A volte in montagna la difficoltà non sta soltanto in quello che si scala, sta nel proseguire. Scendere da una cima, attraversare, raggiungere la parete successiva e ricominciare, sapendo che ogni metro percorso è soltanto una parte di qualcosa di molto più grande. L’altoatesino Marian Aßmair e Michael Stadler hanno trasformato questo concetto in una lunga giornata sulle Tre Cime di Lavaredo, concatenando cinque vie storiche sulle pareti nord e raggiungendo cinque cime attraverso una unica linea continua.
Il risultato sono circa 2.000 metri di arrampicata, 56 tiri in cinque pareti, percorsi con una corda singola da 40 metri e una semistatica da 30. Dal primo tiro all’ultima cima sono trascorse 14 ore e 15 minuti, quindici ore considerando le pause.
Ma i numeri, da soli, raccontano solo una parte della storia. L’idea era nella testa dei due alpinisti già da tempo: collegare alcune delle linee più rappresentative delle Tre Cime senza interrompere la linea, utilizzando forcelle, cenge e discese per passare da una parete all’altra, non semplicemente salire cinque vie nello stesso giorno, ma costruire una traversata attraverso le pareti nord del massiccio.
La sveglia, metaforicamente, suona nel cuore della notte. Alle 3:45 Smair e Stadler iniziano a muoversi e alle 4:30 sono già all’attacco della prima via, la Cassin-Ratti alla Cima Ovest. È l’inizio di un viaggio attraverso quasi un secolo di storia dell’alpinismo dolomitico, da Cassin a Comici, passando per Preuss.
Il concatenamento segue un ordine geografico quasi naturale, ma alpinisticamente tutt’altro che scontato. Prima la Cima Ovest lungo la Cassin-Ratti (7a), poi la Cima Grande attraverso la Comici-Dimai (6b). Da lì la linea continua verso la Torre Preuss , percorsa lungo la Fessura Preuss (5b), quindi sulla Punta di Frida attraverso la Dülfer (4b), prima dell’ultima salita sulla Cima Piccola lungo la Innerkofler (4b).
Cinque nomi che appartengono a epoche diverse ma che, messi uno dopo l’altro, compongono una sorta di atlante verticale della storia delle Dolomiti.
La Cassin-Ratti sulla parete nord della Cima Ovest è una delle grandi realizzazioni dell’alpinismo degli anni Trenta. La Comici-Dimai sulla Grande è uno degli itinerari simbolo delle Tre Cime e dell’evoluzione dell’arrampicata su grandi pareti dolomitiche. Preuss, Dülfer e Innerkofler rimandano invece ancora più indietro, alle origini dell’arrampicata moderna e a una generazione che sulle Dolomiti iniziò a cambiare radicalmente il modo di muoversi sulla roccia. Percorrerle consecutivamente significa quindi attraversare non soltanto cinque pareti, ma differenti capitoli dell’alpinismo.

Il difficile arriva anche tra una via e l’altra, è proprio qui che un concatenamento di questo tipo assume una dimensione differente rispetto alla somma delle singole salite.
Dalla Cima Ovest bisogna scendere e attraversare il canale settentrionale per raggiungere la Cima Grande. Dalla Grande il percorso prosegue oltre la Paternsattel, la Forcella Lavaredo, in direzione della Torre Preuss, della Punta di Frida e infine della Cima Piccola.
La difficoltà diventa quindi quella di mantenere continuità ed efficienza in un terreno estremamente complesso. Bisogna conoscere non solo le vie, ma anche le discese, gli accessi e i collegamenti. Individuare rapidamente l’itinerario corretto, gestire le corde senza perdere tempo, scegliere quando mangiare e bere e mantenere lucidità mentre nelle braccia e nelle gambe si accumulano centinaia di metri di arrampicata.
Su una singola via un errore nella gestione può costare qualche minuto. In un concatenamento di 56 tiri, piccoli ritardi ripetuti decine di volte possono trasformarsi in ore.
E poi c’è la componente fisica. Dopo la Cassin non c’è il rifugio, ma la Comici. Dopo la Comici non è finita: bisogna scendere, attraversare e tornare nuovamente sulla roccia. E quando si raggiungono Torre Preuss e Punta di Frida, nelle braccia c’è già buona parte dei duemila metri verticali della giornata.
È probabilmente questa continuità a raccontare meglio la prestazione: riuscire a mantenere un ritmo sufficientemente alto non per qualche tiro, ma per un’intera giornata, alternando arrampicata, discese e trasferimenti. Una questione di velocità, ma soprattutto di efficienza
Marian racconta che tutto ha funzionato particolarmente bene e che i due sono riusciti a mantenere un buon ritmo durante l’intera giornata. Dietro una frase apparentemente semplice c’è probabilmente uno degli elementi decisivi del concatenamento. Su un terreno del genere l’efficienza passa da centinaia di piccoli gesti: preparare una sosta, recuperare il compagno, sistemare la corda, iniziare immediatamente il tiro successivo, orientarsi sulle cenge, trovare una calata, ripartire. Ridurre al minimo i tempi morti diventa importante quasi quanto essere veloci nell’arrampicata vera e propria.
Alle 18:45, quindici ore dopo essere partiti, Smair e Stadler raggiungono la quinta e ultima cima.
Cinque montagne, cinque itinerari, ma soprattutto un’unica linea immaginaria disegnata attraverso uno dei gruppi montuosi più iconici delle Dolomiti. È forse questo l’aspetto più interessante del loro concatenamento: prendere vie nate come obiettivi indipendenti, ciascuna con la propria storia e la propria cima, e trasformarle nei singoli capitoli di una sola, lunghissima giornata sulle Tre Cime.
