Manny Reichegger, 40 anni e non sentirli

Ancora in gara nella prossima stagione

La squadra di scialpinismo del Centro Sportivo Esercito è in raduno a Courmayeur. E nel gruppo c’è sempre Manfred Reichegger.
«Alla fine ho deciso di continuare – spiega Manny – volevo fermarmi, poi arriva l’estate, la passione c’è ancora, la voglia di allenarmi anche, il fisico regge e così vado avanti. Certo adesso adesso a 40 anni sono entrato nei Master…. Ammetto che fa un po’ effetto: ero al vertical Col di Lana, che era campionato Master, e alla fine quando mi hanno premiato sono rimasto un po’ disorientato».

Che gare farai?
«Non faccio più parte della Nazionale (le squadre sono state presentate dal dt azzurro Bendetti alla FISI, ma non sono state ancora ufficializzate, ndr) e dunque non farò più la Coppa del Mondo. Anche se – scherza – posso sempre qualificarmi… Resto nell’Esercito, farò delle scelte, farò le gare che mi sento di fare. Magari qualche LGC, ma non il Pierra Menta per esempio. L’ho vinto tre volte, soffrire quattro giorni per un piazzamento non mi interessa».

Il futuro potrebbe essere quello dell’allenatore?
«Sono già nell’albo dei tecnici, ma al momento resto un atleta. Potrebbe essere una scelta futura, non si sa mai. Diciamo che un po’ d’esperienza ce l’ho».

Già, allora facciamo un passo indietro, quanti anni nello ski-alp?
«Sono entrato nell’Esercito nel 1995 come fondista, ho fatto quattro anni, poi nella stagione 1999-2000 sono passato allo sci alpinismo. E nel 2002 ero nella prima Nazionale che ha preso parte ai Mondiali di Serre Chevalier. Facciamo i conti: 15 anni in azzurro, magari è un record».

Hai visto e vissuto tutta l’evoluzione delle disciplina…
«Direi di sì, sono un esperto. Ricordo benissimo le prime gare e le discese erano tutte a raspa. Poi in caserma sono arrivati i primi sci larghi. Ed erano anche lunghi, 1.85: abbiamo provato anche con quelli a fare raspa, ma alla fine ci siamo ‘convertiti’ alle curve anche noi fondisti. Sapevo che questo era il mio limite e così forzavo sempre in salita per avere margine in discesa. Adesso bisogna essere completi per vincere, motore in salita e tecnica in discesa, e i giovani che arrivano sono sempre più preparati.
Ma una evoluzione c’è stata anche nelle tute, per esempio: le prime erano larghe, le avevamo sistemate con qualche tascone. Adesso saremmo considerati dei popolaires…».

Il ricordo più bello, in mezzo a tante vittorie?
«La prima, all’individuale degli Europei del 2003 sui Monti Tatra: ero giovane e avevo battuto personaggi del calibro di Stéphane Brosse e Heinz Blatter».

L’atleta chi ti ha più impressionato?

«Direi Kilian: un fenomeno, quello che fa lui è da extraterrestre. Ma anche lui invecchia. Dei giovani mi piace tantissimo Davide Magnini».

E lo ski-alp ai Giochi Olimpici?
«Direi che ci siamo, me lo auguro. Cambieranno tante cose: ci sarà più professionalità, più stimoli e più soldi. E se ci sono più soldi, speriamo non arrivino le pecore nere. Anche se su questo punto credo, però, che siamo a buon punto: pensa che a me, che non vinco più e che ho 40 anni, negli ultimi due mesi ho avuto cinque controlli della Wada. Sarà una bella vetrina, anche se solo ogni quattro anni: certo bisogna trovare la formula giusta, non si può portare un Mezzalama alle Olimpiadi, ma deve essere sempre sci alpinismo».
 

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