Neve, pendii e pericolo: quando la montagna è instabile

Le ultime settimane hanno portato sulle Alpi occidentali una quantità di neve che non si vedeva da tempo. In Piemonte e Valle d’Aosta, gli accumuli hanno superato anche i settanta centimetri in una singola perturbazione, con un manto complessivo sopra i 1500‑2000 metri che raggiunge son facilità il metro e mezzo. Per noi appassionati di sci alpinismo e freeride, queste condizioni sono una vera tentazione: pendii immacolati e polvere fresca invitano a uscire in montagna. Ma allo stesso tempo, la neve abbondante, stratificata e spesso lavorata dal vento, crea un contesto estremamente instabile. Sopra strati già consolidati si deposita neve fresca che può facilmente scivolare, trasformando ogni pendio ripido in un potenziale rischio di valanghe.

Purtroppo, la montagna ha già ricordato la sua forza. Domenica 15 febbraio, due incidenti gravi hanno colpito le Alpi occidentali e centrali. A Courmayeur, in Val Veny, tre freerider esperti sono stati travolti da una valanga nel Canale dei Vesses. Nonostante fossero equipaggiati con Artva e siano stati soccorsi rapidamente, tutti e tre hanno perso la vita. I soccorsi hanno coinvolto decine di tecnici del CNSAS, militari del SAGF, unità cinofile e elicotteri, ma purtroppo la rapidità dei soccorsi non è bastata a salvare le vittime. Nello stesso weekend, a Madesimo, una valanga ha travolto quattro persone in motoslitta sul Lago Nero. Una delle motoslitte è finita sotto il ghiaccio, causando la morte di un partecipante, mentre gli altri sono riusciti a salvarsi. Entrambi gli incidenti si sono verificati in condizioni di rischio elevato, dove il manto nevoso era carico e instabile, e dove il rispetto dei bollettini valanghe avrebbe potuto indicare chiaramente le zone da evitare.

In queste situazioni, il bollettino valanghe diventa uno strumento indispensabile. Su tutto l'arco alpino i servizi regionali forniscono informazioni aggiornate sui livelli di pericolo per quota ed esposizione, sulle instabilità del manto e sui pendii più rischiosi. Chi frequenta la montagna senza questi strumenti si affida solo al proprio giudizio, aumentando notevolmente il rischio di incidenti. Sapere dove il pericolo è maggiore, quali versanti evitare e quali itinerari risultano più sicuri può fare la differenza tra una giornata indimenticabile e una tragedia.

Affrontare la neve fresca richiede attenzione, esperienza e strumenti adeguati. Muoversi con prudenza, osservare il manto, valutare costantemente la stabilità della neve e saper usare correttamente Artva, pala e sonda non sono formalità, ma azioni necessarie per proteggere la propria vita e quella dei propri compagni di gita. Anche i più esperti devono ricordare che la complessità della neve può rendere ogni pendio insidioso e che l’istinto non basta a sostituire l’informazione scientifica e i bollettini ufficiali.

Le nevicate degli ultimi giorni regalano scenari mozzafiato e neve di qualità eccezionale, ma la bellezza della montagna non deve far dimenticare la sua potenza. Gli ultimi incidenti sono un monito drammatico: allenarsi, conoscere il manto nevoso e seguire i bollettini non è solo prudenza, è una questione di vita o di morte. Solo così si può godere appieno della montagna, sicuri che ogni uscita sia prima di tutto un’esperienza indimenticabile, e non una tragedia annunciata.

 

© Neve, compendio di nivologia  -  CNSAS 


Sport di endurance e reintegro proteico

Quando affrontiamo una gita con le pelli o una lunga sciata in fuoripista, il nostro corpo è sottoposto a uno stress fisiologico significativo. Non si tratta solo di consumare energia, ma anche di rompere e ricostruire tessuti muscolari, gestire il metabolismo e prepararsi per un eventuale giorno di allenamento successivo. In questo contesto, il reintegro proteico non è un dettaglio accessorio: è una delle leve nutrizionali più studiate per sostenere il recupero dopo sforzi prolungati.

La totalità degli studi scientifici dimostra che l'assunzione di proteine dopo esercizi di resistenza e endurance può favorire la sintesi proteica muscolare, ovvero il processo con cui il corpo usa gli aminoacidi per riparare le fibre danneggiate dall’attività fisica e costruirne di nuove. Questa sintesi è un elemento chiave del recupero e può aiutare a preparare il corpo per il prossimo allenamento o uscita in montagna.

Una meta-analisi di oltre 20 studi ha evidenziato che, anche se l’effetto sulla composizione corporea può essere modesto, la supplementazione proteica durante l’allenamento di endurance migliora significativamente il tempo di esaurimento e la capacità di resistenza rispetto al placebo.

Per massimizzare questi benefici, la ricerca suggerisce che un apporto proteico post-attività dell’ordine di 20-30 g è efficace per stimolare il recupero e ridurre il catabolismo muscolare (la degradazione delle proteine).

 

Scialpinismo ed endurance: perché la “finestra” post-allenamento è importante

Dopo sforzi prolungati come una gita con le pelli, i muscoli sono in uno stato in cui il micro-danno cellulare è aumentato e le scorte energetiche sono diminuite. Anche se il concetto classico di finestra anabolica legato al post-allenamento è più noto nel mondo del sollevamento pesi, esiste una finestra metabolica durante la quale l’assunzione di nutrienti (in particolare proteine e carboidrati) può favorire una migliore riparazione e adattamento. In pratica, questo significa che consumare una fonte proteica di qualità entro un paio d’ore dalla fine dello sforzo può supportare:
- la riduzione del catabolismo muscolare, aiutando a preservare la massa magra.
- ripristino più efficiente delle scorte energetiche quando combinato con carboidrati.
- maggiore disponibilità di aminoacidi essenziali, che sono i mattoni costitutivi necessari per la riparazione dei tessuti.
Queste dinamiche non solo aiutano a sentirsi meglio nei giorni immediatamente successivi all’uscita, ma possono tradursi in un miglioramento della performance nelle uscite future, soprattutto se ci si allena con regolarità.

Seanside: un recupero proteico naturale e sano

In un’alimentazione per chi pratica endurance non bastano solo calorie o carboidrati: la qualità delle proteine e la loro digeribilità fanno la differenza. Qui entra in gioco un prodotto come Seanside, una soluzione pensata anche per gli sportivi outdoor che cercano ingredienti naturali, privi di additivi artificiali e processi troppo industrializzati.
Un prodotto proteico naturale come Seanside può offrire diversi vantaggi:
- profilo completo di aminoacidi essenziali: fondamentale per stimolare la sintesi proteica post-allenamento.
- ingredienti facilmente digeribili: importante dopo sforzi intensi quando il corpo è in uno stato di stress metabolico.
- combinazione di proteine naturali e nutrienti complementari: che può sostenere non solo i muscoli ma anche altri aspetti metabolici legati al recupero.
In attività di endurance come lo scialpinismo, dove il catabolismo può essere accentuato e il fabbisogno proteico aumenta, scegliere un integratore sano e naturale può essere un complemento utile alla dieta quotidiana.

Lo scialpinismo è uno sport che combina resistenza, forza e gestione energetica continua. Dopo una lunga uscita, il corpo ha bisogno di nutrienti di qualità per recuperare, adattarsi e prepararsi al prossimo sforzo. La ricerca scientifica supporta l’idea che un apporto proteico post-attività mirato possa favorire il recupero muscolare e migliorare la capacità di resistenza nelle successive prestazioni. Prodotti come Seanside, con una formulazione naturale e ingredienti di qualità, rappresentano un’opzione interessante per chi cerca un reintegro proteico sano ed efficace senza rinunciare alla filosofia di un’alimentazione pulita, un aspetto sempre più importante per chi vive la montagna e lo sport outdoor con coerenza.

seanside.it


Safeback SBX: respirare sotto la neve

Negli ultimi vent’anni la sicurezza in fuoripista ha compiuto un’evoluzione evidente. Se un tempo ARTVA, pala e sonda rappresentavano l’unico orizzonte possibile, oggi lo scenario è più articolato: gli zaini airbag sono diventati quasi uno standard tra freerider e scialpinisti evoluti e, più recentemente, si affacciano sul mercato sistemi che non puntano solo a evitare il seppellimento, ma a gestirne le conseguenze.

È in questo contesto che si inserisce Safeback SBX. Il principio è semplice quanto ambizioso: fornire aria respirabile a una persona completamente sepolta sotto la neve. A differenza dello zaino airbag, progettato per ridurre la probabilità di interramento sfruttando il principio della segregazione inversa, SBX interviene nello scenario peggiore e lavora su quello. Non prova a tenerti in superficie, ma a darti tempo quando sei sotto. Tempo per respirare, tempo per essere cercato, tempo per essere estratto.

Il sistema aspira aria attraverso la neve e la convoglia vicino al volto tramite condotti integrati negli spallacci. Non richiede un boccaglio da tenere in bocca, come sistemi che erano arrivati sul mercato già anni addietro, e si attiva con una maniglia, come un airbag. L’obiettivo dichiarato è quello di prolungare in modo significativo la finestra di sopravvivenza rispetto ai canonici 15-18 minuti oltre i quali le probabilità calano drasticamente per asfissia.

Il confronto con l’airbag è inevitabile. Quest’ultimo ha cambiato il modo di affrontare il fuoripista, riducendo in modo documentato la percentuale di seppellimenti completi. È una protezione “preventiva”: cerca di evitare che il problema si verifichi nella sua forma più grave. Safeback, invece, è una protezione “reattiva”: interviene quando il problema si è già concretizzato.

Qui sta il primo punto chiave. SBX non impedisce il seppellimento. In una valanga di grandi dimensioni o in presenza di ostacoli, rimanere in superficie resta un vantaggio enorme. L’airbag, in questo senso, mantiene una funzione primaria. D’altra parte, sappiamo che non sempre il terreno consente di “galleggiare”, e non tutte le valanghe sono uguali. In questi casi, poter respirare più a lungo può fare la differenza.

Il prodotto rappresenta qualcosa di interessante: sposta l’attenzione dal “non finire sotto” al “cosa succede se finisco sotto”. È un cambio di prospettiva che non sostituisce la prevenzione, che resta fatta di formazione, scelta dell’itinerario e gestione del rischio, ma aggiunge un ulteriore livello di ridondanza alla catena della sicurezza.
La vera domanda, allora, non è se SBX sia meglio o peggio di un airbag. È se abbia senso ragionare in termini alternativi. In prospettiva, l’evoluzione potrebbe portare a sistemi integrati, capaci di unire galleggiamento e supporto respiratorio. Sarebbe un passo ulteriore in un percorso che, negli ultimi anni, ha dimostrato come la tecnologia possa realmente incidere sulle probabilità di sopravvivenza.

In conclusione, Safeback SBX non è una rivoluzione che cancella ciò che esiste, ma un tassello nuovo in un mosaico più ampio. Non sostituisce la competenza, non elimina il rischio e non deve diventare un alibi. Ma rappresenta un’evoluzione nel materiale di sicurezza per un'attività che si svolge in un ambiente che nasconde sempre dei rischi, garantendo allo sciatore del tempo in più in caso di seppellimento da valanga. E in montagna, il tempo è tutto.


Snack proteico per le gite con le pelli

Contengono l’84% di proteine, non gelano e ora si possono trovare anche in Italia

Galeotto fu un viaggio in Islanda. Sì, perché Marino Di Pietro, quando nel 2017 si è regalato una vacanza a quelle latitudini, era un assiduo frequentatore di palestre e per questo molto attento al contenuto proteico, non solo di barrette e snack. Così, quando a una stazione di servizio si è imbattuto in una bustina con dentro dei pezzettini di merluzzo essiccato, gli si è aperto un mondo. «Nella scheda dei valori nutrizionali era riportato un valore superiore a 80 g su 100, praticamente paragonabile a quello delle proteine in polvere» dice. E aggiunge: «Basti pensare che in 100 g di bresaola o petto di pollo ce ne sono solo 30 g». Così assaggia quei pezzettini di merluzzo essiccato e scopre che anche il sapore non è male. Nella testa iniziano a balenare tante idee, ma poi, rientrato in Italia, viene assorbito dalla rotuine quotidiana e non se ne fa nulla. Però quell’idea di importare in Italia gli snack a base di merluzzo essiccato gli è sempre rimasta nella testa e nel 2024 si mette a cercare un produttore. Non trova la marca che aveva consumato durante la sua vacanza, ma inizia un rapporto con il marchio islandese e a maggio lo invitano a visitare lo stabilimento. «È un prodotto totalmente naturale, senza additivi: solo ed esclusivamente merluzzo che viene essiccato in speciali camere con ventilazione controllata e costante». Il passo è breve e quegli snack sono da poco venduti in Italia con il marchio Sea.n.side.

 

 

Questo ‘carburante artico’ viene proposto in bustine da 35 g e i valori nutrizionali sono: 29 g di proteine (l’84% della composizione) e 1 g di grassi. Segni particolari? Oltre all’assenza di glutine, i pezzettini di merluzzo non ghiacciano. Ecco perché Marino li consiglia per lo scialpinismo e le attività endurance in montagna. Sulla confezione c’è scritto: «Vi invitiamo a provarlo durante la prossima uscita in quota. Scoprirete che la sua consistenza croccante e l’apporto proteico immediato aiutano a mantenere l’energia e il calore corporeo costante, senza i picchi e i cali degli snack zuccherini». Abbiamo chiesto un parere al dottor Alessandro Da Ponte, specialista in medicina dello sport e autore di ‘L’alimentazione dello sportivo’ per la nostra casa editrice. «È l’equivalente dell’assunzione di proteine in polvere, utili dopo i lavori di potenza: per attività più veloci e corte, come la corsa, i carboidrati non devono mancare, ma per uscite lunghe come quelle dello scialpinismo sono una buona idea perché serve un po’ di reintegro delle proteine». Non ci resta che provarli in una delle prossime uscite. Stay tuned.

 

 

 

seanside.it


Scialpinismo Olimpico: vetrina e compromesso

Scialpinismo alle Olimpiadi: una vetrina per lo sport, con qualche compromesso

Per la prima volta nella storia, lo scialpinismo farà il suo ingresso alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. Un traguardo che segna un momento storico per lo sport e per la comunità che lo pratica quotidianamente: essere olimpici significa visibilità globale, riconoscimento ufficiale e nuove opportunità per atleti, club e sponsor. Lo scialpinismo, fino a oggi legato alle sue storiche gare e a circuiti più modesti, si mostrerà su un palcoscenico internazionale dando, si spera, ulteriore impulso alla crescita del movimento.

Eppure, come spesso accade quando uno sport entra nel grande show delle Olimpiadi, la medaglia ha due facce. Le discipline che verranno proposte sono la sprint e la staffetta mista, delle gare brevi, intense e spettacolari, perfette per la gestione televisiva e per gli standard di cronometro e spettacolo tipici del format olimpico. Una scelta comprensibile: le Olimpiadi richiedono gare compatte, ripetibili e facilmente seguibili. Ma proprio per queste ragioni, le due specialità non rispecchiano pienamente l’essenza dello scialpinismo tradizionale, che è innanzitutto legata alla montagna: movimento in ambiente alpino, resistenza e capacità di adattamento alle condizioni variabili. L’alta quota, i dislivelli significativi, i cambi di terreno e la componente avventura vengono inevitabilmente ridotti per garantire una competizione televisivamente appetibile.

Questo snaturamento relativo porta con sé sia limiti che opportunità. Da un lato, chi come noi conosce lo sport potrebbe storcere il naso: la disciplina sprint rischia di dare un’immagine parziale, quasi caricaturale, dello scialpinismo, spingendo il pubblico a identificare lo sport solo con la velocità su tracciati corti e preparati. Dall’altro lato, l’impatto positivo non va sottovalutato: visibilità, risorse e nuovi atleti in arrivo possono rafforzare l’intero movimento, stimolare lo sviluppo di club giovanili, migliorare la formazione tecnica e portare a una maggiore attenzione su sicurezza, materiali e organizzazione di gare più lunghe e complesse in futuro.

In sintesi, la prima partecipazione olimpica dello scialpinismo rappresenta un equilibrio delicato tra promozione e compromesso. Sprint e staffetta non rappresentano la storia dello sport, ma aprono una porta importante: quella della visibilità globale e del riconoscimento istituzionale. Sta al movimento, agli organizzatori e agli atleti usare questa finestra per valorizzare anche il lato più autentico della disciplina: la montagna vissuta con misura, la fatica, l’adattamento al terreno e all’ambiente, elementi che fanno dello scialpinismo uno sport unico e affascinante.

© FISI - Getty Images


Oltre il rumore: la montagna secondo Fjällräven

C’è una montagna che non cerca il rumore, che non vive di record né di slogan, ma di continuità, esperienza e presenza. È la montagna dove le condizioni cambiano in fretta, dove il margine di errore è ridotto e dove l’attrezzatura smette di essere un accessorio per diventare parte del sistema uomo–ambiente. È in questo spazio che si inserisce Bergtagen, la linea con cui Fjällräven affronta il mondo alpino sopra il limite degli alberi.

Bergtagen non è una collezione pensata per seguire una stagione, ma per accompagnarne molte. Nasce da una visione coerente con la storia del marchio svedese, fondato nel 1960 con un’idea semplice e controcorrente: creare prodotti funzionali, durevoli e riparabili, capaci di invecchiare insieme a chi li usa. Un approccio che oggi appare quasi radicale, in un settore spesso dominato dalla velocità di rinnovamento e dalla rincorsa all’ultima novità.

La linea è pensata per alpinismo e sci alpinismo, per ambienti severi e utilizzi prolungati, dove ogni dettaglio deve avere un senso. Il design resta essenziale, privo di eccessi, perché tutto ciò che non è necessario, in montagna, diventa un peso. Non c’è l’idea di “semplificare” l’ambiente alpino, ma di affrontarlo per quello che è, con rispetto e consapevolezza.

Un aspetto centrale nello sviluppo di Bergtagen è stato il lavoro sul campo. Fjällräven ha collaborato con l’Associazione svedese delle guide alpine, coinvolgendo professionisti che vivono quotidianamente la montagna come luogo di lavoro, non come scenario. Questo ha portato a una progettazione guidata dall’esperienza reale, dove affidabilità, libertà di movimento e protezione sono valutate in situazioni concrete, non solo in laboratorio.

Anche la scelta dei materiali racconta una direzione precisa. Il ritorno a GORE-TEX è avvenuto con l’introduzione di membrane senza PFAS, una decisione che riflette la volontà di ridurre l’impatto ambientale senza rinunciare a prestazioni adeguate all’alta quota. È una strada complessa, fatta di compromessi e di passi progressivi, ma coerente con l’idea di responsabilità che Fjällräven porta avanti da anni, non solo nella comunicazione ma nei processi produttivi.

Più in generale, Bergtagen è un esempio di come il concetto di sostenibilità, in montagna, non possa essere ridotto a una parola chiave. Durata, riparabilità, utilizzo prolungato nel tempo e adattabilità a più contesti sono elementi tanto importanti quanto l’origine dei materiali. È una visione che guarda meno al consumo immediato e più alla relazione che si costruisce con l’attrezzatura.

In un momento in cui la montagna è sempre più esposta, frequentata e raccontata, Bergtagen propone un passo laterale. Meno spettacolo, meno urgenza, più sostanza. Non una promessa di performance miracolose, ma un invito a vivere l’ambiente alpino con misura, competenza e rispetto. Una montagna che non ha bisogno di essere addomesticata, ma ascoltata.

Fjällräven.com


Morgan Akhourfi,
 lo sci-bulimico

Quattro chiacchiere con lo sciatore che lo scorso maggio in sei giorni ha sciato sei fra le discese estreme più complesse del Monte Bianco

Chamonix è, non a torto, la Capitale delle Alpi: una fucina di alpinisti e sciatori che la scelgono perché è la porta d'ingresso al più bel terreno di gioco che un appassionato di montagna e di neve possa desiderare. Impianti posizionati nei punti strategici, rifugi in quota e un microcosmo di granito che emerge dai ghiacciai con una miriade di discese e pareti che in primavera entrano nella mente di ogni cacciatore di linee.

Però se abbandoniamo le cime più alte e dirigiamo il nostro sguardo su qualche area van della valle, cercando bene un furgone sorvegliato da un gatto, se la bestiola risponderà al nome di Quartz, allora avremo trovato anche il suo padrone Morgan. Ammesso che non sia a sciare una delle linee 'majeur' del massiccio o a toccare la punta dei pini in una discesa con la vela da speed riding.

 

 

Morgan Akhourfi, classe 2000, vive in furgone con il suo gatto. Trova questa sistemazione più pratica di una dimora stabile e più adatta all’inseguire le condizioni mantenendo una flessibilità accettabile. Alterna periodi in cui è occupato con lavori in fune ad altri in cui si allena (è anche un appassionato di trail running) e cerca di sciare più linee ripide possibili. Il suo nome era balzato all'onore delle cronache d’oltralpe dopo una settimana di pura follia sciistica a chiusura della scorsa stagione. A partire da metà maggio ha inanellato in soli 6 giorni 6 fra le discese estreme più complesse e ambite del Monte Bianco:  il 13/5 il Col dell’Aiguille Verte, il 15/5 la Cresta di Peuterey, il giorno successivo la parete nord dell’Aiguille du Plan, il 17/5 il Col de Les Droites… come ripiego perché la linea prefissata non era in condizioni, il 18/5 il Contrafforte Centrale del Miage sulla parete ovest del Monte Bianco, il 19/5 la Sentinella Rossa sulla parete sud, sempre del Monte Bianco. No, non stiamo scherzando, è tutto vero! Colpiti da questa bulimia sciatoria, lo abbiamo voluto intervistare per capire chi c’è dietro a questa inesauribile voglia di neve e linee estreme. Morgan ovviamente era nel suo van con Quartz.

 

 

 

Van, una vita dedicata allo sci: un moderno skibum?

«Non penso, sinceramente non mi vedo come uno skibum, sinceramente punto a diventare uno sciatore professionista, che presenta progetti e cerca sponsor per realizzarli e sostenerli. In Francia forse è più facile rispetto a voi in Italia, c’è più attenzione, ma c’è più gente che ambisce a esserlo e c’è una certa competizione. Sinceramente può apparire una scelta temeraria o sbruffona, in realtà non è stato un processo decisionale facile, dichiarare i propri obiettivi non lo è mai. Diciamo che la primavera passata mi ha dato consapevolezza».

Sui grossi progetti, come la scorsa primavera, ti sei mosso sempre da solo, anche questo denota una certa determinazione.

«Da soli è più facile organizzarsi e prendere decisioni, soprattutto su certe linee dal carattere esplorativo o poco percorse. Nella linea, specie se esposta a pericoli oggettivi, ci stai meno tempo; un esempio è la Sentinella Rossa, dove le pendenze sono meno accentuate rispetto ad altre pareti, ma l’esposizione ai seracchi è enorme. Da soli è diverso, diventa davvero un gioco di sopravvivenza»

Come gestisci e approcci il concetto di rischio nella preparazione durante queste tue avventure?

«Le linee le studio moltissimo, passo del tempo a guardarle a raccogliere informazioni. Cerco soprattutto di essere sempre sul terreno, per tastarlo, capirlo. Forse sono davvero bulimico in questo.  Mi accorgo che a volte quello che percepisco è diverso rispetto a quello che indicano in bollettini, a volte in meglio a volte in peggio. Ma questo processo aumenta la mia sensibilità».

Hai utilizzato sempre la vela da speed riding per uscire e per i rientri da queste big line del Monte Bianco. È davvero il futuro?

«Su questo non ci sono dubbi, è l’utilizzo della vela che mi ha permesso di mantenere quell’intensità la scorsa primavera, gestendo fatiche e orari. Con la vela da speed riesci a essere leggero e veloce anche se non ti porta così lontano come una vela da parapendio. Ci sono stati anche momenti difficili, per esempio il decollo dagli Eccles dopo la Peuterey...»

 

Vela a parte, una settimana come quella è stata davvero impegnativa?

«Sicuramente, ma dopo i primi giorni ho decisamente avvertito che la mia forma migliorava, gestivo bene lo sforzo in quota e riuscivo a essere veloce ed efficace. Per esempio, per la discesa dello sperone Centrale del Miage sulla parete Ovest del Monte Bianco ho preso la cabina delle 8.10 del mattino all’Aiguille du Midi. Era una parete che sapevo che avrei trovato in neve dura e non avevo particolare fretta, sono comunque arrivato in cima in un paio d’ore».

Oltretutto non usi materiale leggero...

«Esatto: scarponi 4 ganci e sci Black Crows Solis, quasi 2 chili ad asta. Un set-up non leggero, ma che adoro perché trovo affidabile, anche perché sul quelle linee ho trovato prevalentemente neve dura. Non sono legato a marchi per ora, utilizzo il materiale di cui mi fido».

La nostra classica domanda finale: prossimi progetti?

«Beh, sulle Alpi ho in mente una versione della trilogia delle tre grandi pareti nord, ma non voglio svelare troppo.  Il prossimo autunno, invece, mi piacerebbe provare la parete sud dell’Aconcagua: è enorme, difficile da trovare con la neve, ma sono 4.000 metri di discesa e la cosa mi affascina e poi la vela me la porto…».


On snow, on fire

Un'iniziativa del marchio polacco Majesty

La community delle sciatrici

Mari Henderson, Julie Navillod, Nora Wold Lunner, Lillian Buszko, Zuza Witych. Dalla Nuova Zelanda, Francia, Norvegia e Polonia. Dal Freeride World Tour al freestyle e alle discese nella polvere come puro divertimento. Sono le sciatrici che fanno parte di On snow on fire, la nuova community tutta al femminile creata dal marchio indipendente polacco di sci Majesty. «Una comunità di donne che si ispirano a vicenda e sono la prova che non esiste l'impossibile».

Una community della quale potresti entrare a far parte anche tu. Dal sito della community, infatti, è possibile accedere a un form per candidarsi. Di sciatrici italiane non ce ne sono ancora... «Siamo qui per le donne che si alzano prima dell'alba per lasciare le prime tracce sulla neve - si legge sul sito - Per quelle che hanno imparato a cadere e a rialzarsi. Per quelle che tracciano la propria strada, secondo le proprie regole. On Snow on Fire è il nostro spazio. Una mentalità. Un promemoria che la forza non sempre significa velocità, ma a volte significa perseveranza.
Che la fiducia in se stessi non nasce dall'oggi al domani, ma si costruisce curva dopo curva, caduta dopo caduta, discesa dopo discesa. E che femminilità e potenza non sono opposti. Viaggiano insieme». Un messaggio molto esplicito in un mondo, quello della montagna, tradizionalmente maschilista.

Candidati anche tu QUI


GUIDE PRO il guscio tecnico di CIMALP

Il guscio tecnico GUIDE PRO di Cimalp nasce per offrire uno stato esterno robusto e affidabile per l’alpinismo e lo scialpinismo nelle condizioni più impegnative. La combinazione di protezione, resistenza e funzionalità lo rende adatto a chi percorre pendii ripidi e vie alpine con meteo variabile, dove ogni dettaglio conta.

Al centro del progetto c’è la membrana Ultrashell® a tre strati, che garantisce impermeabilità fino a 20.000 mm Schmerber e una traspirabilità di 80.000 MVP. L’acqua resta fuori, mentre il sudore viene evacuato anche durante gli sforzi più intensi, permettendo di mantenere comfort e concentrazione.

Il guscio è studiato anche per gestire al meglio la temperatura in movimento: le zip di ventilazione sotto le ascelle e la cerniera VISLON® YKK a doppio cursore permettono di regolare l’aerazione senza interrompere l’attività. Tasche profonde e compatibilità con imbracatura e casco aggiungono praticità e versatilità, indispensabili in parete o in sui pendii.

Non mancano poi i dettagli tecnici per la sicurezza e la durata nel tempo: il sistema RECCO® integrato aumenta la possibilità di ricerca in caso di emergenza, mentre i rinforzi in Kevlar sulle spalle proteggono dai segni dell’usura e dall’abrasione causati dagli spallacci degli zaini. La vestibilità ampia permette di combinare il guscio con strati intermedi più spessi senza limitare i movimenti.

Il risultato è un capo pensato per chi vuole affrontare la montagna senza compromessi, con protezione affidabile da pioggia, neve e vento e una costruzione che accompagna con sicurezza anche le uscite più tecniche.

 

CIMALP

Prezzo: 289,90 € ora in offerta a 231,92 €


Arriva la nuova gamma freeride Armada Antimatter

Realizzata in collaborazione con Max Palm, sarà in vendita dall’autunno 2026

Gli obiettivi del progetto sono ambiziosi: un’intera gamma di sci - da 75 a 114 mm al centro - con camber giocoso, ispirato al mondo del freestyle, e shape direzionale, per affrontare i pendii impegnativi full gas, ma anche per essere intuitivi quando si cercano raggi di curva più corti, slash e pop. Parte da questa idea la proposta Antimatter di Armada, che sarà in vendita dall’autunno 2026. Si tratta di una linea di prodotti ampia, che tradisce la visione del mondo free del marchio. 

Sviluppata in collaborazione con Max Palm, talentuoso skier svedese, prevede infatti attrezzi di 75, 82, 88, 92, 100, 108 e 114 mm e all’orizzonte si intravedono già il 93 e il 107 per l’inverno 2027. Inoltre la gamma ha un’ampia declinazione al femminile. Non c’è dubbio che lo sci più iconico sia il 114, proprio quello di Max. «Dalle big line impegnative ai momenti più giocosi ispirati al surf, l'Antimatter 114 si adatta perfettamente al mio modo di sciare. Uno strumento che rimane stabile quando le condizioni diventano difficili e giocoso quando il pendio si addolcisce» ha detto il freerider. A livello commerciale uno dei prodotti piu interessanti sembra la versione da 100 mm. 

Tutti i modelli Antimatter utilizzano strati metallici chiamati Speedmetal che aggiungono stabilità e smorzamento delle vibrazioni senza compromettere il ritorno di energia e la manovrabilità che rendono divertente sciare. I profili della punta e della coda sono ottimizzati per prestazioni ottimali su neve profonda e variabile, senza sacrificare la versatilità e la giocosità. La forma multiradiale della punta ha un camber che garantisce comunque una buona superificie di contatto e stabilità in condizioni variabili, abbinate a una portanza sufficiente per la neve fresca più profonda. Il raggio della coda più ampio e rettilineo aiuta a far affondare la coda nella neve per condurre ad alta velocità, senza spronfodare troppo, a vantaggio della reattività e giocosità.

Dall'alto, le versioni 114, 100 e 100w

Quale futuro per lo sci in un mondo sempre più caldo?

Località sciistiche con offerte ‘estive’ anche in inverno, comprensori più in quota con giro d’affari in crescita: quello che potremmo vedere fra qualche anno. Se ne è parlato allo Ski Industry Global Summit

Il problema non è se le prospettive di innevamento peggioreranno, perché la situazione peggiorerà di sicuro, però possiamo decidere se farla andare peggio o molto peggio. Questo in sintesi il pensiero di Oliver Fritz del WIFO, l’Istituto Austriaco per la Ricerca Economica. E la differenza tra ‘peggio’ e ‘molto peggio’ sta in 2 gradi in più o in meno di aumento delle temperature medie. Se saliranno di 2 gradi, il 53% delle località sciistiche avrà seri problemi di innevamento senza utilizzare quello programmato; se saliranno di 4 gradi la percentuale salirà al 98%. Lo Ski Industry Global Summit, organizzato lo scorso 14 e 15 gennaio a Bolzano, nell’ambito di Prowinter, da Atomic in collaborazione con Protect Our Winters Europe e The Winter Sports Sustainability Network ha permesso di fare il punto sulle prospettive dello sci in un futuro che si preannuncia caldo.

Tra le previsioni di Fritz anche la ’sostituzione temporale’ (vado a sciare quando c’è la neve) e la ‘sostituzione temporale’ (concentrazione dell’offerta in meno comprensori e più in quota). Un fenomeno, quello della ‘sostituzione temporale’, che può essere visto sotto diversi aspetti e potrebbe diventare, più di una vera ’sostituzione’, un adattamento darwiniano. Come nel caso del comprensorio sciistico francese del Grand Massif che ha presentato un business plan per i prossimi 10 anni, con uno sguardo che arriva fino al 2050. L’obiettivo è quello di utilizzare in modo pià consapevole terreni, acque ed energia, ma anche e soprattutto della sopravvivenza e di salvare i posti di lavoro. Il comprensorio prevede lo smantellamento graduale degli impianti sotto i 1.600 metri di quota, con riutilizzo delle strutture (impianti di innevamento compresi) in altre parti del comprensorio, ma anche una migliore gestione dei flussi di persone, per garantire un’offerta che privilegi la qualità e preservi le risorse. Si pensa, per esempio, a un sistema di prenotazione degli skipass e al numero chiuso. C’è anche un lato ‘non siistico’ dell’offerta che prevede non solo periodi di apertura estivi e autunnali ampliati, ma la possibilità di offerte ‘verdi’ anche in pieno inverno, in caso di mancanza di innevamento. 

Intanto però lo sci e gli altri sport invernali sono ancora la fetta più importante del turismo alpino e lo confermano i numeri raccolti dalla Federation of European Sporting Goods Industry (FESI) sulla vendita di sci, scarponi e attacchi. Nel 2024/25 (periodo marzo-marzo) sono stati venduti 3.221.827 sci (1.913.468 in Europa), 3.136.048 attacchi (1.830.697 in Europa) e 3.536.883 scarponi (2.146.973 in Europa). I dati comprensono i 26 principali marchi, ma sono esclusi quasi tutti gli specialisti dello scialpinismo. La Francia è il mercato europeo più grande, seguito da Austria, Germania e Italia. 

Qualche dato sullo scialpinismo arriva invece dal Nord America. Secondo la SIA (Snowsports Industries America), i pre-ordini all’ingrosso di sci per lo skialp, fatto 100 il valore della stagione 2019/20, nel 2025/26 sono stati pari a 51,7, contro 56,9 del 24/25. Il picco nel 2021/22 (217,8) e nel 22/23 /163). Tra i segmenti considerati (sci alpini flat, sci + attacco, scialpinismo, snowboard, sci di fondo flat, sci fondo + attacco) l’unico in crescita è quello di sci + scarpone alpini, a quota 107,9. 


Arriva Mojito Re-Shoes, la scarpa progettata secondo i principi dell'eco-design

Da oggi è acquistabile sul sito di SCARPA la Mojito Re-Shoes, una nuova versione dell’iconico modello ispirato al climbing, interamente progettata e realizzata secondo i principi dell’eco-design. Si tratta della prima calzatura che fornisce una soluzione alternativa e circolare per la gestione del fine vita delle calzature all’interno della stessa filiera produttiva, un cambiamento realizzato grazie al progetto LIFE Re- Shoes, coordinato da SCARPA nell’ambito del programma LIFE dell’Unione Europea.

La campagna di raccolta, attiva per due anni all’interno delle reti distributive europee di SCARPA, ha consentito all’azienda di recuperare calzature usate, in quantità sufficienti per produrre 15.000 paia di nuove Mojito Re-Shoes. Un’iniziativa che segna un passo concreto verso l’integrazione del riciclo come pratica strutturale nella filiera produttiva, con l’obiettivo di ridurre l’uso di materie prime vergini, le emissioni e gli sprechi, offrendo una risposta concreta al problema dello smaltimento in un mercato che ogni anno produce circa 24 miliardi di paia di calzature.

Il cuore dell’innovazione è un processo avanzato di idrolisi selettiva, che ha permesso di separare tomaia e suola, decomporre chimicamente la pelle e rigenerarla in nuovo materiale. Le suole usurate sono state macinate e trasformate in nuove intersuole, mentre il nuovo battistrada ed i rinforzi sono stati ottenuti con alte percentuali di materiale riciclato. Nel dettaglio, l’intersuola contiene fino al 35% di materiale proveniente da suole macinate e la suola è composta per il 50% da gomma devulcanizzata, ottenuta dagli scarti produttivi di SCARPA. In generale, le scarpe risultano difficili da riciclare a causa della complessa stratificazione di materiali eterogenei che le compongono, spesso difficili da separare in fase di smaltimento. La

Mojito Re-Shoes, invece, è stata progettata seguendo i principi del design for recycling: sono stati eliminati gli occhielli in metallo, ridotto il numero di materiali utilizzati e impiegate nuove tecnologie, favorendo così la separabilità dei componenti (suola e tomaia). Questo approccio rende a sua volta la Mojito Re-Shoes più facilmente riciclabile a fine vita, senza comprometterne l’estetica e la funzionalità che hanno reso iconico il modello originale. Il processo di riciclo e quello produttivo sono tracciabili digitalmente e accompagnati da un’analisi LCA (Life Cycle Assessment) che fornirà dati puntuali su emissioni, consumo di acqua, energia e sostanze chimiche impiegate nel processo produttivo.

Ad affiancare SCARPA nelle diverse fasi di sviluppo del progetto Re-shoes i partner: Alma Mater Studiorum - Università Di Bologna (test dei materiali e delle calzature, analisi Life Cycle Assessment e design-for-recyling); Rubber Conversion (devulcanizzazione e rigenerazione degli scarti industriali di gomma); Rubbermac.it, (produzione di nuove intersuole e battistrada ottenuti con il materiale riciclato); Innovando (logistica della campagna di raccolta delle scarpe usate e loro tracciabilità); Sciarada Industria Conciaria (idrolisi della pelle e riutilizzo del liquido ottenuto per la concia di nuove pelli); EPSI - European Platform For Sports And Innovation (Networking e promozione). 

La Mojito Re-Shoes è in vendita da oggi sulla piattaforma e-commerce di SCARPA e a partire dalla stagione primavera-estate 2026 anche nei negozi fisici.


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