Crazy Skialp Tour, si guarda alla prossima stagione

Tanti progetti dopo il debutto nel 2015

Tempo di bilanci e progetti per il Crazy Skialp Tour che, dopo il pieno di consensi 2015, guarda con entusiasmo alla seconda edizione. «L’idea di base rimane la stessa, ovvero proporre  una selezione di ‘gare vere’ che riavvicinino gli atleti alle origini del nostro sport, lo scialpinismo in fuori pista, uno scialpinismo fatto di creste e canali dove serva sapersi muovere in ambiente  – ha esordito così Luca Salini, deus machina di questo nuovo challenge -. Ciò che vogliamo è proporre una valida alternativa alle grandi gare, lunghe e massacranti. Agli eventi con nomi altisonanti o a effetto. A quelle competizioni, se vogliamo anche costose per i partecipanti, che stanno mettendo in ginocchio le storiche realtà di paese che hanno scritto la storia di questo sport e, a mio avviso, hanno ancora molto da dire e da dare».
Spiegandosi meglio, Salini ha continuato: «Vi sono regioni, come ad esempio il Piemonte o la Valle d’Aosta, che oggi sono quasi scomparse dai calendari federali. Questo è un peccato, perché procedendo su questa linea  verrà a mancare allo sport che amiamo la linfa, la materia prima. In questo mondo c’è spazio per tutti, basta però procedere per gradi e non bruciare le tappe. Le gare tecniche in ambiente sono necessarie. Sono lo step fondamentale per accedere alla grande classica. Gli atleti, invece, rischiano di passare dagli allenamenti in pista, spesso in notturna direttamente al Trofeo Mezzalama, si crea così una situazione anomala, ovvero persone che non sanno andare in montagna. Atleti che non hanno alcuna esperienza agonistica; spesso non autosufficienti, che si trovano a gareggiare per ore senza avere il minimo controllo ne di se stessi, ne tantomeno dei compagni perché affrontano una situazione simile se va bene una o due volte l’anno. A bordo gara si vede gente che non sa calzare i ramponi, che li perde dopo due passi, o che non sa mettere gli sci nello zaino. Gente che guarda terrorizzata un canalino…. Insomma gente senza background alpinistico. La seconda conseguenza, non meno importante, è che anche le gare che dovrebbero essere un riferimento (Coppa del Mondo o  Campionati Italiani e Continentali) non hanno più il giusto apporto di atleti. Rispetto a qualche anno fa, pochi professionisti di ancor meno nazioni primeggiano e tolgono stimoli a tutto il movimento. Ovvio che non è colpa degli atleti, anzi se mai questi hanno il merito di alzare il livello agonistico, però lo scalino tra il professionista e l’amatore diventa talmente elevato che non c’è più lo stimolo a provarci».
Da qui la ‘crazy idea’ di provare ancora una volta ad andare controcorrente:  «Uno degli scopi del Crazy Skialp Tour è ritornare a gareggiare per il gusto di farlo. E’ portare a termine una competizione entro le 2 ore previste, ovvero nel lasso di tempo nel quale si è ancora presenti fisicamente e psicologicamente. Il tutto creandosi un’ esperienza alpinistica ed agonistica. Ricordo quando negli anni ’90 si gareggiava in Coppa Dolomiti e Coppa Alpi Centrali. Gli atleti usciti da quei circuiti hanno reso celebri le prime edizioni della Pierra Menta e fatto grande il Mezzalama del nuovo ciclo. A pochi di quegli scialpinisti veniva in mente di controllare i cancelli orari, di verificare se i ramponi andavano bene. Partivano già sicuri di finire la gara in tempi onorevoli e di avere i materiali a posto; semplicemente perché era quello che facevano tutte le domeniche. Tutti o quasi erano sci alpinisti preparati».
La mission è quindi un ritorno al passato, con uno stile moderno: «Ciò che vogliamo è proporre gare scialpinistiche come intendevamo una volta, con al centro l’atleta e con iscrizioni a costi accettabili. Gare ben premiate, con un buon pasto e una ricca premiazione, doccia per tutti, fotografie e filmati che riassumono una domenica passata tra amici condividendo una passione. Da qui si può ripartire e rimettere nella giusta carreggiata anche circuiti più importanti. Se la strada dello scialpinismo è quella intrapresa, spero che non diventi sport olimpico. Verrebbe snaturato, ridotto a delle vertical in pista o a dei circuiti con bandierine, pali e fettucce, considerato da qualcuno una volta ogni quattro anni nel caso che un atleta della nostra nazione si avvicini ad una medaglia, per tornare prontamente nel dimenticatoio per i successivi quattro anni…». 

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