Come sta il trail in Italia?

Ne parliamo con Fulvio Massa, organizzatore de Le Porte di Pietra

Venerdì 13 maggio è tempo de Le Porte di Pietra: la prova di Cantalupo Ligure (AL)  è all’undicesima edizione. Tante distanze: la 100 porte di 102 km e 5.500 metri di dislivello, Le Porte di 71 km, la Val Borbera Marathon di 42, i Castello di 17 e la Diagonale di 6. Ad organizzare l’ASD Gli Orsi, che ha come presidente Fulvio Massa, trail runner, fisioterapista, allenatore, autore di manuali sul trail running, la persona ideale per fare un bilancio dell’evoluzione di questo sport.
«Mi occupo di trail running dal 2001 e devo ammettere di aver visto in questo arco di tempo un grande sviluppo di questo sport avendo avuto la fortuna di viverlo sotto i profili di libero professionista, giornalista, organizzatore e, soprattutto, di atleta».

Trail running, da sport autoregolamentato (tu sei uno dei promotori del codice di comportamento degli organizzatori) a sport olimpico e quindi regolamentato dalle federazioni. Ci sono state prese di posizioni anche forti sull’argomento. Che cosa ne pensi nei tuoi diversi ruoli?
«Il trail è nato come disciplina outdoor e non è mai stato incluso in nessuna federazione ufficiale e questa situazione da un lato lo ha reso libero e privo di ingabbiamenti, dall’altro lo rende poco tutelato, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Ricordo ancora la prima riunione nazionale degli organizzatori italiani tenutasi a Molfasso nel 2008 e voluta proprio dalla ricerca da parte nostra di una identificazione sportiva e giuridica. Con tutti i suoi pregi e difetti il trail italiano è cresciuto e ha avuto una enorme espansione, soprattutto nell’ultimo decennio e di conseguenza non passa più inosservato agli occhi degli enti preposti a dirigere e coordinare le discipline sportive. Naturalmente ogni volta che si cambiano gli equilibri, si modificano status e di conseguenza ci saranno sempre gli insoddisfatti. Ho seguito in modo approfondito la sequela delle discussioni degli ultimi mesi e non mi riferisco alle chiacchiere da ‘Bar dello Sport’. Specialmente in Francia si sono tenuti veri e propri dibattiti aventi come protagonisti atleti di fama mondiale, giornalisti, organizzatori di eventi mondiali, leader di aziende famose, e in riferimento a quanto si sta verificando ti posso dare un giudizio che credo di poter definire oggettivo e imparziale. In un primo un lato abbiamo il trail attuale che a livello di potere decisionale è sorretto dalle ideologie di alcune aziende leader mondiali e da una ristrettissima cerchia di organizzatori di manifestazioni, che probabilmente teme i cambiamenti.
In un secondo lato abbiamo la new entry ovvero il CIO con tutto il suo carrozzone di dotti medici e sapienti che, probabilmente, si presenterà con idee, innovazioni e modifiche agli standard attuali. 
In un terzo lato troviamo l’esercito dei trailer e dei piccoli organizzatori di gare. In realtà sono proprio loro, anzi noi perché in questo gruppo mi ci metto anch’io, a creare le masse che partecipano alle competizioni, pagano le quote di iscrizione e comprano i prodotti, insomma, muovono il mercato. Come ogni esercito che si rispetti ha una grande forza di impatto e ha il dovere di commentare e criticare quello che viene deciso dai capi, anche se non sempre possiede gli elementi oggettivi su cui basare il proprio giudizio».

Cosa ti aspetti dalla federazione?
«Che mantenga inalterati i valori etici e sportivi della disciplina: è auspicabile che porti una regolamentazione riconosciuta e condivisa a livello mondiale sia in merito agli standard organizzativi che in relazione ai parametri sportivi. Mi spiego meglio, il trail è una disciplina che ha come fondamento valori etici che sono universalmente riconosciuti, forse più ancora rispetto ad altri sport più blasonati e di questo aspetto il CIO deve prenderne atto. Altro elemento, ancora più interessante è l’aspetto mediatico nei confronti della strutturazione delle gare. Il tracciato di una gara di trail spesso è talmente outdoor e selvaggio da impedire al pubblico di assistere allo svolgimento della gara, ma questo aspetto non è modificabile, il trail non è addomesticabile perché proprio le difficoltà legate all’ambiente naturale sono imprescindibili. Se dovessi assistere ad una gara di trail alle olimpiadi ne sarei felice ma mi auguro di cuore che non si tratti del solito ‘giro del criceto’, tipo l’anello di 2km con ostacoli artificiali da ripetere per 30 volte sotto gli occhi delle telecamere, perché questo non sarebbe più trail. Se si creasse questa situazione, l’organizzazione olimpica deve riuscire a prevedere un vero percorso trail con le difficoltà che la disciplina comporta, la parte mediatica è risolvibile attraverso telecamere dislocate sul percorso o montate su droni; capisco che non si possa riprodurre una Diagonale de Fous ma capisco anche che se per una volta ogni 4 anni venisse disputata la ‘versione olimpica’ del trail, la popolarità dell’evento creerebbe una gratificazione assoluta per gli atleti e un esponenziale interessamento da parte delle aziende nei confronti del mercato. Personalmente non ho nulla contro l’inserimento del trail nelle federazioni legate al CONI e al CIO, a patto che non perdano di vista i principi etici e sportivi. Poi è chiaro che qualcosa cambierà, ma il mondo cambia di continuo, non c’è da stupirsi. Per fare le cose in modo corretto, la nuova classe dirigente dovrebbe confrontarsi con le realtà esistenti e da li partire per una regolamentazione adeguata…non sarà facile!».

Ha fatto molto rumore la partenza differenziata tra gli amatori e i partecipanti al mondiale ad Annecy. Cosa ne pensi?
«Ero presente ad Annecy e ho assistito a tutto lo svolgimento della manifestazione, a partire dalla cerimonia di presentazione delle squadre nazionali fino alla premiazione e posso dire che l’organizzazione e la strutturazione dei regolamenti di gara sono state all’altezza della situazione. La partenza separata è una cosa tanto ovvia da non dover neppure essere oggetto di discussione. I campionati del Mondo di Trail Running sono gestiti dalla IAU (International Association of Ultrarunners) sotto l’egida della IAAF (International Association of Athletics Federations) e fanno capo alla IAU, 78 federazioni di altrettante nazioni.
Stiamo parlando dello svolgimento della prova unica del campionato del mondo è ovvio che al nastro di partenza ci siano solo gli atleti selezionati dalle singole federazioni nazionali. Probabilmente il mondo del trail deve cominciare a guardare oltre, per poter vedere nuove realtà. Possiamo parlare di realtà consolidate da decenni di esperienza federale, esistono i mondiali a cui partecipano i giocatori selezionati dalla Federazione e stop. Quella è la selezione che si confronterà con altre selezioni di altre nazioni. Attenzione, non è detto che la Nazionale di Spagna sia più forte del Barcellona, così come non è detto che nella Nazionale Italiana di trail ci fossero tutti i più forti atleti italiani. Non ho vissuto dall’interno l’operato e non sono in grado di giudicare le scelte effettuate ma vi garantisco che è molto difficile da fuori giudicare l’operato dei selezionatori, anche perché a volte si creano dei retroscena che condizionano pesantemente le scelte finali. Resta il fatto che quella gara fosse dedicata agli atleti delle nazionali. Ritengo che se anche dovesse disputarsi nel mondo una gara all’anno non open, il mondo del trail non dovrebbe scandalizzarsi».

Come vedi il trail italiano rispetto a quello di altre nazioni?  Io ho una visione un po pessimistica, magari mi sbaglio, ma ti evidenzio alcuni fatti. Alla CCC nei primi 50 ci sono due soli italiani (Giuliano Cavallo 7, Luca Thomain 49) e 4 donne (la migliore Sonia Glarey 8), UTMB solo Virginia Oliveri (31 in oltre 37 ore) nelle prime 50 e 5 uomini nei primi 50 (il migliore Andrea Macchi 23 in quasi 26 ore), alla TDS ci siamo difesi in campo femminile (Marina Plavan 7 e Francesca Costa 18): il confronto con altre nazioni è impietoso: Francia 4 uomini nei primi 10 (Thevenard  vincitore in 21 ore) e 4 donne nelle prime cinquanta (Mauclair 1 e Rousset 9): quali potrebbero essere le ragioni?
«I numeri che hai elencato sono impietosi, ma sono numeri e quindi indiscutibili, è giusto invece ragionare sui motivi che possono essere diversi. Il primo è l’approccio dell’italiano medio nei confronti degli sport di fatica dell’atletica in generale. Se guardiamo i risultati della maratona ad esempio, non possiamo certo rallegrarci. Anche l’aspetto culturale dello sportivo generalmente tende a chiudersi su sport abituali e scontati, forse succube di una manipolazione mediatica che tende a spingere determinate discipline sportive piuttosto che altre, probabilmente ci sono altre nazioni che sono meno vincolate mentalmente e quindi più libere di fare delle scelte. Un altro aspetto secondo me da considerare è la mancanza di un approccio professionale alla disciplina del trail. Prendiamo ad esempio la Spagna e la Francia, non a caso sono due nazioni che hanno investito molto nel campo degli istituti universitari dedicati alle Scienze Motorie e non a caso nell’ultimo decennio stanno raccogliendo molto in tante discipline sportive. Parliamoci chiaro, la procreazione in Italia mette al mondo bambini dotati di enormi potenziali, spetta poi agli adulti tirarne fuori qualcosa di buono, intendo dire che non manca la materia prima ma manca la lavorazione del prodotto per riuscire a portarlo al risultato che merita. Vivo da molti anni la realtà francese, mi sono laureato in Francia e possiedo decine di pubblicazioni tecnico scientifiche che sono state scritte da firme autorevoli ed è facilmente percepibile il livello medio di maturità tecnica che ha raggiunto il trail. La realtà italiana sembra più improvvisata, conosco tanti atleti, di tutti i livelli e mi rendo conto di come la maggioranza di essi si alleni senza un programma definito, correndo a istinto sulla base di intuizioni e di improvvisazioni, magari affidandosi ad abili tecnici di corsa su strada che hanno ben poco a che fare col trail…a volte va bene…».

Perché molti atleti italiani hanno infortuni più gravi dei colleghi di altre nazioni e comunque risultati non costanti?
«Alcuni motivi sono esposti nella risposta precedente. Non sono al corrente della frequenza di infortuni dei nostri atleti ma posso assicurarti che il primo obiettivo di un allenatore è quello di far sì che il proprio atleta salvaguardi la propria salute. Un atleta sano si allena, un atleta infortunato si cura! Ti faccio un esempio. Mi capita spesso di guardare l’elenco partenti delle gare, naturalmente in riferimento agli atleti di punta perché purtroppo non conosco tutti i nomi dei trailer. Capita di vedere atleti che gareggiano su ultramaratone in continuazione, esprimendo chilometraggi che non possono essere sorretti neppure da un camion. I maratoneti d’elite hanno 3 appuntamenti obiettivo all’anno, siamo sicuri che pestare miliardi di passi sui sassi faccia così bene al nostro corpo? O che faccia andare più veloci?».

Perché l’Italia non ha brillato ai mondiali di Annecy?
«In parte mi ricollego alle due risposte precedenti, faccio però una premessa con una osservazione squisitamente tecnica. Nel nostro immaginario tendiamo ad identificare le gare di trail con i tracciati alpini, teatro di gare emblematiche, ma in realtà abbiamo trail con molto dislivello, trail con fondo tecnico, trail di tipo collinare molto veloci, trail lunghi e brevi. A volte mi si rivolge la fatidica domanda “chi è l’atleta di trail più forte?”. A questa domanda posta male non c’è risposta perché sono pochissimi gli atleti universali, spesso il trailer è predisposto nei confronti di certi tipi di gara. Riallacciandoci ai mondiali la prima cosa da fare è scegliere i cavalli da far correre e la scelta, essendo molto complessa, deve essere più oggettiva possibile e libera da interessi e simpatie e l’unico modo serio per farlo è stabilire dei criteri di selezione. Nel gennaio 2014 la IAU ha ufficializzato la sede dei mondiali 2015 eleggendo la sede di Annecy. A quel punto devo selezionare degli atleti che possano essere performanti per le caratteristiche di gara in termini di distanza, dislivello e tecnicità e l’unico modo che ho di farlo è nominare tre gare italiane di qualificazione ‘open’ in circa 15 mesi di tempo, con caratteristiche simili a quelle del mondiale e valutare le prestazioni degli atleti in funzione dei risultati raggiunti. E’ chiaro che ci sono delle variabili soprattutto legate allo stato di forma dell’atleta e agli infortuni che potrebbero subentrare, ma ci sono tante soluzioni e tanti provvedimenti da prendere e non credo sia questa la sede adatta per parlarne. Dopo questa lunga premessa sintetizzo la risposta. Ogni federazione o associazione deve fare il possibile per portare gli atleti che in quel momento esprimono le migliori prestazioni in funzione di quella gara e supportarli tecnicamente nel modo migliore, dopo di che quello che si potranno commentare i risultati con la massima oggettività».

I runner statunitensi, in buona parte provenienti dalle maratone e dalle ultra su strada stanno venendo a vincere in importanti gare europee: perché?
«Le gare USA in genere sono su tracciati poco tecnici con fondo corribile quindi generalmente i forti atleti statunitensi sono veloci, sia sulle lunghe distanze che sulle ultra. Per questo motivo molte volte, venendo a gareggiare dalle nostre parti hanno dovuto fare i conti con una tecnicità del tracciato a loro non congeniale, con risultati che conosciamo. E’ chiaro però che quando un atleta ha un motore di quella potenza, se si allena in funzione di un certo tipo di percorso, può ottenere risultati importanti».

Quali sono i fattori di crescita del trail in Italia? E all’estero?
Quale ruolo giocano e potrebbero giocare i grandi team? E le società significative ma locali?

«E’ noto a tutti l’enorme aumento del numero di gare sul territorio nazionale, forse in questo periodo ci sono più gare che concorrenti. Da un lato questo mi fa piacere perché se penso che nel 2005, quando io ed alcuni amici de Gli Orsi, abbiamo pensato di organizzare un trail da 70 km sembrava una follia. La nascita di tante gare permette a chi corre di provare percorsi nuovi scoprendo tratti di una Italia che offre angoli naturali bellissimi, nello stesso tempo crea una dispersione delle iscrizioni alle gare. Ultimamente si corrono trail con 100 iscritti e anche manifestazioni che hanno sempre fatto la parte da protagonista faticano a reggere. Probabilmente si andrà a delineare  una distinzione in tre categorie di gare. In prima fascia inserisco le assolute, cioè quelle che per capacità, scenografia ambientale, supporto del territorio, presenza di sponsor importanti, riescono a reggere un confronto internazionale. In seconda fascia ci sono quelle gare consolidate, che non offrono Il Monte Bianco o l’ospitalità di una sede turistica prestigiosa, che non hanno a disposizione denaro proveniente da sponsor o enti regionali, ma che sono forti della loro esperienza della loro capacità organizzativa e che in qualche modo conservano inalterato il loro spirito trail. In terza fascia ci sono i piccoli trail che si sono inseriti nel calendario nazionale, con un numero contenuto di iscrizioni ma con tanto entusiasmo e voglia di fare bene.
I grandi team sono in grado di agire positivamente sulla crescita di una manifestazione, perché con la loro presenza consentono una crescita in diverse direzioni: premi, visibilità, immagine, comunicazione, presenza di atleti di élite… Il ruolo delle società organizzatrici è fondamentale. L’organizzazione di una gara deve essere composta da persone capaci, preparate, che sappiano cosa vuol dire correre in montagna e quando uno staff è composto da membri di una associazione sportiva, è anche garanzia di continuità negli anni».

Criteri di ammissione alle iscrizioni: se ne è discusso molto per il Tor. In molte nazioni sono abbastanza diffusi (Francia, Usa, Andorra) almeno oltre i 100 KM, in Italia molto meno. Tu come organizzatore non li hai utilizzati nella 100KM delle Porte di Pietra. Che ne pensi?
«Distinguo il criterio di ammissione creato per fare una scrematura del numero di iscritti, da quello predisposto per una tutela del concorrente. In questo secondo caso, credo che la presentazione di un curriculum sia consigliato per l’iscrizione a gare di lunga durata, tecniche, che si svolgono in condizioni ambientali potenzialmente pericolose per l’incolumità del concorrente. Nello stesso tempo potrebbero richiedere un curriculum gare anche molto più brevi ma che si svolgono in ambiente di alta montagna con passaggi tecnici ed esposti. Io parto dal presupposto che tutte le ultra possono portare ad esaurimento fisico un concorrente, specie se alle prime esperienze con quelle distanze, ma in questo caso, se ci fosse una difficoltà legata alla distanza emergerebbe…alla distanza, e non nella prima metà di gara. Io e i miei amici Orsi abbiamo studiato a fondo il problema partendo dalla consapevolezza che la seconda parte della gara è su quote più basse, accessibile ai soccorsi, con diverse vie di fuga su percorsi alternativi ed inoltre abbiamo dato la possibilità al concorrente giunto al 65° km di scegliere se chiudere la 100 o deviare sulla 70km.
Per questi motivi non ho messo dei filtri alla 100 Porte per dare così la possibilità ad un concorrente di cimentarsi con una gara di importante chilometraggio.
Gare di 100km come la Tuscany o come Le Porte di Pietra, si svolgono su terreni poco ostili a quote relativamente basse, sono in periodi dell’anno climaticamente favorevoli, hanno diversi check point che offrono assistenza, vie di fuga e di abbandono.
Tengo a precisare una cosa, il ragionamento che sto facendo è in relazione al binomio sicurezza/distanza, se dovessimo fare un ragionamento assoluto sulla sicurezza ci sarebbe da aprire un capitolo in quanto nessuna gara di trail può essere considerata sicura proprio perché lo sport del trail non garantisce sicurezze e in questa ottica ogni organizzatore deve ragionare sulla base della propria capacità ed esperienza, della conoscenza del proprio percorso di gara e della consapevolezza delle forze umane di cui dispone».

Negli USA per partecipare ad alcune ultra devi aver fatto un servizio di volontariato alle gare di trail, in Europa e Italia nessuno lo richiede. Secondo te sarebbe un’idea valida? Vedere le cose ‘dall’altra parte’  per me ti aiuta in entrambe le situazioni. Personalmente ho fatto il volontario per la CCC e UTMB dopo aver corso la TDS ed è stata un’esperienza molto positiva.
«L’esperienza di chi vede le cose dall’altra parte la vivo dal 2006, proprio per il fatto che da quell’anno vesto il ruolo di organizzatore e di atleta, quindi ad ogni gara a cui partecipo guardo con un occhio critico tutti gli aspetti organizzativi e i dettagli che a volte passano inosservati. Sicuramente fare il volontario o fare la scopa o comunque proporsi come collaboratore in qualche evento è una esperienza che può arricchire la visione globale del mondo trail consentendo di capire cosa accade “dietro le quinte”, non so se qualche gara italiana arriverà ad imporlo, sicuramente molte lo chiedono e predispongono nei mesi precedenti l’evento una campagna di arruolamento dei volontari. Per la mia esperienza personale delle Porte di Pietra, il personale è costituito al 90% da gente che corre i trail e questo garantisce una garanzia di affidabilità».

Capisco che sia difficile dare una risposta sintetica, visto che hai scritto un libro di centinaia di pagine, ma se dovessi dare un singolo consiglio ad un trailer cosa diresti? E per un organizzatore?
«Ad un neofita direi: “prenditi i tempi giusti per progredire con gradualità sia in termini di intensità e di volume, ascolta te stesso e rispetta te stesso e la natura” Ad un atleta ‘anziano’ direi: “ascolta le modificazioni imposte dal tuo corpo e adatta ad esso gli allenamenti che farai. Diminuisci i carichi  massimali e le intensità troppo elevate a favore della regolarità, della resistenza e della giusta tattica”. Ad un atleta top direi: “sei già forte ma sei vuoi andare ancora più forte devi cercare di trovare delle direzioni di lavoro che ancora non hai percorso o lo hai fatto solo parzialmente. Potenzia i tuoi punti deboli e non esitare a farti aiutare e consigliare da qualche esperto”. Ad un organizzatore direi: “Facciamo in modo di favorire i processi di identificazione e riconoscimento del Trail. E’ lo sport che amiamo e che cerchiamo di divulgare e far amare al pubblico attraverso le nostre gare, ma la nostra incolumità giuridica dal punto di vista civile e penale è così precaria che dobbiamo sempre riflettere se vale la pena di poterci permettere di essere sempre legati ad un sottile filo che si potrebbe spezzare nel caso in cui nella nostra gara dovesse verificarsi un incidente serio”».
 

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