Lo Swiss Peaks Trail da dentro

Come è stata la gara di oltre 300 chilometri svizzera, una delle poche ultra andate in scena? Le misure anti-Covid hanno funzionato? Le riflessioni di chi l'ha fatta

Sono le ore 00:00 del primo settembre quando in mezzo a quella manciata di case dove le auto non arrivano, che si chiama Bettmeralp, prende il via la quarta edizione dello SwissPeaks Trail. Poco meno di 300 gli atleti al via e potrebbe essere tutto molto normale, se non fossimo nel terribile 2020 del Covid. Arrivare qui, arrivare alla partenza, è stato difficilissimo per tutti. Per gli organizzatori, che hanno dovuto superare problemi di ogni tipo e gettare il cuore oltre gli ostacoli, scommettendo sul fatto che ci sarebbero riusciti, anche quando era tutt’altro che certo. Per gli atleti, per molti dei quali la certezza di poter arrivare in Svizzera è arrivata solo pochi giorni prima del via, e che comunque hanno dovuto crederci e continuare ad allenarsi anche in quei lunghi mesi di lockdown, in cui i più fortunati potevano al massimo inanellare giri in cortile. Perché un ultra trail di 320 km non si prepara certo in un paio di mesi estivi: lo devi coltivare per anni, con cura e pazienza.

Quest’anno la SwissPeaks Trail 360, a cui per motivi di sicurezza sono stati tagliati i primi 40 km, è stata l’unica gara d’Europa al di sopra dei 200 km, forse l’unica al mondo. Quella che era la sorella minore del Tor des Géants o dell’Ultra Trail del Monte Bianco, si è conquistata quest’anno, a causa dell’annullamento delle edizioni 2020 di tutte le principali gare internazionali di trail, tutta la scena, dimostrando di esserne pienamente all’altezza (ma anche di dover fare ancora un po’ di strada per raggiungerne la qualità complessiva dell’organizzazione).
Il percorso, anche nella sua versione ridotta di quest’anno, è risultato molto impegnativo. Alla lunghezza e al dislivello si aggiunge infatti un tracciato estremamente vario e spesso molto tecnico, con settori su pietraie o roccia che non sarebbero banali neppure in un’uscita di un giorno e che, dopo cinquanta o ottanta ore sulle gambe, e magari affrontati durante la notte, risultano a dir poco ostici.

L’ambientazione è semplicemente fantastica. Il Vallese, con la sua processione di strette valli alpine costellate di minuscoli villaggi da cartolina, di cime al di sopra dei 3.000 metri e di ghiacciai fra i più grandi d’Europa, è lo scenario perfetto dove immergersi completamente lasciandosi alle spalle, per una settimana o poco meno, tutta la vita normale. Impossibile, al termine delle oltre 100 ore necessarie alla maggior parte dei concorrenti per arrivare fino al lago di Ginevra, ricordare tutti gli scorci, tutte le cime, tutte le pietraie attraversate, tanto che guardando ogni fotografia scattata sul percorso, viene da pensare sono stato davvero là? anche quando nell’immagine ci sei proprio tu. Quello che rimane dentro, sia nel torpore dei primi giorni dopo la gara, in cui il fisico deve ancora riprendersi dall’enorme dispendio di energie fisiche e mentali, sia nelle settimane e nei mesi successivi, quando la vita di tutti i giorni torna a prendere il sopravvento, è una fortissima sentimento di appartenenza. I contorni precisi dei ricordi di luoghi e fatti sfumano in una sensazione profonda di essere diventato parte di quel mondo, non perché lo pensi e te ne senti in diritto, ma perché la fatica, il sudore, la sofferenza, la gioia che hai vissuto su quei sentieri lo hanno semplicemente fatto accadere. Non c’è stato nessun filtro fra te e la roccia, fra te e i ghiacciai, fra te e il sole, fra te e la notte e c’è stato tutto il tempo perché ti entrassero dentro; o tu entrassi in loro, spogliato come eri, ora dopo ora, di tutte le protezioni di cui la vita di casanormalmente ti avvolge.
I primi a tutto questo forse non sono neanche arrivati a pensarci. Franco Collé e Jonas Russi ci hanno messo poco più di 62 ore a tagliare il traguardo, appaiati, mentre il vincitore dello scorso anno, Andrea Mattiato, si è dovuto accontentare del terzo posto, a quasi otto ore dai primi. Fra le donne è stata invece Anita Lehman a chiudere davanti a tutte, in poco più di 85 ore, seguita da Claire Bannwarth e Emily Vaudan.

E il Covid? È innegabile che gli organizzatori abbiano fatto tutto il possibile per evitare il contagio, stabilendo le procedure necessarie mettendole in pratica, ma, a posteriori, è altrettanto innegabile che i risultati siano stati modesti. Si è dimostrato impossibile, in una manifestazione così lunga e complessa, con così tante persone coinvolte, rispettare e far rispettare in modo rigoroso tutte le prescrizioni, soprattutto nei momenti in cui la stanchezza ha preso il sopravvento, facendo percepire molti altri bisogni come assolutamente prioritari, rispetto a quello di proteggersi dal rischio di contrarre il Covid. A distanza di due settimane dalla partenza e di una dall’arrivo, senza segnalazioni di contagi, si può sperare che sia andata bene.

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