Gli imbattibili runner nepalesi

Anche quest'anno l'Everest Marathon è stata vinta dai local

Nessuno straniero era mai entrato nella top ten della Everest Marathon nei 12 anni di storia. Un dato di fatto. La gara, corsa lo scorso 29 maggio, giorno della conquista dell’Everest di Hillary e Tenzing Norgay, con partenza alle 8.08.48 (come i metri dell’Everest…), anche quest’anno ha visto infatti la vittoria di un nepalese: Sudip Kulung Rai, già primo nel 2011. Il suo tempo sui 42 km (con partenza oltre quota 5.000…) è stato di 3h53’09. 

QUOTA O TECNICA? – Matt Miller, in un interessante articolo pubblicato su runnersworld.com, ha seguito la gara e si è interrogato sul perché solo i nepalesi possano vincere questa gara tanto che è arrivato a concludere che l’obiettivo per gli stranieri non è vincere ma arrivare e che «Cercare di battere un nepalese è come combattere con un delfino in acqua». La quota gioca sicuramente a favore dei nepalesi che però non sono atleti che si allenano regolarmente né seguono un regime alimentare scientifico. Spesso di tratta di sherpa e questo è il loro allenamento. Miller ha inoltre corso con gli atleti locali e conclude che, se l’abitudine alla quota è un vantaggio, la tecnica di discesa e la conoscenza dei sentieri è il loro principale vantaggio. 

IL CASO CELINSKI – Quest’anno il primo europeo è stato il polacco Robert Celinski. Il trentacinquenne si è preparato scientificamente, arrivando in Nepal 44 giorni prima della gara e provando il percorso. Pur essendo il primo straniero classificato, ha fermato il cronometro quasi un’ora dopo Rai (4h39’39”) ma è riuscito a entrare nella top ten (ottavo). Da segnalare che le tre prime donne nepalesi hanno battuto tutti gli avversari maschili stranieri tranne Celinski. «44 giorni non contano» ha detto Dawa Sherpa, anche lui nepalese e quest’anno al via della 60 km. Secondo il forte atleta di casa oggi trasferitosi in Svizzera, ci vuole almeno un anno di permanenza in quota per cambiare qualcosa… «Almeno un anno per fare la differenza, conoscere i percorsi, respirare, mangiare il cibo locale, adattarsi all’Himalaya». 

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