzione, soprattutto dopo la pandemia. La parte mediatica di questo sport è entrata prepotentemente nelle vite private degli atleti, che ad oggi sono chiamati ad essere non solo competitor di questa disciplina con risultati da ottenere, ma anche ad esprimersi con opinioni e prese di posizione. Questo si traduce in un lavoro a tempo pieno e richiede il dispendio di tante energie. Va da sé che un atleta, seguendo il significato della parola stessa, non è obbligato a essere socialmente attivo, ma rispetto alla mia personalità non potrei fare diversamente. Esprimendo dei concetti e delle opinioni, cerco di dare una visione a 360 gradi dell’atletica».

Vorrei fare due parole sull’ultimo progetto nato: la Pro Trail Runner Association. Quali sono i principi per cui è stata creata e gli obiettivi a breve e lungo termine?

«Il senso di community nel trail è sempre stato molto sviluppato ed è una consapevolezza che un ampio gruppo di atleti élite ha verso questo sport. Cerchiamo di preservare i valori che rendono questa disciplina interessante e diversa dalle altre. L'ecologia, ad esempio, è un principio a cui teniamo molto, visto che il trail running si pratica prettamente nei boschi o comunque in luoghi incontaminati. È la seconda volta che lanciamo questa associazione: prima durante la pandemia e poi a fine del 2022. Attualmente abbiamo una buona risposta: sicuramente la voce di Kilian, tra i fondatori della Pro Trail Runner Association, ha dato una grande spinta al progetto. Grazie a questa unione riusciamo ad avere una sola voce di fronte a istituzioni, organizzatori di gare e brand, tutelando gli atleti sotto molti punti di vista. Le quattro tematiche principali e quindi obiettivi da perseguire sono ambiente; competizioni ( per esempio lavorando con UTMB per le regole di accessibilità alle loro gare); i diritti degli atleti, con particolare attenzione alle donne; sport pulito - antidoping. 

Nike, un brand che non rappresenta solo uno stile, ma cerca di trasmettere valori imprescindibili tra cui l’inclusione tra generi, accettazione di sé e rottura degli stereotipi nello sport femminile. Che significato ha per te essere parte di questo team? Come li hai conosciuti e com'è iniziata la vostra collaborazione? Avete dei progetti per il 2023 oltre al tuo calendario gare?

«Ci siamo conosciuti a fine 2019, un bel periodo perché arrivavo da un secondo posto mondiale in Patagonia. Poi si è fermato tutto a causa de Covid19. Nell’ottobre 2021, con piccole ripartenze nel mondo, sono entrato ufficialmente da atleta in Nike. La collaborazione, però, aveva già preso una bella piega durante il periodo pandemico, così da organizzare insieme a Cesare Maestri un FKT a Madonna di Campiglio, su Cima Tosa, punta più alta del gruppo del Brenta. Del lavoro con loro non posso che esserne orgoglioso. Mi sento ben rappresentato essendo il primo brand al mondo in molti sport con particolare attenzione all’atletica che seguo a tutto tondo anche se sono specializzato nel trail running. Non mi sentirei rappresentato così bene da nessun altro brand, perché la maggior parte sono specifici in una categoria precisa di questo sport, mentre Nike è presente in ogni ambito».

Scarpa preferita da quando hai iniziato a correre con Nike?

«Una risposta che potrebbe sorprendere: la Vomero, versatile e trasversale anche se non la più usata in casa Nike. Se avessi l’opportunità di scegliere solo una scarpa, non avrei dubbi. Mi permette di correre un po’ ovunque con i dovuti - pochi - compromessi».

Vorrei avere una tua opinione in merito a due scarpe in particolare, tanto attese in questa estate: le Zegama e le Pegasus Trail 4.

«La Zegama è una scarpa con inclinazione prettamente off road mentre Pegasus Trail 4 la definirei door to trail, dall’asfalto ai sentieri corribili, agli ampi stradoni bianchi. La Zegama chiama i terreni aggressivi. L’intersuola in zoomX è reattiva e leggera: il feeling che si percepisce è un senso di morbidezza con un alto grado di protezione, nonostante la sua prontezza nei cambi di ritmo.
È una scarpa da long distance, dai 30 km in avanti, coprendo anche i chilometraggi ultra. Il grip è ottimo e infonde sicurezza a ogni passo: sono le scarpe che ho usato maggiormente al rientro dall'infortunio al gomito in cui avevo bisogno di sentirmi stabile e certo dei miei passi.
Le ho anche utilizzate ai Mondiali in Thailandia, anche se credo possano performare al meglio NEGLI ambienti alpini come quelli dei Mondiali di Innsbruck, dove sarò impegnato nello short trail.
La Pegasus Trail 4 è una scarpa più leggera, ideale per terreni come quello di Pikes Peak, in cui c'è sola salita e non è necessario avere un grip importante. La utilizzo parecchio vicino a casa mia, dove è presente un ambiente di media montagna senza particolari difficoltà».

Nike Zegama

Sensibilità al terreno, cosa preferisci?

«Come in ogni situazione, anche in questo caso bisogna trovare il giusto compromesso tra sensibilità e protezione. Sicuramente una Pegasus Trail 4 rimane più sensibile al terreno, offrendo una maggiore precisione. La Zegama, nonostante visivamente possa essere una scarpa importante e spessa, risulta leggera e dà buone sensazioni con il terreno».

Consiglio all’amatore, Pegasus Trail 4 o Zegama?

«Direi Zegama, per le ottime sensazioni di sicurezza e comodità sul trail. L’appoggio del piede è sempre molto stabile, con una costante performance della scarpa. La Pegasus è una scarpa per l’amatore più esigente, che ricerca più sprint e velocità, ma sa anche come spingerla al meglio delle sue potenzialità».

© albertofeltrin.com

Dentro la Trans D'Havet

Da undici anni a questa parte, nelle Piccole Dolomiti Vicentine si svolge la Trans d’Havet, gara di trail running che si sviluppa su tre distanze: Ultra 80 km con 5500 d+, Marathon 40 km con 2700 d+ e Half Marathon 24 km con1500 d+. 

«Abbiamo superato due stagioni difficili, tra pandemia e problemi di gestione - dichiara Enrico Pollini, organizzatore e mente della manifestazione - ma quest’anno siamo pronti a ripartire, proponendo tutte e tre le gare al completo. Come per tanti altri del settore organizzare un evento del genere è stato una grande scommessa, la risposta dei partecipanti è stata positiva: abbiamo dovuto addirittura chiudere le iscrizioni anticipatamente per esaurimento dei pettorali. Noi siamo carichi, ora non resta che partire».

La reintroduzione della gara Ultra comporta anche il passaggio nei punti più emblematici del luogo: il tracciato delle 52 gallerie del Pasubio, costruite durante la prima guerra mondiale, e il Rifugio Papa che proprio in quel giorno festeggiava il centenario dall’apertura. Per l’occasione è stato riservato alla stampa un trattamento particolare: quello di poter vivere la gara dall’interno, in modo da assaporare appieno tutte le emozioni e gli stati d’animo durante l’evento, conoscere da vicino chi lavora dietro le quinte, in silenzio, ma con un ruolo fondamentale per la riuscita della manifestazione.

Il rifugio Gen. A. Papa, punto di passaggio della Trans D'Havet

Passo la notte precedente alla partenza della prima distanza in compagnia del Soccorso Alpino sezione di Schio al bivacco sopra il rifugio Papa. Luca, Riccardo e Matteo avevano da coprire la postazione alla fine delle gallerie. E’ un compito che spetta loro ogni anno e hanno sempre lo stesso entusiasmo nell’aspettare e incitare ogni singolo concorrente che passa da li, magari ricordando di accendere la frontale anche alle prime luci dell’alba, perché all’interno delle gallerie è sempre buio e c'è rischio di cadere.

Ho condiviso con loro diversi momenti entusiasmanti: una deliziosa cena, offerta da Renato, il gestore del rifugio Papa, tra risate e la programmazione della giornata seguente, la sveglia alle 2.30 del giorno successivo, la preparazione di tutto il necessario per il primo soccorso e la sfacchinata nel portare il materiale al punto stabilito. Ho condiviso con loro la prima tazza di tè - chissá perché lo immaginavo caldo, invece al primo sorso mi si è gelato lo stomaco.. ma non importava, erano cosí gentili che non mi sarei mai osata dire nulla se non grazie. Per alcune ore mi sono sentita parte del loro gruppo, ed è stato emozionante.

Mi sposto al punto in cui devo fare i primi report per la gara. Si attende la testa del gruppo verso le 4.30 e con essa arrivano anche le prime luci dell’alba. Rimango li fino alle 6 circa, poi saluto i miei primi compagni di viaggio per correre a prendere un caffé ed una fetta di torta al rifugio, prima di recarmi al punto d’incontro prestabilito con Denis, il supervisore del tracciato. Arrivo con un ritardo di cinque minuti, ma era impossibile non fermarsi ad ogni curva per fare alcuni scatti e due chiacchiere con i concorrenti.

Mi accoglie con un immenso sorriso e non faccio in tempo a salutarlo che mi offre la colazione. Con un imbarazzante rifiuto - la crostata aveva già fatto il suo lavoro - partiamo alla volta di Pian delle Fugasse, primo ristoro in cui i concorrenti potevano avere un pasto caldo, sedersi e rigenerarsi per alcuni minuti.

La gestione del luogo è affidata agli alpini, che non mancano un’edizione e sono il cuore della manifestazione. Soddisfano le richieste di ogni corridore sempre con il sorriso, a qualunque ora e qualunque sia l’umore del concorrente.

Il tempo di due scatti ed ora di ripartire, direzione Campogrosso, dove la gara da 42 km si interseca con quella da 80 km. Da qui in avanti i tracciati saranno gli stessi e il gruppo sarà ancora piú consistente, perfetto per assaporare ancora più dall’interno le sensazioni dei partecipanti. Aspetto i passaggi dei primi concorrenti della Marathon per poi muovermi, ma stavolta a piedi, assieme a tutti i corridori, per godermi ancora di piú questo evento e i suoi meravigliosi scorci.

La salita dal Rifugio Campogrosso porta verso la cima Carega ed il Rifugio Fraccaroli. La strada si sviluppa nel bosco, per poi inerpicarsi su un ripida pietraia dove si può vedere la serpentina di persone salire con passo lento ma costante. Mi perdo nel fotografare volti stanchi, accaldati ma fieri di ciò che stavano facendo. Mi immergo in chiacchiere con i partecipanti, che non vedono l’ora di scambiare due parole con qualcuno.

Arrivo in cima alla forcella, breve discesa e poi una dolce salita verso il Fraccaroli, rifugio simbolo della manifestazione. Il ristoro è stato creato in memoria di Cristina Castagna, giovanissima alpinista che perse la vita nel 2009 mentre scendeva dal Broad Peak, la dodicesima montagna più alta della terra. E’ stata la più giovane alpinista italiana ad aver scalato un ottomila ed in zona è ricordata come ‘’el grio’’ ossia il grillo, per la sua vivacità estrema.

Un aneddoto raccontato post gara ma strettamente legato ad essa, è il giro della Trans d’Havet al contrario con gli sci d’alpinismo. Nel gruppo erano presenti la giovane alpinista, Paolo Dani - mancato recentemente nella tragedia della Marmolada - Mauro Pretto e Chiara Ambros, amici legati da una passione sfrenata per la montagna. Da Marana a Posina per godere di ogni metro di neve nelle montagne di casa.  Oggi viene ricordata con un libro, Acchiappasogni, e il ristoro al Fraccaroli dove si trova la cima del suo cuore, il Carega.

Da qui al mio rendez-vous con il medico della gara sono circa 30 minuti di discesa. Inizio a scendere godendomi ogni passo, con gli occhi ancora lucidi per i racconti. Aspetto qualche concorrente che cerco di incitare al mio meglio per portarlo alla base vita del rifugio Scarolbi.

Arrivo in una conca verde e anche qui, come una costante che caratterizza tutta la manifestazione, i sorrisi non tardano ad arrivare. Conosco Florio e Gigi, i medici. Con loro farò l’ultima ora di cammino e il rientro a Valdagno, paese di arrivo delle gare. Dobbiamo aspettare le scope e gli ultimi concorrenti prima di partire e questo mi da modo di scambiare due parole con gli alpini del posto.

«Non ho piú le forze per fare queste cose - mi racconta Dario, veterano della gara - ma non so come mai ogni anno mi ritrovo alle 5 del mattino ad allestire e preparare nel migliore dei modi l’accoglienza per i circa 400 corridori che passeranno».

Arriva la prima scopa, iniziamo a prepararci. Il sole è caldo, la temperatura si è alzata ma nulla può rovinare quelle ultime ore di luce e bellezza. Nonostante la stanchezza della giornata si ride e ci si racconta, i chilometri passano velocemente e arriviamo alla macchina. Ultimo giro e via all’arrivo di Valdagno. Arrivo trafelata alle premiazioni: foto di rito, saluti e poi, finalmente, riprendo fiato. Vedo Enrico, ideatore di questa giornata incredibile, che voleva vivessi da dentro la manifestazione, per capire cosa fosse davvero la Trans d’Havet.

A due giorni dall’evento, seduta alla mia scrivania in legno, con una leggera brezza che fa sopportare il caldo a stento, ricordo i volti, gli sguardi di ogni singola persona che ho incontrato durante il mio viaggio. Sorrido, perché se ci penso bene, non ho mai visto in nessuna manifestazione un’accoglienza del genere da parte degli organizzatori. E soprattutto nessuno ha mai pensato ad un viaggio ‘’inside the race’’.

Forse si dovrebbe fare piú spesso, forse bisognerebbe pensare oltre ai classici schemi e immaginare qualcosa che vada al di là del classico giornalismo.

Bisogna avere quel pizzico di follia per creare quanto ho vissuto, perché, ad onor della cronaca, se qualcosa fosse andato storto, avrei dovuto scriverlo e raccontarlo. Un bel rischio per gli organizzatori, soprattutto a due anni dalla versione integrale della gara.

«Siamo una macchina ben rodata. - mi racconta Enrico - Ero certo che se ci fossero state emergenze ogni volontario sarebbe stato in grado di gestirle e risolvere. Inserirti all’interno della gara è stato quello stimolo in più per fare ancora meglio, per esprimerci al massimo delle nostre potenzialità. Sono fiero di ogni singola persona e di come, dopo due anni difficili, ne siamo usciti ancora piú forti e caparbie.»

La Trans d’Havet dà appuntamento al prossimo anno chiudendo i sipari su un week end ricco di soddisfazioni e tanto caldo, con la promessa che il prossimo anno sarà in grado stupirci di nuovo.

CLASSIFICA 80 KM

Uomini

Alessio Zambon (Vicenza Marathon-La Sportiva)

Vittorio Marchi (ASD Team Km Sport)

Jimmy Pellegrini (Bergamo Stars Atletica-Skinfit-HokaOneOne)

Donne

Alessandra Olivi (ASD Scarpe Bianche-Scarpa/Mico)

Marialuisa Tagliapietra (United Trail&Running)

Marta Cunico (Ultrabericus Team ASD).

CLASSIFICA 40 KM

Uomini

Diego Angella (Atletica Brescia-Marathon-Scotto-Gialdini)

Christian Modena (Lagarina Crus Team)

Matteo Andriola (Unione Sportiva Aldo Moro).

Donne

Irene Saggin (Ultrabericus Team ASD)

Gaia Signorini (Runners Team Zanè)

Angela Trevisan (GP Turristi Montegrotto)

CLASSIFICA 24 KM

Uomini

Ruggero Pianegonda (Sport Race ASD)

Luca Marchioro (Skyrunners Le Vigne Vicenza)

Michele Meridio (Runners Team Zanè-Brooks Trail Runners)

Donne

Giulia Zaltron (Marunners)

Veronica Maran (Skyrunners Le Vigne Vicenza)

Liliana De Maria (Facerunners ASD).


Scarpa presenta Ribelle Run Kalibra

Ribelle Run Kalibra, una delle novità più attese della prossima stagione, è stata presentata da Scarpa in occasione degli Outdoor & Running Business Days di Riva del Garda, dove abbiamo avuto la possibilità di testare il prodotto in anteprima.

«È una scarpa che viene dalla montagna, altamente specifica - ha detto Marco De Gasperi, category manager per il trail running -. È un prodotto di nicchia per quando le condizioni climatiche sono molto difficili con la stessa protezione e sicurezza di quando si va a correre durante i periodi estivi».

All’interno il piede deve trovare una situazione di agio e comfort, la trazione e stabilità sono punti cardini di questo prodotto alquanto innovativo: la tomaia è idrorepellente e protegge dal freddo mentre la chiusura con il BOA Li2 garantisce un’ottima calzata e stabilità durante la corsa. Una scarpa leggera (circa 350 gr al paio) nonostante l’utilizzo sia specifico per condizioni estreme. Tra le novità più significative troviamo l’inserimento del Polartec WindBloc nella tomaia, presentato per la prima volta in una calzatura. Internamente si nota un pile in microgrid che consente un’ottima termoregolazione veicolando l'umidità verso l’esterno per avere il piede sempre asciutto. Alto livello di protezione all’acqua, 10.000 colonne, e lo strato più esterno protegge dal vento, così da avere la stessa temperatura per tutta l’uscita. Interiormente la scarpetta risulta morbida e confortevole: il piede viene stretto in modo omogeneo grazie al wrap 360, una fascetta che, mediante il sistema Boa, stringe sia l'avampiede che il tallone contemporaneamente. L’intersuola High Compression Foam in Eva a media densità dà massima stabilità e una risposta veloce agli stimoli del terreno. La gomma della suola è Super Gum Winter con tassellatura da 6 mm e un disegno particolare che si adatta perfettamente ai ramponcini.

Un primo test è stato fatto sui ripidi sentieri sopra la cittadina trentina. Non di certo il terreno ideale per la Ribelle Kalibra G, ma l’estremo comfort di calzata e corsa si è subito fatto notare. Per quanto risulti davvero morbida, è precisa all'appoggio, sicura e con un ottimo grip anche su fondo scivoloso.

Ora non ci resta che attendere la stagione piú fredda per poterla collaudare nell’ambiente per il quale è nata. 



Roberto Mastrotto, obiettivo 23 ore

Ho incontrato Roberto Mastrotto la prima volta nella sua zona, sulle Piccole Dolomiti Vicentine, in occasione dei test dell'Outdoor Guide 2022. Classe 1987, ha iniziato a correre seriamente nel 2016, conquistando il primo posto al Durona Trail (60 km) trampolino di lancio per iniziare a prendere l’ultra-trail sul serio.Inizia con la CCC. Non essendo mai stato nelle zone del Bianco, prende una settimana di ferie e corre quasi tutti i giorni pre-partenza, per poi scoprire che forse un po ' di riposo avrebbe giovato al suo fisico: crampi e problemi fisici sono stati i suoi compagni di viaggio per quasi tutti i 100 chilometri. Ha tagliato il traguardo, ma sapeva di dover tornare per non lasciare i conti aperti. Così nel 2018 ha alzato l’asticella e terminato la gara regina, l’UTMB, con un diciannovesimo posto in poco più di 24 ore.

Nel 2019, però, come un fulmine a ciel sereno, arriva un importante problema di salute che lo costringe a uno stop forzato per tutto l’anno. Passata lai parentesi Covid, nel 2021 eco il vero ritorno: una stagione in costante crescita per poi chiudere con un primo posto all'Adamello Ultra Trail. Atleta La Sportiva dal 2018, quest’anno è iniziato con il piede giusto: primo posto all’Ultrabericus Trail, secondo posto al'Istria by UTMB e tredicesimo posto alla La Sportiva Lavaredo Ultra Trail, migliorando il tempo della passata edizione di 8’.

Ore 13.30, durante le nostre rispettive pause pranzo, fissiamo un appuntamento telefonico per far due chiacchiere proprio sulla gara appena conclusa, la LUT.

Innanzitutto come stai? Hai recuperato bene? 

«Sto bene, le gambe sono quasi al 100 per cento. Fisiologicamente non mi sento ancora in piena forma, ma credo che sia dovuto al problema al basso ventre durante la gara». 

Ti sei fermato qualche giorno o non hai resistito al richiamo della corsa?

Ride e mi risponde «Sono stato fermo ben due giorni, qualcosa dal passato ho imparato. Poi due giornate di bici e da qualche tempo allenamenti un po’ più intensi di corsa. Ma senza forzare».

Parliamo della LUT, cosa ti lega a questa gara?

«Dal 2016, l’ultimo week-end di giugno è sempre nella cittadina ampezzana. Ho iniziato con il Cortina trail e un inaspettato quinto posto. In quella circostanza ho dovuto cercare anche un albergo di fortuna perché mai più immaginavo di arrivare così avanti nella classifica e la premiazione sarebbe stata il giorno seguente. La prima LUT nel 2017, poi 2018 e nel 2019, nonostante non fossi in condizione, ho seguito amici e compagni di squadra dal Col Gallina in avanti. Avevo bisogno di correre ancora in quei posti, dove gli occhi si riempiono di emozioni e gioia. Nel 2020 ho avuto l’occasione di correre la Cortina Virtual e nel 2021 sono tornato con una maggiore sicurezza e determinazione. Quest’anno, conoscendo ogni sasso e curva, ho portato a casa una prestazione di cui mi ritengo davvero soddisfatto, anche se… è ancora migliorabile. Spiegare cosa mi lega a questo evento é difficile. Ormai è la gara di casa, in cui mi sento al posto giusto nel momento giusto. Non mi immaginerei in nessun altro luogo per quelle date».

La partenza e il pre gara come li vivi?  Soprattutto in questo caso specifico, visto che La Sportiva è il main sponsor e hai partecipato a vari meeting ed interviste prima di poter riposare un po '. 

«Quest’anno sono rimasto abbastanza tranquillo nonostante i maggiori impegni prima dello start. Mi sento sempre più a casa e soprattutto più abituato a presenziare a questi eventi. Va da sé che verso l’ora di cena la tensione è andata crescendo, ma al momento del via tutto è sparito e ho potuto godere della bellezza del percorso e concentrarmi sulla strategia di gara».

Inside the race: raccontaci come l’hai gestita: 120 km sono lunghi da controllare. 

«Come sempre si è partiti forte, forse più del solito. Inizialmente c’era un bel gruppo di testa in cui ho cercato di reggere il ritmo, ma dopo la prima salita ho tirato i freni e ho fatto la mia  andatura. Da Cima Banche in avanti alcuni atleti sono saltati e lì ho iniziato il recupero. Transito al Col Gallina con 20’ di anticipo rispetto all’anno prima. Sembrava tutto perfetto quando il classico dolore che compare alle gare più importanti, presenta il conto. Non mi resta che gestire il vantaggio, stringere i denti (ma tanto) e portare a casa quello che ritengo un ottimo risultato. Certo che mi sarebbe piaciuto migliorare di 15’-20’, sarà per il prossimo anno. Arrivare in Corso Italia, nonostante tutto, è sempre un’emozione indescrivibile».

Tornerai? 

‘«Adesso è presto per pensarci, sono focalizzato sui prossimi obiettivi, ma questa gara è come una calamita e vorrei abbassare ancora il tempo. Le probabilità di rivedermi allo start di Cortina sono alte».

Come descriveresti la Lavaredo Ultra trail?

«Ti porta a correre sulle montagne più belle del mondo, certi paesaggi li vedi solo sulle Dolomiti. L’UTMB, per quanto sia unica, non ha gli stessi scorci e albe». 

Prossimi obiettivi? 

«UTMB. Devo farla a modo mio, con i tempi che conosco e scendere sotto il muro della 24 ore, avvicinandomi il più possibile alle 23 ore. La top ten sarebbe un sogno, ma nulla è controllabile in una gara di questa portata. Gestirò quello che sarò in grado di controllare, il resto verrà da sé».


La Sportiva Lavaredo Ultra Trail by UTMB, è iniziato il conto alla rovescia

Finisci che vorresti già ripartire. Dopo il non la farò mai più, tagli il traguardo che sei già sul sito, pronto a effettuare la preiscrizione per il prossimo anno. Le emozioni ti travolgono, per 365 giorni rivivi quei passaggi, quelle salite, quelle montagne. Le Dolomiti ti entrano nell’anima. Ti prepari al meglio per quei 120 chilometri che ti porteranno nuovamente a tagliare il traguardo in Corso Italia a Cortina D’Ampezzo. Questa è la Lavaredo Ultra Trail, unica gara italiana a rientrare nel neonato circuito UTMB World Series e che ogni anno richiama atleti da tutto il mondo, pronti a darsi battaglia fino all’ultimo metro corribile. È tutto pronto per la tradizionale partenza in Corso Italia, in programma venerdì 24 giugno alle 23.

Il tedesco Hannes Namberger, Team Dynafit, è pronto a difendere il titolo e il record del percorso 2021. Dopo un sesto posto all’UTMB e un inizio brillante con il primo posto a Penyagolosa, darà tutto per mantenere quanto ottenuto l’anno prima.
Andreas Reiterer, Team Asics, arriva da un inizio di stagione molto positivo, dopo la conquista del suo terzo titolo italiano consecutivo. Per lui, la LUT, un conto in sospeso. L’anno scorso, dominando per 85 km, si è dovuto ritirare a causa di forti dolori allo stomaco. Ora ha voglia di rifarsi. Lo spagnolo Pau Capell ha grandi aspettative e ha messo la gara tra i suoi obiettivi di stagione. Anche per lui, inizio brillante con la vittoria di Patagonia Run. L’atleta del Team The North Face dovrà tenere d’occhio il connazionale Pere Aurell Bove, incognita che potrebbe rivelarsi un uomo da battere. Riflettori puntati anche sugli atleti cinesi, assenti da due anni, che hanno visto esplodere il trail nel loro paese e stanno scalando il ranking mondiale della specialità. Tra gli italiani, occhi puntati su Roberto Mastrotto, Georg Piazza, Francesco Cucco e Riccardo Borgialli, alla prima volta su questa distanza.

In campo femminile grande attesa per la sfida Mimmi Kotka e Ragna Debats. La spagnola del team Merrell  ha iniziato il 2022 centrando quattro vittorie su quattro, dominando la Transgrancanaria e Istria 100 miglia. Per l’atleta del Team La Sportiva, un avvio di stagione tranquillo con un secondo posto alla MaxiRace Marathon di Annecy. Non ha esagerato e sembra avere un’ottima condizione fisica e mentale. Dopo il terzo posto nel 2021, punta sicuramente al gradino più alto. Attenzione anche ad Alessandra Boifava. Silenziosa e riservata, ha dominato Ultrabericus 100 mettendo in luce la sua grande forma fisica attuale. Sarà lei la terza incomoda?

120 Km, 5.800 m D+, 2.450 metri di quota alla Forcella Lavaredo, la lunga salita in Val Travenanzes… È tutto pronto.