Tutto pronto per la BUT
Andrà in scena sabato 10 luglio la BUT 2021, tappa delle Salomon Golden Trail National Series, in programma in Val Formazza. Si correrà su tre distanze, con percorsi che gli organizzatori di Formazza Event si riservano di modificare all’ultimo minuto a causa della molta neve ancora presente in quota: Bettelmatt Trail su una distanza di 57 km per oltre 3000 m di dislivello; Bettelmatt Skyrace su una distanza di 37 km per oltre 2500 m di dislivello; Bettelmatt Race su una distanza di 24 km per oltre 950 m di dislivello;
Alla gara, che prenderà il via e si concluderà nella piana di Riale a 1731 metri di quota, ultimo avamposto italiano prima delle montagne che portano in Svizzera, si sono iscritti oltre 600 atleti (di cui circa 130 donne) tra professionisti e appassionati, provenienti da 11 Paesi (oltre all'Italia ci sono atleti e appassionati provenienti da Svizzera, Olanda, Polonia, Svezia, Germania, Spagna, Venezuela, Belgio, Moldavia e Slovenia) e da 10 regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Marche, Toscana, Liguria, Val d'Aosta, Sicilia, Trentino Alto Adige).
A partire da quest'anno BUT Formazza si correrà sotto l’egida F.I.Sky (Federazione Italiana Sky Running). Oltre all'aspetto puramente sportivo, la BUT è anche un importante evento di promozione del territorio e delle sue eccellenze. Con i suoi tre percorsi la BUT andrà infatti a toccare i gioielli paesaggistici di un territorio magnifico: suggestivi passi alpini a oltre 2000 metri come il Passo San Giacomo e l'Alpe Bettelmatt, magnifici laghi alpini come il lago Kastel e il lago di Morasco e alcuni rifugi alpini, tra cui il rifugio 3 A che con i suoi 3000 metri è il punto più alto della gara, ma soprattutto la Cascata del Toce, una delle attrazioni più importanti del territorio che, con il suo salto di 143 metri, è considerato tra i più alti d'Europa. Tra gli highlight anche gli alpeggi in cui si produce il formaggio Bettelmatt, da cui la gara prende il nome. Si tratta di uno dei più rari formaggi italiani, definito eroico perché prodotto esclusivamente da 8 produttori nei 7 alpeggi estivi presenti in queste vallate e situati sopra i 2000 metri, per una produzione di nicchia che si aggira intorno alle 5.600 forme all'anno.
Tea e il Baldo
«Oggi siamo così distanti da quegli esseri umani che vivevano con poco niente. Inutile tentare di tornare a quelle origini. La frenesia di immagini inutili e disturbanti, il sovraccarico di stimoli con cui il consumismo ci ipnotizza, i record da battere, il progresso tecnologico, i video di azioni epiche e inimitabili, gli idoli perfetti, la musica liquida, l’ultimo modello di sportwatch, i social media, i tablet, l’angoscia per il futuro, il peso sempre incombente del passato, il coprifuoco: ogni tanto bisogna chiudere tutte queste cianfrusaglie in un baule col lucchetto e farsi un giro leggeri dietro casa».
Scrive così Andrea Zocca nel racconto Tea e il Baldo, che pubblichiamo su Skialper 136 di giugno-luglio. Un giorno, durante l’ultimo lockdown, Andrea e Tea iniziano a parlare del Monte Baldo e di quanta biodiversità ci sia, di quanti paesaggi diversi si possano trovare in un’area così piccola e vicina a casa. Così ci impiegano poco a pensare di prendere una bicicletta, arrivare ai piedi del Baldo e traversare tutte le creste a piedi. «È tutto un sali e scendi, mai troppo difficile. Ci si affaccia un po’ di qua e un po’ di là, tra il lago e la Valdadige, come quando si cammina su una lunga muraglia, su una linea bianca tesa e scolpita dal vento. Qualche roccia e del pino mugo ci fanno da appigli nelle parti più tecniche, ma la neve è dura e i ramponi mordono bene. Tea si sporge su una cornice e ammira il paesaggio. Sta per tramontare il sole: inizia una nuova magia, le nuvole si infuocano e tutto si tinge di rosa. È diventato palloso e quasi un cliché dire quanto sia emozionante un tramonto. Sarà colpa dei social, sarà che abbiamo paura di essere dimenticati, ma per non fare la fine dei simulacri vuoti che ostentano sensibilità è meglio abbattere quel cliché putrido che riveste la bellezza di ogni tramonto soltanto guardandolo: è bello e non lo dobbiamo dimostrare a nessuno, non dobbiamo vantarci del nostro sentire».
Poi una notte al rifugio invernale del Telegrafo e il rientro a casa tutti sudati. «Tanto quel lucchetto salterà e tutti quei folletti impazziti torneranno ad assalirci, ma almeno abbiamo respirato un attimo, per capire cosa siamo veramente e cosa stiamo diventando. E sorriderci addosso. Credo che nei luoghi selvaggi dove ci si addentra nudi – anzi magari proprio nudi no, con qualche strato di Gore-Tex e piuma – poi si esca pieni di qualcosa. Qualcosa che va oltre il sudore, i calli, le zecche, le vesciche e la disidratazione. Usciamo pieni di risposte ovvie al senso incomprensibile della natura e della vita. Per questo vado in montagna con gli amici!».
Angermund e Mathys vincono la Marathon du Mont Blanc
Parata di stelle a Chamonix questa mattina per la Marathon du Mont Blanc, seconda tappa delle Golden Trail World Series, dopo lo stop forzato del 2020 a causa della pandemia. Percorso modificato per garantire il rispetto delle regole imposte dall’emergenza sanitaria, con 4 km in meno (in totale 38) e 2.600 m di dislivello. Oltre 1.600 i runner al via. La vittoria è andata al norvegese del team Salomon Stian Angermund (3h18’08’’) che ha chiuso con circa due minuti di vantaggio su Davide Magnini e circa cinque sul polacco Bartlomiej Przedwojewski, con il podio interamente marchiato Salomon. Quinto Francesco Puppi. Tra le donne vittoria della svizzera Maude Mathys (3h51’04’’, Salomon) con circa cinque minuti di vantaggio sulla francese Anaïs Sabriè (Matryx) e sulla connazionale Blandine L’Hirondel (Hoka One One).
Angermund e Magnini sono rispettivamente al primo e secondo posto del ranking generale dopo le prime due gare in Spagna e in Francia e precedono Remi Bonnet. Tra le donne comanda Mathus davanti a L’Hirondel e alla svizzera Spycher. Nel weekend di gare ai piedi del Monte Bianco è andata in scena anche la 90 km du Mont Blanc, vinta dal francese Martin Kern (10h23’11’’) sul connazionale Mathieu Delpeuch e sul russo Dimitry Mityaev. Quarto Franco Collé. Tra le donne vittoria della statunitense Hillary Gerardi (11h54’11’’) su Giuditta Turini e la russa Ekaterina Mityaeva. Il prossimo appuntamento della Golden Trail World Series è a Canazei tra due settimane il, 18 luglio per la la Dolomyths Run.
Dobro došli
«Molte delle nostre storie nascono anche grazie a una piccola tendina gialla, in cui dormiamo presto la sera e dove ci svegliamo di buon’ora in posti magici. Proviamo a spostarci a piedi quando i passi di montagna sono ancora chiusi e camminiamo, oltre che per il semplice andare, soprattutto per stare bene e conoscere culture. Puntiamo a spazi dove il tempo si allunga e le memorie sono diverse, le relazioni umane e i segreti si sanno ancora mantenere. In città abbiamo regole e binari ben definiti a cui dobbiamo adeguare il nostro stile di vita, ma in montagna possiamo esprimerci, rilassarci e appena si arriva in altura scatta quella originalità che contraddistingue ciascuno di noi. Abbiamo piccoli obiettivi di giornata e il solo vero scopo di raccogliere storie di minoranze scovandole nella familiarità che si prova tra le mura domestiche di qualcuno che hai appena conosciuto».

Scrivono così Giacomo Frison e Glorija Blazinšek in Dobro došli, su Skialper 136 di giugno-luglio. Nel reportage che pubblichiamo scrivono di incontri e di ospitalità tra Carpazi, Balcani e Caucaso. Spesso in case semplici ma dignitose, dove sono le donne le vere padrone. «Di solito è l’uomo che rompe il ghiaccio, cerca di filtrare lo sconosciuto da quella che è la sua casa. Non è sempre facile entrare in una proprietà privata, alle volte gli interrogatori durano decine di minuti sotto la pioggia o sotto il sole rovente, si viene ispezionati alla luce di una torcia, ti chiedono da dove arrivi e per dove hai intenzione di proseguire; in altre occasioni ci sono dei cani da guardia particolarmente aggressivi. Ma poi, quando tutto si calma, e ti viene fatto quel cenno di approvazione per entrare, quando passi la soglia e vieni accolto, è lei, la donna, che premurosa come se ti conoscesse da sempre si prende cura di te. Lungo le linee a zig-zag di Altripiani, seguendo monti e confini, lontano dalla città, è sempre andata così. Le donne sono le persone che il più delle volte ti fanno sentire a casa anche se ti trovi molto distante dai tuoi cari».
Si passa dalla genuinità della contadina Mayvala, in Georgia, al polacco Jozef che ha una vecchia radio che accende solo per ascoltare le previsioni meteo, oppure a Dana e Boro che vivono ancora con Tito, padre della Jugoslavia, che li guarda severo dalle pareti della cascina. Sui monti dell’Albania i giovani Pavlin e Zef accolgono i turisti nella loro guesthouse e nel ristoro tra i boschi, mentre non lontano sorgono villaggi turistici un po’ kitsch ad uso di facoltosi turisti arabi. Solo andando a piedi si possono scoprire i luoghi e le persone. E magari anche la natura selvaggia del parco del Durmitor, in Montenegro.

«Abbiamo piantato la tendina in ottima posizione, poco distante da un lago glaciale e alcune lingue di neve che si alternano a una vegetazione ancora in lenta ripresa dopo la stagione più fredda. Stiamo godendo di una speciale luce del tramonto, dopo una giornata di vento forte e nuvole minacciose durante la quale spesso abbiamo calpestato neve sprofondando fino alle ginocchia. Sopra una certa quota è difficile andare a esplorare, infatti non c’è un’anima viva in giro, solo un camoscio solitario che nell’indifferenza più totale ha continuato a mangiare ramoscelli di graminacee e foglie di arbusti. In questo paesaggio sconfinato la luce si fa più debole e si avvicina per noi l’ora più difficile, quella tra le sette e le otto di sera. Vorresti dormire, appisolarti, ma al tempo stesso guardare fuori curioso».

Marco De Gasperi 2.0
«Ho avuto l’onore di sfidare i due più grandi runner della natura degli ultimi decenni, Kilian Jornet e Jonathan Wyatt e, se guardo indietro, i due episodi chiave della nostra rivalità sportiva sono stati entrambi al monte Kinabalu, in Malesia, a pochi chilometri di distanza uno dall’altro. C’è una legge del contrappasso: nel 1999, ai Mondiali di corsa in montagna, abbiamo duellato tutta la gara con Jonathan, poi lui, su una salita, è partito e non sono riuscito a tenere il ritmo. Dopo un po’ l’ho visto accasciato a terra, a pagare quello sforzo, e mi sono trovato al collo una medaglia d’oro insperata. Nel 2011 ho patito una delle sconfitte più brucianti: avevo tre minuti di vantaggio su Kilian e davanti a me una discesa per gestire il vantaggio; ancora oggi non riesco a capacitarmi di come abbia potuto raggiungermi e superarmi prima del traguardo».
A parlare è Marco De Gasperi, intervistato dal direttore responsabile di Skialper, Claudio Primavesi, sul numero 136 della rivista, in edicola ora. Un anno ricco di novità quello della leggenda della corsa in montagna. Da carabiniere, con il tanto agognato posto fisso, a manager di uno dei marchi più famosi del mondo outdoor, SCARPA. E in dodici mesi difficili ha corso tanto, ma in un modo diverso da prima. Dal suo arrivo ad Asolo, ad aprile 2020, nel pieno di una pandemia, a maggio 2021, sono arrivate nei negozi ben quattro scarpe nuove. Così quella con Marco è stata una chiacchierata a 360 gradi, dalle scarpe da trail all’ultra-running. Ecco un paio di anticipazioni.
Come sarà la scarpa del futuro?
«Conta il cushioning, conta il rebound, ma credo che nel mondo del trail non si possa prescindere dalla precisione, non tanto o solo in punta, ma all’altezza del collo del piede, indipendentemente dalla filosofia che si utilizza per raggiungere il risultato».
Cosa cambia tra corto e veloce e lunghe distanze, dal punto di vista di chi arriva dalla corsa in montagna e dalle skyrace?
«Ho grande rispetto per i più forti atleti ultra anche se a volte si è portati a credere che le prestazioni non siano così eccezionali e che allungando le distanze si possano mescolare le carte. Non è così: prendi l’UTMB, ci sono una ventina di atleti top eppure ne arrivano al traguardo sempre pochi, non perché non siano preparati, ma perché le variabili che rendono difficile la lettura della gara sono tantissime e gli outsider che si mettono in mostra non lo fanno per demerito dei big. Cambia l’approccio all’allenamento, la crisi non la puoi eliminare, ma devi allenarti a resistere, a superarla nel più breve tempo possibile. Quello che rende tutto più difficile è che è ancora una disciplina in fase di studio, a livello di conoscenze siamo come negli anni Ottanta per la maratona».

PrimAscesa, prove generali di alpinismo post apocalittico
«Per una civiltà fortemente urbanizzata la natura è, nel migliore dei casi, una gita nel weekend. Una cosa da Linea Verde, da guardare nei documentari. Qualcosa che non ci riguarda da vicino, così come non ci riguardano (apparentemente) da vicino gli effetti devastanti che hanno su di essa anni di abitudini globali di consumo non sostenibile. Ok, è triste che molte specie vegetali e animali si stiano estinguendo, ma in fondo chi le aveva mai viste?».
Comincia così l’articolo PrimAscesa, prove generali di alpinismo post apocalittico di Elisa Bessega su Skialper 136 di giugno-luglio. È proprio attraverso un documentario che Simon e Juan, alpinisti trentini da sempre alla ricerca di avventure fuori dal comune, si propongono di farci sentire abitanti, e dunque responsabili, del pianeta che dovremmo chiamare casa. E non lo fanno esaltando la bellezza idilliaca di qualche vallata incontaminata lontana centinaia di chilometri da qui, né denunciando gli effetti irreversibili dello scioglimento delle calotte polari. Al contrario, ci obbligano brutalmente a fare i conti con qualcosa di molto più familiare, ovvero tutto ciò che, una volta buttato nel cestino, pensavamo fosse scomparso. Benvenuti in PrimAscesa: la prima ascesa invernale e discesa su sci di una discarica cittadina.
«Nessuno sa cosa incontreranno durante la salita, non sono stati fatti sopralluoghi prima delle riprese né è stato concordato alcun copione. Nessuna relazione a cui fare riferimento, nessun video online che anticipi le condizioni del pendio: in un momento storico in cui mappe, GPS, forum e social ci permettono di attingere a un vastissimo bacino di informazioni prima di ogni gita, la sensazione paradossale è quella di ritrovarci per la prima volta ad esplorare sul serio un territorio vergine». PrimAscesa è un mediometraggio diretto da Leonardo Panizza e prodotto da Linnea Marzagora recentemente proiettato nel corso della sessantanovesima edizione del Trento Film Festival e premiato come miglior film della sezione Orizzonti Vicini.
Anche la montagna protagonista in un libro per la ricerca contro la fibrosi cistica
Anche la montagna è protagonista negli episodi raccontati da Roberto Bombassei in Respiriamo insieme, viaggio nel mondo della fibrosi cistica (in vendita qui) libro appena pubblicato la cui vendita andrà interamente a finanziare un nuovo progetto di ricerca avanzato di Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica. «La montagna e la quota aiutano a curare la fibrosi cistica come le altre malattie che interessano l’apparato respiratorio ed è anche per questo che è presente nel mio libro» dice Bombassei, padre di Francesca, nove anni. «È un libro che non avrei mai voluto scrivere perché mai avrei voluto mia figlia malata di fibrosi cistica, lo abbiamo scritto per sensibilizzare, attraverso la nostra esperienza personale, il mondo esterno su questa malattia invisibile e parte dalla nostra esperienza personale, con aneddoti che non abbiamo mai rivelato». A firmarlo anche Annalisa Lancellotti, co-fondatrice di Fibrosi Cistica Altomilanese. All’interno anche due interviste a Matteo Marzotto, presidente di Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica, e alla professoressa Carla Colombo, dirigente della Clinica De Marchi di Milano. Bombassei non è nuovo a iniziative per la raccolta fondi a sostegno della Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica ed è stato sostenuto anche da Montura e dagli store del marchio. Per finanziare il progetto di ricerca l'obiettivo è di vendere 6.000 copie del libro.
Il paradiso è per pochi
«L’inizio di luglio è uno dei periodi più tranquilli e bui dell’anno a El Chaltén. Gli affollati mesi estivi sono un lontano ricordo e gli inverni freddi e tempestosi della Patagonia meridionale, anno dopo anno, hanno fatto da humus per un’improbabile cultura dello sci tra le guglie di granito e l’arida steppa. Una cultura forgiata dal clima spietato della regione e dalla topografia, sfidando gli standard dell’industria dello sci e plasmando gli sciatori a partire da un improvvisato gruppo di semplici local con diverse storie di montagna alle spalle. In effetti si tratta di una community così poco conosciuta che molti dei non sciatori di El Chaltén sanno a malapena che esiste».

E di quella community così piccola (si dice una trentina di sciatori, in buona parte avvicinatisi alla montagna invernale senza avere mai preso una funivia o una seggiovia) ora fa parte anche il giornalista statunitense Matthew Tufts, che ha passato un intero inverno (che naturalmente corrisponde alla nostra estate) tra i venti burrascosi della Patagonia. Su Skialper 136 di giugno-luglio pubblichiamo in esclusiva per l’Italia un reportage di 20 pagine sull’inverno patagonico. Venti pagine per parlare di sci e pelli ai piedi di alcune delle montagne più fotografate al mondo, dal Cerro Torre al Fitz Roy. Venti pagine per spiegare un inverno fatto di avvicinamenti interminabili in foreste fittissime e di lunghe attese della finestra meteo giusta. «Il tempo gioca a uno strano gioco in Patagonia. Passano giorni e poi settimane all’insegna della tempesta. Questo, tuttavia, dà alla cultura montana argentina la possibilità di fiorire, celebrando la vita all’ombra di un anfiteatro alpino, banchettando con asados e sognando obiettivi futuri. Entrambi sono cotti a fuoco lento e marinati con la pazienza che solo la Patagonia può infondere. L’esperienza è innaffiata da un buon Malbec e dal fischio del vento, guarnita con un’alzata di spalle verso le opportunità mancate, deluse da tempeste furiose».

Poi però quando arriva l’occasione giusta, dimentichi le lunghe attese (che sono la migliore scusa per conoscere i local). «’In Patagonia devi essere paziente’ mi aveva detto Lipshitz diverse settimane prima. «È difficile aspettare, non è per tutti. Ma una volta che provi a sciare qui, quando trovi le condizioni giuste, non c’è niente di paragonabile». È l’incertezza che ti fa desistere, ma se hai il fegato di scommettere e di stare al gioco… A El Chaltén la questione non è ‘com’è’ o ‘come sarà probabilmente’, ma ‘come può essere bello’ dicono i local. Ed è un ottimo motivo per mettere il proprio destino in balia dei venti del Sud». Come ha fatto Matthew Tufts.

La formula del divertimento di tipo 2
«Non l’avrei mai fatto se non qui, a casa mia, pandemia o meno». Ha detto così Martina Valmassoi parlando del record del mondo di dislivello in 24 ore con gli sci che ha fatto registrare a fine marzo in Cadore. 17.645 metri contro i 16.777 di Rea Kolbl, un record registrato solo qualche giorno prima. Eppure il primato di Martina è spontaneo come lei. Ha organizzato tutto da sola, messo insieme e gestito la sua crew, sentito il comune per capire se in zona rossa fosse possibile tutto questo. È nato all’ultimo minuto. «Poche strategie, l’obiettivo che si pone è di fare un giro all’ora e completarne 24 - scrive Smaranda Chifu su Skialper 136 di giugno-luglio - L’unica cosa che ha subito chiara, perché così le ha consigliato la trail runner brasiliana Fernanda Maciel, è di iniziare subito con la notte di modo da togliersela all’inizio».
Martina non avevo praticamente sciato in pista quest’anno e nessun allenamento specifico, ha preso una decisione a febbraio e soltanto allora ho messo in cantiere due settimane di carico con circa 30.000 metri di dislivello in pista. Alla fine ne sono uscite 24 ore di divertimento due. «Ci sono tre tipi di divertimento. Il divertimento di tipo uno è quello che ti diverti mentre lo fai; il tipo due mentre lo fai non ti diverti affatto ma a posteriori assume un altro sapore e ti viene voglia di farlo ancora; e poi c’è il divertimento di tipo tre, che non ti diverti mai, nemmeno a posteriori. ‘Sicuramente questo è di tipo due’ risponde Martina ‘sai a un certo punto, mentre risalivo il muro, pensavo di aver sbagliato strada, mica me lo ricordavo così lungo, però alla fine ci sono arrivata col sorriso, ero proprio felice’»
Il 9 luglio al via le qualificazioni per il Campionato Mondiale di Plogging
Partiranno venerdì 9 luglio le qualificazioni per il primo Campionato Mondiale di Plogging, la corsa abbinata alla raccolta dei rifiuti abbandonati, che si terrà a ottobre in Piemonte. Saranno 17 le corse qualificanti per accedere alla selezione, oppure sarа possibile ottenere il pass attraverso una specifica ploggingchallenge, un’esclusiva classifica virtuale che permetterà agli amatori di accumulare punti competere tra loro. Durante la regular season (ovvero la fase di qualificazione), saranno 13 i trail che consentiranno di concorrere per la qualificazione al Campionato, all’interno di numerosi appuntamenti: Gran Trail Courmayeur (9-11 luglio), 100 miglia del Monviso (23-25 luglio), Trail EDF Cenis Tour (31 luglio-1° agosto), Alpe Adria Trail (13-15 agosto), a cui si aggiungono, per una sorta di play off, le 4 distanze del TorX (12–18 settembre) per un totale di 17 distanze.
Tutti i runner iscritti a questi trail potranno accedere gratuitamente alle selezioni per il World Plogging Championship, una volta iscritti riceveranno l’attrezzatura necessaria (guanti e sacchetto) direttamente con il pacco gara. Le gare fanno dunque parte a tutti gli effetti del Campionato, del quale rappresentano le fasi di selezione e di qualificazione alla fase finale di ottobre.
Per gli amatori che vogliono prendere parte alla competizione ecco invece una selezione particolare e coinvolgente: la ploggingchallenge. Non sarà necessario partecipare a un trail per ottenere la qualificazione, ma un particolare sistema di selezione verrà svelato nella conferenza stampa di presentazione in programma nella prima metà di luglio. Sarà possibile iscriversi sul portale worldploggingchampionship.com e partecipare così alla sfida per aggiudicarsi i pettorali in palio.
Chiedimi se sono felice
«L’idea è nata praticamente insieme: Matteo vedeva, dalla finestra della suo nuova casa in affitto, a San Vito di Cadore, il Pelmo a destra e l’Antelao a sinistra, entrambi gli facevano l’occhiolino; io stavo cullando il sogno di un’avventura lunga con gli sci. Per un inverno intero ci siamo confrontati, abbiamo perfezionato il percorso, la strategia. Ognuno preso dai suoi impegni, ci siamo allenati meglio che potevamo. Ci siamo visti poco negli ultimi mesi, non abbiamo mai sciato insieme la neve di questa stagione. Eppure ci sentivamo tutti i giorni per motivarci e stare focalizzati sul progetto, per condividere i dubbi e la carica che avevamo dentro».
Quale idea? Concatenare quattro vette simbolo delle Dolomiti come Civetta, Pelmo, Antelao e Tofana di Rozes partendo da casa e spostandosi solo con gli sci o a piedi. Quello che hanno fatto Giovanni Zaccaria e Matteo Furlan. 56 ore, circa 9.000 metri di dislivello e 85 chilometri di sviluppo di cui parliamo su Skialper 136 di giugno-luglio. Ma il cronometro è stata solo l’ultima preoccupazione.
«Non abbiamo fatto le corse, il cronometro non è uno strumento che ci appartiene. Ci siamo messi in gioco, sì, dal primo all’ultimo momento. Abbiamo tracciato una curva a modo nostro, unito dei punti che per noi significavano qualcosa, prevedendo non solo neve brutta, ma anche fango e polvere. Ora, da ogni punto delle Dolomiti, guarderemo queste quattro cime e l’aria che le separa con occhi diversi. È stato strano salire le montagne senza dare importanza all’apice della vetta. Perché il nostro giro, come tutto ciò che scorre, andava avanti lo stesso. Non c’era tempo per sedersi sugli allori, sentirsi arrivati. Esisteva solo il presente, da assorbire con gli occhi e col cuore, lì in piedi di fianco a questa o quella croce. Fermi per un istante privo di gratificazione, come adesso che è tutto finito».
Una fatica per scoprire la differenza tra contentezza e felicità. «È bello sentirsi soddisfatti e contenti, ma l’appagamento dura poco, il tempo di una storia su Instagram, e già bisogna pensare al giorno seguente. La felicità è un’altra cosa, dice il mio tumulto interiore mentre apro gli scarponi e cerco le chiavi dell’auto. Ha a che fare con il sogno, con l’ideazione, la sperimentazione e la condivisione vera. La felicità costa fatica ed ha bisogno dei suoi tempi».

Maguet-Boffelli da sogno alla Monte Rosa SkyMarathon
Erano in 558 da 36 Paesi ieri alla Monte Rosa SkyMarathon, la gara più alta d’Europa, 35 chilometri di lunghezza e 7.000 metri di dislivello complessivi da Alagna Valsesia a Capanna Margherita, a 4.554 metri di quota, andata e ritorno. In contemporanea su metà del percorso della gara principale si è corso l’AMA VK2, un doppio Vertical Kilometer.
La vittoria è andata alla coppia William Boffelli-Nadir Maguet in 4h43’58’’ su
Franco Collé-Tadei Pivk (5h01’28’’) e Henri Gorsjacques-Daniel Thedy (5h13’07’’). Tra le donne vittoria delle gemelle svedesi Lina e Sanna El Kott Helander, alle prese per la prima volta con una gara a così alta quota. Hanno trovato dura concorrenza nella coppia valdostana-valtellinese formata da Giuditta Turini e Laura Besseghini, che hanno riscattato il ritiro del 2019, avvenuto a pochissimo dalla vittoria. Le gemelle El Kott hanno chiuso in 6h22’12”. Il team italiano Turini-Besseghini ha tagliato il traguardo raggiante per il secondo posto in 6h31’30” a poco distacco da Marina Cugnetto e Roberta Jacquin, terze in 6h32’35”.

La seconda edizione dell’AMA VK2 ha visto l’americana Hillary Gerardi rubare la scena. Nel 2018 ha vinto la Monte Rosa SkyMarathon con la britannica Holly Page e quest’anno ha voluto tornare ad Alagna per respirare un po’ di aria di alta montagna.
Nove chilometri di sola salita con 2.086 m di dislivello positivo, questo perfetto doppio Vertical Kilometer finisce a 3.260 m di altitudine. Gerardi ha tagliato il ripido e innevato traguardo in 1h58’57” – nuovo record del percorso. Corinna Ghirardi ha chiuso per la seconda volta in un eccellente secondo posto in 2h02’33”, mentre la francese
Iris Pessey, vincitrice nel 2019, si è accontentata del gradino più basso del podio con un crono di 2h09’17”. Con Maguet, vincitore 2019, impegnato nella SkyMarathon, il primo gradino del podio maschile AMA VK2 è andato a Damiano Lenzi in 1h32’13”, 9’48” meno del precedente record di Maguet. Lo svizzero Pascal Egli ha chiuso al secondo posto in 1h38’15” con Giovanni Zamboni terzo in 1h42’43”.













