Coppa del Mondo e Campionati italiani aprono la stagione agonistica
Appuntamento sabato 19 e domenica 20 dicembre a Pontedilegno-Tonale per le gare di apertura della Coppa del Mondo di skialp. Il programma prevede le sfide sprint, in versione serale, e vertical. Ci saranno tutti i big, a partire dai vincitori della Coppa 2020, Robert Antonioli e Marianne Fatton, Alba De Silvestro, Matteo Eydallin, Michele Boscacci, Damiano Lenzi. Il programma della due giorni di Coppa del Mondo prevede sabato 19 dicembre, a partire dalle 16, le qualificazioni per la gara sprint, seguite dalle semifinali e finali sul tracciato che si svilupperà, proprio come dodici mesi fa in occasione dei campionati italiani, sulla parte finale della pista Corno d’Aola, che per l’occasione sarà illuminata a giorno. Qualche ora di riposo e poi la domenica mattina del 20 dicembre, con lo start alle ore 10, andrà in scena il vertical con partenza nei pressi della stazione a valle della pista Corno d’Aola e arrivo in quota. L’evento, a causa dell'emergenza sanitaria, sarà a porte chiuse senza pubblico. Il comitato organizzatore, insieme a Infront Sport & Media (che detiene i diritti), garantirà la produzione di immagini e la distribuzione a una serie di televisioni nazionali e internazionali. Seguendo le indicazioni della ISMF l'azienda sanitaria territoriale ha stilato un protocollo ad hoc che verrà utilizzato per garantire lo svolgimento in sicurezza dal punto di vista sanitario. Per Ponte di Legno e il Passo del Tonale l’organizzazione delle prove di apertura della Coppa del Mondo non rappresenta l’unico appuntamento stagionale, perché in calendario c’è anche la settima edizione dell’Adamello Ski Raid, fissata per sabato 10 aprile 2021.
In attesa della Coppa del Mondo sono state fissate anche le date dei Campionati italiani. Saranno Andalo e la Skiarea Paganella il teatro di gara dell’edizione 2020 per le categorie giovanili, assoluti e master, dal 27 al 29 dicembre. Date slittate di qualche settimana rispetto al calendario iniziale. Tre i titoli in palio, quelli della sprint, della staffetta e del vertical. L’organizzazione sarà affidata al collaudato staff dello Sci club Brenta Team. Ad aprire la tre giorni tricolore, domenica 27 dicembre, saranno le gare sprint. Alle 13.30 partirà la gara riservata ad under 16 e under 18, alle 14.30 quella riservata agli under 20, seguiti alle 15.15 dalla prova under 23, senior e master. Lunedì 28 dicembre sarà giornata dedicata alle staffette. Alle 10.30 ci sarà la staffetta della categoria Giovani, alle 11.30 quella delle donne senior e alle 12 quella degli uomini senior. La chiusura, martedì 29 dicembre, spetterà al vertical, con partenze scaglionate a partire dalle 10 a seconda delle categorie. Ufficio gare e ritiro pettorali troveranno luogo nelle strutture di Piazzale Paganella, sempre ad Andalo.
In arrivo Skialper 133 di dicembre-gennaio
«Navigare i mari di neve fresca, invece che grattugiare le piste. Farsi attrarre dalla filosofia e decidere di sperimentare il nuovo linguaggio. Per caso, come succede per le cose importanti della vita. Basta non dire di no». Abbiamo preso in prestito questa frase dal racconto Onde di Enrico Camanni, scritta a proposito della sua prima esperienza sullo snowboard, come strillo di copertina del numero di dicembre di Skialper. Un numero, come l’inverno che stiamo vivendo, diverso. 192 pagine da sfogliare a partire dal prossimo 10 dicembre, per emozionarci, pensare e vivere una montagna nuova. Cercando di vedere delle opportunità anche nelle limitazioni.
ARTHUR CONAN DOYLE, UN PASSO ALPINO SUGLI SKI
«Fatto sta che, disponendo di perseveranza e di un mese libero nel quale superare tutte le prime difficoltà, si giungerà a credere che gli ski aprono un orizzonte di sport che è, a mio avviso, unico. Non riscuote ancora apprezzamento, ma sono convinto che un giorno centinaia di inglesi verranno in Svizzera per la stagione dello ski, in marzo e aprile». A scrivere, nel 1894, è Arthur Conan Doyle, padre del più famoso detective di tutti i tempi, Sherlock Holmes. La sua traversata da Davos ad Arosa è probabilmente la prima relazione scialpinistica della storia e noi la ripubblichiamo integralmente. Un misto di humour british e visioni in anticipo rispetto ai suoi tempi. Da leggere come un bel racconto, davanti al caminetto.
ONDE
La prima volta sullo snowboard, per fuggire da quella striscia bianca piena di puntini. Un racconto tratto da AAA Altitudini, il nuovo prodotto editoriale della nostra casa editrice, per raccontare emozioni, gioie, dolori della prima volta nel ‘mare’ della neve fresca con la tavola si piedi. Una metafora del momento che stiamo vivendo e dell’opportunità di provare a uscire dalle piste davanti alla quale si troveranno tanti sciatori. Le parole sono di Enrico Camanni.
UN GIOCO IBRIDO
Anche un santuario del turismo invernale tradizionale come il Sellaronda può essere vissuto in modo diverso. In una stagione che ci imporrà inevitabilmente delle limitazioni, ci si può muovere con le pelli e fuori dalle piste battute senza rinunciare agli impianti quando serve o al comfort dei rifugi. Uno scialpinismo ibrido, ma pur sempre un primo passo verso l'esplorazione per chi viene da una vita di sci all'interno dei comprensori. È l'approccio backcountry degli americani, che in questo articolo Porter Fox e David Reddick hanno applicato alle nostre Dolomiti. A sciare con loro Giulia Monego e Christine Lustenberger.

IL VILLAGGIO DEGLI ALPINISTI A DUE PASSI DAL SELLARONDA
Alias Longiarù, nel parco naturale Puez - Odle: niente impianti e rifugi invernali. Si parte da valle per raggiungere canali e pascoli nel silenzio. E poi si ritorna a valle nel Villaggio degli alpinisti. Che cosa significa? Basta leggere l’articolo di Francesco Tremolada, Guida alpina che conosce le Dolomiti come le sue tasche.

IL LATO B DI LA GRAVE
Non esiste solo la famosa telecabina e l’enorme comprensorio d’alta montagna che serve. La Grave è anche altro, per esempio il parco giochi di Ptor Spricenieks, canadese che ha messo su casa da queste parti. Un versante soleggiato e poco frequentato dove ha sciato anche Glen Blake.

IL COMPRENSORIO SENZA IMPIANTI
Alla viglia di Natale in Colorado aprirà una nuova stazione sciistica. Ci saranno piste facili, medie e difficili, bar, noleggi sci. Mancano solo… gli impianti, che verranno sostituiti da sette tracce di salita, doppie per potere chiacchierare mentre si sale. Benvenuti a Bluebird Backcountry.

SCIARE AL TEMPO DEL COVID-19
Impianti chiusi? È vero che c’è stato il boom dell’attrezzatura da scialpinismo? Qual è la strada giusta per passare dalla pista allo skialp e al freeride in sicurezza? Ne abbiamo parlato con Guide e negozianti. E poi quali sono gli errori più comuni in tema di valanghe, quelle trappole euristiche in cui incappano anche gli esperti? Quali sci scegliere, come vestirsi, sopra e sotto? E gli scarponi? Gli attacchi? Il set sicurezza? Oltre 60 pagine di idee.

POWDER TO THE PEOPLE
Dopo 49 anni ha cessato le pubblicazioni Powder, il magazine americano che era il barometro culturale dello sci fuoripista. Il nostro tributo con le copertine più iconiche e un’intervista alla editor in chief.
YANNICK BOISSENOT
Se conosci quello che fotografi, è meglio. Ed è proprio quello che fa Yannick Boissenot, cameraman, fotografo d’azione e sciatore del ripido. Lo ha intervistato Andrea Bormida.

LA PRIMA TRACCIA DI ENRICO E ROBERTO
Una passione per lo sci fuoripista e il telemark. Poi, a una certa età, invece di ‘farsi l’amante’, si sono fatti il loro marchio indie di sci da skialp e da freeride, taylor made. Abbiamo pellato insieme alle anime dietro a First Track, per conoscere meglio il brand e i suoi prodotti.
FABRIZIO BERNABEI, LA CORSA DENTRO
Direttore commerciale di New Balance, ma anche grande runner, con risultati di tutto rispetto (per esempio due podi alla Marathon des Sables). È sempre interessante parlare con Fabrizio Bernabei, ancor di più in un momento di grandi e veloci trasformazioni come quello che stiamo vivendo. Per capire dove sta andando il mondo del trail running.
E POI…
Tre giacche in Gore-Tex Pro alla prova, le esplorazioni glaciali del gruppo speleologico La Venta, l’outro sulla riscoperta della corsa in natura lontano da cronometri e cardiofrequenzimetri, una riflessione sulle opportunità offerte da una montagna per una volta chiusa al turismo di massa, la consueta playlist, 10 pagine di portfolio fotografico tra neve, acqua e sabbia, un’ode alla seggiovia monoposto, icona del distanziamento…
Aperte le iscrizioni all'undicesima Fischer Transalp
Ci sono eventi che diventano marchi e così è per la Transalp, la traversata sci ai piedi delle Alpi organizzata da Fischer. Il costruttore austriaco ha da sempre visto nei grandi spazi e nella possibilità di usare gli sci come mezzo di locomozione un’opportunità per mettere alla prova gli ultimi materiali e per individuare le esigenze degli scialpinisti, guardando sempre avanti, all’attrezzatura del futuro. Transalp significa partire da una località sul versante meridionale delle Alpi e raggiungere quello settentrionale. Ma il bello è che il percorso cambia ogni anno e che i partecipanti alla traversata itinerante di una settimana vengono selezionati tra gli appassionati, per vivere un’esperienza indimenticabile e totalmente gratuita.
Il prossimo appuntamento è dal 21 al 28 marzo, sulla rotta dal Passo del Bernina, al confine tra Italia e Svizzera, alla Kleinwalsertal, al confine tra Austria e Germania. Il percorso esatto toccherà Pontresina, Davos, Klosters, Montafon e l’Arlberg e naturalmente potrà venire modificato in funzione del meteo e della situazione sanitaria. Sei giorni con pernottamenti prevalentemente in rifugio, in compagnia di scialpinisti di tutta Europa. L’edizione 2021 in particolare si concentrerà alla ricerca delle migliori discese e non solo sull’esperienza itinerante. Per l’Italia c’è un solo posto e le selezioni chiudono l’11 gennaio. Per candidarsi bisogna consultare il sito https://www.fischersports.com/transalptour2021
A tutti i partecipanti è richiesta una buona condizione fisica (dislivelli giornalieri di circa 1.500 metri, una valida tecnica sciistica e conoscenza degli aspetti della sicurezza oltre a tanta voglia di mettersi in gioco. A chi verrà selezionato sarà fornito anche un set completo di attrezzatura. L’avventura è iniziata…

The players: Domenico Fenio
È il papà di uno dei forum legati alla montagna più famosi d’Italia, anzi, forse il più famoso. Perché tra la gente di montagna, alpinisti o pseudo tali, se tu dici On Ice tutti sanno di cosa stai parlando. E, in maniera quasi sorprendente, è sopravvissuto alle grandi evoluzioni dell’epoca digitale senza necessità di cambiare forma o di diventare esteticamente accattivante o cool. Perché quello che conta, per i frequentatori di questo forum dall’aspetto scarno ed essenziale, è il contenuto. Luogo virtuale per scambiarsi informazioni circa luoghi, ascese e condizioni, ma anche il collante che ha fatto nascere amicizie reali, tutt’altro che eteree, e che nel corso degli anni sono andate ben oltre lo sport. «C’è persino chi, grazie a On Ice, si è conosciuto e sposato» - Racconta Domonice (il suo nickname, che sta semplicemente per Domenico on ice). «Fenio, come puoi intuire, non è un cognome molto nordico. Sono calabrese e sono qui, al Nord, da quando ho 16 anni. Come tutti i ragazzi che vengono via dalla mia terra sono arrivato alla ricerca di tutto e di nulla. Le uniche montagne che conoscevo erano quelle dell’Aspromonte. Arrivato in quel di Milano mi sono avvicinato al CAI e mi sono accorto che, secondo la logica di questa organizzazione, per fare cose interessanti in montagna dovevi fare corsi su corsi, diventare istruttore. Ma io, e altri miei amici, eravamo convinti che ci fosse anche un alpinismo per tutti, possibile senza corsi e patacche. Abbiamo iniziato ad andare da soli, a farci le nostre esperienze, a organizzarci le uscite in montagna, a sbagliare e a imparare. L’idea del forum nasce verso la fine degli anni novanta e doveva chiamarsi L’alpinismo possibile, proprio per il motivo che ho appena spiegato. Poi per una serie di motivi si è chiamato On Ice e tale è rimasto». Domenico non può non parlare, nel suo racconto, di Lorenzo Conserva (nickname Lorenzorobico), webmaster del forum da 12 anni e carissimo amico e compagno di avventure. «Un tempo per conoscere le condizioni meteo e della neve in Svizzera, per esempio, dovevi telefonare! Gli amanti della montagna hanno subito capito l’importanza di un luogo dove scambiarsi informazioni ed esperienze, e così, senza nessun obbligo o forzatura, in maniera naturale e spontanea, il forum è cresciuto, acquisendo sempre più i connotati della grande famiglia. Negli anni ci sono stati numerosi raduni organizzati, occasioni di incontro per chi, magari, si conosceva solo virtualmente. Sono nate amicizie, amori, relazioni che ancora continuano. La montagna è stata il collante, ma On Ice ci ha messo lo zampino per far incontrare persone che forse mai si sarebbero conosciute». Ed è così che un calabrese - a volte la vita prende risvolti originali e poco scontati - ha dato vita a un forum di alpinismo e montagna che ha sfondato le barriere dei tempi e delle mode, diventando un punto di riferimento imprescindibile per chiunque ami la montagna e l’avventura.
Stefan Rainer di Oberalp: «posticipiamo di un mese i saldi»
Un sistema che rincorre se stesso, con collezioni con vita sempre più breve e finestre saldi incombenti. Un sistema che ha messo in difficoltà diversi negozi specializzati e che con la pandemia e i lockdown rischia di acuire una situazione difficile. Per questo Stefan Rainer, CSO del Gruppo Oberalp, che controlla i marchi Salewa, Dynafit, Wild Country, Pomoca, Evolv e LaMunt, ha scritto una lettera ad Anna Ferrino, Presidentessa di Assosport, e Günther Acherer, Presidente di IOG - Italian Outdoor Group, per proporre di fare slittare di almeno un mese la stagione dei saldi. Una lettera, quella di Rainer, che porta all'attenzione dello sportsystem alcune riflessioni fatte anche da Giorgio Armani sul sistema moda durante la prima ondata della pandemia. Proprio per arrestare la spirale Oberalp ha confermato il 75% dell'attuale catalogo per la prossima stagione invernale. Riportiamo la lettera di Rainer a seguire:
Gentile Presidentessa Anna Ferrino, gentile Presidente Günther Acherer,
mi permetto di scriverVi a nome del Gruppo Oberalp di Bolzano, proprietario dei marchi Salewa, Dynafit, Wild Country, Pomoca, Evolv e LaMunt. Il fatto che queste settimane così importanti per le vendite stiano trascorrendo in lockdown parziale o totale, sicuramente sta penalizzando il sell-out degli articoli sportivi, soprattutto per quei retailer che si sono specializzati nella consulenza e vendita offline. Le limitazioni preannunciate per le località e gli sport di montagna acuiranno queste problematiche per i negozi a vocazione alpina e turistica. Ma in realtà è già da diverse stagioni che un numero importante di retailer è in difficoltà. Tra i motivi c'è anche il fatto che troppe vendite sono frutto di una eccessiva pressione promozionale, che penalizza la marginalità. Noi siamo fortemente convinti che per assicurare un futuro positivo al nostro settore sia necessario fare in modo che i prodotti esposti sugli scaffali mantengano il più possibile il loro valore. Per questo i nostri marchi di proprietà Salewa e Dynafit hanno scelto da tempo la strategia di avere una alta percentuale di prodotti carry over, per cui il 75% dell'attuale catalogo invernale è stato confermato per la stagione FW21/22. Un segnale positivo è che sempre più marchi sembrano apprezzare e seguire la nostra strategia, puntando su una percentuale di prodotti (SKU) continuativi importante. Riteniamo però che, in aggiunta a queste strategie di lungo respiro, sarebbe di grande impatto positivo se questo inverno venissero posticipati i saldi di almeno un mese - vale a dire a inizio febbraio 2021. Questa misura, contingente ma immediatamente realizzabile, concederebbe ai negozianti il tempo minimo necessario per generare quote di sell-out a prezzo di listino (SRP), tali da poter garantire quei margini vitali per le loro attività commerciali. Sono convinto che Assosport e Italian Outdoor Group potrebbero portare avanti questa proposta e promuoverla nei canali istituzionali a favore di tutto il nostro comparto, contando sul pieno appoggio del gruppo Oberalp.
Cordiali saluti,
Stefan Rainer Group CSO Oberalp

The players: Stefano Gregoratto
Su On Ice è presente con il nickname di Furbo. Il nome deriva dal mondo dell’arrampicata e ogni riferimento o allusione… non è puramente casuale. Lo racconta ridendo. «Nella vita ho anche arrampicato e possedevo quell’aggeggio, che da me si chiama appunto furbo. E sai come è tra amici, soprattutto quando sei nell’ambiente della falesia, ci si prende in giro. Così quando mi sono registrato sul forum ho pensato che Furbo fosse un nickname perfetto».
Stefano Gregoratto, ingegnere civile di Milano, classe 1971, sa ridere di se stesso ed è uno che Quelli bravi, i fenomeni, i mostri, sono gli altri, non certo io. A vederlo scendere però, saltellando sugli sci e disegnando curve strette anche su terreni ripidi o su neve difficile, ci si toglie il cappello. Anche se ad ascoltare lui ormai l’obiettivo principale, la motivazione più importante del suo andare in montagna ora è (oltre all’amore per la natura e l’ambiente delle vette) la compagnia.
«Gli altri hanno una marcia in più e li posso seguire solo quando non sono al top della loro forma atletica» racconta ridendo mentre, a fine gita, addenta una fetta di salame con del pane che la compagnia ha portato per concludere la giornata. Quello della merenda post-gita è un grande classico. Non manca neanche il vino. «Pensa te che questo è il momento della gita che amo di più - continua a ridere - Preferisco la discesa alla salita, soprattutto se c’è la possibilità di fare tante, anzi tantissime curvette, strette e regolari, lasciare il mio segno sulla neve vergine». Ha cominciato a sciare e a frequentare la montagna fin da piccolissimo, dall’età di cinque anni ed è scialpinista da quando ne ha 25. Lo sci non deve essere ultratecnico o super leggero, deve essere quello con cui si trova bene. «Ultimamente prediligo i lunghi giri in bicicletta, percorsi intorno ai 200 chilometri che faccio insieme a Domenico Fenio». Dalla mattina alla sera, sulle due ruote come con gli sci, come per dire che lo sport e l’amicizia non hanno frontiere. Oltre allo scialpinismo pratica moltissima bicicletta da strada, arrampicata, escursionismo, vie ferrate, alpinismo, e qualche vertical: «Sono il mio ultimo giocattolo».
QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122
Nasce l'archivio digitale Ferrino
Per festeggiare i 150 anni Ferrino, il marchio outdoor torinese che ha fatto la storia delle esplorazioni e dell’avventura in giro per il mondo, oltre che del campeggio, si è regalato un archivio digitale storico. In mesi di intenso lavoro sono stati raccolti i documenti più significativi della lunga storia del marchio - dalle fotografie ai ritagli della rassegna stampa, fino ai cataloghi e agli schizzi dei progetti dei prodotti - e trasferiti su una piattaforma digitale. Lo strumento, presentato ieri da Anna Ferrino nel corso di un’anteprima in streaming, per ora è interno all’azienda, ma il prossimo passo potrebbe essere quello di creare un museo digitale d’impresa.
L’evento è stato l’occasione per sbirciare nei ricordi di un’azienda che ha un patrimonio di storie e di ambassador unico, a partire da Reinhold Messner. La digitalizzazione dell’archivio è stata affidata a Promemoria e la piattaforma non è un punto d’arrivo ma un percorso. Oltre alla ricerca nei documenti interni, infatti, si pensa di accedere agli archivi pubblici. Alcuni documenti sono stati recuperati direttamente negli archivi personali delle famiglie Ferrino e Rabajoli (entrata in società a partire dal 1971) perché nel 1943 lo stabilimento fu bombardato e completamente distrutto. Proprio a proposito del bombardamento, ieri Anna Ferrino ha mostrato le foto di un album fotografico che documenta i danni subiti che non era mai stato reso pubblico. Altre ‘chicche’ sono i ritagli di giornale tratti da Time sull’impresa degli Ottomila di Messner o una tenda Ferrino in un quiz di Mike Bongiorno.
Il tentativo di record sulle 24 ore di Kilian finisce in ospedale
Il record di Kilian sulle 24 ore di corsa in pista si è fermato al chilometro 134,8 e a 10 ore e 20 minuti, nella fredda notte norvegese. Due improvvise fitte al petto e un senso di vertigini hanno decretato il ritiro dell’atleta catalano che la scorsa notte si è accasciato durante un giro ed è stato portato in ospedale in ambulanza per accertamenti. «In ospedale mi hanno fatto una serie di esami, non pensano che sia niente di serio» ha detto Kilian Jornet oggi in un video registrato da casa. Probabilmente nei prossimi giorni verrà sottoposto ad altri accertamenti.
Kilian Jornet lavorava al tentativo di record da un anno. Lungo la pista di Måndalen, dove correva con altri atleti, con temperature intorno alla zero, ha percorso i primi 10 chilometri a 4’16’’/km e finito i primi 42,4 km in 3h02’23’’. «Andava bene, con i soliti up & down, il corpo e le gambe trasmettevano sensazioni positive e poi improvvisamente ho avvertito due fitte intense al petto e subito una forte sensazione di vertigine e stanchezza» ha detto Kilian che aveva in programma il tentativo Phantasm 24 (dal nome della scarpa Salomon utilizzata, la S/Lab Phantasm) qualche settimana prima, ma aveva dovuto posticiparlo a causa di una serie di infortuni.
The Players: Arno Ladstaetter
L’accento altoatesino si sente ancora, anche se si è trasferito e vive a Milano da ormai 25 anni. Nativo di Brunico, Arno è, come lui stesso si definisce, l’immigrato del nord. A casa fa ritorno spesso, una volta ogni due settimane circa, per visitare i parenti e per sciare insieme agli amici. «Appena trasferito a Milano ho utilizzato il forum di On Ice per conoscere gente che amasse, come me, la montagna e a cui aggregarmi il fine settimana. Fabrizio però lo conoscevo già… ci siamo incontrati per la prima volta, virtualmente, sul sito Camp to Camp». A questo punto Domenico, che sta ascoltando il racconto di Arno, non si trattiene più e interviene nel discorso. «Sono stato contattato da questo tal Arno, su On Ice, che mi chiedeva se poteva unirsi a qualche nostra gita sugli sci, perché si era appena trasferito ed era solo. (Ride) Pensa che quando mi ha chiamato gli ho chiesto se sapeva sciare bene». Arno non scia bene, Arno scia benissimo e con una disinvoltura che pare nato davvero con gli sci attaccati ai piedi. Nel gruppo lo chiamano il cannibale, soprannome che la dice lunga e non necessita di ulteriori spiegazioni. Un altro che aggredisce la discesa, insomma. Mentre Domenico racconta in maniera animata, Arno sorride e tende a minimizzare. Di tanto in tanto tira fuori dalla tasca della giacca la sua macchinetta fotografica compatta e scatta qualche foto.
Quando e finché c’è neve, Arno ha gli sci ai piedi. Le gite fatte, le vette raggiunte, sono talmente tante che ricordarsele tutte sarebbe impossibile, ma alcune gli sono rimaste nel cuore: in primis la parete nord del Fletschhorn, che ha sceso insieme a Fedora, altro membro importante del gruppo e super conosciuta nel forum per le sue relazioni puntuali e precise. Poi la Nord-Est dello Stecknadelhorn, il canale di Lourousa nelle Alpi Marittime, il couloir de Barre Noire. Non mancano neppure esperienze impegnative, di più giorni, delle vere e proprie piccole spedizioni, come lo scialpinismo estivo sulla punta Dufour e al Lyskamm in tenda, ad agosto, a quota 4.200 metri.
COSA CONTA DI PIÙ PER TE DURANTE UN’ASCESA?
«L’estetica. L’estetica è importantissima. Amo tracciare in salita e fare le classiche tracce da guida, non troppo ripide, precise e regolari, geometriche. Lo stesso vale per la discesa: una volta arrivato alla base della parete, mi piace girarmi e vedere una serpentina regolare, fatta di curve sinuose e tutte uguali. E poi, altra cosa fondamentale, da noi in Alto Adige esiste un’etica: non si invade o non si va a rovinare la serpentina altrui; ognuno, in discesa, segue una sua linea immaginaria su neve vergine. Poi mi piace anche ricercare vie di salita e discesa che non sono quelle scontate e tradizionali».
Arno non va alla ricerca del materiale più leggero. «I miei sci ideali sono quelli con cui ho sempre sciato. Se mi trovo bene, perché cambiare? Per me il peso non è un problema». Lo dice sorridendo mentre, nel tempo delle barrette e dei gel per lo sport, tira fuori dalla tasca interna della giacca un sacchetto trasparente con due fette di pane e un po’ di speck tagliato al coltello.
QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122.
The players: Fabrizio Righetti
«Fabri rallenta».
«Fatelo parlare, quello che sta là davanti, oppure mettetegli qualche sasso nello zaino, chissà che magari vada un po’ più piano».
Voci che arrivano da dietro, dai compagni di avventure di sempre, che il Righetti lo conoscono bene e che lo prendono in giro. Scherzosamente, con simpatia, perché in fondo a loro piace proprio perché è così: sorridente, iperattivo, performante, non necessariamente competitivo ma con dentro lo spirito dell’atleta, di quello che la salita se la vuole mangiare, così come la discesa. E che ha fiato a sufficienza e gambe buone per farlo. «Mi dicono che scendo già dalla macchina con gli scarponi ai piedi… e forse hanno ragione. Non sono uno che si ferma a fare colazione al bar, a perdere tempo. Sono fatto così. Però sono anche il primo che, a fine gita e una volta tornati alle macchine, tira fuori una bottiglia di vino, il salame, il pane e comincia ad affettare per tutti». Anche se poi di quel salame e di quel pane - abbiamo avuto modo di constatarlo sciando un sabato insieme a lui - non ne mangia molto. Gli altri dicono che è uno attento, un pignolo, che ama allenarsi e tenersi in forma, e a guardarlo non si stenta certo a crederlo.
Occhio di ghiaccio e capello brizzolato, classe 1964, il milanese Fabrizio Righetti è anche un coinvolgente oratore. Ama chiacchierare, lo si capisce fin dal primo istante, e salta con disinvoltura da un argomento all’altro, mostrando una poliedricità davvero invidiabile. È attento anche all’attrezzatura ma non fa la corsa ad avere il materiale più leggero. Dice di essere un affezionato di Ski Trab e oggi sta provando un nuovo tipo di attacchino. Zaino non troppo cool e abbastanza ridotto e borraccia portata sullo spallaccio, per bere in corsa. Leggero ma non a tutti i costi, lui definisce così il suo modo di andare in montagna e fare scialpinismo.
Professione geologo e attualmente impiegato all’ENI, per lavoro ha avuto occasione di vedere luoghi interessanti e ricchi di fascino. Ma il suo cuore rimane qui, sulle montagne di casa e più in generale sull’arco alpino, dove ogni anno compie innumerevoli gite con gli sci ai piedi e non solo. Quando la neve viene a mancare, infatti, si cimenta anche in gare di trail running, per esempio ha partecipato alle ultime due edizioni di Orobie Ultra Trail, riuscendo a tagliare l’ambito traguardo di Città Alta a Bergamo. Inoltre la scorsa estate ha preso parte alla mitica Monterosa Skymarathon, una gara che non si ripeteva più dagli anni ’90 e che prevede di correre in coppia (e in cordata su ghiacciaio) da Alagna a Punta Dufour e ritorno con un compagno, proprio come nelle competizioni di scialpinismo.
«Vado in montagna da quando avevo 15 anni. Allora per raggiungere Lecco, da Milano, mi toccava prendere il treno. Della gita mi piace un po’ tutto, a partire dall’organizzazione dell’uscita fino alla discesa, meglio se in polvere naturalmente. La vetta è importante ma non fondamentale. Amo moltissimo il gesto atletico e lo sforzo durante la salita. Anche l’allenamento, quello che si fa in settimana, è finalizzato ad avere la giusta preparazione atletica per affrontare nel migliore dei modi (e godersi) l’ascesa a qualche montagna nel fine settimana».
QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122.
Mercoledì la première online sui primi 3.548 km di Va’ Sentiero
Appuntamento mercoledì 25 novembre con l’anteprima nazionale del docufilm autoprodotto ‘Va’ Sentiero - Alla scoperta del Sentiero Italia’. Protagonisti i primi 3.548 km della spedizione che sta riscoprendo l’entroterra italiano percorrendo il trekking più lungo al mondo, condensati in 50 minuti. Diretta alle 21 sul canale YouTube di Va’ Sentiero per la proiezione; alle 21.55 ci si sposta su Facebook per il Question Time aperto alle curiosità di tutti gli spettatori. Modera Frank Lotta, speaker di Radio Deejay e conduttore del programma Deejay On the Road.
Il docufilm con video e montaggio di Andrea Buonopane racconta i volti e le storie che il giovane team di Va’ Sentiero ha incontrato durante i suoi primi 3.548 km percorsi nei primi 7 mesi della spedizione lungo il Sentiero Italia, attraversando Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Toscana, Emilia- Romagna, Umbria e Marche. Un cammino, questo, senza precedenti, iniziato lo scorso anno con un duplice obiettivo: da una parte promuovere il Sentiero Italia - il trekking più lungo al mondo - all'insegna della consapevolezza ambientale e del turismo lento; dall'altra, valorizzare le terre alte.
L’ingresso alla première virtuale è gratuito; per chi lo desiderasse, è possibile contribuire alla causa di Va’ Sentiero con una donazione al progetto. La spedizione Va' Sentiero e la realizzazione del docufilm sono state rese possibili anche grazie agli sponsor che hanno creduto nel progetto. «Quando il lockdown ci ha obbligato a pensare diversamente, abbiamo ragionato su cosa fare per promuovere una visione outdoor più local: i marchi vivono grazie ai territori ma non sempre sono stati attenti a supportarli e Va’ Sentiero ci è sembrata l’iniziativa giusta per riportare il focus sulle terre alte vicino a casa perché le attraversa a passo d’uomo, perché attraversa tutta l’Italia ma al tempo stesso mille territori così diversi tra di loro» dice Jerome Bernard di Vibram, uno dei marchi che sostiene Va’ Pensiero in questo suo secondo anno di vita. «Credo che in questo momento in cui in molti hanno scoperto il mondo outdoor a causa delle limitazioni imposte dalla pandemia i marchi abbiano una responsabilità ancora più grande per aiutare i nuovi appassionati a praticare in sicurezza e con responsabilità» ha aggiunto Bernard. Nel primo anno di sostegno, Vibram è intervenuta fornendo suole con mescola Megagrip ai ragazzi di Va’ Sentiero, ma l’obiettivo era anche di creare interazione nelle varie tappe, obiettivo che si è scontrato con l’emergenza pandemia e che verrà ripreso a partire dalla prossima primavera. L’engagement si è trasferito online con interventi sui canali social del marchio ogni fine settimana per raccontare l’avventura di Va’ Sentiero, Quella stessa avventura che mercoledì tutti potranno rivivere in un timelapse di 50 secondi.

Dani Arnold, la paura per amica
Le piccozze divorano la via con fame inesauribile. Si alternano veloci a mordere il ghiaccio sottile. Poi a graffiare la roccia nascosta appena sotto. È freddo. Ripido. Pauroso. Ed è solo l’inizio. Potrebbe essere tutto lì, davanti e sopra di lui. Potrebbe non servirgli altro che quella parete di vetro, il gesto che ripete e la tensione che lo affila per sentirsi vivo. E invece la velocità per un attimo rallenta, perde il dominio. Dani si ferma. Quasi scordasse di essere lassù, artigliato al velo di acqua solida che gli impone massima rapidità, si volta indietro. Si prende il suo tempo, sorride. There it is… the Alaskan sun, dice piano. Il giallo arancio del sole sboccia dal buio dell’orizzonte ancora assonnato. Tende un nastro lunghissimo sopra tutte le valli e lo annoda sulla fronte infreddolita di Dani e dell’amico, che da qualche ora salgono la parete Est del Mooses’s Tooth, nel cuore dell’Alaska Range.
Loro sono Dani Arnold e David Lama, uno svizzero, l’altro austriaco, e non hanno tempo per commuoversi. Buttano quello sguardo al sole, giusto il tempo di sentirsi felici, e poi via. Ancora su. Perché nelle quarantott’ore che stanno per vivere, in questa primavera 2013 già densa di alto alpinismo, firmeranno un’impresa destinata a farsi ricordare. Bird of prey, Uccello rapace. Una nuova via sull’inviolata Headwall di questa montagna tanto estetica quanto sperduta, posata nel mezzo di un ghiacciaio che solo i monomotore osano sfiorare. Millecinquecento metri di linea importante. Qualcosa che neppure loro si aspettavano di trovare. E forse di saper affrontare.
«Perdere David è stato durissimo» mi confessa Dani senza aggiungere tante parole. È passato ormai un anno da quando il compagno di avventure è volato verso la sua cima più alta, rapito da una valanga nel parco nazionale di Banff. Dani è da poco tornato dalla Siberia, dove ha vissuto nuove esperienze e ha risollevato il sipario sullo spettacolo che deve andare avanti, ma le cose restano difficili da accettare. «Quando è morto non ho voluto crederci, è stata una cosa che mi ha devastato». Eppure, in questo continuo filo di rasoio, restano pur sempre eventualità da mettere in conto. Succedono, e spesso. «È stato un dolore enorme dire addio anche all’amico Hansjörg Auer, che era con David quel giorno. Ma questa è la vita. E ho dovuto accettare e ingoiare anche il male che mi ha fatto salutare per sempre una persona come Ueli Steck». La montagna usa terapie d’urto per dialogare con gli umani, si sa. Tutti ne sono coscienti. Ma quella volta di Ueli, la perdita è andata oltre. Ha separato, verrebbe da dire, due parti del tutto. Ueli e Dani, due svizzeri, due velocisti della montagna. Due amici. Due rivali. Due talenti che si inseguivano e si raggiungevano, poi si sfuggivano, si cercavano e si osservavano. Si stimolavano a vicenda e non si invidiavano mai. «Non l’ho mai visto come un concorrente e ho sempre cercato di fare la mia strada» ricorda oggi Dani. Ma le cronache non possono nascondere quell’eterno rincorrersi sulle stesse cime. L’ossessione per le stesse pareti.

Era il 2011 quando Dani Arnold, allora ventisettenne, rubò per qualche tempo lo scettro all’amico sulla Nord per eccellenza. Due ore e ventotto minuti per lasciarsi alle spalle tutta la via Heckmair, superare una ventina di cordate e mettere piede sulla cima di sua maestà l’Eiger. Venti minuti in meno del record che già era di Ueli. E che poi, nell’affannoso vortice, a lui sarebbe tornato senza altri rivali per poco più di cinque minuti. Un niente. Oggi la Guida alpina Dani Arnold da Urner di Bienne, villaggio montano della Schächental, Canton Uri, tiene in pugno tre delle sei grandi pareti Nord d’Europa. Cervino, Grandes Jorasses, Cima Grande di Lavaredo. Su ognuna il suo è il tempo più rapido di chiunque nella storia. Sono i tasselli di un puzzle fatto di speed record conquistati con la sola fisicità. Nessun dispositivo di sicurezza, niente corde né imbraghi, nessun friend, niente moschettoni, niente di niente. Solo scarpette e casco. E gas aperto a mille, nel puro stile di quel free solo che ha stregato anche il cinema di Hollywood.
«La rinuncia consapevole alla sicurezza è qualcosa di speciale - mi confida Dani - Nella nostra vita cerchiamo di rendere tutto sempre più sicuro, il che è positivo. E gli alpinisti che rinunciano al materiale di sicurezza solo perché lo ritengono fonte di rischi si espongono a un gioco molto, molto pericoloso. Per me è diverso. Quando io arrampico in free solo devo sentirmi sicuro al cento per cento di poterlo fare: la fiducia è un punto chiave». Anche la sicurezza, a pensarci bene, lo è. Da una deriva l’altra, in fondo, e viceversa. «Sì. La sicurezza è in assoluto la cosa più importante. Ogni persona deve decidere fino a che punto vuole spingersi. Tuttavia, esiste sempre un rischio residuo di cui ognuno deve essere consapevole. Il segreto per affrontarlo? Formazione, preparazione ed esperienza. Le montagne sono belle, ma non bisogna mai scordare che sono anche pericolose».
E se qualcuno si lascia vincere dal desiderio di emulare? «Ognuno ha il diritto di fare le cose come vuole. Ma a un solo patto: che la vita di nessun altro sia messa a rischio». Resta il fatto che quel che dicono è vero: la pericolosità affascina. E infatti per Arnold la via più bella di sempre è un nome quasi sconosciuto che però gli ha fatto passare le pene dell’inferno. Anubis, in Scozia. Un 8a+ di misto aperto da Dave MacLeod nel 2010. «Perché è la mia preferita? Perché è molto difficile e non è ancora stata ripetuta. Ci sono pochissimi percorsi al mondo che sono così tecnicamente impegnativi. Naturalmente anche i free solo e i tentativi in velocità sono molto importanti per me. Ma sono un alpinista e ogni tanto voglio fare non solo salite rapide, ma anche nuove vie o percorsi molto difficili». E allora naturale che col tempo il cuore si sia posato sulle grandi classiche. Sulla ricerca di un nuovo primato proprio dove le leggende dell’alpinismo avevano scritto la storia. Cervino, via Schmid, parete Nord. Nell’anno del secolo e mezzo dall’ascesa di Whymper, Dani è svolazzato in cima, questa volta aggiungendo all’attrezzatura piccozze e ramponi, nel tempo di una libellula, un’ora e quarantacinque minuti dove gli umani impiegano una mezza giornata buona. E poi la Cima Grande di Lavaredo lungo la mitica via, classe 1933, Comici-Dimai. Cinquecentocinquanta metri di linea impegnativa, simbolo dell’arrampicata in Dolomiti, sfrecciati via nel tempo di una messa, e neppure solenne. Quarantasei minuti e trenta secondi. Circa due in meno del record precedente e quanto i nomi qualunque impiegherebbero sì e no per fare qualche tiro. Ma neanche poi tanti.
Dani ogni volta arriva in cima senza sorrisi. Quasi fosse irrispettoso ridere lassù, a celebrare un tempo alla portata di nessuno. Non sorride, ma trasmette felicità. Ferma il cronometro e si accuccia, riposa, si guarda intorno e tiene un po’ la testa fra le mani. A pensare cosa, solo lui lo sa. «L’Eiger per me è stato come un trampolino di lancio. La Cima Grande, dal canto suo, è stata un’ottima esperienza. Speravo di essere così veloce, ma non pensavo fosse possibile. Delle Jorasses invece sono particolarmente orgoglioso: è una parete davvero grande». Il ricordo sul Massiccio del Monte Bianco è datato fine luglio 2018. Lungo la via Cassin sullo Sperone Walker, Dani Arnold volteggia ancora una volta al ritmo di una farfalla, per poi pungere come una vespa. Proprio come insegnava Muhammad Ali. Alle dieci meno venti del mattino è a 3.300 metri d’altitudine, alle 11 è a 4.000. Alle 11.27 il pungiglione si conficca sulla Punta Walker, a un’altezza di 4.208 metri. In due ore e quattro minuti Arnold chiude il cerchio e firma un nuovo successo sotto l’egida del Pro Team di Mammut. Ma la domanda resta: perché? «È più una sfida personale. Questa dell’arrampicata leggera e veloce è una tendenza che si sta sviluppando sempre più, ma io la vedo come una forma di lotta contro me stesso. Per me è molto importante essere bravi in tutte le discipline degli sport di montagna e credo che ci voglia un ottimo livello in ogni ambito per avere la sicurezza di arrampicarsi senza una corda».

Già. Ma come arrivare tanto in alto? Dani ci scherza quasi su. E racconta di uno stile di allenamento molto freestyle, che non bada a mode o teorie e si alimenta solo delle proprie necessità. «A volte mi alleno molto, a volte faccio fatica a impegnarmi. L’obiettivo è importante per me: se non ho alcun obiettivo, non vedo alcun motivo per allenarmi. Ecco perché trovo fondamentale avere uno scopo nella vita. Quando lo raggiungi, puoi godertelo e festeggiare, e questa fase fa parte proprio del tuo personale traguardo». La pozione magica, comunque, non conta ingredienti segreti. Nessuna dieta specifica (anche se non mangio fast food ogni giorno) e tante ore nel letto: «Ho bisogno di dormire molto. Sono una persona mattiniera e la sera sono per lo più inutilizzabile». Ma neppure l’integralismo porta successo. E infatti, lui lo ammette, «spesso infrango le regole del mio stile di vita. Adoro il cambiamento. E penso che le nuove situazioni ti rendano creativo». La compagnia della moglie Denise, in tutto questo, non è di secondo piano. Con lei Dani arrampica spesso e con lei ha condiviso scalate di alto profilo. «È bellissimo quando possiamo fare grandi esperienze insieme in montagna. Per me gli amici, la famiglia e un posto dove mi sento a casa sono estremamente importanti». Eppure, paradossalmente, partire resta il pallino cruciale. Il chiodo fisso da battere finché ce n’è. Ieri il Broad Peak, primo Ottomila di una carriera giocata tutta su altezze minori, oggi la Siberia. Domani chissà. «Quella in Himalaya è stata una bella esperienza per me, ma non ne sono uscito soddisfatto. Tecnicamente non è assolutamente nulla di impegnativo. Ogni persona con un Ottomila nel cassetto è celebrata come un eroe, ma ci sono molte montagne di duemila metri che richiedono molta più preparazione di una via normale laggiù».
In Siberia, dove Dani è stato da poco con l’amico Martin Echser e dove sono state scattate le foto di questo servizio, le altezze sono ben lontane da quelle dei giganti della Terra. Ma lì il senso di infinito vince su ogni cosa e raggiunge il cielo senza alcuno sforzo. «L’obiettivo di questa spedizione era l’inverno freddo, quello giusto per tentare l’arrampicata su ghiaccio. Il riscaldamento globale sta rendendo le cose sempre più difficili alle nostre latitudini, quindi volevamo esplorare un nuovo posto, dove nessuno avesse mai scalato il ghiaccio». Un obiettivo raggiunto sul lago Bajkal, nella Siberia meridionale, dove di rado se si cerca il freddo ci si imbatte in qualcos’altro. «Abbiamo trovato esattamente quello che cercavamo, un freddo ben più intenso di quello che avevo provato sugli Ottomila: è stato fantastico. Ma anche la curiosità per il Paese, le persone e la cultura è stata un elemento importante di questo viaggio. L’ha arricchito molto».
Insomma: partire, per poi tornare e ripartire ancora. Alla ricerca infinita di qualcosa che non si afferra mai. Ecco la vita di Dani Arnold. «Certo, il periodo della quarantena da Covid-19 mi ha fermato, per forza di cose. Ma non è stato poi così male per me. Ovviamente ho dovuto posticipare una spedizione in Perù, ma la cosa più importante è che sono sempre rimasto in salute. Ora però sono molto felice che tutto stia tornando alla normalità». Un modo per dire, magari eufemisticamente, che quel che giaceva in pentola stia tornando a bollire? «Ho ancora molti progetti - chiude Dani, tra l’ermetico e lo scaramantico - Diciamo che non prevedo un futuro noioso». Insomma, non resta che stare a guardare: qualcosa lascia scommettere che la vespa dalle ali di farfalla si prepari a pungere ancora. Ma non chiedetegli se abbia paura, perché la risposta vi spiazzerà. «La paura è una buona amica, mi protegge» sorride lui. E a pensarci bene, Dani Arnold da Urner di Bienne un qualche segreto doveva pur nasconderlo. Che sia proprio questo, però, nessuno lo sa. E forse non lo saprà mai.
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