UTMB World Series potenzia il supporto alla genitorialità nel trail running
L’arrivo di un figlio è un momento unico nella vita di ogni famiglia, e UTMB® World Series ha deciso di riflettere questa realtà anche nel mondo del trail running. Dopo aver introdotto nel 2023 una politica pionieristica dedicata alla gravidanza, l’organizzazione rafforza ora il proprio impegno verso l’inclusione evolvendo la politica di supporto alla genitorialità.
Sviluppata in collaborazione con la Pro Trail Runners Association (PTRA), questa iniziativa si applica a tutti i runner del circuito UTMB World Series, dai professionisti élite agli amatori, rispondendo alle esigenze specifiche legate alla genitorialità in tutte le sue forme.
Accogliere la genitorialità in tutte le sue forme
Dal lancio della politica sulla gravidanza, oltre 400 atlete e atleti hanno potuto rinviare la propria iscrizione o ottenere un rimborso. La nuova politica amplia oggi il supporto includendo:
- Gravidanza
- Percorsi di procreazione medicalmente assistita (PMA, inclusa la fecondazione in vitro)
- Adozione
- Gestazione per altri
Questa misura si applica a tutti i genitori, indipendentemente dal loro livello di partecipazione o dalla situazione familiare, garantendo equità sportiva e rispetto per i percorsi personali degli atleti.
“Vogliamo che ogni atleta, indipendentemente dal proprio status, possa vivere pienamente la genitorialità senza dover rinunciare alla propria passione per il trail running. Questa politica mira a supportare gli atleti e a favorire un cambiamento culturale verso uno sport più equo e inclusivo.” Nicolas Lagrange, CSR Manager, UTMB World Series.

Cosa prevede la nuova politica
Per entrambi i genitori, la politica offre diverse opzioni:
- Rimborso completo della quota di iscrizione
- Possibilità di rinviare l’iscrizione
- Per le gare con sorteggio, rimborso e accesso prioritario a un’edizione futura
Inoltre, per le top élite femminili, l’UTMB Index viene congelato per un periodo massimo di cinque anni, preservando la posizione in classifica durante il percorso verso la genitorialità.
“Nel 2024 ero completamente focalizzata sull’UTMB. Tutto era già organizzato: amici e familiari pronti a sostenermi a Chamonix. Quando ho scoperto di essere incinta, il mio primo pensiero è stato: ‘Va bene, correrò comunque l’UTMB’. Poi ho capito che non sarebbe stato ragionevole. Grazie a questa politica ho potuto rinviare la mia iscrizione al 2026. Oggi non corro più solo per me: sapere che mio figlio mi aspetta a un ristoro o al traguardo moltiplica la mia forza.” – Ella Peyrard, atleta amatoriale
Un passo avanti per lo sport e la maternità
Con la crescita e la professionalizzazione del trail running, UTMB World Series mira a garantire che maternità e percorso verso la genitorialità non diventino ostacoli alla carriera sportiva. Il congelamento dell’UTMB Index permette agli élite impegnati in un percorso di genitorialità di mantenere lo status acquisito prima della pausa, tornando a competere senza penalizzazioni.
“Il Women’s Equality Working Group della PTRA ha contribuito in modo significativo a questa politica. Il nostro obiettivo è collaborare con organizzazioni come UTMB Group per creare le condizioni affinché le atlete possano esprimere pienamente il loro potenziale, valorizzando la maternità e facilitando la costruzione di una famiglia senza sacrificare la carriera sportiva.” – Eszter Csillag, atleta élite e membro del consiglio della PTRA
UTMB World Series invita tutti i runner interessati a fare riferimento a questa politica secondo le proprie esigenze. Tutti i dettagli e le condizioni sono disponibili su: utmb.world/inclusion
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© foto UTMB
Da St. Moritz al Gran Paradiso - prosegue la traversata di Matheo Jacquemoud
Dalle nevi della Bernina al cuore delle Alpi occidentali, il progetto di Jacquemoud prosegue con forza, sfidando condizioni meteo avverse e terreni tecnici, tra lunghe giornate di ski‑touring, pedalate e imprese alpine di grande impegno.
Dalle Alpi Retiche verso il Ticino e oltre
Dopo la partenza da Bernina, Matheo ha dovuto fare i conti con tempeste persistenti, neve abbondante e meteo instabile che hanno complicato ogni passo. Da St. Moritz ha raggiunto il Lago di Como, per poi attraversare le Alpi del Ticino in lunghe tappe impegnative. Una notte sotto le stelle, con l’amico Noa Barrau, lo ha visto superare il Nufenenpass in Valais, e il giorno successivo ha proseguito verso Saas‑Fee scendendo e risalendo valloni e colli innevati.
Questa prima parte della traversata ha messo alla prova adattamento e resistenza, richiedendo più volte un cambio di piano per rispondere alle condizioni in montagna.
La tappa successiva doveva portarlo verso Zermatt, ma una nuova perturbazione ha bloccato il cammino: insieme a Clément Parisse, Matheo ha tentato più volte di superare l’Adlerpass, senza riuscirvi, e ha dovuto fare marcia indietro fino a Saas‑Fee. In ogni difficoltà, però, cresce la determinazione di proseguire verso nord‑ovest, verso la meta finale.


Sulla Route della Patrouille des Glaciers e oltre
La seconda parte del viaggio è iniziata da Zermatt, dove Matheo è partito nelle prime ore della notte con Juste LaBorne e Clément Parisse, seguendo l’itinerario storico della Patrouille des Glaciers, una delle gare di scialpinismo più iconiche delle Alpi. Dopo 9 ore di impegno continuo e con il sostegno di amici come Vivian Bruchez, Antoine Socquet ed Eliot Retulli, il gruppo ha raggiunto Verbier intorno a mezzogiorno. Da qui Matheo ha cavalcato in bicicletta fino a Champex‑Lac, dove ha ripreso gli sci e ha portato l’avventura fino alla stazione de Le Tour, ai piedi di Chamonix (Francia), prima di concludere la giornata dopo oltre 16 ore di sforzo totale.
Il giorno successivo lo ha visto affrontare il Monte Bianco (4.810 m). Nonostante il forte vento in quota al risveglio, Matheo è partito con l’idea di sfruttare un miglioramento nel pomeriggio. Con la via classica dei Grands Mulets impraticabile, ha scelto di salire lungo la normale estiva in condizioni invernali. Oltre i 3.600 m, la neve dura, tracce assenti e ice traverse sull’arête des Bosses hanno rallentato la progressione, ma alla fine Matheo è riuscito a raggiungere la cima in solitaria alle 14:00, affrontando condizioni difficili e tecniche.
Scendendo verso Chamonix, dopo una breve notte, Matheo ha proseguito verso il meraviglioso Mer de Glace e ha risalito la Vallée Blanche fino al Col de Toula, per poi valicare il confine verso l’Italia lungo il percorso dello Skyway Mont Blanc. Non si è fermato, anzi: ha preso ancora la bicicletta fino al Gran Paradiso (4.061 m), dove ha è salito in cima, raggiunta in circa 3h30 nel fitto della nebbia, prima di ridiscendere e chiudere un raid di oltre 40 ore consecutive di sforzo.


Verso le grandi traversate delle Alpi
La rotta di Matheo segue, in parte, le tracce della celebre Haute Route Chamonix–Zermatt, considerata una delle traversate scialpinistiche più iconiche, che da sempre collega due capitali dell’alpinismo, passando tra panorami glaciali, colli oltre i 3.000 m e scenari mozzafiato tra Monte Bianco e Cervino.
Questo tipo di itinerario non è solo un viaggio: rappresenta un dialogo profondo con la montagna, dove ogni passo, curva e salita richiede esperienza, resistenza e capacità di gestione delle condizioni alpine. Per chi ama lo scialpinismo e le traversate di alta montagna, è un sogno carico di significati e di sfide.
L’eredità e la passione oltre i numeri
Il progetto di Matheo non è semplicemente una serie di tappe: è un invito continuo a vivere la montagna con cuore, rispetto e capacità di adattamento. In ogni condizione, dalla tempesta alla neve instabile, l’unica costante è stata la volontà di superare ogni ostacolo, di proseguire con passo deciso verso ciò che rimane di questa grande traversata.
© foto Noa Barrau e Thibaut Marot
La Pierra Menta parla francese, ma l’Italia resta sul podio
La quarantesima Pierra Menta si chiude nel segno della Francia, ma lascia anche un messaggio chiaro: l’Italia c’è. Meno appariscente forse, ma solida, continua, capace di stare stabilmente tra i migliori in una delle gare più dure e complete dello scialpinismo.
Quattro giorni, oltre dieci ore di gara complessiva, condizioni variabili e un equilibrio che si è deciso per dettagli minimi. Davanti a tutti, ancora loro: William Bon Mardion e Xavier Gachet, che conquistano la vittoria in 10h24’28”, difendendosi fino all’ultimo dagli attacchi dei connazionali Equy-Damevin, secondi a soli 38 secondi.
Un margine ridottissimo che racconta bene il livello di questa edizione: una gara giocata sul filo, dove ogni tappa ha avuto un peso specifico enorme.

Italia: tre bronzi che valgono più di quanto dicano
Se il podio assoluto maschile vede il terzo posto di Davide Magnini e William Boffelli, a oltre sedici minuti dai vincitori, è guardando alla classifica mondiale long distance che si legge meglio il risultato azzurro.
Michele Boscacci e Robert Antonioli chiudono sesti nella generale, ma conquistano il bronzo mondiale tra le nazionali, confermando una volta di più la loro affidabilità nelle gare lunghe e complesse. Un risultato costruito sulla regolarità, senza picchi clamorosi ma con una gestione lucida delle quattro tappe. In una gara dove si accumula fatica giorno dopo giorno, è spesso questo a fare la differenza.
Ancora più netto il segnale al femminile. Alba De Silvestro e Lisa Moreschini centrano un doppio terzo posto: bronzo mondiale e terzo gradino del podio nella classifica generale, chiusa in 12h47’13”. Un podio costruito con continuità, sempre presenti nelle posizioni che contano, senza mai uscire davvero dalla gara. Un approccio che, alla Pierra Menta, paga quasi sempre.
Francia dominante, ma gara tutt’altro che scontata
Il dominio francese è evidente, soprattutto nella gara femminile, dove Emily Harrop e Margot Ravinel hanno imposto il ritmo fin dalla prima tappa, chiudendo in 12h13’15” senza mai dare l’impressione di poter essere realmente attaccate. Ma anche qui, dietro, la lotta è stata serrata, con distacchi costruiti tappa dopo tappa e mai scontati. E lo stesso vale per la gara maschile, dove la sfida interna alla squadra francese ha tenuto aperto il risultato fino all’ultimo giorno. Una dinamica che ha reso la competizione ancora più intensa e spettacolare.


Una gara che resta un riferimento
La Pierra Menta continua a essere qualcosa di unico. Non solo per i numeri, ma per ciò che richiede: capacità di adattamento, gestione della fatica, lettura delle condizioni. Anche quest’anno il meteo ha imposto modifiche e adattamenti, ricordando ancora una volta che qui non vince solo chi ha più gamba, ma chi riesce a interpretare meglio la montagna. Ed è proprio in questo contesto che il risultato italiano assume valore. Tre bronzi, tra generale e mondiale, che raccontano una squadra solida e competitiva, capace di stare stabilmente nel gruppo dei migliori. Forse senza il clamore del dominio francese, ma con una qualità che, su una gara come questa, pesa. E non poco.
Classifica finale maschile
1° William Bon Mardion / Xavier Gachet
2° Samuel Equy / Anselme Damevin
3° Davide Magnini / William Boffelli
4° Nadir Maguet / Anton Palzer
5° François D’Haene / Alexis Bonnet
Classifica finale femminile
1° Emily Harrop / Margot Ravinel
2° Axelle Gachet-Mollaret / Célia Perillat-Pessey
3° Alba De Silvestro / Lisa Moreschini
4° Lena Bonnel / Emily Herry
5° Giulia Murada / Ilaria Veronese
© foto Pierra Menta
Dalle Dolomiti al Bernina: la traversata continua
La linea tracciata da Mathéo Jacquemoud attraverso l’arco alpino continua ad allungarsi, giorno dopo giorno. Dopo le prime tappe raccontate la scorsa settimana, il progetto L'intégrale des Alpes entra nel vivo e mostra con sempre maggiore chiarezza la sua vera natura: non solo una traversata, ma un modo di vivere la montagna in continuità.
A offrire uno sguardo ravvicinato su questa avventura è Vivian Bruchez, che ha condiviso con Jacquemoud alcuni giorni tra Austria, Italia e Svizzera. Un punto di vista prezioso, che restituisce la misura di un ritmo difficilmente immaginabile: sei ore di sonno ogni ventiquattro. Sci, bici, passi da attraversare, vallate da collegare.
Le cifre aiutano a orientarsi, ma non bastano a raccontare tutto: giornate da 7.000 metri di dislivello positivo, trasferimenti in bici da 200 chilometri, recuperi minimi e una gestione delle energie quasi chirurgica. Chi prova a seguirlo deve anticipare ogni mossa, partire prima, organizzare tutto nei minimi dettagli. Perché ogni minuto perso difficilmente si recupera.


Dopo aver lasciato l’Austria, Jacquemoud ha puntato verso le Dolomiti, insieme a Bruchez e Pierre Idris. Qui ha sciato il couloir del Piz de Puez, prima di proseguire verso la Val Gardena, accompagnato per un tratto da Noa Barrau e da Alex Oberbacher, incontrato lungo il percorso e pronto ad accoglierlo con un piatto di pasta, uno di quei momenti semplici che, in mezzo a un progetto così estremo, assumono un valore particolare.
Il giorno successivo la traversata è proseguita fino alla Val Martello, per poi salire con gli sci verso il Cevedale (3769 m). Qui le condizioni hanno imposto una scelta: fermarsi a 150 metri dalla vetta e invertire la rotta. Una decisione lucida, presa in un contesto di visibilità ridotta, seguita da una lunga discesa notturna sul versante nord-ovest fino a Santa Caterina. Ma la giornata non era ancora finita: una dura transizione in bici fino a Livigno, raggiunta nella notte per guadagnare tempo per sfruttare una finestra meteo favorevole sul massiccio del Bernina.
Venerdì mattina è ripartito presto, sci ai piedi verso il Passo Bernina, dove è stato raggiunto da Bruchez e dagli altri compagni di viaggio. Insieme hanno salito il Piz Palü Centrale e Orientale, con una discesa dalla cresta sommitale che rappresenta uno dei momenti più estetici e significativi di questa prima parte di traversata. Le immagini raccontano una montagna vera, a tratti severa. Le condizioni non sono state sempre ideali e hanno costretto a continui adattamenti: variazioni di percorso per evitare pendii troppo carichi, scelte rapide e capacità di lettura del terreno, è forse questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: non la ricerca della linea perfetta, ma l’equilibrio costante tra ambizione e realtà.


Eppure, nonostante il ritmo serrato, resta spazio per la condivisione. Bruchez racconta di un Jacquemoud capace di aspettare, di rallentare, di trasformare anche la fatica degli altri in un momento di scambio. Una traversata che non è solo prestazione, ma anche relazione, con la montagna e con chi ne percorre un tratto insieme.
Dalle grandi cime austriache ai ghiacciai del Bernina, passando per Dolomiti e Ortles-Cevedale, la traccia prende forma e si consolida. Il Mediterraneo è ancora lontano, ma la direzione è segnata.
E mentre il progetto continua ad evolversi, tra adattamenti e nuove linee da immaginare, la sensazione è che ogni giornata aggiunga un tassello a qualcosa che va oltre la semplice traversata: un racconto in movimento, disegnato con gli sci, la fatica e una visione lucida di ciò che significa attraversare davvero le Alpi.
Per seguire Mathéo fate un salto sui suoi social: MATHEO JACQUEMOUD
© foto Instagram Mathéo Jacquemoud
Mathéo Jacquemoud e la grande traversata dell’arco Alpino
Da Vienna a Nizza, in sci e bici: un viaggio di 2.000 chilometri nel cuore delle Alpi
Per chi frequenta il mondo dello scialpinismo il nome di Mathéo Jacquemoud non ha bisogno di presentazioni. Ex campione del mondo, vincitore della Pierra Menta e per anni uno degli interpreti più completi dello skimo moderno, il francese ha deciso di tornare alle origini della disciplina: l’avventura. E lo fa con un progetto che ha il sapore delle grandi traversate alpine, dal nome L'intégrale des Alpes.
L’obiettivo è semplice da raccontare, molto meno da realizzare: attraversare integralmente l’arco alpino da Vienna a Nizza, muovendosi esclusivamente con sci d’alpinismo e bicicletta, senza mezzi motorizzati. Un itinerario che attraversa quattro Paesi: Austria, Svizzera, Italia e Francia, lungo circa 2.000 chilometri complessivi, con un dislivello positivo stimato attorno ai 100.000 metri. Una linea che attraversa il cuore delle Alpi e che tocca alcuni dei massicci più iconici del continente: dal Bernina al Monte Bianco, dal Gran Paradiso fino alle Alpi Marittime.

Dalla competizione all’avventura
Per comprendere il senso di questo progetto bisogna tornare alla storia sportiva di Jacquemoud. Nato nella Drôme e cresciuto tra le montagne del Dévoluy, è stato uno dei protagonisti dello scialpinismo internazionale tra gli anni 2010 e la metà del decennio successivo. Nel suo palmarès figurano titoli mondiali e successi alla Pierra Menta, la gara simbolo dello scialpinismo competitivo.
Negli ultimi anni però il suo percorso ha preso una direzione diversa. Meno pettorali, più montagna. Più traversate, meno classifiche. La traversata dell’arco alpino rappresenta la sintesi di questo passaggio: un progetto che unisce la resistenza di un atleta di livello mondiale con la visione di un alpinista che cerca una linea logica attraverso la catena montuosa più complessa d’Europa. Non a caso Jacquemoud ha partecipato negli ultimi anni ad alcune avventure con Kilian Jornet, tra cui il progetto sui tutti i quattromila delle Alpi, esperienza che gli ha dato la convinzione di poter sostenere giornate consecutive di sforzo estremo senza compromettere lucidità e sicurezza.
La logica della linea
Il progetto non è semplicemente una lunga traversata sciistica. È piuttosto una linea continua attraverso le Alpi, costruita alternando sci e bicicletta. Le sezioni alpine vengono percorse con sci e pelli, sfruttando i grandi ghiacciai e i valichi invernali. Quando la neve scompare, Jacquemoud scende a valle e prosegue in bicicletta, collegando le diverse catene montuose.
Questa scelta non è solo logistica ma anche filosofica: l’idea è non interrompere mai la progressione, mantenendo un movimento continuo lungo l’arco alpino. Il progetto prevede circa 28 tappe e un tempo complessivo inferiore a un mese, un ritmo decisamente sostenuto se si considera che una traversata completa delle Alpi richiede normalmente diversi mesi.
Le difficoltà reali: neve, meteo e gestione dello sforzo, dal punto di vista tecnico, la difficoltà dell’impresa non sta tanto nella singola salita quanto nella gestione della continuità.
Una traversata di questo tipo impone infatti tre variabili fondamentali:

1. La finestra nivologica
La linea attraversa massicci con condizioni molto diverse. Neve primaverile sulle Alpi centrali, innevamento ancora invernale nelle zone più continentali, e probabile fusione già avanzata sulle Alpi meridionali.
2. La gestione del ritmo
Con tappe che possono superare i 3.000–4.000 metri di dislivello giornaliero, la vera sfida sarà mantenere un ritmo sostenibile per settimane.
3. La lucidità decisionale
Jacquemoud non è solo un atleta: è anche guida alpina. E in un progetto di questo tipo la capacità di leggere la montagna ogni giorno diventa decisiva quanto la condizione fisica.
Il ritorno allo spirito originario dello scialpinismo
In un’epoca in cui lo scialpinismo competitivo è sempre più vicino al format olimpico, progetti come questo riportano la disciplina alla sua dimensione più autentica.
Non si tratta di una gara, né di un record puro. È piuttosto un viaggio sportivo attraverso le Alpi, dove la prestazione esiste ma non è l’unico obiettivo.
In fondo lo scialpinismo nasce proprio così: muoversi in montagna in inverno con sci e pelli per attraversare territori, collegare vallate, salire montagne.
Jacquemoud, con questa linea da Vienna al Mediterraneo, sembra voler ricordare proprio questo: che prima ancora di essere uno sport, lo scialpinismo è un modo di viaggiare nelle montagne. E raramente questo viaggio è stato immaginato su una scala così grande.
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Comfort e fluidità per i trail più lunghi - The North Face Altamesa 500 V2
Nel mondo del trail running la ricerca dell’equilibrio perfetto tra ammortizzazione, stabilità e leggerezza è una sfida continua. Con la nuova Altamesa 500 V2, The North Face prova a ridefinire questo equilibrio puntando su una scarpa pensata per macinare chilometri su sentieri tecnici senza rinunciare a comfort e fluidità.
Il cuore del progetto è la nuova tecnologia DREAM™, una schiuma dell’intersuola in TPU infusa con azoto che promette un impatto più morbido e un ritorno di energia elevato, oltre a essere la più leggera mai sviluppata dal marchio. L’obiettivo è chiaro: rendere la corsa off-road più scorrevole e meno affaticante anche quando il terreno diventa irregolare.
Una scarpa pensata per macinare chilometri
Altamesa 500 V2 nasce per gli allenamenti su lunga distanza, per le uscite di volume e per quelle giornate in cui si passa parecchio tempo sui sentieri. La piattaforma più ampia sotto il piede contribuisce a creare una base stabile, mentre l’intersuola generosa, con 36 mm di stack al tallone e drop di 6 mm, lavora per assorbire gli impatti e mantenere la corsa fluida anche dopo molte ore.
Durante i test, la prima sensazione che emerge è proprio quella di ammortizzazione progressiva: l’appoggio è morbido ma non eccessivamente cedevole. Nei tratti corribili, soprattutto su sterrati compatti o sentieri forestali, la scarpa restituisce una buona sensazione di rimbalzo che invita ad allungare il passo. Non è una scarpa aggressiva o orientata alla massima reattività, ma privilegia la continuità della falcata, rendendo la corsa meno dispendiosa quando i chilometri si accumulano. Anche sui terreni più irregolari la piattaforma larga aiuta a mantenere stabilità. Nei traversi o nei cambi di direzione su single track rocciosi si percepisce una base solida sotto il piede, caratteristica che la rende interessante per runner che cercano comfort senza rinunciare al controllo.

Tomaia leggera e calzata stabile
La tomaia è progettata per combinare traspirabilità e struttura. I rinforzi offrono supporto dove serve, mentre il sistema di chiusura garantisce una buona chiusura anche nei traversi. Interessante il dettaglio dei lacci racing con bordi seghettati, pensati per evitare che si allentino durante la corsa, un piccolo accorgimento che nei test si è rivelato efficace, la regolazione resta stabile anche dopo diverse ore di attività. La linguetta integra alette laterali e una fodera interna anti-detriti, soluzione che limita l’ingresso di polvere e piccoli sassolini durante le lunghe uscite.
Trazione e protezione sui terreni morbidi
La suola utilizza la mescola SURFACE CTRL™ SC2, sviluppata per offrire grip e durata sui trail naturali. I tasselli da 4 mm sono pensati soprattutto per terreni morbidi o misti, boschi, terra smossa, sentieri alpini, dove la trazione resta costante anche quando il fondo diventa umido o instabile. Nella prova la scarpa si è comportata bene su terreni morbidi e su trail con fondo misto roccia-radici. Il disegno dei tasselli garantisce una presa affidabile in salita, mentre in discesa l’ampia piattaforma contribuisce a dare sicurezza anche quando si aumenta il ritmo. La protezione è affidata a un puntale rinforzato leggero, sufficiente per difendere il piede da sassi e radici senza appesantire la struttura complessiva.

Sensazioni sui trail
Dopo diversi chilometri sui sentieri, la Altamesa 500 V2 restituisce una sensazione molto chiara: è una scarpa costruita per correre a lungo in modo rilassato e continuo. Nei tratti corribili invita a mantenere un ritmo costante, mentre nei segmenti più tecnici l’ammortizzazione generosa aiuta a ridurre l’impatto su piedi e articolazioni. È il tipo di scarpa che, dopo due o tre ore di corsa, fa apprezzare la sua filosofia progettuale: comfort prima di tutto, con una stabilità che permette di concentrarsi sul sentiero senza pensare troppo a dove appoggiare il piede.
The North Face Altamesa 500 V2
Scheda tecnica
Intersuola: DREAM™ in TPU infuso con azoto
Stack tallone: 36 mm
Drop: 6 mm
Suola: SURFACE CTRL™ SC2
Tasselli: 4 mm
Tomaia: mesh tecnica leggera con rinforzi zonali
Dettagli: linguetta stabilizzata con alette integrate, lacci seghettati, puntale rinforzato
Prezzo: € 150
Le grandi nevicate non bastano: neve, acqua e cosa ci raccontano i numeri
Quest'anno, quantomeno a nord-est, gli appassionati di montagna e chi ama sciare fuori pista hanno avuto di che sorridere. Le Alpi sono state imbiancate da nevicate di portata significativa e, sui social, è stato facile imbattersi in foto di pendii candidi e boschi carichi di neve fresca. È naturale chiedersi: questo inverno è stato davvero storico? E se sì, cosa significa davvero per il manto nevoso, ma soprattutto per l’importante risorsa idrica che la neve rappresenta?
Per rispondere a queste domande è utile guardare ai numeri e ai dati di monitoraggio raccolti da istituti come la Fondazione CIMA, che ogni anno aggiorna la situazione nivometrica su tutta la penisola. Questi dati ci dicono due cose importanti:
- Le nevicate degli ultimi tempi hanno effettivamente contribuito ad aumentare gli accumuli sui rilievi.
- Però, se consideriamo la stagione nel suo complesso e la “quantità d’acqua immagazzinata nella neve”, la situazione non è così eccezionale come potrebbe sembrare.
Secondo l’ultimo aggiornamento della Fondazione CIMA a metà febbraio, l’equivalente idrico della neve, cioè la quantità di acqua immagazzinata nel manto nevoso, è tornato in linea con la media stagionale su gran parte delle Alpi italiane, grazie a un gennaio favorevole. Tuttavia, a livello nazionale il quadro resta in lieve deficit, circa -22% rispetto alla media pluriennale.
In pratica, nonostante le nevicate di fine gennaio e inizio febbraio abbiano contribuito a “rimettere in carreggiata” gli accumuli, lo stock complessivo di neve e quindi di acqua per i mesi caldi non è eccezionale. Questo significa che la montagna non ha recuperato pienamente i deficit del passato e che la risorsa neve, fondamentale come serbatoio naturale di acqua dolce, resta vulnerabile e variabile a seconda delle regioni.
Il recupero è particolarmente lento sugli Appennini: nelle zone centrali del Paese il deficit di neve rispetto alla media è ancora marcato, con accumuli molto inferiori a quelli alpini. I dati idrologici confermano questa fragilità: nei bacini dell’Aterno‑Pescara, per esempio, l’acqua da scioglimento nivale è stata -47% rispetto alla media stagionale.
Anche nelle regioni alpine più antropizzate, come la Lombardia, le riserve di acqua generate dalla neve risultano circa 28% inferiori alla media degli ultimi vent’anni, nonostante alcuni sbalzi stagionali. Una fotografia chiara della delicatezza del ciclo idrico legato alla neve, fondamentale sia per la montagna sia per chi vive a valle.
Neve visibile vs neve utile
Quando vediamo molta neve sui pendii o sulle creste, è normale pensare che ci sia anche più “acqua” pronta a rifornire fiumi, laghi e falde nei mesi caldi. In realtà, non tutta la neve è uguale: la quantità totale di acqua immagazzinata (quella che in gergo tecnico si chiama SWE, o “equivalente idrico nivale”) dipende da più fattori, altezza del manto, densità della neve, temperatura e distribuzione geografica.
Negli ultimi aggiornamenti, la Fondazione CIMA evidenzia che, dopo un gennaio con accumuli regolari, febbraio ha riportato i valori nivometrici su molte vette alpine attorno alla media stagionale. Questo vuol dire che, se guardiamo al panorama completo del 2025/2026 non siamo in una situazione di super neve generalizzata, ma piuttosto in un contesto nella norma, con differenze significative da zona a zona.
In altre parole, la neve che vediamo non sempre si traduce automaticamente in una maggiore disponibilità di acqua nei mesi successivi. Per chi ama la montagna, questo è un dettaglio importante: una nevicata spettacolare può regalare paesaggi straordinari e ottime condizioni per lo scialpinismo, ma non garantisce che i corsi d’acqua estivi riceveranno più acqua di quanto accade in una stagione media.
La neve è molto più di un elemento scenico o di divertimento per chi pratica scialpinismo. È il serbatoio naturale d’acqua che alimenta i fiumi e i rii, sostiene le falde sotterranee e permette alle comunità di affrontare la stagione calda con risorse idriche stabili. Quando gli accumuli nevosi sono scarsi o distribuiti in modo irregolare, la montagna nel suo insieme ne soffre: meno acqua significa sorgenti più deboli, portate fluviali ridotte e, in alcuni casi, stress per ecosistemi delicati.
Ecco perché, al di là delle foto di pendii bianchi e delle immagini spettacolari, è importante cogliere il quadro completo. Anche se le nevicate hanno riempito molti versanti, lo scenario generale resta molto dipendente dal resto della stagione e da come il manto si trasformerà con il passaggio alle temperature più miti.
Come leggere i dati senza perdersi nella tecnica
Non serve essere climatologi o esperti di idrologia per capire cosa stanno raccontando i numeri. Ecco tre semplici punti da tenere a mente:
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Non tutta la neve ha lo stesso valore idrico: la neve più compatta e pesante può contenere più acqua della neve molto leggera e soffice.
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L’altezza del manto non è tutto: due metri di neve su un versante possono contenere meno acqua di un metro su un altro, se la neve è meno densa.
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La distribuzione geografica conta: grandi accumuli su un massiccio non compensano deficit su un altro bacino idrografico, soprattutto quando si guarda alla disponibilità per la stagione estiva.
Un invito a guardare oltre la neve fresca
Per chi pratica scialpinismo, queste informazioni non tolgono nulla alla bellezza delle uscite in polvere o alla soddisfazione di una salita perfetta. Tuttavia, aiutano a capire che una stagione di neve non si giudica da un singolo evento o più eventi localizzati per quanto spettacolari possano essere. Il vero valore di una stagione invernale include anche come quella neve si trasformerà, come nutrirà i corsi d’acqua e come si distribuirà nel tempo.
E mentre guardiamo alle prossime settimane con speranza per altre nevicate, vale la pena ricordare che la bontà di una stagione nevosa non si misura solo in centimetri, ma anche nel contributo che dà all’equilibrio idrico e ambientale dell’intero arco alpino e appenninico.
© dati e grafici CIMA research foundation
Essenziale, resistente e pronta per i sentieri: NNormal Cadí
La nuova NNormal Cadí si inserisce nella linea trail del marchio fondato da Kilian Jornet con un approccio molto chiaro: creare una scarpa essenziale, resistente e pensata per affrontare lunghe giornate sui sentieri senza inseguire soluzioni troppo complesse. Dopo alcune uscite di test su terreni misti, dai sentieri compatti ai tratti più tecnici di montagna, emerge una scarpa equilibrata, progettata per chi cerca affidabilità e durata prima di tutto.
Struttura e materiali
La Cadí è costruita con una tomaia in mesh tecnico resistente, progettato per garantire traspirabilità ma anche una buona resistenza all’abrasione. La sensazione appena indossata è di una scarpa solida ma non rigida, con una struttura che avvolge bene il piede senza costringerlo. La protezione anteriore è affidata a un rinforzo sul puntale, utile quando si affrontano sentieri rocciosi o passaggi più tecnici.
La linguetta è integrata nella costruzione della tomaia, una soluzione che migliora la stabilità del piede e riduce il rischio di infiltrazioni di detriti. Anche il sistema di allacciatura è semplice e funzionale, pensato per distribuire la pressione in modo uniforme e mantenere il piede fermo nelle discese più ripide.
Intersuola e comportamento sul terreno
Uno degli elementi più interessanti della Cadí è l’intersuola, sviluppata per offrire un compromesso tra protezione e sensibilità sul terreno. L’ammortizzazione è maggiore rispetto agli altri modelli del brand ma la scarpa restituisce un contatto chiaro con il sentiero, caratteristica che piacerà soprattutto a chi proviene da modelli più minimal o cerca precisione nei passaggi tecnici. Durante le nostre uscite di test abbiamo utilizzato la scarpa su percorsi molto vari: sentieri forestali scorrevoli, lunghe salite su terreno compatto e discese con pietra smossa. In salita la Cadí si è dimostrata efficiente, malgrado il peso non minimalista di 290 grammi e alla buona flessibilità dell’avampiede, mentre in discesa offre una stabilità convincente, senza quella sensazione di che a volte si trova nelle scarpe più ammortizzate.
Suola e grip
La suola utilizza la mescola Vibram Megagrip, ormai una garanzia nel mondo del trail running. I tasselli da 4 millimetri sono piuttosto pronunciati e ben distanziati, una scelta che favorisce la trazione ma in grado di scaricare detriti e fango nei terreni più morbidi. Nei test il comportamento è stato molto convincente, il grip rimane costante anche quando il passo diventa più dinamico e il terreno umido. Come sempre occhio se siete soliti ad effettuare lunghi trasferimenti su asfalto, il Megagrip, proprio per via della sua mescola molto efficiente, tende a consumarsi più velocemente.
Sensazioni in corsa
La Cadí non è una scarpa pensata per stupire con tecnologie estreme, il suo punto di forza è piuttosto la sensazione di affidabilità e naturalezza nella corsa. Dopo alcune ore sui sentieri la scarpa continua a risultare confortevole, senza punti di pressione evidenti (grazie al volume aumentato sull'anteriore) e con un buon controllo del piede anche nei cambi di ritmo. È una scarpa che si adatta bene a allenamenti lunghi, uscite in montagna a ritmi medi, soprattutto per chi preferisce una calzatura stabile e resistente piuttosto che un modello puramente orientato alla velocità.
Prime impressioni
Dopo diverse uscite la NNormal Cadí ci ha dato l’impressione di essere una scarpa progettata con una filosofia molto precisa: meno marketing e più sostanza. Non cerca di essere la più leggera o la più ammortizzata, ma punta su durabilità, grip e comodità, caratteristiche fondamentali quando si passa molte ore sui sentieri di montagna. In un mercato dove spesso i modelli cambiano rapidamente, la Cadí sembra invece voler seguire l’idea cara a Kilian Jornet e al progetto NNormal: prodotti semplici, robusti e progettati per durare a lungo. E dopo i primi chilometri, questa direzione appare decisamente convincente.
© foto Emanuele Delpozzo
Scialpinismo alle Olimpiadi: risultati, performance italiane e nuove prospettive
Lo sci alpinismo ha fatto il suo storico debutto alle Olimpiadi Invernali di Milano‑Cortina 2026, scrivendo una nuova pagina per la disciplina.
Nella gara di sprint maschile, disputata il 19 febbraio, il titolo è andato allo spagnolo Oriol Cardona Coll, con il russo neutral Nikita Filippov medaglia d’argento e il francese Thibault Anselmet bronzo. Purtroppo solo quattordicesimo Boscacci, il primo italiano.
Nello sprint femminile la svizzera Marianne Fatton ha conquistato l’oro, seguita dall’argento della francese Emily Harrop e dal bronzo dell’iberica Ana Alonso Rodriguez. Qui la nostra atleta Murada Giulia è giunta in finale, affrontando una prova intensa su un tracciato che richiedeva equilibrio perfetto tra velocità e potenza.
La staffetta mista, svoltasi il 21 febbraio, ha visto gli atleti francesi tagliare per primi il traguardo e gli svizzeri e spagnoli a seguire, con la squadra italiana che ha chiuso in quinta posizione dopo una battaglia serrata. Questo evento ha mostrato quanto lo scialpinismo possa essere interpretato come disciplina di squadra, valorizzando la cooperazione tra donne e uomini nella sfida.
Questi risultati, al di là del colore delle medaglie, rappresentano un passo importante per lo sport. Sebbene il format olimpico sia ben lontano dalle grandi classiche del circuito, con le sue distanze maggiori e percorsi di alta montagna, ha saputo offrire competizioni dinamiche e veloci, adatte a un palcoscenico olimpico. Debutto e risultati, con protagonisti di alto livello, confermano la capacità dello scialpinismo di attrarre interesse e di distinguersi fin dalla prima partecipazione in una rassegna così prestigiosa.
L’ingresso alle Olimpiadi, con competizioni di sprint e staffetta mista, offre un’opportunità di visibilità, incuriosendo gli spettatori, stimolando nuovi praticanti e dando agli atleti una piattaforma internazionale senza precedenti. Gli spettatori incuriositi potranno scoprire che lo scialpinismo non è solamente una disciplina veloce ma anche un approccio alla montagna con gli sci differente da quello legato ai soli impianti di risalita.
È naturale che una nuova disciplina inserita in un contesto come quello olimpico venga osservata con occhio critico: il formato proposto è stato pensato per esigenze televisive e di fruibilità da parte di un pubblico vasto, e per questo può risultare diverso dal formato delle gare classiche come Tour du Rutor, Pierra Menta o Mezzalama, che restano manifestazioni iconiche per profondità tecnica e legame con la montagna. Tuttavia, proprio come avvenuto in passato per sport come l’arrampicata, che ha evoluto e adattato il format nella seconda olimpiade, anche lo scialpinismo potrà beneficiare di questa visibilità e proporre cambiamenti nelle competizioni e magari puntare ad un circuito da ripetere più volte con una distanza e dislivello cumulativi maggiori, garantendo allo stesso tempo la copertura televisiva e l'effetto arena per il pubblico, un pò come in Coppa del Mondo di mountain bike e nel ciclocross.
In conclusione, i risultati ottenuti e l’esposizione offerta dai Giochi rappresentano un’occasione che va colta e valorizzata: lo scialpinismo ha tutte le carte in regola per crescere, conquistare nuovi appassionati e, in futuro, evolvere anche nel format olimpico, rendendolo sempre più vicino alle sue radici alpinistiche e di endurance.
© foto Milano-Cortina 2026
CAMP Rapid Racing: leggerezza, ergonomia e performance per lo scialpinismo veloce
Nel mondo dello scialpinismo, gli zaini race non sono più un’esclusiva degli atleti con il pettorale. Oggi rappresentano una scelta sempre più diffusa anche tra chi vuole approcciarsi alla montagna con un assetto fast and light, privilegiando leggerezza e fluidità di movimento senza sacrificare dettagli fondamentali come lo scomparto dedicato al materiale di autosoccorso in valanga o una corretta organizzazione dell’equipaggiamento alpinistico. In uno zaino più slim e decisamente più leggero, c’è comunque spazio per tutto ciò che serve davvero.
In questo contesto si inserisce il CAMP Rapid Racing, un pack da 20 litri pensato per le gare ma perfettamente a suo agio anche nelle uscite veloci, negli allenamenti e nelle gite in cui si vuole muoversi con ritmo sostenuto. Con un peso di circa 300 grammi, si colloca tra gli zaini più leggeri della categoria, senza rinunciare a robustezza e funzionalità.
Il design è essenziale, pulito, orientato all’efficienza. La struttura in tessuti tecnici ad alta resistenza all'abrasione limita l’assorbimento di neve e umidità, mentre la costruzione compatta mantiene lo zaino stabile anche quando il carico aumenta. In movimento si percepisce subito come il Rapid Racing sia pensato per aderire al corpo, seguendo il gesto in salita e in discesa senza interferire con il movimento dello sciatore, l’ergonomia di schienale e spallacci sagomati garantisce libertà di movimento e una distribuzione equilibrata del peso anche su pendenze sostenute. Il sistema di trasporto sci rapido laterale consente transizioni veloci e intuitive, un vantaggio evidente nei tratti misti o nelle gare, ma altrettanto utile durante una gita in cui si alternano salite, brevi portage e discese, insomma ottimo per la stagione primaverile alle porte.


Nonostante il profilo minimalista, l’organizzazione interna è studiata con attenzione. Il comparto principale accoglie pelli, guscio e strati extra, mentre lo scomparto dedicato per a pala e sonda assicura un accesso rapido agli strumenti di sicurezza, elemento imprescindibile per la sicurezza. La tasca posizionata sul fondo dello zaino con accesso rapido laterale permette di tenere a portata ramponi o la corda, oppure può comodamente ospitare le pelli in fase di discesa, integrando funzionalità e praticità in un volume contenuto.
Il risultato finale è uno zaino che interpreta al meglio l’evoluzione dello scialpinismo fast and light contemporaneo: meno peso, più velocità, ma senza compromessi sulla sicurezza e sull’organizzazione del materiale. Il CAMP Rapid Racing non è soltanto un prodotto da gara, ma una soluzione concreta per chi vuole vivere la montagna con efficienza, dinamismo e consapevolezza tecnica.
Neve, pendii e pericolo: quando la montagna è instabile
Le ultime settimane hanno portato sulle Alpi occidentali una quantità di neve che non si vedeva da tempo. In Piemonte e Valle d’Aosta, gli accumuli hanno superato anche i settanta centimetri in una singola perturbazione, con un manto complessivo sopra i 1500‑2000 metri che raggiunge son facilità il metro e mezzo. Per noi appassionati di sci alpinismo e freeride, queste condizioni sono una vera tentazione: pendii immacolati e polvere fresca invitano a uscire in montagna. Ma allo stesso tempo, la neve abbondante, stratificata e spesso lavorata dal vento, crea un contesto estremamente instabile. Sopra strati già consolidati si deposita neve fresca che può facilmente scivolare, trasformando ogni pendio ripido in un potenziale rischio di valanghe.
Purtroppo, la montagna ha già ricordato la sua forza. Domenica 15 febbraio, due incidenti gravi hanno colpito le Alpi occidentali e centrali. A Courmayeur, in Val Veny, tre freerider esperti sono stati travolti da una valanga nel Canale dei Vesses. Nonostante fossero equipaggiati con Artva e siano stati soccorsi rapidamente, tutti e tre hanno perso la vita. I soccorsi hanno coinvolto decine di tecnici del CNSAS, militari del SAGF, unità cinofile e elicotteri, ma purtroppo la rapidità dei soccorsi non è bastata a salvare le vittime. Nello stesso weekend, a Madesimo, una valanga ha travolto quattro persone in motoslitta sul Lago Nero. Una delle motoslitte è finita sotto il ghiaccio, causando la morte di un partecipante, mentre gli altri sono riusciti a salvarsi. Entrambi gli incidenti si sono verificati in condizioni di rischio elevato, dove il manto nevoso era carico e instabile, e dove il rispetto dei bollettini valanghe avrebbe potuto indicare chiaramente le zone da evitare.

In queste situazioni, il bollettino valanghe diventa uno strumento indispensabile. Su tutto l'arco alpino i servizi regionali forniscono informazioni aggiornate sui livelli di pericolo per quota ed esposizione, sulle instabilità del manto e sui pendii più rischiosi. Chi frequenta la montagna senza questi strumenti si affida solo al proprio giudizio, aumentando notevolmente il rischio di incidenti. Sapere dove il pericolo è maggiore, quali versanti evitare e quali itinerari risultano più sicuri può fare la differenza tra una giornata indimenticabile e una tragedia.
Affrontare la neve fresca richiede attenzione, esperienza e strumenti adeguati. Muoversi con prudenza, osservare il manto, valutare costantemente la stabilità della neve e saper usare correttamente Artva, pala e sonda non sono formalità, ma azioni necessarie per proteggere la propria vita e quella dei propri compagni di gita. Anche i più esperti devono ricordare che la complessità della neve può rendere ogni pendio insidioso e che l’istinto non basta a sostituire l’informazione scientifica e i bollettini ufficiali.
Le nevicate degli ultimi giorni regalano scenari mozzafiato e neve di qualità eccezionale, ma la bellezza della montagna non deve far dimenticare la sua potenza. Gli ultimi incidenti sono un monito drammatico: allenarsi, conoscere il manto nevoso e seguire i bollettini non è solo prudenza, è una questione di vita o di morte. Solo così si può godere appieno della montagna, sicuri che ogni uscita sia prima di tutto un’esperienza indimenticabile, e non una tragedia annunciata.
© Neve, compendio di nivologia - CNSAS
Sport di endurance e reintegro proteico
Quando affrontiamo una gita con le pelli o una lunga sciata in fuoripista, il nostro corpo è sottoposto a uno stress fisiologico significativo. Non si tratta solo di consumare energia, ma anche di rompere e ricostruire tessuti muscolari, gestire il metabolismo e prepararsi per un eventuale giorno di allenamento successivo. In questo contesto, il reintegro proteico non è un dettaglio accessorio: è una delle leve nutrizionali più studiate per sostenere il recupero dopo sforzi prolungati.
La totalità degli studi scientifici dimostra che l'assunzione di proteine dopo esercizi di resistenza e endurance può favorire la sintesi proteica muscolare, ovvero il processo con cui il corpo usa gli aminoacidi per riparare le fibre danneggiate dall’attività fisica e costruirne di nuove. Questa sintesi è un elemento chiave del recupero e può aiutare a preparare il corpo per il prossimo allenamento o uscita in montagna.
Una meta-analisi di oltre 20 studi ha evidenziato che, anche se l’effetto sulla composizione corporea può essere modesto, la supplementazione proteica durante l’allenamento di endurance migliora significativamente il tempo di esaurimento e la capacità di resistenza rispetto al placebo.
Per massimizzare questi benefici, la ricerca suggerisce che un apporto proteico post-attività dell’ordine di 20-30 g è efficace per stimolare il recupero e ridurre il catabolismo muscolare (la degradazione delle proteine).
Scialpinismo ed endurance: perché la “finestra” post-allenamento è importante
Dopo sforzi prolungati come una gita con le pelli, i muscoli sono in uno stato in cui il micro-danno cellulare è aumentato e le scorte energetiche sono diminuite. Anche se il concetto classico di finestra anabolica legato al post-allenamento è più noto nel mondo del sollevamento pesi, esiste una finestra metabolica durante la quale l’assunzione di nutrienti (in particolare proteine e carboidrati) può favorire una migliore riparazione e adattamento. In pratica, questo significa che consumare una fonte proteica di qualità entro un paio d’ore dalla fine dello sforzo può supportare:
- la riduzione del catabolismo muscolare, aiutando a preservare la massa magra.
- ripristino più efficiente delle scorte energetiche quando combinato con carboidrati.
- maggiore disponibilità di aminoacidi essenziali, che sono i mattoni costitutivi necessari per la riparazione dei tessuti.
Queste dinamiche non solo aiutano a sentirsi meglio nei giorni immediatamente successivi all’uscita, ma possono tradursi in un miglioramento della performance nelle uscite future, soprattutto se ci si allena con regolarità.

Seanside: un recupero proteico naturale e sano
In un’alimentazione per chi pratica endurance non bastano solo calorie o carboidrati: la qualità delle proteine e la loro digeribilità fanno la differenza. Qui entra in gioco un prodotto come Seanside, una soluzione pensata anche per gli sportivi outdoor che cercano ingredienti naturali, privi di additivi artificiali e processi troppo industrializzati.
Un prodotto proteico naturale come Seanside può offrire diversi vantaggi:
- profilo completo di aminoacidi essenziali: fondamentale per stimolare la sintesi proteica post-allenamento.
- ingredienti facilmente digeribili: importante dopo sforzi intensi quando il corpo è in uno stato di stress metabolico.
- combinazione di proteine naturali e nutrienti complementari: che può sostenere non solo i muscoli ma anche altri aspetti metabolici legati al recupero.
In attività di endurance come lo scialpinismo, dove il catabolismo può essere accentuato e il fabbisogno proteico aumenta, scegliere un integratore sano e naturale può essere un complemento utile alla dieta quotidiana.
Lo scialpinismo è uno sport che combina resistenza, forza e gestione energetica continua. Dopo una lunga uscita, il corpo ha bisogno di nutrienti di qualità per recuperare, adattarsi e prepararsi al prossimo sforzo. La ricerca scientifica supporta l’idea che un apporto proteico post-attività mirato possa favorire il recupero muscolare e migliorare la capacità di resistenza nelle successive prestazioni. Prodotti come Seanside, con una formulazione naturale e ingredienti di qualità, rappresentano un’opzione interessante per chi cerca un reintegro proteico sano ed efficace senza rinunciare alla filosofia di un’alimentazione pulita, un aspetto sempre più importante per chi vive la montagna e lo sport outdoor con coerenza.
















