Matheo Jacquemod completa l’Intégrale des Alpes

20 giorni tra sci e bici attraverso 4 paesi

Matheo Jacquemod ce l’ha fatta ancora. Dopo anni di competizioni ad altissimo livello e esperienze come guida alpina, il campione francese ha portato a termine un progetto eccezionale: la traversata completa delle Alpi, da Vienna a Nizza, combinando sci e bicicletta.

Un’avventura di 20 giorni, lunga 2.189 km e con 86.000 metri di dislivello accumulato, di cui 60.000 a sci e 26.000 in sella alla bici, attraversando 19 massicci e superando cime iconiche come il Monte Bianco. La media giornaliera parla da sola: circa 12 ore di attività e 4.300 metri di dislivello positivo al giorno.

Ma al di là dei numeri impressionanti, Jacquemod sottolinea la vera essenza di questa traversata: un’esperienza umana, sportiva e montanara. “Ho goduto ogni giornata senza mai forzare, senza subire, semplicemente al mio ritmo”, racconta. “Ho apprezzato tanto i momenti di solitudine quanto quelli di condivisione con gli amici che sono venuti a trovarmi lungo il percorso”.

L’Intégrale des Alpes è stata possibile grazie a una perfetta combinazione di abilità atletica e conoscenza della montagna. Le esperienze in competizione hanno forgiato l’atleta, quelle come Guida hanno plasmato il montagnard. E per questo progetto, serviva essere entrambi.

Un ringraziamento speciale va al suo team: Champi, Nico, Noa Barrau e Thibaut Marot, che hanno reso possibile questa traversata straordinaria, supportando Matheo in ogni fase dell’impresa.

Questo progetto conferma ancora una volta quanto la passione per la montagna e lo spirito d’avventura possano spingere i limiti personali, trasformando un’impresa fisica in un viaggio umano indimenticabile.

© foto Noa Barrau / Thibaut Marot

 


Tour du Rutor 2026

Spettacolo e duelli in alta quota, successi per Magnini–Palzer e Mollaret–De Silvestro

Sulle creste innevate della Valle d’Aosta si è concluso un altro capitolo dello scialpinismo internazionale: la 22ª edizione del Millet Tour du Rutor Extrême, gara di punta del circuito La Grande Course. Due giornate intense tra La Thuile, Valgrisenche e Planaval che hanno messo alla prova forza, tecnica e decisione di quasi trecento squadre giunte da tutto il mondo.

Cronaca delle due frazioni

La sfida è partita sabato 28 marzo con una frazione durissima che ha costretto gli atleti a confrontarsi con salite ripide, pendenze impegnative e condizioni meteorologiche rigide ad alta quota, sul tracciato di oltre 24 km con quasi 3.500 metri di dislivello, tra ghiacciai e pendii ripidi dove il vento ha spesso dominato la scena.

Domenica, con partenza e arrivo nella conca di Planaval, i concorrenti hanno trovato un percorso ad anello di circa 21 km con altri 2 500 metri di dislivello. È stata proprio questa seconda giornata a decidere le sorti della classifica maschile: i leader iniziali hanno subito un imprevisto tecnico che ha cambiato l’ordine d’arrivo e ha aperto la strada alla rimonta dei nuovi protagonisti.

Lotta maschile e ribaltone finale

Con una prova aggressiva nella parte conclusiva dell’ultima frazione, la coppia composta dall’italiano Davide Magnini e dal tedesco Anton Palzer ha saputo sorprendere tutti, conquistando non solo il successo nella tappa decisiva ma anche il titolo assoluto della competizione. Alle loro spalle si sono piazzati i francesi William Bon Mardion e Xavier Gachet, stretti in una volata serrata fino agli ultimi metri.

Dominio femminile senza discussioni

In campo femminile, la gara non ha avuto momenti di suspense: Axelle Mollaret e Alba De Silvestro hanno condotto dall’inizio alla fine, imponendo il loro ritmo su entrambe le giornate e chiudendo con autorità davanti alle altre coppie in gara. La loro vittoria è stata netta, suggellata da una prestazione solida e costante dal primo all’ultimo metro.

Oltre i vincitori: giovani al centro della scena

Oltre alla gara senior, il Tour du Rutor ha dedicato spazio anche alle categorie giovanili, con percorsi studiati per avvicinare i più giovani allo skialp agonistico. Atleti under 20 e cadetti hanno animato le prove giovanili, dimostrando che il movimento prosegue con entusiasmo e qualità.

Numeri che raccontano uno sport in salute

L’edizione 2026 ha registrato 278 squadre al via provenienti da 19 nazioni, pareggiando i record di partecipazione degli anni migliori. La partecipazione internazionale e la qualità delle prestazioni confermano l’importanza di questa gara nel panorama mondiale dello scialpinismo, capace di unire tradizione, tecnica e un ambiente spettacolare.

 

 

© foto Mathis Decroux


UTMB World Series potenzia il supporto alla genitorialità nel trail running

L’arrivo di un figlio è un momento unico nella vita di ogni famiglia, e UTMB® World Series ha deciso di riflettere questa realtà anche nel mondo del trail running. Dopo aver introdotto nel 2023 una politica pionieristica dedicata alla gravidanza, l’organizzazione rafforza ora il proprio impegno verso l’inclusione evolvendo la politica di supporto alla genitorialità.

Sviluppata in collaborazione con la Pro Trail Runners Association (PTRA), questa iniziativa si applica a tutti i runner del circuito UTMB World Series, dai professionisti élite agli amatori, rispondendo alle esigenze specifiche legate alla genitorialità in tutte le sue forme.

Accogliere la genitorialità in tutte le sue forme

Dal lancio della politica sulla gravidanza, oltre 400 atlete e atleti hanno potuto rinviare la propria iscrizione o ottenere un rimborso. La nuova politica amplia oggi il supporto includendo:
- Gravidanza
- Percorsi di procreazione medicalmente assistita (PMA, inclusa la fecondazione in vitro)
- Adozione
- Gestazione per altri

Questa misura si applica a tutti i genitori, indipendentemente dal loro livello di partecipazione o dalla situazione familiare, garantendo equità sportiva e rispetto per i percorsi personali degli atleti.

“Vogliamo che ogni atleta, indipendentemente dal proprio status, possa vivere pienamente la genitorialità senza dover rinunciare alla propria passione per il trail running. Questa politica mira a supportare gli atleti e a favorire un cambiamento culturale verso uno sport più equo e inclusivo.”  Nicolas Lagrange, CSR Manager, UTMB World Series.

Cosa prevede la nuova politica

Per entrambi i genitori, la politica offre diverse opzioni:
- Rimborso completo della quota di iscrizione
- Possibilità di rinviare l’iscrizione
- Per le gare con sorteggio, rimborso e accesso prioritario a un’edizione futura

Inoltre, per le top élite femminili, l’UTMB Index viene congelato per un periodo massimo di cinque anni, preservando la posizione in classifica durante il percorso verso la genitorialità.

“Nel 2024 ero completamente focalizzata sull’UTMB. Tutto era già organizzato: amici e familiari pronti a sostenermi a Chamonix. Quando ho scoperto di essere incinta, il mio primo pensiero è stato: ‘Va bene, correrò comunque l’UTMB’. Poi ho capito che non sarebbe stato ragionevole. Grazie a questa politica ho potuto rinviare la mia iscrizione al 2026. Oggi non corro più solo per me: sapere che mio figlio mi aspetta a un ristoro o al traguardo moltiplica la mia forza.” – Ella Peyrard, atleta amatoriale

Un passo avanti per lo sport e la maternità

Con la crescita e la professionalizzazione del trail running, UTMB World Series mira a garantire che maternità e percorso verso la genitorialità non diventino ostacoli alla carriera sportiva. Il congelamento dell’UTMB Index permette agli élite impegnati in un percorso di genitorialità di mantenere lo status acquisito prima della pausa, tornando a competere senza penalizzazioni.

“Il Women’s Equality Working Group della PTRA ha contribuito in modo significativo a questa politica. Il nostro obiettivo è collaborare con organizzazioni come UTMB Group per creare le condizioni affinché le atlete possano esprimere pienamente il loro potenziale, valorizzando la maternità e facilitando la costruzione di una famiglia senza sacrificare la carriera sportiva.” – Eszter Csillag, atleta élite e membro del consiglio della PTRA

UTMB World Series invita tutti i runner interessati a fare riferimento a questa politica secondo le proprie esigenze. Tutti i dettagli e le condizioni sono disponibili su: utmb.world/inclusion
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© foto UTMB


Da St. Moritz al Gran Paradiso - prosegue la traversata di Matheo Jacquemoud

Dalle nevi della Bernina al cuore delle Alpi occidentali, il progetto di Jacquemoud prosegue con forza, sfidando condizioni meteo avverse e terreni tecnici, tra lunghe giornate di ski‑touring, pedalate e imprese alpine di grande impegno.

Dalle Alpi Retiche verso il Ticino e oltre

Dopo la partenza da Bernina, Matheo ha dovuto fare i conti con tempeste persistenti, neve abbondante e meteo instabile che hanno complicato ogni passo. Da St. Moritz ha raggiunto il Lago di Como, per poi attraversare le Alpi del Ticino in lunghe tappe impegnative. Una notte sotto le stelle, con l’amico Noa Barrau, lo ha visto superare il Nufenenpass in Valais, e il giorno successivo ha proseguito verso Saas‑Fee scendendo e risalendo valloni e colli innevati.
Questa prima parte della traversata ha messo alla prova adattamento e resistenza, richiedendo più volte un cambio di piano per rispondere alle condizioni in montagna.

La tappa successiva doveva portarlo verso Zermatt, ma una nuova perturbazione ha bloccato il cammino: insieme a Clément Parisse, Matheo ha tentato più volte di superare l’Adlerpass, senza riuscirvi, e ha dovuto fare marcia indietro fino a Saas‑Fee. In ogni difficoltà, però, cresce la determinazione di proseguire verso nord‑ovest, verso la meta finale.

Sulla Route della Patrouille des Glaciers e oltre

La seconda parte del viaggio è iniziata da Zermatt, dove Matheo è partito nelle prime ore della notte con Juste LaBorne e Clément Parisse, seguendo l’itinerario storico della Patrouille des Glaciers, una delle gare di scialpinismo più iconiche delle Alpi. Dopo 9 ore di impegno continuo e con il sostegno di amici come Vivian Bruchez, Antoine Socquet ed Eliot Retulli, il gruppo ha raggiunto Verbier intorno a mezzogiorno. Da qui Matheo ha cavalcato in bicicletta fino a Champex‑Lac, dove ha ripreso gli sci e ha portato l’avventura fino alla stazione de Le Tour, ai piedi di Chamonix (Francia), prima di concludere la giornata dopo oltre 16 ore di sforzo totale.

Il giorno successivo lo ha visto affrontare il Monte Bianco (4.810 m). Nonostante il forte vento in quota al risveglio, Matheo è partito con l’idea di sfruttare un miglioramento nel pomeriggio. Con la via classica dei Grands Mulets impraticabile, ha scelto di salire lungo la normale estiva in condizioni invernali. Oltre i 3.600 m, la neve dura, tracce assenti e ice traverse sull’arête des Bosses hanno rallentato la progressione, ma alla fine Matheo è riuscito a raggiungere la cima in solitaria alle 14:00, affrontando condizioni difficili e tecniche.

Scendendo verso Chamonix, dopo una breve notte, Matheo ha proseguito verso il meraviglioso Mer de Glace e ha risalito la Vallée Blanche fino al Col de Toula, per poi valicare il confine verso l’Italia lungo il percorso dello Skyway Mont Blanc. Non si è fermato, anzi: ha preso ancora la bicicletta fino al Gran Paradiso (4.061 m), dove ha è salito in cima, raggiunta in circa 3h30 nel fitto della nebbia, prima di ridiscendere e chiudere un raid di oltre 40 ore consecutive di sforzo.

Verso le grandi traversate delle Alpi

La rotta di Matheo segue, in parte, le tracce della celebre Haute Route Chamonix–Zermatt, considerata una delle traversate scialpinistiche più iconiche, che da sempre collega due capitali dell’alpinismo, passando tra panorami glaciali, colli oltre i 3.000 m e scenari mozzafiato tra Monte Bianco e Cervino.

Questo tipo di itinerario non è solo un viaggio: rappresenta un dialogo profondo con la montagna, dove ogni passo, curva e salita richiede esperienza, resistenza e capacità di gestione delle condizioni alpine. Per chi ama lo scialpinismo e le traversate di alta montagna, è un sogno carico di significati e di sfide.

L’eredità e la passione oltre i numeri

Il progetto di Matheo non è semplicemente una serie di tappe: è un invito continuo a vivere la montagna con cuore, rispetto e capacità di adattamento. In ogni condizione, dalla tempesta alla neve instabile, l’unica costante è stata la volontà di superare ogni ostacolo, di proseguire con passo deciso verso ciò che rimane di questa grande traversata.

 

 

© foto Noa Barrau e Thibaut Marot

 


La Pierra Menta parla francese, ma l’Italia resta sul podio

La quarantesima Pierra Menta si chiude nel segno della Francia, ma lascia anche un messaggio chiaro: l’Italia c’è. Meno appariscente forse, ma solida, continua, capace di stare stabilmente tra i migliori in una delle gare più dure e complete dello scialpinismo.

Quattro giorni, oltre dieci ore di gara complessiva, condizioni variabili e un equilibrio che si è deciso per dettagli minimi. Davanti a tutti, ancora loro: William Bon Mardion e Xavier Gachet, che conquistano la vittoria in 10h24’28”, difendendosi fino all’ultimo dagli attacchi dei connazionali Equy-Damevin, secondi a soli 38 secondi.
Un margine ridottissimo che racconta bene il livello di questa edizione: una gara giocata sul filo, dove ogni tappa ha avuto un peso specifico enorme.

 

 

Italia: tre bronzi che valgono più di quanto dicano

Se il podio assoluto maschile vede il terzo posto di Davide Magnini e William Boffelli, a oltre sedici minuti dai vincitori, è guardando alla classifica mondiale long distance che si legge meglio il risultato azzurro.
Michele Boscacci e Robert Antonioli chiudono sesti nella generale, ma conquistano il bronzo mondiale tra le nazionali, confermando una volta di più la loro affidabilità nelle gare lunghe e complesse. Un risultato costruito sulla regolarità, senza picchi clamorosi ma con una gestione lucida delle quattro tappe. In una gara dove si accumula fatica giorno dopo giorno, è spesso questo a fare la differenza.

Ancora più netto il segnale al femminile. Alba De Silvestro e Lisa Moreschini centrano un doppio terzo posto: bronzo mondiale e terzo gradino del podio nella classifica generale, chiusa in 12h47’13”. Un podio costruito con continuità, sempre presenti nelle posizioni che contano, senza mai uscire davvero dalla gara. Un approccio che, alla Pierra Menta, paga quasi sempre.

 

 

 

 

Francia dominante, ma gara tutt’altro che scontata

Il dominio francese è evidente, soprattutto nella gara femminile, dove Emily Harrop e Margot Ravinel hanno imposto il ritmo fin dalla prima tappa, chiudendo in 12h13’15” senza mai dare l’impressione di poter essere realmente attaccate. Ma anche qui, dietro, la lotta è stata serrata, con distacchi costruiti tappa dopo tappa e mai scontati. E lo stesso vale per la gara maschile, dove la sfida interna alla squadra francese ha tenuto aperto il risultato fino all’ultimo giorno. Una dinamica che ha reso la competizione ancora più intensa e spettacolare.

Una gara che resta un riferimento

La Pierra Menta continua a essere qualcosa di unico. Non solo per i numeri, ma per ciò che richiede: capacità di adattamento, gestione della fatica, lettura delle condizioni. Anche quest’anno il meteo ha imposto modifiche e adattamenti, ricordando ancora una volta che qui non vince solo chi ha più gamba, ma chi riesce a interpretare meglio la montagna. Ed è proprio in questo contesto che il risultato italiano assume valore. Tre bronzi, tra generale e mondiale, che raccontano una squadra solida e competitiva, capace di stare stabilmente nel gruppo dei migliori. Forse senza il clamore del dominio francese, ma con una qualità che, su una gara come questa, pesa. E non poco.

 

Classifica finale maschile
1° William Bon Mardion / Xavier Gachet
2° Samuel Equy / Anselme Damevin
3° Davide Magnini / William Boffelli
4° Nadir Maguet / Anton Palzer
5° François D’Haene / Alexis Bonnet

Classifica finale femminile
1° Emily Harrop / Margot Ravinel
2° Axelle Gachet-Mollaret / Célia Perillat-Pessey
3° Alba De Silvestro / Lisa Moreschini
4° Lena Bonnel / Emily Herry
5° Giulia Murada / Ilaria Veronese

 

© foto Pierra Menta 


Dalle Dolomiti al Bernina: la traversata continua

La linea tracciata da Mathéo Jacquemoud attraverso l’arco alpino continua ad allungarsi, giorno dopo giorno. Dopo le prime tappe raccontate la scorsa settimana, il progetto L'intégrale des Alpes entra nel vivo e mostra con sempre maggiore chiarezza la sua vera natura: non solo una traversata, ma un modo di vivere la montagna in continuità.

A offrire uno sguardo ravvicinato su questa avventura è Vivian Bruchez, che ha condiviso con Jacquemoud alcuni giorni tra Austria, Italia e Svizzera. Un punto di vista prezioso, che restituisce la misura di un ritmo difficilmente immaginabile: sei ore di sonno ogni ventiquattro. Sci, bici, passi da attraversare, vallate da collegare.
Le cifre aiutano a orientarsi, ma non bastano a raccontare tutto: giornate da 7.000 metri di dislivello positivo, trasferimenti in bici da 200 chilometri, recuperi minimi e una gestione delle energie quasi chirurgica. Chi prova a seguirlo deve anticipare ogni mossa, partire prima, organizzare tutto nei minimi dettagli. Perché ogni minuto perso difficilmente si recupera.

Dopo aver lasciato l’Austria, Jacquemoud ha puntato verso le Dolomiti, insieme a Bruchez e Pierre Idris. Qui ha sciato il couloir del Piz de Puez, prima di proseguire verso la Val Gardena, accompagnato per un tratto da Noa Barrau e da Alex Oberbacher, incontrato lungo il percorso e pronto ad accoglierlo con un piatto di pasta, uno di quei momenti semplici che, in mezzo a un progetto così estremo, assumono un valore particolare.

Il giorno successivo la traversata è proseguita fino alla Val Martello, per poi salire con gli sci verso il Cevedale (3769 m). Qui le condizioni hanno imposto una scelta: fermarsi a 150 metri dalla vetta e invertire la rotta. Una decisione lucida, presa in un contesto di visibilità ridotta, seguita da una lunga discesa notturna sul versante nord-ovest fino a Santa Caterina. Ma la giornata non era ancora finita: una dura transizione in bici fino a Livigno, raggiunta nella notte per guadagnare tempo per sfruttare una finestra meteo favorevole sul massiccio del Bernina.

Venerdì mattina è ripartito presto, sci ai piedi verso il Passo Bernina, dove è stato raggiunto da Bruchez e dagli altri compagni di viaggio. Insieme hanno salito il Piz Palü Centrale e Orientale, con una discesa dalla cresta sommitale che rappresenta uno dei momenti più estetici e significativi di questa prima parte di traversata. Le immagini raccontano una montagna vera, a tratti severa. Le condizioni non sono state sempre ideali e hanno costretto a continui adattamenti: variazioni di percorso per evitare pendii troppo carichi, scelte rapide e capacità di lettura del terreno, è forse questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: non la ricerca della linea perfetta, ma l’equilibrio costante tra ambizione e realtà.

Eppure, nonostante il ritmo serrato, resta spazio per la condivisione. Bruchez racconta di un Jacquemoud capace di aspettare, di rallentare, di trasformare anche la fatica degli altri in un momento di scambio. Una traversata che non è solo prestazione, ma anche relazione, con la montagna e con chi ne percorre un tratto insieme.

Dalle grandi cime austriache ai ghiacciai del Bernina, passando per Dolomiti e Ortles-Cevedale, la traccia prende forma e si consolida. Il Mediterraneo è ancora lontano, ma la direzione è segnata.

E mentre il progetto continua ad evolversi, tra adattamenti e nuove linee da immaginare, la sensazione è che ogni giornata aggiunga un tassello a qualcosa che va oltre la semplice traversata: un racconto in movimento, disegnato con gli sci, la fatica e una visione lucida di ciò che significa attraversare davvero le Alpi.

 

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© foto Instagram Mathéo Jacquemoud


Mathéo Jacquemoud e la grande traversata dell’arco Alpino

Da Vienna a Nizza, in sci e bici: un viaggio di 2.000 chilometri nel cuore delle Alpi

Per chi frequenta il mondo dello scialpinismo il nome di Mathéo Jacquemoud non ha bisogno di presentazioni. Ex campione del mondo, vincitore della Pierra Menta e per anni uno degli interpreti più completi dello skimo moderno, il francese ha deciso di tornare alle origini della disciplina: l’avventura. E lo fa con un progetto che ha il sapore delle grandi traversate alpine, dal nome L'intégrale des Alpes.

L’obiettivo è semplice da raccontare, molto meno da realizzare: attraversare integralmente l’arco alpino da Vienna a Nizza, muovendosi esclusivamente con sci d’alpinismo e bicicletta, senza mezzi motorizzati. Un itinerario che attraversa quattro Paesi: Austria, Svizzera, Italia e Francia, lungo circa 2.000 chilometri complessivi, con un dislivello positivo stimato attorno ai 100.000 metri. Una linea che attraversa il cuore delle Alpi e che tocca alcuni dei massicci più iconici del continente: dal Bernina al Monte Bianco, dal Gran Paradiso fino alle Alpi Marittime.

Dalla competizione all’avventura

Per comprendere il senso di questo progetto bisogna tornare alla storia sportiva di Jacquemoud. Nato nella Drôme e cresciuto tra le montagne del Dévoluy, è stato uno dei protagonisti dello scialpinismo internazionale tra gli anni 2010 e la metà del decennio successivo. Nel suo palmarès figurano titoli mondiali e successi alla Pierra Menta, la gara simbolo dello scialpinismo competitivo.

Negli ultimi anni però il suo percorso ha preso una direzione diversa. Meno pettorali, più montagna. Più traversate, meno classifiche. La traversata dell’arco alpino rappresenta la sintesi di questo passaggio: un progetto che unisce la resistenza di un atleta di livello mondiale con la visione di un alpinista che cerca una linea logica attraverso la catena montuosa più complessa d’Europa. Non a caso Jacquemoud ha partecipato negli ultimi anni ad alcune avventure con Kilian Jornet, tra cui il progetto sui tutti i quattromila delle Alpi, esperienza che gli ha dato la convinzione di poter sostenere giornate consecutive di sforzo estremo senza compromettere lucidità e sicurezza.

La logica della linea

Il progetto non è semplicemente una lunga traversata sciistica. È piuttosto una linea continua attraverso le Alpi, costruita alternando sci e bicicletta. Le sezioni alpine vengono percorse con sci e pelli, sfruttando i grandi ghiacciai e i valichi invernali. Quando la neve scompare, Jacquemoud scende a valle e prosegue in bicicletta, collegando le diverse catene montuose.

Questa scelta non è solo logistica ma anche filosofica: l’idea è non interrompere mai la progressione, mantenendo un movimento continuo lungo l’arco alpino. Il progetto prevede circa 28 tappe e un tempo complessivo inferiore a un mese, un ritmo decisamente sostenuto se si considera che una traversata completa delle Alpi richiede normalmente diversi mesi.
Le difficoltà reali: neve, meteo e gestione dello sforzo, dal punto di vista tecnico, la difficoltà dell’impresa non sta tanto nella singola salita quanto nella gestione della continuità.

Una traversata di questo tipo impone infatti tre variabili fondamentali:

1. La finestra nivologica
La linea attraversa massicci con condizioni molto diverse. Neve primaverile sulle Alpi centrali, innevamento ancora invernale nelle zone più continentali, e probabile fusione già avanzata sulle Alpi meridionali.

2. La gestione del ritmo
Con tappe che possono superare i 3.000–4.000 metri di dislivello giornaliero, la vera sfida sarà mantenere un ritmo sostenibile per settimane.

3. La lucidità decisionale
Jacquemoud non è solo un atleta: è anche guida alpina. E in un progetto di questo tipo la capacità di leggere la montagna ogni giorno diventa decisiva quanto la condizione fisica.

 

Il ritorno allo spirito originario dello scialpinismo

In un’epoca in cui lo scialpinismo competitivo è sempre più vicino al format olimpico, progetti come questo riportano la disciplina alla sua dimensione più autentica.
Non si tratta di una gara, né di un record puro. È piuttosto un viaggio sportivo attraverso le Alpi, dove la prestazione esiste ma non è l’unico obiettivo.
In fondo lo scialpinismo nasce proprio così: muoversi in montagna in inverno con sci e pelli per attraversare territori, collegare vallate, salire montagne.
Jacquemoud, con questa linea da Vienna al Mediterraneo, sembra voler ricordare proprio questo: che prima ancora di essere uno sport, lo scialpinismo è un modo di viaggiare nelle montagne. E raramente questo viaggio è stato immaginato su una scala così grande.

 

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© Instagram Mathéo Jacquemoud


Comfort e fluidità per i trail più lunghi - The North Face Altamesa 500 V2

Nel mondo del trail running la ricerca dell’equilibrio perfetto tra ammortizzazione, stabilità e leggerezza è una sfida continua. Con la nuova Altamesa 500 V2, The North Face prova a ridefinire questo equilibrio puntando su una scarpa pensata per macinare chilometri su sentieri tecnici senza rinunciare a comfort e fluidità.

Il cuore del progetto è la nuova tecnologia DREAM™, una schiuma dell’intersuola in TPU infusa con azoto che promette un impatto più morbido e un ritorno di energia elevato, oltre a essere la più leggera mai sviluppata dal marchio. L’obiettivo è chiaro: rendere la corsa off-road più scorrevole e meno affaticante anche quando il terreno diventa irregolare.

Una scarpa pensata per macinare chilometri

Altamesa 500 V2 nasce per gli allenamenti su lunga distanza, per le uscite di volume e per quelle giornate in cui si passa parecchio tempo sui sentieri. La piattaforma più ampia sotto il piede contribuisce a creare una base stabile, mentre l’intersuola generosa, con 36 mm di stack al tallone e drop di 6 mm, lavora per assorbire gli impatti e mantenere la corsa fluida anche dopo molte ore.
Durante i test, la prima sensazione che emerge è proprio quella di ammortizzazione progressiva: l’appoggio è morbido ma non eccessivamente cedevole. Nei tratti corribili, soprattutto su sterrati compatti o sentieri forestali, la scarpa restituisce una buona sensazione di rimbalzo che invita ad allungare il passo. Non è una scarpa aggressiva o orientata alla massima reattività, ma privilegia la continuità della falcata, rendendo la corsa meno dispendiosa quando i chilometri si accumulano. Anche sui terreni più irregolari la piattaforma larga aiuta a mantenere stabilità. Nei traversi o nei cambi di direzione su single track rocciosi si percepisce una base solida sotto il piede, caratteristica che la rende interessante per runner che cercano comfort senza rinunciare al controllo.

 

 

Tomaia leggera e calzata stabile

La tomaia è progettata per combinare traspirabilità e struttura. I rinforzi offrono supporto dove serve, mentre il sistema di chiusura garantisce una buona chiusura anche nei traversi. Interessante il dettaglio dei lacci racing con bordi seghettati, pensati per evitare che si allentino durante la corsa, un piccolo accorgimento che nei test si è rivelato efficace, la regolazione resta stabile anche dopo diverse ore di attività. La linguetta integra alette laterali e una fodera interna anti-detriti, soluzione che limita l’ingresso di polvere e piccoli sassolini durante le lunghe uscite.

Trazione e protezione sui terreni morbidi

La suola utilizza la mescola SURFACE CTRL™ SC2, sviluppata per offrire grip e durata sui trail naturali. I tasselli da 4 mm sono pensati soprattutto per terreni morbidi o misti, boschi, terra smossa, sentieri alpini, dove la trazione resta costante anche quando il fondo diventa umido o instabile. Nella prova la scarpa si è comportata bene su terreni morbidi e su trail con fondo misto roccia-radici. Il disegno dei tasselli garantisce una presa affidabile in salita, mentre in discesa l’ampia piattaforma contribuisce a dare sicurezza anche quando si aumenta il ritmo. La protezione è affidata a un puntale rinforzato leggero, sufficiente per difendere il piede da sassi e radici senza appesantire la struttura complessiva.

 

Sensazioni sui trail

Dopo diversi chilometri sui sentieri, la Altamesa 500 V2 restituisce una sensazione molto chiara: è una scarpa costruita per correre a lungo in modo rilassato e continuo. Nei tratti corribili invita a mantenere un ritmo costante, mentre nei segmenti più tecnici l’ammortizzazione generosa aiuta a ridurre l’impatto su piedi e articolazioni. È il tipo di scarpa che, dopo due o tre ore di corsa, fa apprezzare la sua filosofia progettuale: comfort prima di tutto, con una stabilità che permette di concentrarsi sul sentiero senza pensare troppo a dove appoggiare il piede.

 

 

 

The North Face Altamesa 500 V2

Scheda tecnica
Intersuola: DREAM™ in TPU infuso con azoto
Stack tallone: 36 mm
Drop: 6 mm
Suola: SURFACE CTRL™ SC2
Tasselli: 4 mm
Tomaia: mesh tecnica leggera con rinforzi zonali
Dettagli: linguetta stabilizzata con alette integrate, lacci seghettati, puntale rinforzato
Prezzo: € 150

 

 


Le grandi nevicate non bastano: neve, acqua e cosa ci raccontano i numeri

Quest'anno, quantomeno a nord-est, gli appassionati di montagna e chi ama sciare fuori pista hanno avuto di che sorridere. Le Alpi sono state imbiancate da nevicate di portata significativa e, sui social, è stato facile imbattersi in foto di pendii candidi e boschi carichi di neve fresca. È naturale chiedersi: questo inverno è stato davvero storico? E se sì, cosa significa davvero per il manto nevoso, ma soprattutto per l’importante risorsa idrica che la neve rappresenta?

Per rispondere a queste domande è utile guardare ai numeri e ai dati di monitoraggio raccolti da istituti come la Fondazione CIMA, che ogni anno aggiorna la situazione nivometrica su tutta la penisola. Questi dati ci dicono due cose importanti:

 - Le nevicate degli ultimi tempi hanno effettivamente contribuito ad aumentare gli accumuli sui rilievi.

 - Però, se consideriamo la stagione nel suo complesso e la “quantità d’acqua immagazzinata nella neve”, la situazione non è così eccezionale come potrebbe     sembrare.

Secondo l’ultimo aggiornamento della Fondazione CIMA a metà febbraio, l’equivalente idrico della neve, cioè la quantità di acqua immagazzinata nel manto nevoso, è tornato in linea con la media stagionale su gran parte delle Alpi italiane, grazie a un gennaio favorevole. Tuttavia, a livello nazionale il quadro resta in lieve deficit, circa -22% rispetto alla media pluriennale.
In pratica, nonostante le nevicate di fine gennaio e inizio febbraio abbiano contribuito a “rimettere in carreggiata” gli accumuli, lo stock complessivo di neve e quindi di acqua per i mesi caldi non è eccezionale. Questo significa che la montagna non ha recuperato pienamente i deficit del passato e che la risorsa neve, fondamentale come serbatoio naturale di acqua dolce, resta vulnerabile e variabile a seconda delle regioni.
Il recupero è particolarmente lento sugli Appennini: nelle zone centrali del Paese il deficit di neve rispetto alla media è ancora marcato, con accumuli molto inferiori a quelli alpini. I dati idrologici confermano questa fragilità: nei bacini dell’Aterno‑Pescara, per esempio, l’acqua da scioglimento nivale è stata -47% rispetto alla media stagionale.
Anche nelle regioni alpine più antropizzate, come la Lombardia, le riserve di acqua generate dalla neve risultano circa 28% inferiori alla media degli ultimi vent’anni, nonostante alcuni sbalzi stagionali. Una fotografia chiara della delicatezza del ciclo idrico legato alla neve, fondamentale sia per la montagna sia per chi vive a valle.

Neve visibile vs neve utile

Quando vediamo molta neve sui pendii o sulle creste, è normale pensare che ci sia anche più “acqua” pronta a rifornire fiumi, laghi e falde nei mesi caldi. In realtà, non tutta la neve è uguale: la quantità totale di acqua immagazzinata (quella che in gergo tecnico si chiama SWE, o “equivalente idrico nivale”) dipende da più fattori, altezza del manto, densità della neve, temperatura e distribuzione geografica.
Negli ultimi aggiornamenti, la Fondazione CIMA evidenzia che, dopo un gennaio con accumuli regolari, febbraio ha riportato i valori nivometrici su molte vette alpine attorno alla media stagionale. Questo vuol dire che, se guardiamo al panorama completo del 2025/2026 non siamo in una situazione di super neve generalizzata, ma piuttosto in un contesto nella norma, con differenze significative da zona a zona.
In altre parole, la neve che vediamo non sempre si traduce automaticamente in una maggiore disponibilità di acqua nei mesi successivi. Per chi ama la montagna, questo è un dettaglio importante: una nevicata spettacolare può regalare paesaggi straordinari e ottime condizioni per lo scialpinismo, ma non garantisce che i corsi d’acqua estivi riceveranno più acqua di quanto accade in una stagione media.

La neve è molto più di un elemento scenico o di divertimento per chi pratica scialpinismo. È il serbatoio naturale d’acqua che alimenta i fiumi e i rii, sostiene le falde sotterranee e permette alle comunità di affrontare la stagione calda con risorse idriche stabili. Quando gli accumuli nevosi sono scarsi o distribuiti in modo irregolare, la montagna nel suo insieme ne soffre: meno acqua significa sorgenti più deboli, portate fluviali ridotte e, in alcuni casi, stress per ecosistemi delicati.
Ecco perché, al di là delle foto di pendii bianchi e delle immagini spettacolari, è importante cogliere il quadro completo. Anche se le nevicate hanno riempito molti versanti, lo scenario generale resta molto dipendente dal resto della stagione e da come il manto si trasformerà con il passaggio alle temperature più miti.

Come leggere i dati senza perdersi nella tecnica

Non serve essere climatologi o esperti di idrologia per capire cosa stanno raccontando i numeri. Ecco tre semplici punti da tenere a mente:

  • Non tutta la neve ha lo stesso valore idrico: la neve più compatta e pesante può contenere più acqua della neve molto leggera e soffice.

  • L’altezza del manto non è tutto: due metri di neve su un versante possono contenere meno acqua di un metro su un altro, se la neve è meno densa.

  • La distribuzione geografica conta: grandi accumuli su un massiccio non compensano deficit su un altro bacino idrografico, soprattutto quando si guarda alla disponibilità per la stagione estiva.

Un invito a guardare oltre la neve fresca

Per chi pratica scialpinismo, queste informazioni non tolgono nulla alla bellezza delle uscite in polvere o alla soddisfazione di una salita perfetta. Tuttavia, aiutano a capire che una stagione di neve non si giudica da un singolo evento o più eventi localizzati per quanto spettacolari possano essere. Il vero valore di una stagione invernale include anche come quella neve si trasformerà, come nutrirà i corsi d’acqua e come si distribuirà nel tempo.
E mentre guardiamo alle prossime settimane con speranza per altre nevicate, vale la pena ricordare che la bontà di una stagione nevosa non si misura solo in centimetri, ma anche nel contributo che dà all’equilibrio idrico e ambientale dell’intero arco alpino e appenninico.

 

© dati e grafici CIMA research foundation


Essenziale, resistente e pronta per i sentieri: NNormal Cadí

La nuova NNormal Cadí si inserisce nella linea trail del marchio fondato da Kilian Jornet con un approccio molto chiaro: creare una scarpa essenziale, resistente e pensata per affrontare lunghe giornate sui sentieri senza inseguire soluzioni troppo complesse. Dopo alcune uscite di test su terreni misti, dai sentieri compatti ai tratti più tecnici di montagna, emerge una scarpa equilibrata, progettata per chi cerca affidabilità e durata prima di tutto.

Struttura e materiali

La Cadí è costruita con una tomaia in mesh tecnico resistente, progettato per garantire traspirabilità ma anche una buona resistenza all’abrasione. La sensazione appena indossata è di una scarpa solida ma non rigida, con una struttura che avvolge bene il piede senza costringerlo. La protezione anteriore è affidata a un rinforzo sul puntale, utile quando si affrontano sentieri rocciosi o passaggi più tecnici.
La linguetta è integrata nella costruzione della tomaia, una soluzione che migliora la stabilità del piede e riduce il rischio di infiltrazioni di detriti. Anche il sistema di allacciatura è semplice e funzionale, pensato per distribuire la pressione in modo uniforme e mantenere il piede fermo nelle discese più ripide.

Intersuola e comportamento sul terreno

Uno degli elementi più interessanti della Cadí è l’intersuola, sviluppata per offrire un compromesso tra protezione e sensibilità sul terreno. L’ammortizzazione è maggiore rispetto agli altri modelli del brand ma la scarpa restituisce un contatto chiaro con il sentiero, caratteristica che piacerà soprattutto a chi proviene da modelli più minimal o cerca precisione nei passaggi tecnici. Durante le nostre uscite di test abbiamo utilizzato la scarpa su percorsi molto vari: sentieri forestali scorrevoli, lunghe salite su terreno compatto e discese con pietra smossa. In salita la Cadí si è dimostrata efficiente, malgrado il peso non minimalista di 290 grammi e alla buona flessibilità dell’avampiede, mentre in discesa offre una stabilità convincente, senza quella sensazione di che a volte si trova nelle scarpe più ammortizzate.

Suola e grip

La suola utilizza la mescola Vibram Megagrip, ormai una garanzia nel mondo del trail running. I tasselli da 4 millimetri sono piuttosto pronunciati e ben distanziati, una scelta che favorisce la trazione ma in grado di scaricare detriti e fango nei terreni più morbidi. Nei test il comportamento è stato molto convincente, il grip rimane costante anche quando il passo diventa più dinamico e il terreno umido. Come sempre occhio se siete soliti ad effettuare lunghi trasferimenti su asfalto, il Megagrip, proprio per via della sua mescola molto efficiente, tende a consumarsi più velocemente.

Sensazioni in corsa

La Cadí non è una scarpa pensata per stupire con tecnologie estreme, il suo punto di forza è piuttosto la sensazione di affidabilità e naturalezza nella corsa. Dopo alcune ore sui sentieri la scarpa continua a risultare confortevole, senza punti di pressione evidenti (grazie al volume aumentato sull'anteriore) e con un buon controllo del piede anche nei cambi di ritmo. È una scarpa che si adatta bene a allenamenti lunghi, uscite in montagna a ritmi medi, soprattutto per chi preferisce una calzatura stabile e resistente piuttosto che un modello puramente orientato alla velocità.

Prime impressioni

Dopo diverse uscite la NNormal Cadí ci ha dato l’impressione di essere una scarpa progettata con una filosofia molto precisa: meno marketing e più sostanza. Non cerca di essere la più leggera o la più ammortizzata, ma punta su durabilità, grip e comodità, caratteristiche fondamentali quando si passa molte ore sui sentieri di montagna. In un mercato dove spesso i modelli cambiano rapidamente, la Cadí sembra invece voler seguire l’idea cara a Kilian Jornet e al progetto NNormal: prodotti semplici, robusti e progettati per durare a lungo. E dopo i primi chilometri, questa direzione appare decisamente convincente.

 

 

© foto Emanuele Delpozzo


Scialpinismo alle Olimpiadi: risultati, performance italiane e nuove prospettive

Lo sci alpinismo ha fatto il suo storico debutto alle Olimpiadi Invernali di Milano‑Cortina 2026, scrivendo una nuova pagina per la disciplina.
Nella gara di sprint maschile, disputata il 19 febbraio, il titolo è andato allo spagnolo Oriol Cardona Coll, con il russo neutral Nikita Filippov medaglia d’argento e il francese Thibault Anselmet bronzo. Purtroppo solo quattordicesimo Boscacci, il primo italiano.
Nello sprint femminile la svizzera Marianne Fatton ha conquistato l’oro, seguita dall’argento della francese Emily Harrop e dal bronzo dell’iberica Ana Alonso Rodriguez. Qui la nostra atleta Murada Giulia è giunta in finale, affrontando una prova intensa su un tracciato che richiedeva equilibrio perfetto tra velocità e potenza.
La staffetta mista, svoltasi il 21 febbraio, ha visto gli atleti francesi tagliare per primi il traguardo e gli svizzeri e spagnoli a seguire, con la squadra italiana che ha chiuso in quinta posizione dopo una battaglia serrata. Questo evento ha mostrato quanto lo scialpinismo possa essere interpretato come disciplina di squadra, valorizzando la cooperazione tra donne e uomini nella sfida.

Questi risultati, al di là del colore delle medaglie, rappresentano un passo importante per lo sport. Sebbene il format olimpico sia ben lontano dalle grandi classiche del circuito, con le sue distanze maggiori e percorsi di alta montagna, ha saputo offrire competizioni dinamiche e veloci, adatte a un palcoscenico olimpico. Debutto e risultati, con protagonisti di alto livello, confermano la capacità dello scialpinismo di attrarre interesse e di distinguersi fin dalla prima partecipazione in una rassegna così prestigiosa.

L’ingresso alle Olimpiadi, con competizioni di sprint e staffetta mista, offre un’opportunità di visibilità, incuriosendo gli spettatori, stimolando nuovi praticanti e dando agli atleti una piattaforma internazionale senza precedenti. Gli spettatori incuriositi potranno scoprire che lo scialpinismo non è solamente una disciplina veloce ma anche un approccio alla montagna con gli sci differente da quello legato ai soli impianti di risalita.

È naturale che una nuova disciplina inserita in un contesto come quello olimpico venga osservata con occhio critico: il formato proposto è stato pensato per esigenze televisive e di fruibilità da parte di un pubblico vasto, e per questo può risultare diverso dal formato delle gare classiche come Tour du Rutor, Pierra Menta o Mezzalama, che restano manifestazioni iconiche per profondità tecnica e legame con la montagna. Tuttavia, proprio come avvenuto in passato per sport come l’arrampicata, che ha evoluto e adattato il format nella seconda olimpiade, anche lo scialpinismo potrà beneficiare di questa visibilità e proporre cambiamenti nelle competizioni e magari puntare ad un circuito da ripetere più volte con una distanza e dislivello cumulativi maggiori, garantendo allo stesso tempo la copertura televisiva e l'effetto arena per il pubblico, un pò come in Coppa del Mondo di mountain bike e nel ciclocross.

In conclusione, i risultati ottenuti e l’esposizione offerta dai Giochi rappresentano un’occasione che va colta e valorizzata: lo scialpinismo ha tutte le carte in regola per crescere, conquistare nuovi appassionati e, in futuro, evolvere anche nel format olimpico, rendendolo sempre più vicino alle sue radici alpinistiche e di endurance.

© foto Milano-Cortina 2026


CAMP Rapid Racing: leggerezza, ergonomia e performance per lo scialpinismo veloce

Nel mondo dello scialpinismo, gli zaini race non sono più un’esclusiva degli atleti con il pettorale. Oggi rappresentano una scelta sempre più diffusa anche tra chi vuole approcciarsi alla montagna con un assetto fast and light, privilegiando leggerezza e fluidità di movimento senza sacrificare dettagli fondamentali come lo scomparto dedicato al materiale di autosoccorso in valanga o una corretta organizzazione dell’equipaggiamento alpinistico. In uno zaino più slim e decisamente più leggero, c’è comunque spazio per tutto ciò che serve davvero.

In questo contesto si inserisce il CAMP Rapid Racing, un pack da 20 litri pensato per le gare ma perfettamente a suo agio anche nelle uscite veloci, negli allenamenti e nelle gite in cui si vuole muoversi con ritmo sostenuto. Con un peso di circa 300 grammi, si colloca tra gli zaini più leggeri della categoria, senza rinunciare a robustezza e funzionalità.

Il design è essenziale, pulito, orientato all’efficienza. La struttura in tessuti tecnici ad alta resistenza all'abrasione limita l’assorbimento di neve e umidità, mentre la costruzione compatta mantiene lo zaino stabile anche quando il carico aumenta. In movimento si percepisce subito come il Rapid Racing sia pensato per aderire al corpo, seguendo il gesto in salita e in discesa senza interferire con il movimento dello sciatore, l’ergonomia di schienale e spallacci sagomati garantisce libertà di movimento e una distribuzione equilibrata del peso anche su pendenze sostenute. Il sistema di trasporto sci rapido laterale consente transizioni veloci e intuitive, un vantaggio evidente nei tratti misti o nelle gare, ma altrettanto utile durante una gita in cui si alternano salite, brevi portage e discese, insomma ottimo per la stagione primaverile alle porte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nonostante il profilo minimalista, l’organizzazione interna è studiata con attenzione. Il comparto principale accoglie pelli, guscio e strati extra, mentre lo scomparto dedicato per a pala e sonda assicura un accesso rapido agli strumenti di sicurezza, elemento imprescindibile per la sicurezza. La tasca posizionata sul fondo dello zaino con accesso rapido laterale permette di tenere a portata ramponi o la corda, oppure può comodamente ospitare le pelli in fase di discesa, integrando funzionalità e praticità in un volume contenuto.

Il risultato finale è uno zaino che interpreta al meglio l’evoluzione dello scialpinismo fast and light contemporaneo: meno peso, più velocità, ma senza compromessi sulla sicurezza e sull’organizzazione del materiale. Il CAMP Rapid Racing non è soltanto un prodotto da gara, ma una soluzione concreta per chi vuole vivere la montagna con efficienza, dinamismo e consapevolezza tecnica.

 

C.A.M.P. Rapid Racing


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