Smarano, Sfruz e il Sentiero Roma

Il diario del primo anno della spedizione Va' Sentiero, lungo il Sentiero Italia. Tra Valle dell'Adige e Valtellina

© Sara Furlanetto

14 giugno 2019 46 giorni / 707 km

Guardandola dalla rocca di Haderburg, la valle dell’Adige sembra disegnata con il righello. Una distesa di meleti e filari paralleli la cui linearità è interrotta dal flusso sinuoso del fiume. A Salorno si parla l’italiano, un paio di chilometri più a Nord il tedesco. Alla sera le vie si riempiono di risate e di giovani. Bicchiere di vino in mano, uno di loro mi ha raccontato di un sentimento particolare chiamato heimat: l’attaccamento ai luoghi della propria infanzia, quelli in cui si sono vissuti i momenti più belli.

Ieri ci siamo svegliati sulle rive del piccolo lago di Favogna, tempestato di ninfee. Sembrava un quadro di Monet. Ero ancora stordito dal sonno e ho pensato di farmi una nuotata. Dal pontile di legno, nudo, mi sono tuffato nel lago deserto. Grazie al fondo torboso l’acqua era a temperatura ideale e mi è venuto da urlare di felicità. Più tardi abbiamo raggiunto la cima del Monte Roen. Non è stato solo il nome a ricordarci il Signore degli Anelli. Da lassù, a Ovest, scintillavano i grandi ghiacciai dell’Ortles-Cevedale, sormontati da vette che parevano scolpite nel cielo. Ai nostri piedi la parete orientale del Roen volava in picchiata per centinaia di metri.

Lungo la discesa verso il rifugio abbiamo allungato per la Malga di Smarano e Sfruz. Volevamo toglierci lo sfizio di vedere se esistono davvero due tali con dei nomi simili, da Stanlio & Ollio altoatesini. Alla malga non c’erano né Smarano né tantomeno Sfruz (che abbiamo scoperto poi essere dei paesini a valle), ma due cani con il manto chiazzato che ci hanno guardati arrivare in attento silenzio, senza scomporsi né abbaiare. Erano Pastori del Lagorai. Un ragazzo dagli occhi gentili ci ha offerto birre e cacioricotte fresche di minuti, sapevano ancora di erba tagliata. Lui e sua moglie (Alan e Roberta) salgono qui ogni primavera con le loro vivaci bimbe e le tante caprette. Ce ne hanno anche fatta mungere una. Mi ha colpito la loro serenitа. Roberta aspetta un altro bimbo e, mentre mi preoccupavo della loro sussistenza, guardandoli ho realizzato di come fossero spontaneamente al di sopra di ogni tipo di preoccupazione, concentrati a vivere il presente come un dono. A fine tappa, mentre ci rilassavamo a piedi scalzi sul grande terrazzo del rifugio Oltradige, il Latemar, il Catinaccio e le Odle si sono tinti di rosa. È stata l’ultima grande vista delle Dolomiti, un bellissimo arrivederci.

Tra i prati tempestati di ranuncoli gialli, stamani siamo scesi a Fondo, un paese della Val di Non. La piazza era affollata di persone che gremivano i tavolini dei chioschetti. Sopra le tante voci allegre scandiva i secondi un rumore incessante: un grande orologio ad acqua, una macchina prodigiosa fatta di leve e mulini meccanici. Abbiamo preso a fissarlo per diversi minuti, senza riuscire a capire esattamente quale fosse la chiave del portento.
Ho chiesto alla ragazza dei gelati cosa succede d’inverno, quando l’acqua all’interno dell’orologio si ghiaccia. «Il tempo si ferma» ha sorriso.

20 luglio 2019 81 giorni / 1.279 km

Il Sentiero Roma è probabilmente il tratto più difficile di tutto il nostro viaggio. Ieri alla Bocchetta Roma per poco non abbiamo perso Sara, la fotografa della spedizione. Si stava calando da una corda fissa, sospesa su un salto di venti metri; una pietra si è staccata dalla parete e le è rimbalzata verso la faccia. Sara si è abbassata di riflesso e l’ha schivata per pochi centimetri. Ci siamo zittiti. Stamattina avremmo dovuto affrontare il Passo Cameraccio ma ci hanno detto che le corde fisse, ancora seppellite dal ghiaccio, sono inutilizzabili. Non avendo con noi ramponi e piccozze, siamo stati costretti a stravolgere i piani e raggiungere il rifugio Allievi con una lunga deviazione, passando per la Val di Mello.

Questa valle ha un valore speciale, per me: ho ricevuto qui il mio battesimo della montagna. Quando ero piccolo con mio padre venivamo in quella che chiamano la piccola Yosemite, tra le marmitte d’acqua verde smeraldo e le pareti di granito luminoso, e provavamo a raggiungere il rifugio Allievi, cioè la tappa di oggi. Tentammo in più occasioni senza mai riuscirci, ogni volta per ragioni diverse: vuoi la pioggia, la stanchezza, la tarda partenza. La montagna rimaneva qualcosa di cui non capivo il senso, un non-luogo in cui si camminava per non arrivare mai. Tuttavia durante l’ultimo di quei tentativi – avrò avuto una decina d’anni – superammo la quota degli alberi e dall’imbocco di un vasto circo glaciale, per la prima volta, avvistammo il rifugio. Ricordo quel momento come fosse ieri. Una piccola macchia rossa e squadrata, ben sopra le nostre teste. Il sole stava ormai tramontando e così, a malincuore, convenni che fosse prudente tornare indietro e rinunciare ancora una volta alla meta agognata. Mi era bastato averlo visto, era là, il rifugio esisteva davvero: la montagna cambiò significato e coordinate nella mia mappa mentale.

Oggi, per uno strano scherzo del destino, ci siamo trovati a percorrere proprio quel sentiero, la stessa salita che da bambino mi aveva ostinatamente respinto. L’ho affrontata di petto, sotto il sole di luglio, come si affronta l’incontro di una vita, i piedi che volavano e il cuore a ruota. Mi sembrava di riconoscere i tornanti del sentiero, una roccia levigata, una lapide.

Mentre ci avvicinavamo allo svaso del circo glaciale, laddove ci eravamo spinti tanti anni fa, ho visto da lontano un uomo seduto di spalle con un cappello da pescatore, che guardava in su appoggiato a un grosso bastone di legno. Dopo qualche minuto l’ho raggiunto e quando, sorpreso dal rumore dei passi, si è voltato, mi sono accorto che era papà.Stava andando all’Allievi per farmi una sorpresa, non si immaginava di incontrarmi proprio lì. Era incredulo e commosso, come me. Gli altri sono andati avanti e noi due, più lenti, ci siamo incamminati insieme verso il rifugio, riprendendo la marcia proprio da dove l’avevamo interrotta più di vent’anni fa, questa volta a parti invertite, io a spronarlo, lui a dire vai avanti, poi ti raggiungo. Quando siamo arrivati, ci siamo abbracciati e ci siamo presi due birre a testa, in un momento di rara felicità, con la consapevolezza di aver chiuso un cerchio.

2/continua

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 131 

© Sara Furlanetto

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