Electric Greg

«Ho scelto la zona di Bonney perché sapevo che sarebbe stato l’unico posto senza sole e con – 18. No, dai, scherzo, l’ho scelta perché so che molte persone avrebbero potuto salire i mille metri di dislivello e godersi una giornata di sci nella powder senza tracce con me. Ho fatto un paio di giri e alcuni semplici calcoli in alto: 2.000.000-1.998.500 = 1.500 piedi. Sono sceso con gli sci per 1.500 piedi e poi sono tornato indietro e ho incontrato Tracey, mia mamma, Don e alcuni grandi amici nella parte superiore, proprio mentre il mio orologio ticchettava. Pensavo che sarebbe andato tutto bene e che questa linea di due milioni sarebbe stata solo immaginaria. Ma guardandolo ticchettare, rivivendo ogni singolo istante e andando con la mente allo sforzo che è stato dedicato a quel piccolo numero e al fantastico supporto che i miei amici e la mia famiglia mi hanno dato per portare a termine questa pazzia, l’emozione è venuta a galla e mi sono ritrovato a piangere. Ho investito tanto in questo sciocco obiettivo che alla fine è stata una carica travolgente avere Tracey lì con me, con gli amici e lo champagne, è stato incredibile».

© Mattias Fredriksson

Come preparativo per il cenone di San Silvestro del 2010 Greg Hill si è regalato due milioni di piedi di dislivello con gli sci ai piedi, una media di 5.500 per ogni giorno dell’anno, con un picco di 23.000 piedi al giorno e 77 giornate oltre i 10.000, salendo 71 montagne in Nord e Sud America, sciando 1.039 piste in quattro Paesi. Sono rispettivamente 609.600 metri di dislivello, con una media di quasi 1.700, picchi di 7.000 e 77 giorni con 3.000 metri. E non è l’unica ‘pazzia’ di Greg, perché lo scialpinista canadese ha fatto partire la corsa al record del dislivello giornaliero e si è testato anche sui 30 giorni. Potrebbe essere uno skialper tutto sci stretti e tutina, ma Hill, la cui storia è appena stata inserita dai colleghi statunitensi di Backcountry Magazine tra quelle da ricordare per celebrare i 25 anni della rivista, non scende mai sotto i 106 mm al centro e questa bulimia di dislivello è funzionale alla sua voglia di esplorazione. Insomma, un perfetto freetourer che siamo andati a intervistare tra le montagne dell’Alberta, dove vive. Ne parliamo in un ampio reportage Skialper 127 di dicembre-gennaio.

© Mattias Fredriksson

La Sportiva premiata per il passaggio generazionale

Lo scorso 29 novembre a Milano presso il Centro Svizzero ha avuto luogo la cerimonia di premiazione del Premio Di padre in figlio, giunto alla nona edizione, che ha visto l’alternarsi sul palcoscenico gli imprenditori delle aziende family owned italiane che hanno già realizzato passaggi generazionali di successo in anni recenti. Quarantasette i finalisti premiati nelle otto categorie previste. È andato a La Sportiva il premio per l’internazionalizzazione dedicato al passaggio generazionale in aziende a forte presenza sui mercati esteri, capaci di distinguersi sullo scenario globale senza perdere l’anima e la ownership data dalla gestione famigliare.

Fondamentale l’aspetto delle quote rosa che caratterizza anche La Sportiva grazie all’entrata nel consiglio direttivo di Giulia Delladio, responsabile marketing strategico e figlia del CEO Lorenzo Delladio.
«È un riconoscimento davvero importante per la nostra famiglia intesa come quella La Sportiva di cui fa parte ognuno dei nostri 360 collaboratori di oggi – ha dichiara Giulia Delladio – In questo momento in azienda convivono in armonia la generazione di Lorenzo che ha aperto le strade all’internazionalizzazione con intuizioni di prodotto fondamentali per chi va in montagna e la generazione che sta lavorando per trasformare la cultura calzaturiera costruita in 90 anni di storia, in quella di un brand capace di cogliere le nuove sfide globali. Si tratta della ricerca costante di un equilibrio dinamico tra tradizione e mantenimento dei valori che ci caratterizzano da un lato ed innovazione e sguardo rivolto al futuro dall’altro».


Da domani i Campionati italiani a Pontedilegno-Tonale

Il comprensorio Pontedilegno-Tonale è pronto a illuminarsi a festa per un lungo fine settimana che avrà il compito di assegnare i titoli tricolori giovani, under 23 e assoluti di skialp delle specialità sprint, staffetta e vertical. Da venerdì 13 a domenica 15 dicembre i migliori interpreti italiani e le giovani promesse, in rappresentanza dei Comitati Fisi d’Italia, andranno a caccia di medaglie nei tre eventi che l’Adamello Ski Team ha messo in cantiere. La sprint e la staffetta andranno in scena nella formula serale proprio a Ponte di Legno, creando una sorta di stadio con una cornice fatta di musica, intrattenimento e iniziative collaterali. La gara sprint scatterà alle 17.30 con le prime qualifiche per la categoria giovani, quindi seguiranno le sfide under 23, senior e master su un percorso allestito nei pressi del campo scuola Cida, perfettamente illuminato, che rispetterà gli standard imposti dalla Federazione per sviluppo e dislivello. Anche la staffetta di sabato godrà dello stesso teatro nei pressi della stazione della cabinovia a Ponte di Legno e identico sarà l’orario di partenza delle prime staffette giovanili: ore 17.30.

Domenica mattina invece spazio al vertical, che andrà in scena al Passo del Tonale con lo start della alle ore 10.30. Lo scorso anno gli scudetti tricolori erano andati al petto di Michele Boscacci ed Alba De Silvestro nella vertical race, di Robert Antonioli e Giulia Murada nella sprint, mentre la staffetta, come da pronostico, vide trionfare il Centro sportivo Esercito e al Comitato Alpi Centrali per quanto riguarda i giovani.


Transalp, il think-tank dello skialp itinerante

Ci sono eventi che diventano il simbolo di una filosofia di affrontare l’outdoor e l’avventura. Basti pensare al Raid Gauloises, all’UTMB o alla Parigi-Dakar. E, perché no, alla Fischer Transalp che nel 2020 arriverà al traguardo delle dieci candeline. Se oggi lo scialpinismo è sempre più legato all’idea del viaggio, di attraversare valli e regioni per andare da un punto all’altro, lo dobbiamo in buona parte alla Transalp. Quando nel 2010 un piccolo gruppo di skialper di lingua tedesca si diede appuntamento in un paesino dell’Austria c’era ancora un mondo da inventare. «La Transalp è nata proprio perché a quei tempi qui in Austria la maggior parte degli scialpinisti non faceva altro che su e giù in giornata per i monti mentre noi sapevamo che la nostra attrezzatura era molto resistente e credevamo che fosse perfetta per tour di più giorni: così abbiamo pensato che il modo migliore per farla conoscere fosse proprio quello di organizzare una traversata delle Alpi» dice Martin Eisenknapp, project manager della divisione scialpinismo del marchio austriaco. Da allora quello che era un esperimento è diventato un marchio ben conosciuto, entrato nell’immaginario dello skialper medio come l’avventura da provare una volta nella vita. Ma anche un think-tank dove sono nati alcuni degli sci più adatti allo skialp moderno.

Su Skialper 127 di dicembre-gennaio abbiamo ripercorso la storia della traversata delle Alpi con gli sci ai piedi, tra curiosità, aneddoti e prospettive per il futuro, però se volete provare a partecipare alla prossima edizione è meglio che ci pensiate velocemente. La Fischer Transalp 2020 è stata anticipata di circa un mese rispetto alla tradizione, con partenza dalla Slovenia il 2 marzo e arrivo in Austria, dopo essere passati per l’Italia, l’8 marzo. Fino al 12 gennaio c’è tempo per mandare la propria candidatura attraverso l’indirizzo Internet fischersports.com/transalp. Sono richieste ottima padronanza della tecnica sciistica, conoscenza dell’ambiente montano e un fisico allenato ad affrontare una settimana con medie di 1.500 metri di dislivello al giorno.


Kamchatka, la penisola di fuoco

«Io l’avevo già visitata, circa dieci anni fa, feci una vacanza di heliski. Si dormiva in città, a Petropavlovsk, si passavano ore in un hangar ad aspettare il bel tempo e, se poi eravamo fortunati, ci trovavamo su qualche pendio senza sapere esattamente dove. Elicotteri enormi, oblò piccoli, 25 persone: una funivia con le pale. Non mi era piaciuta l’esperienza nel suo insieme, ma la Kamchatka sì. La natura è meravigliosa e meritava un’altra chance» scrive così Paolo Tassi, insieme a Martino Colonna autore dell’articolo sulla Kamchatka che pubblichiamo su Skialper 127 di dicembre-gennaio.

© Martino Colonna

E dopo quella esperienza Tassi in Kamchatka ci è tornato, scoprendo che sciare su un vulcano è un’esperienza particolare: «L’esposizione costante del pendio fa sì che le sciate siano infinite, non esistono punti intermedi dove fermarsi, si parte e si va...». E poi ci sono i geyser, spazi infiniti, granchi, gamberi e salmoni tra i migliori al mondo. Ecco perché vale la pena di leggere il reportage di 11 pagine che pubblichiamo su Skialper in edicola. E naturalmente la neve. Scrive Martino Colonna: «I vulcani della Kamchatka sono molto più grandi e attivi di quelli del Giappone e possono superare i 4.500 metri. L’altra sensibile differenza la fa il clima. La Kamchatka è più a Nord e quindi se uno pensa che gli inverni in Hokkaido siano particolarmente freddi e ventosi è solo perché non ha mai avuto a che fare con il clima della Kamchatka. Nella parte meridionale della penisola le temperature medie invernali sono inferiori ai meno 10 e le precipitazioni annuali superano i 2.000 mm di acqua l’anno, molta della quale cade sotto forma di neve. A fine aprile, quando siamo stati nella zona Sud della penisola, c’erano ancora due metri di neve al livello del mare». Sono quattro i vulcani sciati dal duo Tassi-Colonna: Avachinsky, Viluchinsky, Mutnovsky e Gorely, con dislivelli fino a 2.700 metri, raggiungibili con lunghi avvicinamenti in motoslitta, fuoristrada o gatto delle nevi. Welcome in Kamchatka!

© Martino Colonna
© Martino Colonna

Thomas Kähr: i giovani sono fondamentali per la crescita internazionale dello scialpinismo

Cambio al vertice della ISMF, la federsci internazionale dello scialpinismo: lo scorso fine settembre a sostituire Armando Mariotta è arrivato lo svizzero Thomas Kähr. Abbiamo rivolto qualche domanda al neopresidente.

Perché si è candidato alla presidenza?

«La mia motivazione nasce dalla passione per la montagna e per gli sport di montagna. Da molti anni sono un alpinista e arrampico. Lo scialpinismo è diventato la mia attività preferita in montagna. E sono felice e grato di poter ancora gareggiare in diverse manifestazioni di scialpinismo in Svizzera. Quindi, penso di avere buone ragioni per dirlo, conosco lo sport di cui sono presidente. Inoltre, sono in grado di offrire la mia esperienza di lunga data nella gestione generale, nella gestione dello sport e nella comunicazione. Sono fiducioso di poter contribuire in modo significativo a creare una federazione efficiente e gestita senza intoppi».

Lei è vicepresidente dell’UIAA, ci sarà una collaborazione tra le due federazioni?

«A causa di apparenti conflitti d’nteresse ho lasciato tutte le funzioni ufficiali dell'UIAA alla fine di ottobre 2019, data dell'Assemblea Generale dell'UIAA. E - tra l'altro - non avrei il tempo di lavorare per entrambe le federazioni. La questione di una possibile collaborazione non è ancora stata discussa internamente. In questo momento, non escluderei una collaborazione selettiva in aree in cui entrambe le parti possono trarne beneficio, per esempio in materia antidoping o medica».

Quale sarà il suo programma di lavoro per la federazione? Soprattutto per lo sviluppo della Coppa del Mondo?

«Nel campo delle gare di Coppa del Mondo le priorità saranno due: da un lato, svilupperemo ulteriormente la qualità degli eventi esistenti, in particolare nel campo del marketing e della comunicazione e della collaborazione con i nostri organizzatori locali. Poi ci impegneremo nell'organizzazione di gare di Coppa del Mondo nelle Americhe, dove non ne abbiamo attualmente. Questo porterà lo sport a un livello globale con gare di alto livello in tre continenti».

Cosa pensate che si debba fare per lo sviluppo dello scialpinismo?

«Siamo felici di vedere che gode di una crescente popolarità nella comunità degli sport invernali in generale. E sempre più stazioni invernali hanno scoperto questo fantastico sport per arricchire la propria offerta. Lo scialpinismo è di tendenza, perché è sano e vicino alla natura, e non hai bisogno di impianti per essere praticato. Il nostro primo obiettivo sarà quello di ispirare un maggior numero di sportivi a praticare lo skialp. Un ampio movimento giovanile sarà essenziale per sviluppare le gare internazionali. I partner principali per questo sviluppo giovanile saranno le nostre federazioni nazionali che sono vicine alle comunità locali come gli sci club».

E il contratto con Infront? Non pensate che in questo momento sia meglio diffondere gratuitamente le immagini video delle gare per avere più visibilità e solo dopo cercare di ‘vendere’ lo skialp? Pensa che sia possibile avere un canale web per trasmettere le gare in diretta?

«Come ho già detto, marketing e comunicazione saranno una delle nostre priorità nel prossimo futuro. Ne discuteremo anche con il nostro partner Infront, con il quale abbiamo un intenso dialogo».

Olimpiadi, rapporto con La Grande Course, quali sono i vostri progetti?

«Entrare a far parte del movimento olimpico è il sogno di ogni atleta. Questo vale anche per lo scialpinismo. Intanto siamo felici di metterci in mostra in occasione dei prossimi Giochi Olimpici Invernali Giovanili del prossimo gennaio a Losanna, con gare nella vicina Villars-sur-Ollon. Sarà un’esperienza importante per diventare sport olimpico a Milano-Cortina del 2026. Per quanto riguarda La Grande Course, sarà importante avere un rapporto buono e proficuo con gli organizzatori di questi fantastici eventi. La comunità dello scialpinismo è piccola e tutti coloro che ne fanno parte dovrebbero avere un interesse intrinseco a collaborare».

 

 

 


Natural born skiers

«Parlare con persone che vivono per lo sci non è così scontato come sembra. Lo scivolare in montagna occupa un posto tanto intimo in ciascuno di loro, che doverlo raccontare non è stato sempre facile. Anche trovarle queste persone non è stato banale: come per i tifosi nel calcio, il rischio di incappare in infervorati occasionali è concreto. Difficile distinguere tra chi lo sci lo vive per se stesso e chi per la story e il post del weekend. Per molti, la ricerca diventa far credere al proprio pubblico di star vivendo un sogno: Yeah! Seguiteci! Balle! È spesso vero che di solito, quando la gente è libera di fare ciò che vuole, si imita a vicenda». Scrive così Andrea Bormida nell’articolo Natural Born Skiers, su Skialper 127 di dicembre-gennaio. Un articolo nel quale invece noi volevamo persone che vivono lo sci come elemento naturale, non perché fa stile. Volevamo degli sciatori, persone che vivono da tempo la loro passione indipendentemente dalla latitudine.

«Lo schema di partenza è però stato sempre lo stesso: Dimmi chi sei? Per poi farselo raccontare attraverso il proprio modo di vivere lo sci e la sensazione di libertà che ne deriva. Quindici storie diverse, tutte di passione. Un girone di dannati e di romantici. Un collage variopinto di piccoli ritratti, corti o lunghi, intensi o meno… non sta a noi dirlo. Non vogliamo briglie, tutto molto free. Alcuni li conoscevamo, altri sono stati una scoperta. Tutti hanno una storia che li ha portati a sciare da soli o in gruppo, magari a lavorare con gli sci per cercare di trasmettere qualcosa o per valorizzare il proprio territorio, o più semplicemente per arrivare a star bene con se stessi». Tutti veri freetourer. Chi sono? Paolo Tassi, Enrico Dellarole, Andrea Cismondi, Ettore Personnettaz, Roberto Parisse, Silvia Moser, Fabio Beozzi, Simone Barberi, Pietro Marzorati, Marco Maffesi, Elisa Vottero, Alfio Scigliano, Mauro Soregaroli, Francesco Tremolada ed Enrico Mosetti. Se volete conoscerli meglio… non vi resta che comprare Skialper 127 di dicembre-gennaio.

Alfio Scigliano

Svelato il calendario delle Golden Trail National Series

Quando si dice buona la prima. È il caso della Golden Trail National Series (declinazione nazionale di Golden Trail World Series), evento locale che nel 2019 ha subito attratto l'attenzione di alcuni tra i più forti atleti a livello nazionale. GTNS ha come obiettivo quello di convogliare in un unico super circuito nazionale tutti i runner della corsa off-road. Attraverso la sua originale formula, infatti, la Golden Trail National Series dà la possibilità ai partecipanti di confrontarsi a livello locale con molti degli interpreti nazionali e internazionali del trail-running e dello skyrunnning e ai più forti di ottenere il pass per la finale GTNS Italia per inseguire, successivamente, il sogno di partecipare al Gran Finale (Isole Azzorre) delle GTNS Europee. I Paesi che fanno parte di GTNS in vista della stagione 2020 sono Francia, Spagna, Repubblica Ceca, Slovacchia e naturalmente Italia, come sappiamo una delle realtà più effervescenti del panorama europeo per quanto riguarda il trail running.

Gli appuntamenti in Italia nel 2020 saranno quattro: TCE Traversata Colli Euganei - 03 maggio (222 km, 1.200 m D+) -Finestre di Pietra - 16 maggio (44 km, 2.200 m D+) - BUT Bettelmatt Sky Race - 11 luglio (35 km, 1.940 m D+) - Transpelmo - 6 settembre (19 km, 1.300 m D+). La Finale GTNS Italia sarà il 13 settembre 2020, La Veia Sky Race (31 km, 2.600 m D+). Gli atleti che ambiscono alla finale, ovvero i primi 3 M&F potranno entrare in classifica gareggiando in almeno due dei quattro appuntamenti. Il campione o la campionessa della Golden Trail National Series Italia 2020 sarà colui/colei che avrà raggiunto il punteggio più alto con i suoi migliori due risultati, più la finale. La novità del 2020 riguarda il fatto che i primi tre uomini e donne della classifica generale delle GTNS Italia riceveranno il biglietto per il Gran Finale delle GTNS: Azores Trail Run, il sentiero dei vulcani, il primo novembre 2020. www.goldentrailseries.com


Fair Wear Foundation conferma il titolo di Leader a Orotovox

Per la seconda volta consecutiva Ortovox, l’azienda specializzata nella produzione di attrezzatura per l’alpinismo, è stata insignita del titolo di Leader dalla Fair Wear Foundation (FWF). L’organizzazione indipendente no profit punta a migliorare gli standard sociali e le condizioni di lavoro dell’industria tessile. Nonostante la continua crescita e l’apertura di nuovi stabilimenti di produzione, l’impresa bavarese è riuscita a monitorare il 98% della produzione come previsto dalle direttive FWF.

Secondo Stefanie Rieder-Haas, CSR manager di Ortovox «Il raggiungimento annuale del titolo di Leader assegnato dalla Fair Wear Foundation è parte integrante della nostra strategia di sostenibilità. Questo riconoscimento è la dimostrazione della trasparenza a lungo termine di e dei continui sforzi in qualità di azienda socialmente responsabile. Il fatto di aver ottenuto ancora una volta il titolo di Leader, con un risultato pari a 76 punti, ci gratifica e conferma che stiamo percorrendo la strada giusta».

Da alcuni anni Ortovox ha adottato una serie di misure per aumentare la sostenibilità dell’azienda, rendendo questo approccio più tangibile e misurabile su più livelli. Tra i vari passi citiamo le adesioni all’associazione per i tessuti sostenibili (Bündnis für nachhaltige Textilien) e alla Fair Wear Foundation, avvenute nel 2015. Nel 2016 inoltre ha aderito all’European Outdoor Conservation Association (EOCA). Nel 2017 è stato pubblicato l’Ortovox Wool Promise (OWP), ovvero un protocollo interno che fissa standard per la produzione e la lavorazione della lana conforme al Responsible Wool Standard (RWS). In qualità di membro della FWF, Ortovox si impegna ad applicare le rigide direttive dell’organizzazione negli stabilimenti di produzione. A tal fine l’azienda garantisce, tra i molti altri aspetti, una retribuzione adeguata, condizioni di lavoro sicure e salubri e orari di lavoro ragionevoli. Molti membri del team visitano regolarmente le fabbriche dove avviene la produzione. L’obiettivo, oltre al controllo del rispetto delle direttive, è quello di contribuire a un ulteriore sviluppo attraverso incontri e scambi di opinioni e l’analisi di esempi di best practice.


In arrivo Skialper 127 di dicembre-gennaio

Duecentoventiquattro. Nel dubbio lo scriviamo anche in cifre, 224. Sono le pagine del prossimo numero di Skialper, in edicola a partire dal 10 dicembre e ordinabile anche online, un fascicolo da record per celebrare l’inverno che è già arrivato, portando tanta neve sulle Alpi. Un numero tutto speciale, con la copertina rinnovata nello stile, dedicato alla new era dello scialpinismo. Volevamo chiamarlo freetouring, oppure scialpinismo moderno. Ma in effetti le categorie ci stanno strette e non volevamo alzare steccati. Lo spirito di Skialper 127 di dicembre 2019/gennaio 2020 è quello descritto dal nostro direttore editoriale Davide Marta nella Buyer’s Guide: «Montagna, godere, community, ricerca estetica, linea, ambiente, condivisione, neve intatta, obiettivi, eleganza, esperienza, unicità, passione. Il freetouring è una terra di mezzo, è qualcosa che ancora non è definito al 100% ma che si sta sempre di più connotando. Unisce l’esperienza sciistica, il piacere edonistico della linea intatta e ben sciata. Esperienza sciistica che però non può essere separata dalla ricerca di spazi intatti, lontani dalle solite tracce, il che richiama automaticamente la necessità di muoversi in distanza, dislivello ed ingaggio. E c’è anche un altro aspetto, quello del fare le cose in compagnia, con amici, lasciare da parte la competizione, la sfida, la performance a tutti i costi. Dallo scialpinismo classico si prende la voglia di esplorare, di andare a vedere lassù, di là. Ma si lascia indietro l’ossessione per la vetta, per la conquista, per la lotta con l’Alpe. Del freeride si prende la voglia di tracciare pendii vergini, di farlo con stile, con eleganza, con rispetto dell’ambiente». Ecco, nel disegnare Skialper 127 siamo partiti dalla forza di questa idea più che da un termine preciso.

© Federico Ravassard
© Daniele Molineris/Storyteller-Labs

MONSIEUR BRUNO - Trend setter: colui che avvia nuove mode e stili. Qualcuno lo vorrebbe essere, qualcun altro fa finta di esserlo e poi c’è chi lo è davvero, quasi inconsapevolmente: Bruno Compagnet appartiene a quest’ultima categoria. «Fino a pochi anni fa lo scialpinismo era considerato un’attività da vecchi, di quelli che andavano in giro con pantaloni di Cordura attillati, sci stretti e tendenzialmente sciavano male. I giovani cool, invece, volevano essere freerider, abbigliamento colorato e sbragalone, adesivi ovunque - per poco anche sulla lente della maschera - e sci fat che facevano voltare i turisti in coda alla seggiovia. (…) Poco alla volta, quattro o cinque anni fa, le cose sono cominciate a cambiare, grazie sia alla comparsa di attrezzatura specifica, ma anche a causa di alcune figure che importavano la cultura buona del freeride nel mondo delle pelli di foca: set-up più discesistici, un’estetica curata tanto nel materiale quanto nell’abbigliamento, un rispetto reverenziale verso la discesa che si tramutava nella ricerca dei pendii e nevi ideali per divertirsi e un generale abbandono dell’epicità dell’alpinismo a favore dell’edonismo da inseguire attraverso lo sci. Insomma, di colpo lo scialpinismo non era più un passatempo da sfigati, ma il nuovo trend degli sport invernali, grazie anche a brand disruptive come Black Crows. I freerider montavano attacchini sui loro sci e gli scialpinisti cercavano di capire cosa significasse il termine rocker. Entrambi ignoravano che in realtà per alcuni quella pratica altro non era che la naturale evoluzione dello sci che avevano praticato negli ultimi venti o trent’anni. Bruno è uno di questi». Quindici pagine a tu per tu con Compagnet.

© Martino Colonna
© Martino Colonna

KAMCHATKA, LA PENISOLA DI FUOCO - Scrive Paolo Tassi: «La penisola della Kamchatka è costellata da un’infinita catena montuosa dalla quale si ergono vulcani di tutte le dimensioni. Non sono tutti uguali: i crateri a volte si slanciano verso il cielo, quelli a cono, e non sono facilissimi da risalire. Anzi, più ci si avvicina al cratere, più è ripido e ghiacciato. Ci sono vulcani che implodono, creando caldere enormi. In altre occasioni geyser e fumarole compaiono qua e là, rendendo la montagna più viva che mai e facendo capire che lì sotto c’è un cuore pulsante, ribelle e pronto a eruttare come un bambino dopo un sorso di Coca Cola. Vale veramente la pena sciare un vulcano: l’esposizione costante del pendio fa sì che le sciate siano infinite, non esistono punti intermedi dove fermarsi, si parte e si va...». Ed è proprio quello che abbiamo fatto noi pubblicando l’ampio reportage di Paolo e Martino Colonna.

© Federico Ravassard
© Federico Ravassard

ARGENTERA RELOADED - Mai decollata veramente come stazione sciistica, la località piemontese è uno dei migliori segreti delle Alpi per discese nella polvere profonda, un segreto custodito anche da celebrità come Candide Thovex e Kaj Zackrisson. Ma ora la probabile chiusura degli impianti obbliga a riavvolgere il nastro e disegnare un nuovo futuro. Scrive Federico Ravassard: «Argentera è sempre stato il posto di cui non bisognava parlare. Troppo bella, troppo poco affollata per essere data in pasto agli affamati di polvere, specialmente quando lì se ne trovava mediamente più che nel resto dell’arco alpino. Protetta dalla massa anche grazie al suo isolamento: dalla pianura del cuneese bisogna sciropparsi cinquanta chilometri di curve, spesso intasati dai tir diretti verso la Francia attraverso il Colle della Maddalena. Da Milano ci vogliono quattro ore, da Torino poco più di due: forse troppi per una stazione che ha da offrire una seggiovia e uno ski-lift. Ciononostante il mito di Arge è cresciuto negli anni, senza tuttavia riuscire mai a diventare un fenomeno mainstream come è successo ad altre località simili, per rimanere in Piemonte, Prali, forse anche a causa del fatto che i suoi frequentatori hanno preferito mantenerla per sé, per fare in modo che nei giorni di polvere in coda agli impianti ci si potesse contare nell’ordine di un paio di decine di sciatori». Un reportage di 17 pagine: siamo andati a trovare i local e a visitare Arge per capire quale futuro potrà avere.

© Filippo Menardi

CANALI A MANETTA - Sci dai 105 millimetri in su, sbananati e con montaggio centrale. Pellate e ingaggio alpinistico seguiti da curvoni in stile big mountain nelle forcelle più strette del versante opposto. È questa la new era del freetouring dolomitico, che raggiunge la completezza nel progetto Linea: sciare discese estreme (ripetizioni, prime ripetizioni e forse anche prime assolute) dall’inizio alla fine, senza averle risalite, alla massima velocità e nel caso anche fissando ancoraggi per calate, avvalendosi di un normale pianta spit. Ne scrive Alberto Casaro.

TRANSALP, IL THINK TANK DELLO SKIALP ITINERANTE - La traversata delle Alpi organizzata da Fischer, che nel 2020 festeggia i dieci anni, è diventata negli anni il simbolo di un modo di affrontare la montagna. E incubatore di idee per realizzare gli sci per lo scialpinismo moderno.

© Mattias Fredriksson

ELECTRIC GREG - Greg Hill, 43 anni, scialpinista canadese, ha messo la creatività al centro della sua idea di esplorazione, arrivando a sciare fino a 600.000 metri di dislivello in un anno e 100.000 in un mese. Ma sempre con almeno 106 millimetri sotto il piede. E ora si è lanciato in una nuova sfida. Lo abbiamo incontrato in Canada. La sua filosofia? «Mi piace salire, ma per trovare una nuova linea, sciare un couloir, esplorare la montagna. Quando unisci un buon livello di fitness e di esperienza hai possibilità infinite, puoi andare su quella cima, esplorare quella valle, sciare quel pendio. È una sensazione di infinito che non dipende dal livello, perché accomuna tutti quelli che vivono lo sci di montagna con questo spirito, certo se sei forte gli obiettivi e la soddisfazione per quello che hai fatto aumentano. Le montagne più belle? Quelle che non hai ancora sciato».

© Alice Russolo

NATURAL BORN SKIERS - Lo schema di partenza è stato sempre lo stesso: Dimmi chi sei? Per poi farselo raccontare attraverso il proprio modo di vivere lo sci e la sensazione di libertà che ne deriva. Quindici storie diverse, tutte di passione. «Un girone di dannati e di romantici – scrive Andrea Bormida - Un collage variopinto di piccoli ritratti, corti o lunghi, intensi o meno… non sta a noi dirlo. Non vogliamo briglie, tutto molto free. Alcuni li conoscevamo, altri sono stati una scoperta. Tutti hanno una storia che li ha portati a sciare da soli o in gruppo, magari a lavorare con gli sci per cercare di trasmettere qualcosa o per valorizzare il proprio territorio, o più semplicemente per arrivare a star bene con se stessi. Parlando con loro abbiamo avuto l’occasione di scoprire un’infinità di declinazioni del termine sciare: non è facile descrivere una sensazione, dopotutto. E non vogliamo nemmeno farlo, ma semplicemente parlarne. Abbiamo iniziato da qui: freetouring è sensazione. Anzi, sciare è sensazione. Perché non abbiamo inventato niente di nuovo!».

MUST HAVE - 26 pagine tutte da guardare con i migliori ‘oggetti’ per il freetouring ma anche tante altre idee regalo, dal casco, all’abbigliamento.

LINEE GUIDA - In regalo 16 pagine con pratiche illustrazioni con le linee guida per la ricerca e il recupero delle vittime da valanga tramite apparecchi A.R.T.Va. a cura di Maurizio Lutzenberger, uno dei massimi esperti in materia. Un inserto da conservare e leggere con attenzione.

MATERIALI - Gli zaini airbag elettrici di Black Diamond e Ferrino ai raggi X, il nuovo Gore-Tex Pro in arrivo dall’autunno 2020, tutti i segreti dello sviluppo degli attacchi Ski Trab, le differenze tra gli scarponi Dynafit Hoji Pro Tour e Hoji Free, l’abbigliamento freetouring secondo Crazy e gli artistici caschi DMD.

© Matteo Agreiter

PORTFOLIO - Otto pagine di foto emblematiche, dallo sci notturno nei canali dolomitici, a quello, sempre notturno, con la Nebulosa di Orione sullo sfondo, al progetto di Cody Townsend di sciare le linee più cool del Nord America in tre anni, finoi alla traversata con gli sci da Est a Ovest della Nuova Zelanda.


Nasce Siamo Sport, il podcast di Scott Sports

Si chiama Siamo Sport, andrà in onda periodicamente, racconterà il dietro le quinte della corse e dello skialp e darà suggerimenti su come vivere al meglio la passione sportiva. L’obiettivo è quello di offrire un servizio e un contenuto sempre più vicino alle aspettative del consumatore finale. È il podcast firmato Scott Sports Italia, marchio in grado di coprire ‘head to toe’ le esigenze degli sport outdoor, della bici allo sci e alla corsa.

Nella terza puntata, dedicata alla Winter Sport Division di Scott, semplici consigli per  vivere al meglio la prima sciata della stagione. Si parla di check up dei materiali e degli accorgimenti da prendere in considerazione. L’episodio, disponibile gratuitamente sulla piattaforma Spreaker, dura circa sette minuti ed è, naturalmente, ascoltabile gratuitamente qui.


Dream Line, la madre di tutte le linee

Cinque settimane. Cinque settimane per salire su un aereo da San Francisco a Chengdu, in Cina, arrampicarsi sugli 8.516 metri della quarta montagna più alta della terra, sciare la madre di tutte le linee e ritornare a casa dai figli di 9 e 11 anni insieme al compagno di avventura e di vita. Con un chiodo fisso nella testa: la Dream Line del Lhotse. Ottocento metri di canale con tratti oltre i 50 gradi, un toboga che si tuffa dritto a valle tra le rocce, in alcuni punti largo poco più di un metro. Una linea da sogno, tanto bella e perfetta da sembrare parte di un videogioco. Una linea a lungo bramata, solo sfiorata nel 2007 da Jamie Laidlaw. «Quando siamo arrivati in vetta con tutta quella neve e ci siamo resi conto che avremmo potuto sciare la Dream Line dall’inizio, senza calarci tra le rocce, è stato bellissimo, un momento che ricorderò per sempre: eravamo nervosi, ma appena abbiamo messo gli sci l’eccitazione ha preso il sopravvento» dice Hilaree Nelson, 45 anni, che nel 2018 ha preso il posto, dopo 26 anni, di Conrad Anker come capitano del Global Athlete Team di The North Face. Quella sciata da HIlaree e Jim Morrison è un’impresa incredibile in un’annata pazzesca, che ha visto anche la discesa di Bargiel dal K2. Come incredibile è la vita di questa donna originaria dello stato di Washington e del suo compagno. Nel 2005 Hilaree (allora si chiamava O’Neill) ha sciato il ChoOyu, nel 2012 è stata la prima donna a salire in 24 ore Everest e Lhotse senza ossigeno e vanta più di 40 spedizioni in tutto il mondo e discese dalla Kamchatka alla Bolivia. In India con Jim Morrison nel 2013 ha sciato la parete Ovest del Papsura (6.440 m), anche soprannominato in maniera poco rassicurante Peak of Evil (picco del male), una linea difficile di un’estetica ineccepibile che ripercorreva in parte l’ascensione neozelandese del 1991. Fino al 2011 le vite di Hilaree e Jim erano separate e Jim felicemente spostato e padre di un bimbo e una bimba di cinque e sei anni. La sua famiglia sparisce in un istante in un incidente aereo e la vita va in frantumi. Poi si sono conosciuti al Makalu e dopo sei mesi hanno iniziato a frequentarsi. Ora per Jim «ci sono i suoi bambini ai quali preparare cereali e uova a colazione». E le foto di una giornata pazzesca, il 30 settembre 2018, da guardare e riguardare per tutta la vita.

Hilaree, è giusta la definizione adventurer per descriverti?

«È una bella domanda: negli ultimi due anni ho iniziato a dire che sono una adventurer perché era un ottimo ombrello sotto il quale racchiudere la mia passione per lo sci, soprattutto per il ripido, diciamo che anche expedition skiercalzerebbe a pennello».

Da dove arriva questa passione per la montagna e l’avventura?

«Sono originaria dello stato di Washington e ho messo gli sci a tre anni, ma è stato all’università che ho iniziato a uscire di pista, a mettere le pelli, ad arrampicare e salire sui primi quattromila del Colorado. Poi, appena finiti gli studi, sono andata a Chamonix ispirata da un film di sci ripido. Volevo restarci un anno e mi sono fermata per un lustro… avendo la fortuna di sciare un po’ con tutti i grandi, da Shane McConkey a Jeôme Ruby. Quando ripenso a quegli anni, soprattutto a quel primo anno, mi rendo conto che sono una sopravvissuta perché facevo cose per le quali non avevo esperienza».

© Nick Kalisz/Dutch Simpson

Come hai iniziato a sciare in giro per il mondo?

«È iniziato tutto a Chamonix, credo nel 1999, ho incontrato qualcuno di The North Face e dopo pochi mesi mi sono ritrovata in spedizione in India. Mi hanno cercato perché avevo fatto delle ripetizioni importanti, probabilmente in alcuni casi le prime discese al femminile. In quegli anni riuscivo a portare a casa qualche soldo partecipando a gare come i campionati del mondo di sci estremo e li investivo in spedizioni».

Che cosa ti spinge a imprese come quella del Lhotse?

«La voglia di andare sempre più in alto e in luoghi sempre più selvaggi e poco affollati, questa è la mia droga: il Lhotse in autunno univa tutte le caratteristiche. Quando guardi quel canale dalla vetta dell’Everest non puoi non rimanerne incantato».

L’idea di sciarlo è nata nel 2012?

«Gli sci li avevo portati e già nel 2007 quando Laidlaw aveva cercato di sciare il Lhotse dalla vetta ne avevo sentito parlare, però quell’anno non era proprio sciabile, non c’era neve. E anche quando siamo arrivati a settembre non eravamo sicuri che lo fosse. Abbiamo scelto l’autunno per trovare meno gente sulla montagna e più neve, ma eravamo anche in balia dei terribili venti che soffiano in quel periodo in quota».

E in effetti al Lhotse di gente non ne avete proprio trovata…

«No, eravamo gli unici sulla montagna, io, Jim, i fotografi Nick Kalisz e Dutch Simpson e cinque tra sherpa e icefall doctor. È stato incredibile perché i fotografi non erano mai andati oltre i 6.000 metri e sono arrivati in vetta, c’era un’atmosfera molto elettrica, anche tra gli sherpa».

Avete usato l’ossigeno?

«Non mi piace usarlo, ma a 8.200 metri abbiamo deciso di farlo perché per noi la priorità era la discesa, arrivare in vetta nei tempi giusti e nelle condizioni per scendere e a quella quota l’ossigeno aiuta a scaldare il corpo. Da lì alla cima ci abbiamo impiegato due ore, senza ce ne sarebbero voluto cinque».

Raccontaci della discesa, soprattutto del Couloir.

«C’era tanta neve e in salita abbiamo fatto fatica, ma non immaginavamo che ce ne fosse così tanta lì dentro. Tutta la discesa, compresa la Face, fino al campo 2, è di circa 2.100 metri di dislivello, e ha preso circa quattro ore, ma la maggior parte del tempo l’ha richiesto la sezione del Couloir. Siamo stati vicini perché era la parte più impegnativa, l’ampia parete sottostante l’avevamo già provata nella fase di acclimatamento e lì ci siamo allontanati un po’ e abbiamo gustato la discesa. Sciare con Jim, compagno anche nella vita, mi dà una grande fiducia».

Come era la neve? Che attrezzatura avete usato?

«Cambiava a ogni curva, in vetta era zuccherosa, in alcuni tratti si sprofondava, altre volte c’era la costa che si rompeva. Non si può dire bella neve, ma siamo riusciti a divertirci. Abbiamo lasciato i piumini e siamo scesi con la tuta da sci. Il feeling che cerco è quello dello sciatore, voglio essere leggera e non avere qualcosa che rende l’esperienza meno sciistica. Non avevamo copriscarponi e le scarpe erano Tecnica Pro Guide, gli sci Blizzard Zero Pro e gli attacchi Dynafit. Non è stato facile salire con quegli scarponi, ma in discesa con un quattro ganci è tutta un’altra cosa. Abbiamo usato la piccozza solo in salita e bastoni normali da sci».

Come vi siete preparati?

«Avevamo solo cinque settimane a disposizione, per la quota siamo stati in parte aiutati dal fatto di vivere a Telluride, a 2.600 metri di quota, e abbiamo usato le tende ipobariche, che simulano l’atmosfera che si trova a quelle quote, per guadagnare tempo. Il difficile era arrivare dall’estate e passare all’inverno. La salita dal campo 3 alla vetta ha richiesto 12 ore e per allenarci a stare fuori così tanto abbiamo programmato lunghe uscire nei dintorni di Telluride, sulle vette più alte e rocciose. E poi siamo scesi di corsa».

Cosa vuol dire essere adventurer, sciatrice estrema e allo stesso tempo madre?

«Essere madre è un mestiere difficile, duro, richiede tanta pazienza. Salire un ottomila e scenderlo è altrettanto duro, ma sono due cose diverse. Una volta le tenevo separate, ora cerco di farle andare d’accordo. Porto a scalare i miei figli, li porto ai meeting degli atleti The North Face, parlo loro dei rischi che si corrono. Ma si può morire anche andando in auto. Quando scio la concentrazione è massima su quello che faccio, ma poi penso a loro che sono così lontani e mi mancano, mi entrano prepotentemente nella testa. Con il mio ex marito abbiamo l’affidamento condiviso, una settimana a testa. Al Lhotse era il viaggio più lungo e sono stati con lui, poi è andato in vacanza. Per fortuna abbiamo, sia io che il mio ex marito, dei genitori comprensivi e molto disponibili».

Che cosa fa nella vita Hilaree, oltre a sciare?

«Vivo grazie al ruolo di capitano del Global Athlete Team di The North Facee girando per il Nord America a tenere conferenze per il National Geographic».

L’Himalaya, gli ottomila, sono il futuro dello sci ripido?

«Diciamo che questa affermazione è sulla strada corretta, ma non limiterei tutto agli ottomila, ci sono vette di seimila, settemila metri in India o in Pakistan con linee incredibili».

Il prossimo obiettivo?

«Vorrei tornare in Himalaya fra un anno, magari a rivisitare delle linee già fatte, ma il progetto non lo dico».

Toglici una curiosità, se mai fosse possibile confrontarle, qual è la più bella linea sciata, il Papsura o il Lhotse?

«Il Papsura è stata la più impegnativa, la più difficile, non hai un attimo di tregua, non puoi dividerla in sezioni e tirare il fiato come al Lhotse. Il Lhotse la più bella sorpresa, divertente. Sono state due discese molto diverse, che metto prime a pari merito, ma nella vita è bello anche divertirsi».

Hai mai sciato in Italia.

«Ho fatto una delle giornate più memorabili che ricordi, a fine anni novanta, sul Marinelli al Monte Rosa».

A volte la dream line può essere anche dietro casa…

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© Nick Kalisz/Dutch Simpson

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