Finché c’è neve c’è Speranza

Uno scrittore affermato e premiato. L’amore per la montagna. E la prima volta dello scialpinismo

© Matthias Fredriksson

In montagna ho fatto più o meno tutto, più o meno bene: salite invernali, arrampicate in falesia d’estate, trekking, corse in quota, ciaspolate a non finire, sci su pista e sci da fondo. In quest’ultimo settore ho partecipato pure a qualche gara e ad almeno una dozzina di Marcialonghe, a partire dalla prima, quella del remoto 1971. Solo per farvi intendere l’età che ho accumulato. Mi mancava dunque lo scialpinismo. È un po’ che ce l’avevo in mente ma per smuovermi davvero ci volevano due cose indispensabili: l’occasione e la compagnia giusta. Adesso l’occasione l’ho trovata: la quarantena nella casa di montagna. E devo sfruttarla in fretta prima che anche qui, nelle terre alte piemontesi, arrivi l’ingiunzione di dover uscire solo con una Guida. Un po’ mi scoccerebbe, non tanto per i soldi, che in quanto extra da qualche parte dovrei far saltar fuori, quanto perché ero convinto che lo scialpinismo, a differenza degli altri sci, fosse l’essenza della libertà assoluta: vai proprio dove vuoi, seppur con la consapevolezza dei tuoi mezzi e dei rischi.

Poi ho trovato anche la compagnia giusta, le tracce da seguire, quelle di Speranza Vigliani, una signora del centro di Milano che tutto sembra tranne che una signora del centro di Milano. Speranza ha anche una casa alpina non lontano dalla mia, e non vede l’ora che cada la neve per mettere le pelli sotto gli sci e andarsene per monti e valli. Quelle vicine, per poi allargare man mano il giro. Scia scia, è arrivata a serpeggiare anche sui versanti del monte Ararat e perfino tra quei valloni scoscesi e ghiacciati che precipitano sui fiordi della Norvegia. Per il resto, non è che se ne sta con le mani in mano: fa triathlon, trail in mountain bike, traversate a nuoto di laghi e corse in bici sulle strade bianche. Vanta pure un brevetto di Accompagnatore di media montagna, così almeno gli aspetti culturali e ambientali del cammino li può raccontare e condividere in via ufficiale. Non può certo insegnare scialpinismo, è ben chiaro, ma non l’ho contattata per questo, ma perché conosce i posti giusti per cominciare vicino a casa nostra, per farmi dire come funziona tutto l’ambaradan per un principiante, cosa mi serve davvero. Insomma, finché c’è neve c’è Speranza.

«Prima di tutto, è necessario informarsi sul tempo che verrà, sullo stato della neve. Non chiederlo però ai local. Per loro la neve l’è semper bela, una farina anche se in realtà è molto più simile ai cubetti di ghiaccio del freezer. Ma loro scendono sempre e dappertutto, perciò non fanno testo».
«Ok, poi?».
«Poi l’attrezzatura giusta. Vai in un negozio qualificato, di qualcuno che conosci e fatti consigliare. Magari, all’inizio, è meglio noleggiarla».
Perfetto. Dalle mie parti, che sono defilate, c’è un negozio storico. Beh, più che un negozio è una specie di outlet-antiquario (nel senso che qui le cose nuove arrivano quando altrove sono già vecchie), beh, più che un outlet, un magazzino dove tutto è piuttosto confuso, ammucchiato.

Se vedi sbucare un paio di guanti che ti piacciono non toccarli! Lascia fare al padrone di casa, che sa come sfilarli delicatamente senza far venire giù tutto. Lui è un tipo convincente, l’autunno scorso sono entrato per prendere un paio di robusti guanti da sci e sono uscito con un paio di guantini di seta in colori mimetici, forse buoni per i cacciatori, che non metterò mai. In compenso stanno nell’astuccio degli occhiali, non si sa mai. Una volta ho visto dare a uno un paio di ghette di tela cerata con il pelo di volpe dentro, ammuffito alla perfezione, avanzate probabilmente dalla prima spedizione polare di Roald Amundsen. Non ero comunque l’unico nel suo antro; davanti a me c’era una signora (non so se milanese o meno) anche lei per prendere l’attrezzatura da scialpinismo. L’ho capito chiaramente verso il finale, quando le ha dato la scatola delle pelli. Lei l’ha aperta, ha guardato, ha palpato tra indice e pollice e ha esclamato con disappunto: ma non sono di foca!.
«No signora, gli ambientalisti ce lo vietano». Detto con un sorrisetto.
«Maledetti, anche qui sono arrivati» ha risposto madame con un ringhio.
Cosa volete, noi puristi dello scialpinismo un po’ âgée siamo così, ci piace la foca.
È toccato finalmente a me. Il negoziante mi ha scrutato un attimo, su e giù, giù e su, come fosse uno scanner, ha afferrato il primo paio di sci larghi a tiro e me li ha spiattellati contro una spalla: «Questi sono perfetti».

E io che mi aspettavo prove da galleria del vento. Poi però mi sono detto che Ottorino Mezzalama quando nel ’27 è salito e poi sceso vivo dal Monte Bianco aveva due strisce di legno con ganasce, molle, lacci e fermapunta in canapa. E se ce l’ha fatta Ottorino…
«Ok, Speranza, con la roba sono a posto. Dove si va?».
«Alla Dormillouse, salendo dalla Val di Thures».
Il posto mi piace. A partire dal nome, la Dormillouse, che mi dà l’idea di una figura adagiata su un fianco morbido. E così è. L’intera montagna, larga e polposa, alta 2.908 metri, è glabra, solo qualche arbusto che sbuca dalla neve qua e là ma non ci sono proprio alberi, quindi, una volta constatata la stabilità del terreno, si può galleggiare, planare, svolazzare, svoltare dove si vuole.
«Calma, non è detto che uno che sa sciare dignitosamente in pista se la cavi altrettanto decorosamente sulla neve naturale. Anzi. Perciò si parte più sotto, dalla Crête de la Dormillouse, dove il fondo è più compatto e la ripidità meno accentuata».
«Come dire che invece che partire dalla spalla della dormiente partiamo dalla coscia» aggiungo io per fare lo spiritoso.
«Più o meno. Comunque qui stiamo parlando di scendere. Però c’è un fatto: prima bisogna salire. Ricorda, sci-alpinismo, e quest’ultimo prevede che prima si salga».
La salita, giusto.

Non capisco perché certe signore milanesi quando sono in città, quando anche vanno di fretta, hanno un passo e quando sono in montagna ne hanno un altro. Non riesco a starle dietro. Nemmeno sulla strada di neve già ben battuta che dalle case di Rhuilles, dove abbiamo lasciato le auto, sale alle Grange Chabaud e al colle omonimo, un pianoro enorme che se lo percorri tutto sconfini sulle praterie francesi che scendono verso la solitaria valle della Cerveyrette, nelle cui microscopiche borgate non arriva ancora la corrente elettrica.
Decenni di passo alternato nello sci da fondo mi aiutano a coordinare i movimenti, ma un conto è andare in piano tra i binari ben tracciati delle vicine piste olimpiche di Pragelato, un conto è salire, salire, salire e cercare di stare dietro a Speranza che sembra andare con una lentezza esasperante e invece guadagna centimetri ad ogni scivolata. Lei scivola, io zampetto, qui sta la differenza. C’è anche da aggiungere che il sottoscritto, da neofita, ha portato nello zaino tutto quel che serve per proteggersi dal blizzard, dalla nevicata del secolo, dall’invasione delle locuste, dall’arrivo del vento dal Sahara, dall’alluvione e da ogni altra avversità dovuta ai cambiamenti climatici, sempre più imprevedibili. Speranza, che aveva controllato di nuovo le previsioni meteo, solo quel che serve davvero in una giornata di sole tiepido che fa rintanare il freddo del mattino nelle zone ombrose di fondovalle. Nello zaino ha la pala e la sonda, mentre l’Artva lo abbiamo addosso entrambi. Il mio l’ho naturalmente affittato insieme agli sci, ma Speranza mi raccomanda di acquistarlo nel caso intendessi proseguire l’attività dopo le prime lezioni. «Con il kit di sopravvivenza te la cavi con circa 250 euro, beh, poi c’è l’attrezzatura, poi ci aggiungi cinque o sei uscite con una Guida o un Maestro di sci…». Mentre sbuffo e sudo, bagnato come la Fontana di Tritone a Roma, con l’acqua che gli zampilla dalla testa e gli ricade addosso, faccio mentalmente due conti e concludo che il resto dell’inverno, altro che montagna; lo trascorrerò a passeggiare sul lungomare di Bordighera, come molti pensionati di professione, fermandomi a scrutare il mare ogni tre minuti, con la mano a visiera sulla fronte, anche se il panorama è sempre quello.

© Mattias Fredriksson

La mia amica milanese tiene subito a precisare che questa che stiamo facendo è una scampagnata, tanto per guardarci in giro e assaporare il buon gusto della libertà e della solitudine e per far due scivolate su terreno sicuro, ma poi per imparare davvero e affrontare la polvere (si capisce da questo che lei ne sa, pur se the wild world of powder lo dicono solo quelli che hanno imparato il free ride tra le foreste della British Columbia) qualche lezione bisogna pur prenderla.
Alla base della Crête riprendiamo fiato prima di iniziare a salire (ancora!) tra quelle che sono delle collinette, le gobbe di cammello, avrebbero detto in una telecronaca sciatoria di qualche tempo fa. Qui sembra che di cammelli ce ne siano mandrie intere, il fianco della montagna pare la superficie di un panettone ricoperto di uvette, ce ne sono tantissime. Meglio, penso, tutti quegli avvallamenti serviranno a frenarmi. Davanti a me, molto davanti a me, Speranza sale con calma, con regolarità e scioltezza, anzi, naturalezza, e dà al movimento un perfetto tono armonico. Ogni tanto cambia direzione, si ferma, respira, osserva tutt’intorno, alza lo sguardo verso le creste.
«Grazie, che ogni tanto mi aspetti» le dico quando la raggiungo emanando vapori come una locomotiva d’altri tempi.
«Più che aspettarti – risponde ridendo mi godo la salita e la fatica, quella che regala benefici. E, a parte questo, lo scialpinismo richiede osservazione, attenzione, decisione, sensibilità. Bisogna cercare di entrar a far parte dell’ambiente intorno. Se non fai così, tanto vale restarsene a sciare sulle piste lisce e soleggiate del Fraiteve cercando di schivare le bande di ragazzini degli sci club».

Saliamo ancora un po’ fino a superare le gobbe di cammello, simili più a meringhe soffici cosparse di zucchero abbondante. «Direi di partire da qui – dice Speranza ma prima beviamoci un sorso di tè, copriamoci bene e immaginiamo un tracciato da seguire e soprattutto un punto di arrivo». Allaccio e stringo tutto quel che è allacciabile e stringibile. In alto c’è il sole ma dalla valle della Cerveyrette sale una lama di aria gelida. Il vento francese è sempre così, ce l’ha con noi italiani, avverte subito quando stai per avvicinarti troppo alla linea di confine.
«Naturalmente immagino che tu abbia curiosato su YouTube e avrai visto quei rider giapponesi che si immergono e riemergono da mucchi di neve fresca tenendo fuori solo la testa e la punta degli sci. Dimenticali! Avrai pure visto quelli del Mezzalama, che quando si buttano giù dai pendii sembra debbano sfracellarsi da un momento all’altro. Beh, dimentica anche quelli! Loro sono in gara e devono recuperare secondi preziosi. Per fare quelle cose ci vogliono anni di pratica e un fisico bestiale, e mi sa che tu…».
«Perciò?».
«Posizione centrale, niente uso degli spigoli, movimenti accentuati di flessione-distensione e appoggio dei bastoncini, che danno il ritmo. Fluidità, scioltezza, naturalezza. Niente lunghi diagonali, per non rallentare e rendere difficili le curve. Tutto qui».
Certo, tutto qui. Ora che mi concentro su ogni singolo elemento viene Natale 2021 ma in questo caso bisogna fare tutto insieme, contemporaneamente.
«Vado avanti, così vedi».
«Sì, vai, vai».

© Mattias Fredriksson

In effetti è un bel vedere. Punte subito a valle, curve sinuose e continue, piccoli sbaffi simmetrici sulla neve fresca, una danza soffice. Sono incantato e dall’incanto vengo svegliato da un agitare di bastoncini nell’aria, giù in fondo. Tocca a me, arrivo. Punte subito a valle, piccola spinta, provo la prima curva, provo la seconda, la terza, lasciando dietro di me solo sbavature di una linea retta che diventa sempre più minacciosa. Accentuo ancora di più la flessione/distensione, allungo il braccio in avanti/di lato ma le punte stanno sempre fisse a valle e vanno dritte verso una meringa. Beh, poco male, almeno mi fermo con la risalita e la neve fresca. Ma no, perché il versante Nord della meringa è più ghiacciato degli altri versanti, e prendo ancor più velocità. La meringa fa effetto trampolino, salto nell’aria e atterro una ventina di metri più in là, nella neve soffice. Di schiena, naturalmente, per via dello zainone (che però, pieno com’è di roba inutile, fa effetto airbag) e resto immobile con le gambe rigide nell’aria, come un passero abbattuto da un pallino. Speranza mi si avvicina: «tutto a posto?».
«Una meraviglia».
«Beh, passare dal freeride al freestyle è stato un attimo!» dice ridendo.
Ma io non demordo. Proviamo qualche altra inerpicata con conseguenti discese. Mi fa rifare i movimenti da fermo. «Perfetti» mi incoraggia.
Ci credo, da fermi son buoni tutti. Però nei successivi tentativi qualche curva a parentesi tonda (invece che a parentesi quadra come le precedenti) mi riesce, offrendo allo sguardo un paesaggio meno sconnesso, più lineare, e qualche brivido di piacere assoluto. Dopo un paio d’ore di su e giù riprendiamo la strada che ci riporta alle auto. È tutta discesa e, sul battuto, i miei sci scodinzolano stretti come quelli di un vecchio maestro dello storico Sci Club 18 di Cortina; tecnica, anche questa, d’antan. A valle ci salutiamo, dandoci appuntamento a un domani impreciso, vago, forse inesistente. La sera ci penso: in fondo non è stato un brutto giro, sono vivo ed è questo che conta. Quasi quasi chiamo Speranza per farmi dare il numero di un esperto autorizzato, per quelle lezioni base. Oppure prenoto a Bordighera?

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© Mattias Fredriksson

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