Le grandi nevicate non bastano: neve, acqua e cosa ci raccontano i numeri

Quest'anno, quantomeno a nord-est, gli appassionati di montagna e chi ama sciare fuori pista hanno avuto di che sorridere. Le Alpi sono state imbiancate da nevicate di portata significativa e, sui social, è stato facile imbattersi in foto di pendii candidi e boschi carichi di neve fresca. È naturale chiedersi: questo inverno è stato davvero storico? E se sì, cosa significa davvero per il manto nevoso, ma soprattutto per l’importante risorsa idrica che la neve rappresenta?

Per rispondere a queste domande è utile guardare ai numeri e ai dati di monitoraggio raccolti da istituti come la Fondazione CIMA, che ogni anno aggiorna la situazione nivometrica su tutta la penisola. Questi dati ci dicono due cose importanti:

 - Le nevicate degli ultimi tempi hanno effettivamente contribuito ad aumentare gli accumuli sui rilievi.

 - Però, se consideriamo la stagione nel suo complesso e la “quantità d’acqua immagazzinata nella neve”, la situazione non è così eccezionale come potrebbe     sembrare.

Secondo l’ultimo aggiornamento della Fondazione CIMA a metà febbraio, l’equivalente idrico della neve, cioè la quantità di acqua immagazzinata nel manto nevoso, è tornato in linea con la media stagionale su gran parte delle Alpi italiane, grazie a un gennaio favorevole. Tuttavia, a livello nazionale il quadro resta in lieve deficit, circa -22% rispetto alla media pluriennale.
In pratica, nonostante le nevicate di fine gennaio e inizio febbraio abbiano contribuito a “rimettere in carreggiata” gli accumuli, lo stock complessivo di neve e quindi di acqua per i mesi caldi non è eccezionale. Questo significa che la montagna non ha recuperato pienamente i deficit del passato e che la risorsa neve, fondamentale come serbatoio naturale di acqua dolce, resta vulnerabile e variabile a seconda delle regioni.
Il recupero è particolarmente lento sugli Appennini: nelle zone centrali del Paese il deficit di neve rispetto alla media è ancora marcato, con accumuli molto inferiori a quelli alpini. I dati idrologici confermano questa fragilità: nei bacini dell’Aterno‑Pescara, per esempio, l’acqua da scioglimento nivale è stata -47% rispetto alla media stagionale.
Anche nelle regioni alpine più antropizzate, come la Lombardia, le riserve di acqua generate dalla neve risultano circa 28% inferiori alla media degli ultimi vent’anni, nonostante alcuni sbalzi stagionali. Una fotografia chiara della delicatezza del ciclo idrico legato alla neve, fondamentale sia per la montagna sia per chi vive a valle.

Neve visibile vs neve utile

Quando vediamo molta neve sui pendii o sulle creste, è normale pensare che ci sia anche più “acqua” pronta a rifornire fiumi, laghi e falde nei mesi caldi. In realtà, non tutta la neve è uguale: la quantità totale di acqua immagazzinata (quella che in gergo tecnico si chiama SWE, o “equivalente idrico nivale”) dipende da più fattori, altezza del manto, densità della neve, temperatura e distribuzione geografica.
Negli ultimi aggiornamenti, la Fondazione CIMA evidenzia che, dopo un gennaio con accumuli regolari, febbraio ha riportato i valori nivometrici su molte vette alpine attorno alla media stagionale. Questo vuol dire che, se guardiamo al panorama completo del 2025/2026 non siamo in una situazione di super neve generalizzata, ma piuttosto in un contesto nella norma, con differenze significative da zona a zona.
In altre parole, la neve che vediamo non sempre si traduce automaticamente in una maggiore disponibilità di acqua nei mesi successivi. Per chi ama la montagna, questo è un dettaglio importante: una nevicata spettacolare può regalare paesaggi straordinari e ottime condizioni per lo scialpinismo, ma non garantisce che i corsi d’acqua estivi riceveranno più acqua di quanto accade in una stagione media.

La neve è molto più di un elemento scenico o di divertimento per chi pratica scialpinismo. È il serbatoio naturale d’acqua che alimenta i fiumi e i rii, sostiene le falde sotterranee e permette alle comunità di affrontare la stagione calda con risorse idriche stabili. Quando gli accumuli nevosi sono scarsi o distribuiti in modo irregolare, la montagna nel suo insieme ne soffre: meno acqua significa sorgenti più deboli, portate fluviali ridotte e, in alcuni casi, stress per ecosistemi delicati.
Ecco perché, al di là delle foto di pendii bianchi e delle immagini spettacolari, è importante cogliere il quadro completo. Anche se le nevicate hanno riempito molti versanti, lo scenario generale resta molto dipendente dal resto della stagione e da come il manto si trasformerà con il passaggio alle temperature più miti.

Come leggere i dati senza perdersi nella tecnica

Non serve essere climatologi o esperti di idrologia per capire cosa stanno raccontando i numeri. Ecco tre semplici punti da tenere a mente:

  • Non tutta la neve ha lo stesso valore idrico: la neve più compatta e pesante può contenere più acqua della neve molto leggera e soffice.

  • L’altezza del manto non è tutto: due metri di neve su un versante possono contenere meno acqua di un metro su un altro, se la neve è meno densa.

  • La distribuzione geografica conta: grandi accumuli su un massiccio non compensano deficit su un altro bacino idrografico, soprattutto quando si guarda alla disponibilità per la stagione estiva.

Un invito a guardare oltre la neve fresca

Per chi pratica scialpinismo, queste informazioni non tolgono nulla alla bellezza delle uscite in polvere o alla soddisfazione di una salita perfetta. Tuttavia, aiutano a capire che una stagione di neve non si giudica da un singolo evento o più eventi localizzati per quanto spettacolari possano essere. Il vero valore di una stagione invernale include anche come quella neve si trasformerà, come nutrirà i corsi d’acqua e come si distribuirà nel tempo.
E mentre guardiamo alle prossime settimane con speranza per altre nevicate, vale la pena ricordare che la bontà di una stagione nevosa non si misura solo in centimetri, ma anche nel contributo che dà all’equilibrio idrico e ambientale dell’intero arco alpino e appenninico.

 

© dati e grafici CIMA research foundation


Essenziale, resistente e pronta per i sentieri: NNormal Cadí

La nuova NNormal Cadí si inserisce nella linea trail del marchio fondato da Kilian Jornet con un approccio molto chiaro: creare una scarpa essenziale, resistente e pensata per affrontare lunghe giornate sui sentieri senza inseguire soluzioni troppo complesse. Dopo alcune uscite di test su terreni misti, dai sentieri compatti ai tratti più tecnici di montagna, emerge una scarpa equilibrata, progettata per chi cerca affidabilità e durata prima di tutto.

Struttura e materiali

La Cadí è costruita con una tomaia in mesh tecnico resistente, progettato per garantire traspirabilità ma anche una buona resistenza all’abrasione. La sensazione appena indossata è di una scarpa solida ma non rigida, con una struttura che avvolge bene il piede senza costringerlo. La protezione anteriore è affidata a un rinforzo sul puntale, utile quando si affrontano sentieri rocciosi o passaggi più tecnici.
La linguetta è integrata nella costruzione della tomaia, una soluzione che migliora la stabilità del piede e riduce il rischio di infiltrazioni di detriti. Anche il sistema di allacciatura è semplice e funzionale, pensato per distribuire la pressione in modo uniforme e mantenere il piede fermo nelle discese più ripide.

Intersuola e comportamento sul terreno

Uno degli elementi più interessanti della Cadí è l’intersuola, sviluppata per offrire un compromesso tra protezione e sensibilità sul terreno. L’ammortizzazione è maggiore rispetto agli altri modelli del brand ma la scarpa restituisce un contatto chiaro con il sentiero, caratteristica che piacerà soprattutto a chi proviene da modelli più minimal o cerca precisione nei passaggi tecnici. Durante le nostre uscite di test abbiamo utilizzato la scarpa su percorsi molto vari: sentieri forestali scorrevoli, lunghe salite su terreno compatto e discese con pietra smossa. In salita la Cadí si è dimostrata efficiente, malgrado il peso non minimalista di 290 grammi e alla buona flessibilità dell’avampiede, mentre in discesa offre una stabilità convincente, senza quella sensazione di che a volte si trova nelle scarpe più ammortizzate.

Suola e grip

La suola utilizza la mescola Vibram Megagrip, ormai una garanzia nel mondo del trail running. I tasselli da 4 millimetri sono piuttosto pronunciati e ben distanziati, una scelta che favorisce la trazione ma in grado di scaricare detriti e fango nei terreni più morbidi. Nei test il comportamento è stato molto convincente, il grip rimane costante anche quando il passo diventa più dinamico e il terreno umido. Come sempre occhio se siete soliti ad effettuare lunghi trasferimenti su asfalto, il Megagrip, proprio per via della sua mescola molto efficiente, tende a consumarsi più velocemente.

Sensazioni in corsa

La Cadí non è una scarpa pensata per stupire con tecnologie estreme, il suo punto di forza è piuttosto la sensazione di affidabilità e naturalezza nella corsa. Dopo alcune ore sui sentieri la scarpa continua a risultare confortevole, senza punti di pressione evidenti (grazie al volume aumentato sull'anteriore) e con un buon controllo del piede anche nei cambi di ritmo. È una scarpa che si adatta bene a allenamenti lunghi, uscite in montagna a ritmi medi, soprattutto per chi preferisce una calzatura stabile e resistente piuttosto che un modello puramente orientato alla velocità.

Prime impressioni

Dopo diverse uscite la NNormal Cadí ci ha dato l’impressione di essere una scarpa progettata con una filosofia molto precisa: meno marketing e più sostanza. Non cerca di essere la più leggera o la più ammortizzata, ma punta su durabilità, grip e comodità, caratteristiche fondamentali quando si passa molte ore sui sentieri di montagna. In un mercato dove spesso i modelli cambiano rapidamente, la Cadí sembra invece voler seguire l’idea cara a Kilian Jornet e al progetto NNormal: prodotti semplici, robusti e progettati per durare a lungo. E dopo i primi chilometri, questa direzione appare decisamente convincente.

 

 

© foto Emanuele Delpozzo


Scialpinismo alle Olimpiadi: risultati, performance italiane e nuove prospettive

Lo sci alpinismo ha fatto il suo storico debutto alle Olimpiadi Invernali di Milano‑Cortina 2026, scrivendo una nuova pagina per la disciplina.
Nella gara di sprint maschile, disputata il 19 febbraio, il titolo è andato allo spagnolo Oriol Cardona Coll, con il russo neutral Nikita Filippov medaglia d’argento e il francese Thibault Anselmet bronzo. Purtroppo solo quattordicesimo Boscacci, il primo italiano.
Nello sprint femminile la svizzera Marianne Fatton ha conquistato l’oro, seguita dall’argento della francese Emily Harrop e dal bronzo dell’iberica Ana Alonso Rodriguez. Qui la nostra atleta Murada Giulia è giunta in finale, affrontando una prova intensa su un tracciato che richiedeva equilibrio perfetto tra velocità e potenza.
La staffetta mista, svoltasi il 21 febbraio, ha visto gli atleti francesi tagliare per primi il traguardo e gli svizzeri e spagnoli a seguire, con la squadra italiana che ha chiuso in quinta posizione dopo una battaglia serrata. Questo evento ha mostrato quanto lo scialpinismo possa essere interpretato come disciplina di squadra, valorizzando la cooperazione tra donne e uomini nella sfida.

Questi risultati, al di là del colore delle medaglie, rappresentano un passo importante per lo sport. Sebbene il format olimpico sia ben lontano dalle grandi classiche del circuito, con le sue distanze maggiori e percorsi di alta montagna, ha saputo offrire competizioni dinamiche e veloci, adatte a un palcoscenico olimpico. Debutto e risultati, con protagonisti di alto livello, confermano la capacità dello scialpinismo di attrarre interesse e di distinguersi fin dalla prima partecipazione in una rassegna così prestigiosa.

L’ingresso alle Olimpiadi, con competizioni di sprint e staffetta mista, offre un’opportunità di visibilità, incuriosendo gli spettatori, stimolando nuovi praticanti e dando agli atleti una piattaforma internazionale senza precedenti. Gli spettatori incuriositi potranno scoprire che lo scialpinismo non è solamente una disciplina veloce ma anche un approccio alla montagna con gli sci differente da quello legato ai soli impianti di risalita.

È naturale che una nuova disciplina inserita in un contesto come quello olimpico venga osservata con occhio critico: il formato proposto è stato pensato per esigenze televisive e di fruibilità da parte di un pubblico vasto, e per questo può risultare diverso dal formato delle gare classiche come Tour du Rutor, Pierra Menta o Mezzalama, che restano manifestazioni iconiche per profondità tecnica e legame con la montagna. Tuttavia, proprio come avvenuto in passato per sport come l’arrampicata, che ha evoluto e adattato il format nella seconda olimpiade, anche lo scialpinismo potrà beneficiare di questa visibilità e proporre cambiamenti nelle competizioni e magari puntare ad un circuito da ripetere più volte con una distanza e dislivello cumulativi maggiori, garantendo allo stesso tempo la copertura televisiva e l'effetto arena per il pubblico, un pò come in Coppa del Mondo di mountain bike e nel ciclocross.

In conclusione, i risultati ottenuti e l’esposizione offerta dai Giochi rappresentano un’occasione che va colta e valorizzata: lo scialpinismo ha tutte le carte in regola per crescere, conquistare nuovi appassionati e, in futuro, evolvere anche nel format olimpico, rendendolo sempre più vicino alle sue radici alpinistiche e di endurance.

© foto Milano-Cortina 2026


CAMP Rapid Racing: leggerezza, ergonomia e performance per lo scialpinismo veloce

Nel mondo dello scialpinismo, gli zaini race non sono più un’esclusiva degli atleti con il pettorale. Oggi rappresentano una scelta sempre più diffusa anche tra chi vuole approcciarsi alla montagna con un assetto fast and light, privilegiando leggerezza e fluidità di movimento senza sacrificare dettagli fondamentali come lo scomparto dedicato al materiale di autosoccorso in valanga o una corretta organizzazione dell’equipaggiamento alpinistico. In uno zaino più slim e decisamente più leggero, c’è comunque spazio per tutto ciò che serve davvero.

In questo contesto si inserisce il CAMP Rapid Racing, un pack da 20 litri pensato per le gare ma perfettamente a suo agio anche nelle uscite veloci, negli allenamenti e nelle gite in cui si vuole muoversi con ritmo sostenuto. Con un peso di circa 300 grammi, si colloca tra gli zaini più leggeri della categoria, senza rinunciare a robustezza e funzionalità.

Il design è essenziale, pulito, orientato all’efficienza. La struttura in tessuti tecnici ad alta resistenza all'abrasione limita l’assorbimento di neve e umidità, mentre la costruzione compatta mantiene lo zaino stabile anche quando il carico aumenta. In movimento si percepisce subito come il Rapid Racing sia pensato per aderire al corpo, seguendo il gesto in salita e in discesa senza interferire con il movimento dello sciatore, l’ergonomia di schienale e spallacci sagomati garantisce libertà di movimento e una distribuzione equilibrata del peso anche su pendenze sostenute. Il sistema di trasporto sci rapido laterale consente transizioni veloci e intuitive, un vantaggio evidente nei tratti misti o nelle gare, ma altrettanto utile durante una gita in cui si alternano salite, brevi portage e discese, insomma ottimo per la stagione primaverile alle porte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nonostante il profilo minimalista, l’organizzazione interna è studiata con attenzione. Il comparto principale accoglie pelli, guscio e strati extra, mentre lo scomparto dedicato per a pala e sonda assicura un accesso rapido agli strumenti di sicurezza, elemento imprescindibile per la sicurezza. La tasca posizionata sul fondo dello zaino con accesso rapido laterale permette di tenere a portata ramponi o la corda, oppure può comodamente ospitare le pelli in fase di discesa, integrando funzionalità e praticità in un volume contenuto.

Il risultato finale è uno zaino che interpreta al meglio l’evoluzione dello scialpinismo fast and light contemporaneo: meno peso, più velocità, ma senza compromessi sulla sicurezza e sull’organizzazione del materiale. Il CAMP Rapid Racing non è soltanto un prodotto da gara, ma una soluzione concreta per chi vuole vivere la montagna con efficienza, dinamismo e consapevolezza tecnica.

 

C.A.M.P. Rapid Racing


Neve, pendii e pericolo: quando la montagna è instabile

Le ultime settimane hanno portato sulle Alpi occidentali una quantità di neve che non si vedeva da tempo. In Piemonte e Valle d’Aosta, gli accumuli hanno superato anche i settanta centimetri in una singola perturbazione, con un manto complessivo sopra i 1500‑2000 metri che raggiunge son facilità il metro e mezzo. Per noi appassionati di sci alpinismo e freeride, queste condizioni sono una vera tentazione: pendii immacolati e polvere fresca invitano a uscire in montagna. Ma allo stesso tempo, la neve abbondante, stratificata e spesso lavorata dal vento, crea un contesto estremamente instabile. Sopra strati già consolidati si deposita neve fresca che può facilmente scivolare, trasformando ogni pendio ripido in un potenziale rischio di valanghe.

Purtroppo, la montagna ha già ricordato la sua forza. Domenica 15 febbraio, due incidenti gravi hanno colpito le Alpi occidentali e centrali. A Courmayeur, in Val Veny, tre freerider esperti sono stati travolti da una valanga nel Canale dei Vesses. Nonostante fossero equipaggiati con Artva e siano stati soccorsi rapidamente, tutti e tre hanno perso la vita. I soccorsi hanno coinvolto decine di tecnici del CNSAS, militari del SAGF, unità cinofile e elicotteri, ma purtroppo la rapidità dei soccorsi non è bastata a salvare le vittime. Nello stesso weekend, a Madesimo, una valanga ha travolto quattro persone in motoslitta sul Lago Nero. Una delle motoslitte è finita sotto il ghiaccio, causando la morte di un partecipante, mentre gli altri sono riusciti a salvarsi. Entrambi gli incidenti si sono verificati in condizioni di rischio elevato, dove il manto nevoso era carico e instabile, e dove il rispetto dei bollettini valanghe avrebbe potuto indicare chiaramente le zone da evitare.

In queste situazioni, il bollettino valanghe diventa uno strumento indispensabile. Su tutto l'arco alpino i servizi regionali forniscono informazioni aggiornate sui livelli di pericolo per quota ed esposizione, sulle instabilità del manto e sui pendii più rischiosi. Chi frequenta la montagna senza questi strumenti si affida solo al proprio giudizio, aumentando notevolmente il rischio di incidenti. Sapere dove il pericolo è maggiore, quali versanti evitare e quali itinerari risultano più sicuri può fare la differenza tra una giornata indimenticabile e una tragedia.

Affrontare la neve fresca richiede attenzione, esperienza e strumenti adeguati. Muoversi con prudenza, osservare il manto, valutare costantemente la stabilità della neve e saper usare correttamente Artva, pala e sonda non sono formalità, ma azioni necessarie per proteggere la propria vita e quella dei propri compagni di gita. Anche i più esperti devono ricordare che la complessità della neve può rendere ogni pendio insidioso e che l’istinto non basta a sostituire l’informazione scientifica e i bollettini ufficiali.

Le nevicate degli ultimi giorni regalano scenari mozzafiato e neve di qualità eccezionale, ma la bellezza della montagna non deve far dimenticare la sua potenza. Gli ultimi incidenti sono un monito drammatico: allenarsi, conoscere il manto nevoso e seguire i bollettini non è solo prudenza, è una questione di vita o di morte. Solo così si può godere appieno della montagna, sicuri che ogni uscita sia prima di tutto un’esperienza indimenticabile, e non una tragedia annunciata.

 

© Neve, compendio di nivologia  -  CNSAS 


Sport di endurance e reintegro proteico

Quando affrontiamo una gita con le pelli o una lunga sciata in fuoripista, il nostro corpo è sottoposto a uno stress fisiologico significativo. Non si tratta solo di consumare energia, ma anche di rompere e ricostruire tessuti muscolari, gestire il metabolismo e prepararsi per un eventuale giorno di allenamento successivo. In questo contesto, il reintegro proteico non è un dettaglio accessorio: è una delle leve nutrizionali più studiate per sostenere il recupero dopo sforzi prolungati.

La totalità degli studi scientifici dimostra che l'assunzione di proteine dopo esercizi di resistenza e endurance può favorire la sintesi proteica muscolare, ovvero il processo con cui il corpo usa gli aminoacidi per riparare le fibre danneggiate dall’attività fisica e costruirne di nuove. Questa sintesi è un elemento chiave del recupero e può aiutare a preparare il corpo per il prossimo allenamento o uscita in montagna.

Una meta-analisi di oltre 20 studi ha evidenziato che, anche se l’effetto sulla composizione corporea può essere modesto, la supplementazione proteica durante l’allenamento di endurance migliora significativamente il tempo di esaurimento e la capacità di resistenza rispetto al placebo.

Per massimizzare questi benefici, la ricerca suggerisce che un apporto proteico post-attività dell’ordine di 20-30 g è efficace per stimolare il recupero e ridurre il catabolismo muscolare (la degradazione delle proteine).

 

Scialpinismo ed endurance: perché la “finestra” post-allenamento è importante

Dopo sforzi prolungati come una gita con le pelli, i muscoli sono in uno stato in cui il micro-danno cellulare è aumentato e le scorte energetiche sono diminuite. Anche se il concetto classico di finestra anabolica legato al post-allenamento è più noto nel mondo del sollevamento pesi, esiste una finestra metabolica durante la quale l’assunzione di nutrienti (in particolare proteine e carboidrati) può favorire una migliore riparazione e adattamento. In pratica, questo significa che consumare una fonte proteica di qualità entro un paio d’ore dalla fine dello sforzo può supportare:
- la riduzione del catabolismo muscolare, aiutando a preservare la massa magra.
- ripristino più efficiente delle scorte energetiche quando combinato con carboidrati.
- maggiore disponibilità di aminoacidi essenziali, che sono i mattoni costitutivi necessari per la riparazione dei tessuti.
Queste dinamiche non solo aiutano a sentirsi meglio nei giorni immediatamente successivi all’uscita, ma possono tradursi in un miglioramento della performance nelle uscite future, soprattutto se ci si allena con regolarità.

Seanside: un recupero proteico naturale e sano

In un’alimentazione per chi pratica endurance non bastano solo calorie o carboidrati: la qualità delle proteine e la loro digeribilità fanno la differenza. Qui entra in gioco un prodotto come Seanside, una soluzione pensata anche per gli sportivi outdoor che cercano ingredienti naturali, privi di additivi artificiali e processi troppo industrializzati.
Un prodotto proteico naturale come Seanside può offrire diversi vantaggi:
- profilo completo di aminoacidi essenziali: fondamentale per stimolare la sintesi proteica post-allenamento.
- ingredienti facilmente digeribili: importante dopo sforzi intensi quando il corpo è in uno stato di stress metabolico.
- combinazione di proteine naturali e nutrienti complementari: che può sostenere non solo i muscoli ma anche altri aspetti metabolici legati al recupero.
In attività di endurance come lo scialpinismo, dove il catabolismo può essere accentuato e il fabbisogno proteico aumenta, scegliere un integratore sano e naturale può essere un complemento utile alla dieta quotidiana.

Lo scialpinismo è uno sport che combina resistenza, forza e gestione energetica continua. Dopo una lunga uscita, il corpo ha bisogno di nutrienti di qualità per recuperare, adattarsi e prepararsi al prossimo sforzo. La ricerca scientifica supporta l’idea che un apporto proteico post-attività mirato possa favorire il recupero muscolare e migliorare la capacità di resistenza nelle successive prestazioni. Prodotti come Seanside, con una formulazione naturale e ingredienti di qualità, rappresentano un’opzione interessante per chi cerca un reintegro proteico sano ed efficace senza rinunciare alla filosofia di un’alimentazione pulita, un aspetto sempre più importante per chi vive la montagna e lo sport outdoor con coerenza.

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Safeback SBX: respirare sotto la neve

Negli ultimi vent’anni la sicurezza in fuoripista ha compiuto un’evoluzione evidente. Se un tempo ARTVA, pala e sonda rappresentavano l’unico orizzonte possibile, oggi lo scenario è più articolato: gli zaini airbag sono diventati quasi uno standard tra freerider e scialpinisti evoluti e, più recentemente, si affacciano sul mercato sistemi che non puntano solo a evitare il seppellimento, ma a gestirne le conseguenze.

È in questo contesto che si inserisce Safeback SBX. Il principio è semplice quanto ambizioso: fornire aria respirabile a una persona completamente sepolta sotto la neve. A differenza dello zaino airbag, progettato per ridurre la probabilità di interramento sfruttando il principio della segregazione inversa, SBX interviene nello scenario peggiore e lavora su quello. Non prova a tenerti in superficie, ma a darti tempo quando sei sotto. Tempo per respirare, tempo per essere cercato, tempo per essere estratto.

Il sistema aspira aria attraverso la neve e la convoglia vicino al volto tramite condotti integrati negli spallacci. Non richiede un boccaglio da tenere in bocca, come sistemi che erano arrivati sul mercato già anni addietro, e si attiva con una maniglia, come un airbag. L’obiettivo dichiarato è quello di prolungare in modo significativo la finestra di sopravvivenza rispetto ai canonici 15-18 minuti oltre i quali le probabilità calano drasticamente per asfissia.

Il confronto con l’airbag è inevitabile. Quest’ultimo ha cambiato il modo di affrontare il fuoripista, riducendo in modo documentato la percentuale di seppellimenti completi. È una protezione “preventiva”: cerca di evitare che il problema si verifichi nella sua forma più grave. Safeback, invece, è una protezione “reattiva”: interviene quando il problema si è già concretizzato.

Qui sta il primo punto chiave. SBX non impedisce il seppellimento. In una valanga di grandi dimensioni o in presenza di ostacoli, rimanere in superficie resta un vantaggio enorme. L’airbag, in questo senso, mantiene una funzione primaria. D’altra parte, sappiamo che non sempre il terreno consente di “galleggiare”, e non tutte le valanghe sono uguali. In questi casi, poter respirare più a lungo può fare la differenza.

Il prodotto rappresenta qualcosa di interessante: sposta l’attenzione dal “non finire sotto” al “cosa succede se finisco sotto”. È un cambio di prospettiva che non sostituisce la prevenzione, che resta fatta di formazione, scelta dell’itinerario e gestione del rischio, ma aggiunge un ulteriore livello di ridondanza alla catena della sicurezza.
La vera domanda, allora, non è se SBX sia meglio o peggio di un airbag. È se abbia senso ragionare in termini alternativi. In prospettiva, l’evoluzione potrebbe portare a sistemi integrati, capaci di unire galleggiamento e supporto respiratorio. Sarebbe un passo ulteriore in un percorso che, negli ultimi anni, ha dimostrato come la tecnologia possa realmente incidere sulle probabilità di sopravvivenza.

In conclusione, Safeback SBX non è una rivoluzione che cancella ciò che esiste, ma un tassello nuovo in un mosaico più ampio. Non sostituisce la competenza, non elimina il rischio e non deve diventare un alibi. Ma rappresenta un’evoluzione nel materiale di sicurezza per un'attività che si svolge in un ambiente che nasconde sempre dei rischi, garantendo allo sciatore del tempo in più in caso di seppellimento da valanga. E in montagna, il tempo è tutto.


Snack proteico per le gite con le pelli

Contengono l’84% di proteine, non gelano e ora si possono trovare anche in Italia

Galeotto fu un viaggio in Islanda. Sì, perché Marino Di Pietro, quando nel 2017 si è regalato una vacanza a quelle latitudini, era un assiduo frequentatore di palestre e per questo molto attento al contenuto proteico, non solo di barrette e snack. Così, quando a una stazione di servizio si è imbattuto in una bustina con dentro dei pezzettini di merluzzo essiccato, gli si è aperto un mondo. «Nella scheda dei valori nutrizionali era riportato un valore superiore a 80 g su 100, praticamente paragonabile a quello delle proteine in polvere» dice. E aggiunge: «Basti pensare che in 100 g di bresaola o petto di pollo ce ne sono solo 30 g». Così assaggia quei pezzettini di merluzzo essiccato e scopre che anche il sapore non è male. Nella testa iniziano a balenare tante idee, ma poi, rientrato in Italia, viene assorbito dalla rotuine quotidiana e non se ne fa nulla. Però quell’idea di importare in Italia gli snack a base di merluzzo essiccato gli è sempre rimasta nella testa e nel 2024 si mette a cercare un produttore. Non trova la marca che aveva consumato durante la sua vacanza, ma inizia un rapporto con il marchio islandese e a maggio lo invitano a visitare lo stabilimento. «È un prodotto totalmente naturale, senza additivi: solo ed esclusivamente merluzzo che viene essiccato in speciali camere con ventilazione controllata e costante». Il passo è breve e quegli snack sono da poco venduti in Italia con il marchio Sea.n.side.

 

 

Questo ‘carburante artico’ viene proposto in bustine da 35 g e i valori nutrizionali sono: 29 g di proteine (l’84% della composizione) e 1 g di grassi. Segni particolari? Oltre all’assenza di glutine, i pezzettini di merluzzo non ghiacciano. Ecco perché Marino li consiglia per lo scialpinismo e le attività endurance in montagna. Sulla confezione c’è scritto: «Vi invitiamo a provarlo durante la prossima uscita in quota. Scoprirete che la sua consistenza croccante e l’apporto proteico immediato aiutano a mantenere l’energia e il calore corporeo costante, senza i picchi e i cali degli snack zuccherini». Abbiamo chiesto un parere al dottor Alessandro Da Ponte, specialista in medicina dello sport e autore di ‘L’alimentazione dello sportivo’ per la nostra casa editrice. «È l’equivalente dell’assunzione di proteine in polvere, utili dopo i lavori di potenza: per attività più veloci e corte, come la corsa, i carboidrati non devono mancare, ma per uscite lunghe come quelle dello scialpinismo sono una buona idea perché serve un po’ di reintegro delle proteine». Non ci resta che provarli in una delle prossime uscite. Stay tuned.

 

 

 

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Scialpinismo Olimpico: vetrina e compromesso

Scialpinismo alle Olimpiadi: una vetrina per lo sport, con qualche compromesso

Per la prima volta nella storia, lo scialpinismo farà il suo ingresso alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. Un traguardo che segna un momento storico per lo sport e per la comunità che lo pratica quotidianamente: essere olimpici significa visibilità globale, riconoscimento ufficiale e nuove opportunità per atleti, club e sponsor. Lo scialpinismo, fino a oggi legato alle sue storiche gare e a circuiti più modesti, si mostrerà su un palcoscenico internazionale dando, si spera, ulteriore impulso alla crescita del movimento.

Eppure, come spesso accade quando uno sport entra nel grande show delle Olimpiadi, la medaglia ha due facce. Le discipline che verranno proposte sono la sprint e la staffetta mista, delle gare brevi, intense e spettacolari, perfette per la gestione televisiva e per gli standard di cronometro e spettacolo tipici del format olimpico. Una scelta comprensibile: le Olimpiadi richiedono gare compatte, ripetibili e facilmente seguibili. Ma proprio per queste ragioni, le due specialità non rispecchiano pienamente l’essenza dello scialpinismo tradizionale, che è innanzitutto legata alla montagna: movimento in ambiente alpino, resistenza e capacità di adattamento alle condizioni variabili. L’alta quota, i dislivelli significativi, i cambi di terreno e la componente avventura vengono inevitabilmente ridotti per garantire una competizione televisivamente appetibile.

Questo snaturamento relativo porta con sé sia limiti che opportunità. Da un lato, chi come noi conosce lo sport potrebbe storcere il naso: la disciplina sprint rischia di dare un’immagine parziale, quasi caricaturale, dello scialpinismo, spingendo il pubblico a identificare lo sport solo con la velocità su tracciati corti e preparati. Dall’altro lato, l’impatto positivo non va sottovalutato: visibilità, risorse e nuovi atleti in arrivo possono rafforzare l’intero movimento, stimolare lo sviluppo di club giovanili, migliorare la formazione tecnica e portare a una maggiore attenzione su sicurezza, materiali e organizzazione di gare più lunghe e complesse in futuro.

In sintesi, la prima partecipazione olimpica dello scialpinismo rappresenta un equilibrio delicato tra promozione e compromesso. Sprint e staffetta non rappresentano la storia dello sport, ma aprono una porta importante: quella della visibilità globale e del riconoscimento istituzionale. Sta al movimento, agli organizzatori e agli atleti usare questa finestra per valorizzare anche il lato più autentico della disciplina: la montagna vissuta con misura, la fatica, l’adattamento al terreno e all’ambiente, elementi che fanno dello scialpinismo uno sport unico e affascinante.

© FISI - Getty Images


Oltre il rumore: la montagna secondo Fjällräven

C’è una montagna che non cerca il rumore, che non vive di record né di slogan, ma di continuità, esperienza e presenza. È la montagna dove le condizioni cambiano in fretta, dove il margine di errore è ridotto e dove l’attrezzatura smette di essere un accessorio per diventare parte del sistema uomo–ambiente. È in questo spazio che si inserisce Bergtagen, la linea con cui Fjällräven affronta il mondo alpino sopra il limite degli alberi.

Bergtagen non è una collezione pensata per seguire una stagione, ma per accompagnarne molte. Nasce da una visione coerente con la storia del marchio svedese, fondato nel 1960 con un’idea semplice e controcorrente: creare prodotti funzionali, durevoli e riparabili, capaci di invecchiare insieme a chi li usa. Un approccio che oggi appare quasi radicale, in un settore spesso dominato dalla velocità di rinnovamento e dalla rincorsa all’ultima novità.

La linea è pensata per alpinismo e sci alpinismo, per ambienti severi e utilizzi prolungati, dove ogni dettaglio deve avere un senso. Il design resta essenziale, privo di eccessi, perché tutto ciò che non è necessario, in montagna, diventa un peso. Non c’è l’idea di “semplificare” l’ambiente alpino, ma di affrontarlo per quello che è, con rispetto e consapevolezza.

Un aspetto centrale nello sviluppo di Bergtagen è stato il lavoro sul campo. Fjällräven ha collaborato con l’Associazione svedese delle guide alpine, coinvolgendo professionisti che vivono quotidianamente la montagna come luogo di lavoro, non come scenario. Questo ha portato a una progettazione guidata dall’esperienza reale, dove affidabilità, libertà di movimento e protezione sono valutate in situazioni concrete, non solo in laboratorio.

Anche la scelta dei materiali racconta una direzione precisa. Il ritorno a GORE-TEX è avvenuto con l’introduzione di membrane senza PFAS, una decisione che riflette la volontà di ridurre l’impatto ambientale senza rinunciare a prestazioni adeguate all’alta quota. È una strada complessa, fatta di compromessi e di passi progressivi, ma coerente con l’idea di responsabilità che Fjällräven porta avanti da anni, non solo nella comunicazione ma nei processi produttivi.

Più in generale, Bergtagen è un esempio di come il concetto di sostenibilità, in montagna, non possa essere ridotto a una parola chiave. Durata, riparabilità, utilizzo prolungato nel tempo e adattabilità a più contesti sono elementi tanto importanti quanto l’origine dei materiali. È una visione che guarda meno al consumo immediato e più alla relazione che si costruisce con l’attrezzatura.

In un momento in cui la montagna è sempre più esposta, frequentata e raccontata, Bergtagen propone un passo laterale. Meno spettacolo, meno urgenza, più sostanza. Non una promessa di performance miracolose, ma un invito a vivere l’ambiente alpino con misura, competenza e rispetto. Una montagna che non ha bisogno di essere addomesticata, ma ascoltata.

Fjällräven.com


Morgan Akhourfi,
 lo sci-bulimico

Quattro chiacchiere con lo sciatore che lo scorso maggio in sei giorni ha sciato sei fra le discese estreme più complesse del Monte Bianco

Chamonix è, non a torto, la Capitale delle Alpi: una fucina di alpinisti e sciatori che la scelgono perché è la porta d'ingresso al più bel terreno di gioco che un appassionato di montagna e di neve possa desiderare. Impianti posizionati nei punti strategici, rifugi in quota e un microcosmo di granito che emerge dai ghiacciai con una miriade di discese e pareti che in primavera entrano nella mente di ogni cacciatore di linee.

Però se abbandoniamo le cime più alte e dirigiamo il nostro sguardo su qualche area van della valle, cercando bene un furgone sorvegliato da un gatto, se la bestiola risponderà al nome di Quartz, allora avremo trovato anche il suo padrone Morgan. Ammesso che non sia a sciare una delle linee 'majeur' del massiccio o a toccare la punta dei pini in una discesa con la vela da speed riding.

 

 

Morgan Akhourfi, classe 2000, vive in furgone con il suo gatto. Trova questa sistemazione più pratica di una dimora stabile e più adatta all’inseguire le condizioni mantenendo una flessibilità accettabile. Alterna periodi in cui è occupato con lavori in fune ad altri in cui si allena (è anche un appassionato di trail running) e cerca di sciare più linee ripide possibili. Il suo nome era balzato all'onore delle cronache d’oltralpe dopo una settimana di pura follia sciistica a chiusura della scorsa stagione. A partire da metà maggio ha inanellato in soli 6 giorni 6 fra le discese estreme più complesse e ambite del Monte Bianco:  il 13/5 il Col dell’Aiguille Verte, il 15/5 la Cresta di Peuterey, il giorno successivo la parete nord dell’Aiguille du Plan, il 17/5 il Col de Les Droites… come ripiego perché la linea prefissata non era in condizioni, il 18/5 il Contrafforte Centrale del Miage sulla parete ovest del Monte Bianco, il 19/5 la Sentinella Rossa sulla parete sud, sempre del Monte Bianco. No, non stiamo scherzando, è tutto vero! Colpiti da questa bulimia sciatoria, lo abbiamo voluto intervistare per capire chi c’è dietro a questa inesauribile voglia di neve e linee estreme. Morgan ovviamente era nel suo van con Quartz.

 

 

 

Van, una vita dedicata allo sci: un moderno skibum?

«Non penso, sinceramente non mi vedo come uno skibum, sinceramente punto a diventare uno sciatore professionista, che presenta progetti e cerca sponsor per realizzarli e sostenerli. In Francia forse è più facile rispetto a voi in Italia, c’è più attenzione, ma c’è più gente che ambisce a esserlo e c’è una certa competizione. Sinceramente può apparire una scelta temeraria o sbruffona, in realtà non è stato un processo decisionale facile, dichiarare i propri obiettivi non lo è mai. Diciamo che la primavera passata mi ha dato consapevolezza».

Sui grossi progetti, come la scorsa primavera, ti sei mosso sempre da solo, anche questo denota una certa determinazione.

«Da soli è più facile organizzarsi e prendere decisioni, soprattutto su certe linee dal carattere esplorativo o poco percorse. Nella linea, specie se esposta a pericoli oggettivi, ci stai meno tempo; un esempio è la Sentinella Rossa, dove le pendenze sono meno accentuate rispetto ad altre pareti, ma l’esposizione ai seracchi è enorme. Da soli è diverso, diventa davvero un gioco di sopravvivenza»

Come gestisci e approcci il concetto di rischio nella preparazione durante queste tue avventure?

«Le linee le studio moltissimo, passo del tempo a guardarle a raccogliere informazioni. Cerco soprattutto di essere sempre sul terreno, per tastarlo, capirlo. Forse sono davvero bulimico in questo.  Mi accorgo che a volte quello che percepisco è diverso rispetto a quello che indicano in bollettini, a volte in meglio a volte in peggio. Ma questo processo aumenta la mia sensibilità».

Hai utilizzato sempre la vela da speed riding per uscire e per i rientri da queste big line del Monte Bianco. È davvero il futuro?

«Su questo non ci sono dubbi, è l’utilizzo della vela che mi ha permesso di mantenere quell’intensità la scorsa primavera, gestendo fatiche e orari. Con la vela da speed riesci a essere leggero e veloce anche se non ti porta così lontano come una vela da parapendio. Ci sono stati anche momenti difficili, per esempio il decollo dagli Eccles dopo la Peuterey...»

 

Vela a parte, una settimana come quella è stata davvero impegnativa?

«Sicuramente, ma dopo i primi giorni ho decisamente avvertito che la mia forma migliorava, gestivo bene lo sforzo in quota e riuscivo a essere veloce ed efficace. Per esempio, per la discesa dello sperone Centrale del Miage sulla parete Ovest del Monte Bianco ho preso la cabina delle 8.10 del mattino all’Aiguille du Midi. Era una parete che sapevo che avrei trovato in neve dura e non avevo particolare fretta, sono comunque arrivato in cima in un paio d’ore».

Oltretutto non usi materiale leggero...

«Esatto: scarponi 4 ganci e sci Black Crows Solis, quasi 2 chili ad asta. Un set-up non leggero, ma che adoro perché trovo affidabile, anche perché sul quelle linee ho trovato prevalentemente neve dura. Non sono legato a marchi per ora, utilizzo il materiale di cui mi fido».

La nostra classica domanda finale: prossimi progetti?

«Beh, sulle Alpi ho in mente una versione della trilogia delle tre grandi pareti nord, ma non voglio svelare troppo.  Il prossimo autunno, invece, mi piacerebbe provare la parete sud dell’Aconcagua: è enorme, difficile da trovare con la neve, ma sono 4.000 metri di discesa e la cosa mi affascina e poi la vela me la porto…».


On snow, on fire

Un'iniziativa del marchio polacco Majesty

La community delle sciatrici

Mari Henderson, Julie Navillod, Nora Wold Lunner, Lillian Buszko, Zuza Witych. Dalla Nuova Zelanda, Francia, Norvegia e Polonia. Dal Freeride World Tour al freestyle e alle discese nella polvere come puro divertimento. Sono le sciatrici che fanno parte di On snow on fire, la nuova community tutta al femminile creata dal marchio indipendente polacco di sci Majesty. «Una comunità di donne che si ispirano a vicenda e sono la prova che non esiste l'impossibile».

Una community della quale potresti entrare a far parte anche tu. Dal sito della community, infatti, è possibile accedere a un form per candidarsi. Di sciatrici italiane non ce ne sono ancora... «Siamo qui per le donne che si alzano prima dell'alba per lasciare le prime tracce sulla neve - si legge sul sito - Per quelle che hanno imparato a cadere e a rialzarsi. Per quelle che tracciano la propria strada, secondo le proprie regole. On Snow on Fire è il nostro spazio. Una mentalità. Un promemoria che la forza non sempre significa velocità, ma a volte significa perseveranza.
Che la fiducia in se stessi non nasce dall'oggi al domani, ma si costruisce curva dopo curva, caduta dopo caduta, discesa dopo discesa. E che femminilità e potenza non sono opposti. Viaggiano insieme». Un messaggio molto esplicito in un mondo, quello della montagna, tradizionalmente maschilista.

Candidati anche tu QUI


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