La via del confine pacifico

Uno spettacolare anello escursionistico sulle Vette Feltrine, al confine tra il Primiero e la Val Belluna

©Federico Ravassard

«I confini sono un catalogo di ipotesi. Ad esempio, più che demarcazioni lineari, sono passi, creste, frastagli, onde. Sono percorsi, tracce e sentieri. Prima che geografie, sono storie, racconti e immagini» Il pensiero di Gian Luca Favetto, scrittore e giornalista torinese, corrisponde con la mia idea di confine e da questa percezione mentale, che nasce da un dato fisico, ha inizio il nostro viaggio.

L’idea è semplice. Vorrei camminare lungo i versanti nord e sud delle Vette Feltrine, al margine della linea di confine che per quasi 400 anni ha diviso due Stati, la Repubblica di Venezia dal Tirolo: oggi confine tra due regioni, il Trentino e il Veneto, e le due province di Trento e Belluno. Un confine pacifico, che segue in gran parte il profilo di cime che superano i 2.000 metri che, a dispetto dell’idea di dividere, ha sempre unito le vallate. Le labbra del tempo raccontano di passaggi di pastori, contrabbandieri, cacciatori, viaggiatori e rivoltosi, in una mescolanza di commerci, lingue, matrimoni e idee. E non c’è viaggio che non attraversi un confine, dunque partiamo. Le Vette Feltrine sono il gruppo più meridionale delle Dolomiti, si trovano nella zona sud-occidentale della provincia di Belluno. A sud dominano la vallata Feltrina, a nord costituiscono una barriera naturale sulla Valle di Primiero e se non ci fosse la stretta gola dello Schenèr, ad unirla alla pianura veneta, anche la storia del Primiero sarebbe un’altra cosa.

Per tutto il Medioevo il Feltrino e il Primiero sono stati uniti sotto il controllo del vescovo conte di Feltre. Con il dominio dei Duchi d’Austria il Primiero venne consegnato nel 1401 ai Conti Welsperg. A sud, oltre la gola dello Schenèr, nel 1404 la storia di Feltre prende una piega diversa, in seguito alla sua spontanea consegna alla Serenissima Repubblica di Venezia, e il Feltrino diventa terra di confine. Il piccolo gruppo di amici che mi accompagna si è dato appuntamento a Feltre. Giacomo e Laura sono due local e in parte conoscono i luoghi che visiteremo. Giacomo fa la guida escursionistica ed è un fotografo naturalista, recentemente ha pubblicato un bel libro sulla fauna delle Dolomiti Bellunesi. Laura è fisioterapista, la sua passione è stare il più possibile all’aria aperta, meglio se in alta quota e in tutte le stagioni. Federico invece arriva da Torino e come fotografo di Skialper avrà il compito di raccontare con le immagini il nostro cammino.

Partiamo verso il Primiero. Arrivati a Pontét spiego che qui c’era la dogana tra l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia e l’albergo accanto alla strada era l’ufficio doganale austriaco. Entriamo nella gola dello Schenèr, la strada sfiora la riva del lago e poco dopo esce in vista della conca di Primiero. Seguiamo il corso del torrente Cismón fino a una rotatoria con al centro una lontra gigante in ferro. Penso a come le rotatorie da semplici collinette siano diventate luoghi d’arte contemporanea, un luogo di libertà per sindaci, architetti e artisti. Qui giriamo a destra verso la Val Noana. La strada si stringe e divide il poco spazio disponibile con il torrente. Sale tortuosa dentro un profondo canyon, a tratti in galleria. Sopra la gola, sulla nostra destra, incombono i versanti settentrionali delle Vette Feltrine e alla sommità di essi corre il confine pacifico.

I giganti della Val Noana

Prima di giungere alla testata della valle giriamo a destra verso malga Val Stua di Sopra; ci fermiamo alla Casina forestale del Comune di Mezzano dove ci aspetta Silvano Doff Sotta. Quando si dice un nome e un destino, Silvano (ovvero l’uomo dei boschi o delle selve) ne è l’esempio. Da 39 anni è il custode forestale dei boschi del Comune di Mezzano e, come la maggior parte dei boschi trentini, anche questi sono di proprietà delle comunità locali che li amministrano da secoli tramite sistemi di regole. Chiediamo a Silvano di mostrarci qualcuno dei suoi gioielli: gli abeti giganti della Val Noana. Prima di raggiungere i grandi patriarchi della foresta, Silvano tira fuori alcune mappe e tabelle e ci mostra i segni adottati a indicare i confini comunali e le particelle forestali. In questo caso i confini sono al servizio delle comunità. «In questa foresta» ci dice «vivono numerosi alberi di grandi dimensioni, abeti, tassi e faggi, alti diverse decine di metri, che si sviluppano all’interno di boschi maestosi in tempi relativamente brevi. Ciò è dovuto al clima particolarmente favorevole e a una storia che non ha mai visto uno sfruttamento eccessivo». Potremmo rimanere tutta la giornata ad ascoltare Silvano parlare della ‘sua’ foresta, ma è ora di mettersi in cammino. La parte superiore della valle, dopo il lago, si divide in altri due bacini, da una parte il Rio Giasinozza e dall’altra il Rio Nèva che seguiremo fino al rifugio Boz. Il paesaggio si addolcisce e nella foresta si celano insospettabili oasi a prato e pascolo punteggiate di fienili, stalle e abitazioni temporanee.

©Federico Ravassard

Mamma, quando andiamo al mare?

Per raggiungere il rifugio Boz abbiamo ben tre possibilità: il sentiero 748 che passa per il Col San Piero, il sentiero 727 che coincide con la rotabile che termina a casera Nèva Seconda e la variante 727/A, nota anche come sentiero dei Pinteri (dei bottai), che risale la sinistra orografica del Rio Nèva. Conosco bene le tre vie di accesso e ogni opzione ha la sua attrattiva, dipende solo dal tempo a disposizione. Considerato che siamo un po’ ritardo e il sole picchia forte, propongo ai miei compagni di seguire la rotabile fino a casera Nèva Seconda dove potremmo conoscere i malghesi Ruggero e Linda. La strada s’inerpica decisa e in breve la foresta è alle nostre spalle. Dinanzi a noi ora abbiamo i dolci pascoli di Nèva e le pareti del Sass de Mura che sbucano dal verde della mugheta. È una giornata calda e afosa, il sudore inzuppa i vestiti e secca la gola. La mulattiera dopo un’ampia curva termina dinanzi casera Nèva Seconda (1.741 m) che molti chiamano ancora Nèva austriaca o tedesca, per distinguerla da Nèva italiana che sta poche centinaia di metri più in là, oltre il confine che per secoli ha diviso questi pascoli tra il Veneto e l’Austria. La casera è cinta da un filo elettrico per impedire al bestiame di avvicinarsi all’abitazione. Dentro il recinto due bambini giocano in una piccola piscina gonfiabile riempita con pochi centimetri d’acqua. Arriva a farci visita il cane pastore, due abbaiate stanche e poi si ritira al fresco sul pavimento in pietra. Linda ha 31 anni, cappelli cortissimi e biondi, è la mamma di Mirco e Anna i bambini che sgambettano nella piscina. Ci saluta con gentilezza e un bel sorriso, in mano ha il secchio per l’allattamento dei vitelli. Lei e suo marito Ruggero da cinque anni conducono questa malga che è di proprietà del Comune di Mezzano. Hanno in custodia 60 manze, 40 vacche con vitelli, 8 mucche da latte, 25 cavalli e 50 pecore. Da giugno a settembre questa è la loro casa. «Ogni anno, con due bambini piccoli, lasciare la nostra casa a Lamon per venire qui in montagna è sempre complicato» mi dice Linda. «Dobbiamo aspettare che Anna finisca la scuola e intanto trasferire quanto necessario per avviare l’alpeggio». Ruggero ha 42 anni, quando non è in malga fa il boscaiolo. «Qui io sono l’operaio e Linda è il capo. È lei la titolare del contratto di lavoro» mi dice sorridendo. «Ciò che amo di più di questo lavoro è il grande senso di libertà che mi dà vivere qui. Ogni giorno ci sono tantissime cose da fare, ma ci sono anche tanti piccoli momenti per noi e i bambini» e i suoi occhi corrono a cercare quelli di Linda. Federico con discrezione chiede se può scattare qualche foto dentro casa. La cosa pare non disturbarli. Ruggero ci accompagna perfino nel sottotetto dove c’è la loro camera da letto. Quello che vedo è commovente: in mezzo alla stanza ci sono tre letti e un lettino, tutti attaccati ‘vicini-vicini’. Sembra una favola, la notte in montagna stretti uno all’altro non fa più paura. Mirco ora è in braccio alla mamma che lo asciuga e gli cambia i vestiti fradici. Dico a Linda che i suoi figli sono due bambini fortunati e da adulti ricorderanno le estati qui in malga come uno dei momenti più belli della loro vita. «Anch’io penso questo, ma trovare il giusto equilibrio non è facile» mi dice Linda. «Qui non ci sono bambini e Anna, che ora ha 9 anni, spesso si sente sola. Qualche giorno fa è venuta a trovarla una sua amica, di ritorno dal mare. Alla sera Anna mi ha detto: mamma e noi quando andiamo al mare?».

Una moltitudine di lingue e nazioni

Prima di arrivare al rifugio Boz avverto i miei compagni che stiamo per attraversare il vecchio confine di Stato. Gli indico un cippo in pietra che ha inciso su un lato la V di Veneto e sul lato opposto la T di Tirolo. Dico che è uno degli undici segni posti nel 1782 per sanare una controversia confinaria fra l’Austria e la Repubblica di Venezia. La pretesa dell’Austria era di portare il confine sulle cime che fanno da spartiacque naturale, invece Venezia, carte alla mano, sosteneva che fin dal medioevo la conca di Nèva era feudo del Vescovo di Feltre. Il tutto si concluse con un compromesso politico. Venne individuata una linea artificiale, indicata da cippi in pietra e da segni scolpiti nelle rocce. La prima ad accorgersi del nostro arrivo è Neva, il border collie di Daniele e Ginetta. La stagione è appena iniziata e non ci sono molti escursionisti in giro, anche se le prenotazioni non mancano. «Da quando l’Unesco ha riconosciuto le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità, abbiamo visto crescere il passaggio di stranieri un po’ da tutto il mondo: israeliani non mancano mai, ma spesso sono coreani, neozelandesi, canadesi, americani e anche brasiliani. Arrivano dopo giorni di cammino lungo l’Alta Via n. 2 o l’Alta Via Europa 2 che parte da Innsbruck» mi dice Daniele. «Invece sono calati gli italiani e i tedeschi che avevano hanno fatto la fortuna delle alte vie» Considero questo aspetto cosmopolita del rifugio come un fatto interessante, ma anche una stranezza della globalizzazione: luoghi rimasti per secoli al margine diventano improvvisamente centro, ma rimangono sempre terra di confine per le lingue che si parlano. Ginetta ritorna in cucina a preparare l’impasto per le torte. «Con il cambiamento climatico è cambiata anche la vita qui al rifugio» mi dice. «Le stagioni si sono allungate e siamo spesso aperti anche fuori stagione» Da 35 anni lei e suo marito gestiscono il Boz, nato nel 1970 come bivacco. «Chi è cambiato sono le persone che arrivano qui. Un tempo il rifugio era un punto di partenza verso altri luoghi, per escursioni o arrampicate, ora è un punto di arrivo, soprattutto per mangiare. Così dai semplici piatti dei primi anni siamo passati a una cucina più ricca, che richiede però maggior impegno».

©Federico Ravassard

I contrabbandieri del Passo Finestra

Meno di mezz’ora di cammino separa il Passo Finestra dal rifugio Boz. In prossimità del passo invito i miei compagni a seguirmi in una breve deviazione. Pochi metri e siamo dinanzi al vecchio passo: el ‘bus de finestra’, com’era chiamato questo stretto intaglio tra due pareti di roccia. Racconto che qui è passata la storia dei rapporti tra montanari di diverse vallate. C’erano i pastori che conducevano gli armenti al pascolo. Ma anche i contrabbandieri, in particolare di tabacco, che entravano di nascosto nel territorio della Repubblica di Venezia carichi di merce acquistata a prezzi più bassi in Tirolo. Un passaggio difficilmente controllabile, dove le milizie arrivavano raramente. Mentre racconto la storia di questi luoghi veniamo raggiunti dai primi raggi del sole e anche le pareti di Dolomia del Sass de Mura si accendono dei colori del mattino. Il percorso che ci attende oggi è abbastanza lungo e articolato, almeno sei ore di cammino. Non ci sono grandi dislivelli da superare, tuttavia la fatica a fine giornata si farà sentire. Per raggiungere il rifugio Dal Piaz cammineremo sulla via aperta dai militari italiani negli anni 1916-17, quando costruirono la Linea Gialla, la linea arretrata di fortificazioni, baluardo in caso di sfondamento della prima linea. Mentre cammino osservo il sentiero ben scavato nella roccia, tagliare il ripido pendio con regolarità, avvicinarsi ove possibile alla linea di cresta per ispezionare le valli nemiche. Rimango sempre affascinato dall’abilità del genio militare nel costruire sentieri e mulattiere che da cent’anni facilitano le nostre escursioni. In prossimità della salita al Sasso Scàrnia il sentiero si restringe in un’esile cresta, sospesa sull’abisso sopra la Val Noana e la Val Canzói. Poi s’impenna, prosegue sullo spigolo roccioso inciso da alcuni gradini. È un punto davvero suggestivo e Federico scatta in avanti a fotografare. La salita termina sulla spalla sotto la cima del Sasso Scàrnia. Il panorama è qualcosa di grandioso e selvaggio. Montagne conosciute e sconosciute, luoghi lontani e vicini. La percezione è di una natura selvaggia ma umana. La vita selvatica che ci ha fatto da preludio sopravvive con noi. Laura, agile e veloce, ci precede nella discesa lungo la balza inclinata di rocce che ci riporta tra i mughi. Dalla Busa de Ramézza fino al Passo Piétena cammineremo dentro la Riserva Integrale: un’area che racchiude i più elevati valori biologici e merita la massima tutela. Non a caso queste montagne dal 1990 sono una delle perle del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Un breve tratto sul versante nord e all’improvviso ci appare la misteriosa Piaza del Diàol. Non è facile capire cosa sia successo. È un pendio disseminato di macigni e sfasciumi rocciosi, con al centro una ‘piazza’ erbosa sgombera da massi che la tradizione vuole sia un luogo di convegno di streghe. Ora anche Giacomo si è messo a fotografare, la sua attenzione è soprattutto rivolta alla fauna. Un branco di giovani mufloni con le madri ci ha appena tagliato la strada. Giunti sul Passo Piétena abbiamo davanti a noi alcuni dei circhi glaciali più spettacolari delle Vétte, veri giardini botanici dove le specie più delicate hanno trovato un rifugio. Nel fondo di queste buse si aprono vasti pianori d’alta quota interrotti da fenditure e avvallamenti di natura carsica, circondati da bianchissimi ghiaioni. Indico ai miei compagni un accumulo di pietre poco lontano da noi. «Da lì, il 29 settembre 1944, il partigiano Paride Brunetti ‘Bruno’, con l’unica mitragliatrice a disposizione, cercò di arrestare l’avanzata dei tedeschi che erano qui per un rastrellamento. Insieme al comandante Bruno c’era anche un altro personaggio leggendario, il maggiore Bill Tilman, un ufficiale inglese inviato dagli alleati per sostenere le formazioni partigiane. Tilman all’epoca era un alpinista famoso, aveva salito il Nanda Devi (7.816 m) senza ossigeno, la cima più alta, fino ad allora, raggiunta dall’uomo».

La focaccia di Mirco ed Erika

La mulattiera sale dolcemente verso l’ultimo passo di questa lunga traversata: il Passo Vette Grandi. Pochi metri più in basso ed ecco il rifugio Dal Piàz, l’ultimo anche per chi percorre l’Alta Via delle Dolomiti n. 2. Il sogno di Mirco ed Erika era di aprire un agriturismo, poi è arrivata l’occasione di gestire un rifugio e sono qui da quattro anni. «Siamo soddisfatti della nostra scelta e vogliamo continuare, però la carenza d’acqua molte volte mette a dura prova il nostro coraggio» mi dice Erika. La natura carsica delle Vette non aiuta il rifugio Dal Piaz e l’acqua spesso non basta nemmeno per la cucina. Marito e moglie ogni giorno, a turno, scendono a valle. Mille metri in discesa e il giorno dopo altrettanti in salita. Scendono per stare, almeno alla sera, con le loro bambine e liberare un po’ le nonne dall’impegno. «Ho provato a tenerle qui, ma sono ancora troppo piccole» mi dice Erika. Intanto sul tavolo del rifugio è arrivata la specialità di Mirco: la focaccia Dal Piaz. Nessuno si aspetterebbe di trovare qui questa bontà. Mirco ci racconta che volevano creare una pietanza per caratterizzare il rifugio. Con sua moglie ha seguito un corso di pizzaiolo ed è nata la focaccia: un impasto da lasciare lievitare tre giorni, non rotonda come una pizza ma di forma allungata, da mangiare in più persone su un unico tagliere. Come a condividere le fatiche della montagna e i piaceri della gola.

©Federico Ravassard

Il Pavióne, la più bella piramide erbosa delle Dolomiti

«Il mattino ha l’oro in bocca» ci dice Mirco mentre ci prepariamo a lasciare il rifugio. Federico mi chiede cosa significa. «Intende dire che è meglio sfruttare le ore del mattino per realizzare i nostri progetti. D’estate qui sulle Vette il forte riscaldamento dell’aria alle basse quote produce sovente nebbie che avvolgono per molte ore le cime, quindi è meglio muoversi!». Le nebbie non ci hanno ancora raggiunto, le vediamo avanzare e ritirarsi sotto di noi mentre camminiamo sui crinali erbosi che ci portano verso il Pavióne. Sono verdi e lunghissimi crinali che collegano cime arrotondate e smussate dal tempo, lo sguardo può spaziare su entrambi i versanti e seguire il sottile filo che unisce le cime. Percorrere la creste del Coston delle Vette Grandi e del Col di Luna è un’esperienza indimenticabile. La vetta del Pavióne, il punto più altro del nostro cammino, ci appare all’improvviso. Non c’è più nulla da salire solo un orizzonte sconfinato di cime da osservare, un panorama a 360° che ci lascia incantati. Lo spettacolo delle Pale di San Martino, dei Lagorai, il reticolo dei paesi del Primiero, le Dolomiti Agordine e Bellunesi, i monti dell’Alpago, la Val Belluna, l’altopiano dei Setti Comuni,le Prealpi e più lontano il luccichio della laguna di Venezia. Rimaniamo alcuni minuti in silenzio, sdraiati sui prati ancora umidi di rugiada, con lo sguardo nel cielo a incrociare le traiettorie dei rondoni alpini.

La discesa a valle

Dalla vetta scendiamo verso il Passo Pavióne, all’estremità occidentale delle Vette. Il nostro cammino ora prosegue a nord verso l’Alpe Vederna. Scendiamo lungo delle balze rocciose fino a incontrare il bosco di abeti e larici. Il sentiero sistemato di recente ci dice che abbiamo superato il confine regionale. Da malga Agneròla non seguiamo la strada forestale ma il sentiero nel bosco, più diretto, che termina proprio al rifugio Vederna. Una sosta veloce al rifugio, appena il tempo per bere qualcosa e far conoscenza con i gestori Roberto e Mirella. La strada è ancora lunga. Giriamo ad est verso il Piàn Grant, la zona pianeggiante dell’Alpe Vederna, da sempre un’importante fonte di fieno per la popolazione di Imèr. Ora ci attendono un paio di ore di cammino lungo la strada forestale che taglia tutti i versanti settentrionali delle Vette e che ci riporta al punto di partenza. Ritroviamo i profumi di resina e di terra umida, le erbe rigogliose del sottobosco e infine gli abeti giganti di Silvano. Vedo che ognuno di noi, di tanto in tanto, alza lo sguardo oltre le chiome degli abeti, verso le cime, come a cercare l’indefinito confine. Siamo fatti di confini, bisogna solo farli stare bene dentro di noi.

La via del confine pacifico fa parte dell’Altavia delle Dolomiti Bellunesi

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 113: INFO QUI

©Federico Ravassard

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