Neve, pendii e pericolo: quando la montagna è instabile
Le ultime settimane hanno portato sulle Alpi occidentali una quantità di neve che non si vedeva da tempo. In Piemonte e Valle d’Aosta, gli accumuli hanno superato anche i settanta centimetri in una singola perturbazione, con un manto complessivo sopra i 1500‑2000 metri che raggiunge son facilità il metro e mezzo. Per noi appassionati di sci alpinismo e freeride, queste condizioni sono una vera tentazione: pendii immacolati e polvere fresca invitano a uscire in montagna. Ma allo stesso tempo, la neve abbondante, stratificata e spesso lavorata dal vento, crea un contesto estremamente instabile. Sopra strati già consolidati si deposita neve fresca che può facilmente scivolare, trasformando ogni pendio ripido in un potenziale rischio di valanghe.
Purtroppo, la montagna ha già ricordato la sua forza. Domenica 15 febbraio, due incidenti gravi hanno colpito le Alpi occidentali e centrali. A Courmayeur, in Val Veny, tre freerider esperti sono stati travolti da una valanga nel Canale dei Vesses. Nonostante fossero equipaggiati con Artva e siano stati soccorsi rapidamente, tutti e tre hanno perso la vita. I soccorsi hanno coinvolto decine di tecnici del CNSAS, militari del SAGF, unità cinofile e elicotteri, ma purtroppo la rapidità dei soccorsi non è bastata a salvare le vittime. Nello stesso weekend, a Madesimo, una valanga ha travolto quattro persone in motoslitta sul Lago Nero. Una delle motoslitte è finita sotto il ghiaccio, causando la morte di un partecipante, mentre gli altri sono riusciti a salvarsi. Entrambi gli incidenti si sono verificati in condizioni di rischio elevato, dove il manto nevoso era carico e instabile, e dove il rispetto dei bollettini valanghe avrebbe potuto indicare chiaramente le zone da evitare.

In queste situazioni, il bollettino valanghe diventa uno strumento indispensabile. Su tutto l'arco alpino i servizi regionali forniscono informazioni aggiornate sui livelli di pericolo per quota ed esposizione, sulle instabilità del manto e sui pendii più rischiosi. Chi frequenta la montagna senza questi strumenti si affida solo al proprio giudizio, aumentando notevolmente il rischio di incidenti. Sapere dove il pericolo è maggiore, quali versanti evitare e quali itinerari risultano più sicuri può fare la differenza tra una giornata indimenticabile e una tragedia.
Affrontare la neve fresca richiede attenzione, esperienza e strumenti adeguati. Muoversi con prudenza, osservare il manto, valutare costantemente la stabilità della neve e saper usare correttamente Artva, pala e sonda non sono formalità, ma azioni necessarie per proteggere la propria vita e quella dei propri compagni di gita. Anche i più esperti devono ricordare che la complessità della neve può rendere ogni pendio insidioso e che l’istinto non basta a sostituire l’informazione scientifica e i bollettini ufficiali.
Le nevicate degli ultimi giorni regalano scenari mozzafiato e neve di qualità eccezionale, ma la bellezza della montagna non deve far dimenticare la sua potenza. Gli ultimi incidenti sono un monito drammatico: allenarsi, conoscere il manto nevoso e seguire i bollettini non è solo prudenza, è una questione di vita o di morte. Solo così si può godere appieno della montagna, sicuri che ogni uscita sia prima di tutto un’esperienza indimenticabile, e non una tragedia annunciata.
© Neve, compendio di nivologia - CNSAS
Sport di endurance e reintegro proteico
Quando affrontiamo una gita con le pelli o una lunga sciata in fuoripista, il nostro corpo è sottoposto a uno stress fisiologico significativo. Non si tratta solo di consumare energia, ma anche di rompere e ricostruire tessuti muscolari, gestire il metabolismo e prepararsi per un eventuale giorno di allenamento successivo. In questo contesto, il reintegro proteico non è un dettaglio accessorio: è una delle leve nutrizionali più studiate per sostenere il recupero dopo sforzi prolungati.
La totalità degli studi scientifici dimostra che l'assunzione di proteine dopo esercizi di resistenza e endurance può favorire la sintesi proteica muscolare, ovvero il processo con cui il corpo usa gli aminoacidi per riparare le fibre danneggiate dall’attività fisica e costruirne di nuove. Questa sintesi è un elemento chiave del recupero e può aiutare a preparare il corpo per il prossimo allenamento o uscita in montagna.
Una meta-analisi di oltre 20 studi ha evidenziato che, anche se l’effetto sulla composizione corporea può essere modesto, la supplementazione proteica durante l’allenamento di endurance migliora significativamente il tempo di esaurimento e la capacità di resistenza rispetto al placebo.
Per massimizzare questi benefici, la ricerca suggerisce che un apporto proteico post-attività dell’ordine di 20-30 g è efficace per stimolare il recupero e ridurre il catabolismo muscolare (la degradazione delle proteine).
Scialpinismo ed endurance: perché la “finestra” post-allenamento è importante
Dopo sforzi prolungati come una gita con le pelli, i muscoli sono in uno stato in cui il micro-danno cellulare è aumentato e le scorte energetiche sono diminuite. Anche se il concetto classico di finestra anabolica legato al post-allenamento è più noto nel mondo del sollevamento pesi, esiste una finestra metabolica durante la quale l’assunzione di nutrienti (in particolare proteine e carboidrati) può favorire una migliore riparazione e adattamento. In pratica, questo significa che consumare una fonte proteica di qualità entro un paio d’ore dalla fine dello sforzo può supportare:
- la riduzione del catabolismo muscolare, aiutando a preservare la massa magra.
- ripristino più efficiente delle scorte energetiche quando combinato con carboidrati.
- maggiore disponibilità di aminoacidi essenziali, che sono i mattoni costitutivi necessari per la riparazione dei tessuti.
Queste dinamiche non solo aiutano a sentirsi meglio nei giorni immediatamente successivi all’uscita, ma possono tradursi in un miglioramento della performance nelle uscite future, soprattutto se ci si allena con regolarità.

Seanside: un recupero proteico naturale e sano
In un’alimentazione per chi pratica endurance non bastano solo calorie o carboidrati: la qualità delle proteine e la loro digeribilità fanno la differenza. Qui entra in gioco un prodotto come Seanside, una soluzione pensata anche per gli sportivi outdoor che cercano ingredienti naturali, privi di additivi artificiali e processi troppo industrializzati.
Un prodotto proteico naturale come Seanside può offrire diversi vantaggi:
- profilo completo di aminoacidi essenziali: fondamentale per stimolare la sintesi proteica post-allenamento.
- ingredienti facilmente digeribili: importante dopo sforzi intensi quando il corpo è in uno stato di stress metabolico.
- combinazione di proteine naturali e nutrienti complementari: che può sostenere non solo i muscoli ma anche altri aspetti metabolici legati al recupero.
In attività di endurance come lo scialpinismo, dove il catabolismo può essere accentuato e il fabbisogno proteico aumenta, scegliere un integratore sano e naturale può essere un complemento utile alla dieta quotidiana.
Lo scialpinismo è uno sport che combina resistenza, forza e gestione energetica continua. Dopo una lunga uscita, il corpo ha bisogno di nutrienti di qualità per recuperare, adattarsi e prepararsi al prossimo sforzo. La ricerca scientifica supporta l’idea che un apporto proteico post-attività mirato possa favorire il recupero muscolare e migliorare la capacità di resistenza nelle successive prestazioni. Prodotti come Seanside, con una formulazione naturale e ingredienti di qualità, rappresentano un’opzione interessante per chi cerca un reintegro proteico sano ed efficace senza rinunciare alla filosofia di un’alimentazione pulita, un aspetto sempre più importante per chi vive la montagna e lo sport outdoor con coerenza.
Safeback SBX: respirare sotto la neve
Negli ultimi vent’anni la sicurezza in fuoripista ha compiuto un’evoluzione evidente. Se un tempo ARTVA, pala e sonda rappresentavano l’unico orizzonte possibile, oggi lo scenario è più articolato: gli zaini airbag sono diventati quasi uno standard tra freerider e scialpinisti evoluti e, più recentemente, si affacciano sul mercato sistemi che non puntano solo a evitare il seppellimento, ma a gestirne le conseguenze.
È in questo contesto che si inserisce Safeback SBX. Il principio è semplice quanto ambizioso: fornire aria respirabile a una persona completamente sepolta sotto la neve. A differenza dello zaino airbag, progettato per ridurre la probabilità di interramento sfruttando il principio della segregazione inversa, SBX interviene nello scenario peggiore e lavora su quello. Non prova a tenerti in superficie, ma a darti tempo quando sei sotto. Tempo per respirare, tempo per essere cercato, tempo per essere estratto.
Il sistema aspira aria attraverso la neve e la convoglia vicino al volto tramite condotti integrati negli spallacci. Non richiede un boccaglio da tenere in bocca, come sistemi che erano arrivati sul mercato già anni addietro, e si attiva con una maniglia, come un airbag. L’obiettivo dichiarato è quello di prolungare in modo significativo la finestra di sopravvivenza rispetto ai canonici 15-18 minuti oltre i quali le probabilità calano drasticamente per asfissia.

Il confronto con l’airbag è inevitabile. Quest’ultimo ha cambiato il modo di affrontare il fuoripista, riducendo in modo documentato la percentuale di seppellimenti completi. È una protezione “preventiva”: cerca di evitare che il problema si verifichi nella sua forma più grave. Safeback, invece, è una protezione “reattiva”: interviene quando il problema si è già concretizzato.
Qui sta il primo punto chiave. SBX non impedisce il seppellimento. In una valanga di grandi dimensioni o in presenza di ostacoli, rimanere in superficie resta un vantaggio enorme. L’airbag, in questo senso, mantiene una funzione primaria. D’altra parte, sappiamo che non sempre il terreno consente di “galleggiare”, e non tutte le valanghe sono uguali. In questi casi, poter respirare più a lungo può fare la differenza.

Il prodotto rappresenta qualcosa di interessante: sposta l’attenzione dal “non finire sotto” al “cosa succede se finisco sotto”. È un cambio di prospettiva che non sostituisce la prevenzione, che resta fatta di formazione, scelta dell’itinerario e gestione del rischio, ma aggiunge un ulteriore livello di ridondanza alla catena della sicurezza.
La vera domanda, allora, non è se SBX sia meglio o peggio di un airbag. È se abbia senso ragionare in termini alternativi. In prospettiva, l’evoluzione potrebbe portare a sistemi integrati, capaci di unire galleggiamento e supporto respiratorio. Sarebbe un passo ulteriore in un percorso che, negli ultimi anni, ha dimostrato come la tecnologia possa realmente incidere sulle probabilità di sopravvivenza.
In conclusione, Safeback SBX non è una rivoluzione che cancella ciò che esiste, ma un tassello nuovo in un mosaico più ampio. Non sostituisce la competenza, non elimina il rischio e non deve diventare un alibi. Ma rappresenta un’evoluzione nel materiale di sicurezza per un'attività che si svolge in un ambiente che nasconde sempre dei rischi, garantendo allo sciatore del tempo in più in caso di seppellimento da valanga. E in montagna, il tempo è tutto.
Snack proteico per le gite con le pelli
Contengono l’84% di proteine, non gelano e ora si possono trovare anche in Italia
Galeotto fu un viaggio in Islanda. Sì, perché Marino Di Pietro, quando nel 2017 si è regalato una vacanza a quelle latitudini, era un assiduo frequentatore di palestre e per questo molto attento al contenuto proteico, non solo di barrette e snack. Così, quando a una stazione di servizio si è imbattuto in una bustina con dentro dei pezzettini di merluzzo essiccato, gli si è aperto un mondo. «Nella scheda dei valori nutrizionali era riportato un valore superiore a 80 g su 100, praticamente paragonabile a quello delle proteine in polvere» dice. E aggiunge: «Basti pensare che in 100 g di bresaola o petto di pollo ce ne sono solo 30 g». Così assaggia quei pezzettini di merluzzo essiccato e scopre che anche il sapore non è male. Nella testa iniziano a balenare tante idee, ma poi, rientrato in Italia, viene assorbito dalla rotuine quotidiana e non se ne fa nulla. Però quell’idea di importare in Italia gli snack a base di merluzzo essiccato gli è sempre rimasta nella testa e nel 2024 si mette a cercare un produttore. Non trova la marca che aveva consumato durante la sua vacanza, ma inizia un rapporto con il marchio islandese e a maggio lo invitano a visitare lo stabilimento. «È un prodotto totalmente naturale, senza additivi: solo ed esclusivamente merluzzo che viene essiccato in speciali camere con ventilazione controllata e costante». Il passo è breve e quegli snack sono da poco venduti in Italia con il marchio Sea.n.side.

Questo ‘carburante artico’ viene proposto in bustine da 35 g e i valori nutrizionali sono: 29 g di proteine (l’84% della composizione) e 1 g di grassi. Segni particolari? Oltre all’assenza di glutine, i pezzettini di merluzzo non ghiacciano. Ecco perché Marino li consiglia per lo scialpinismo e le attività endurance in montagna. Sulla confezione c’è scritto: «Vi invitiamo a provarlo durante la prossima uscita in quota. Scoprirete che la sua consistenza croccante e l’apporto proteico immediato aiutano a mantenere l’energia e il calore corporeo costante, senza i picchi e i cali degli snack zuccherini». Abbiamo chiesto un parere al dottor Alessandro Da Ponte, specialista in medicina dello sport e autore di ‘L’alimentazione dello sportivo’ per la nostra casa editrice. «È l’equivalente dell’assunzione di proteine in polvere, utili dopo i lavori di potenza: per attività più veloci e corte, come la corsa, i carboidrati non devono mancare, ma per uscite lunghe come quelle dello scialpinismo sono una buona idea perché serve un po’ di reintegro delle proteine». Non ci resta che provarli in una delle prossime uscite. Stay tuned.
Scialpinismo Olimpico: vetrina e compromesso
Scialpinismo alle Olimpiadi: una vetrina per lo sport, con qualche compromesso
Per la prima volta nella storia, lo scialpinismo farà il suo ingresso alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. Un traguardo che segna un momento storico per lo sport e per la comunità che lo pratica quotidianamente: essere olimpici significa visibilità globale, riconoscimento ufficiale e nuove opportunità per atleti, club e sponsor. Lo scialpinismo, fino a oggi legato alle sue storiche gare e a circuiti più modesti, si mostrerà su un palcoscenico internazionale dando, si spera, ulteriore impulso alla crescita del movimento.
Eppure, come spesso accade quando uno sport entra nel grande show delle Olimpiadi, la medaglia ha due facce. Le discipline che verranno proposte sono la sprint e la staffetta mista, delle gare brevi, intense e spettacolari, perfette per la gestione televisiva e per gli standard di cronometro e spettacolo tipici del format olimpico. Una scelta comprensibile: le Olimpiadi richiedono gare compatte, ripetibili e facilmente seguibili. Ma proprio per queste ragioni, le due specialità non rispecchiano pienamente l’essenza dello scialpinismo tradizionale, che è innanzitutto legata alla montagna: movimento in ambiente alpino, resistenza e capacità di adattamento alle condizioni variabili. L’alta quota, i dislivelli significativi, i cambi di terreno e la componente avventura vengono inevitabilmente ridotti per garantire una competizione televisivamente appetibile.

Questo snaturamento relativo porta con sé sia limiti che opportunità. Da un lato, chi come noi conosce lo sport potrebbe storcere il naso: la disciplina sprint rischia di dare un’immagine parziale, quasi caricaturale, dello scialpinismo, spingendo il pubblico a identificare lo sport solo con la velocità su tracciati corti e preparati. Dall’altro lato, l’impatto positivo non va sottovalutato: visibilità, risorse e nuovi atleti in arrivo possono rafforzare l’intero movimento, stimolare lo sviluppo di club giovanili, migliorare la formazione tecnica e portare a una maggiore attenzione su sicurezza, materiali e organizzazione di gare più lunghe e complesse in futuro.
In sintesi, la prima partecipazione olimpica dello scialpinismo rappresenta un equilibrio delicato tra promozione e compromesso. Sprint e staffetta non rappresentano la storia dello sport, ma aprono una porta importante: quella della visibilità globale e del riconoscimento istituzionale. Sta al movimento, agli organizzatori e agli atleti usare questa finestra per valorizzare anche il lato più autentico della disciplina: la montagna vissuta con misura, la fatica, l’adattamento al terreno e all’ambiente, elementi che fanno dello scialpinismo uno sport unico e affascinante.
© FISI - Getty Images
Oltre il rumore: la montagna secondo Fjällräven
C’è una montagna che non cerca il rumore, che non vive di record né di slogan, ma di continuità, esperienza e presenza. È la montagna dove le condizioni cambiano in fretta, dove il margine di errore è ridotto e dove l’attrezzatura smette di essere un accessorio per diventare parte del sistema uomo–ambiente. È in questo spazio che si inserisce Bergtagen, la linea con cui Fjällräven affronta il mondo alpino sopra il limite degli alberi.
Bergtagen non è una collezione pensata per seguire una stagione, ma per accompagnarne molte. Nasce da una visione coerente con la storia del marchio svedese, fondato nel 1960 con un’idea semplice e controcorrente: creare prodotti funzionali, durevoli e riparabili, capaci di invecchiare insieme a chi li usa. Un approccio che oggi appare quasi radicale, in un settore spesso dominato dalla velocità di rinnovamento e dalla rincorsa all’ultima novità.

La linea è pensata per alpinismo e sci alpinismo, per ambienti severi e utilizzi prolungati, dove ogni dettaglio deve avere un senso. Il design resta essenziale, privo di eccessi, perché tutto ciò che non è necessario, in montagna, diventa un peso. Non c’è l’idea di “semplificare” l’ambiente alpino, ma di affrontarlo per quello che è, con rispetto e consapevolezza.
Un aspetto centrale nello sviluppo di Bergtagen è stato il lavoro sul campo. Fjällräven ha collaborato con l’Associazione svedese delle guide alpine, coinvolgendo professionisti che vivono quotidianamente la montagna come luogo di lavoro, non come scenario. Questo ha portato a una progettazione guidata dall’esperienza reale, dove affidabilità, libertà di movimento e protezione sono valutate in situazioni concrete, non solo in laboratorio.

Anche la scelta dei materiali racconta una direzione precisa. Il ritorno a GORE-TEX è avvenuto con l’introduzione di membrane senza PFAS, una decisione che riflette la volontà di ridurre l’impatto ambientale senza rinunciare a prestazioni adeguate all’alta quota. È una strada complessa, fatta di compromessi e di passi progressivi, ma coerente con l’idea di responsabilità che Fjällräven porta avanti da anni, non solo nella comunicazione ma nei processi produttivi.
Più in generale, Bergtagen è un esempio di come il concetto di sostenibilità, in montagna, non possa essere ridotto a una parola chiave. Durata, riparabilità, utilizzo prolungato nel tempo e adattabilità a più contesti sono elementi tanto importanti quanto l’origine dei materiali. È una visione che guarda meno al consumo immediato e più alla relazione che si costruisce con l’attrezzatura.
In un momento in cui la montagna è sempre più esposta, frequentata e raccontata, Bergtagen propone un passo laterale. Meno spettacolo, meno urgenza, più sostanza. Non una promessa di performance miracolose, ma un invito a vivere l’ambiente alpino con misura, competenza e rispetto. Una montagna che non ha bisogno di essere addomesticata, ma ascoltata.
On snow, on fire
Un'iniziativa del marchio polacco Majesty
La community delle sciatrici
Mari Henderson, Julie Navillod, Nora Wold Lunner, Lillian Buszko, Zuza Witych. Dalla Nuova Zelanda, Francia, Norvegia e Polonia. Dal Freeride World Tour al freestyle e alle discese nella polvere come puro divertimento. Sono le sciatrici che fanno parte di On snow on fire, la nuova community tutta al femminile creata dal marchio indipendente polacco di sci Majesty. «Una comunità di donne che si ispirano a vicenda e sono la prova che non esiste l'impossibile».

Una community della quale potresti entrare a far parte anche tu. Dal sito della community, infatti, è possibile accedere a un form per candidarsi. Di sciatrici italiane non ce ne sono ancora... «Siamo qui per le donne che si alzano prima dell'alba per lasciare le prime tracce sulla neve - si legge sul sito - Per quelle che hanno imparato a cadere e a rialzarsi. Per quelle che tracciano la propria strada, secondo le proprie regole. On Snow on Fire è il nostro spazio. Una mentalità. Un promemoria che la forza non sempre significa velocità, ma a volte significa perseveranza.
Che la fiducia in se stessi non nasce dall'oggi al domani, ma si costruisce curva dopo curva, caduta dopo caduta, discesa dopo discesa. E che femminilità e potenza non sono opposti. Viaggiano insieme». Un messaggio molto esplicito in un mondo, quello della montagna, tradizionalmente maschilista.
Candidati anche tu QUI
Suunto Vertical 2, long term review
Nel mondo dell’outdoor moderno, l’orologio sportivo non è più soltanto uno strumento per registrare un’attività, ma un vero compagno di avventura. Deve orientare, resistere, durare nel tempo e fornire dati affidabili anche nelle condizioni più impegnative. È in questo contesto che Suunto rinnova il Vertical, progettato per chi vive la montagna con continuità e cerca un dispositivo capace di unire tecnologia, autonomia e solidità senza compromessi.
Nel panorama degli orologi sportivi dedicati all’outdoor, il Suunto Vertical 2 segna un passaggio chiave per il marchio, puntando con decisione su robustezza, autonomia e navigazione avanzata. L’idea è quella di evolvere uno strumento pensato per affrontare allenamenti e avventure di lunga durata, capace di accompagnare ogni uscita grazie a un hardware solido e dall'affidabilità rinomata, a soluzioni moderne come il display AMOLED da 1,5 pollici e a una torcia LED integrata.

La costruzione è uno dei punti di forza: la cassa (disponibile sia in acciaio che in titanio) trasmette solidità in uno spessore ridotto rispetto alla concorrenza, i materiali sono di qualità e il vetro zaffiro (equipaggiato su entrambe le versioni) protegge efficacemente il display da urti e graffi. Il peso in linea con la categoria e l’ergonomia consentono di indossare il Vertical 2 senza affaticamento anche durante attività prolungate. Il display AMOLED, vera novità di questo modello, offre un’ottima leggibilità in tutte le condizioni di luce, compreso il sole diretto, garantendo però una varietà cromatica e un’interfaccia sempre chiara. I vantaggi di uno schermo AMOLED emergono fin dal primo utilizzo, l'esperienza d'uso è simile a quella di un moderno cellulare, le mappe risultano molto più contrastate e facili da utilizzare e i diversi colori utilizzati dalle schermate sono molto più vividi. Una scelta in linea con i trend del mercato che migliora sensibilmente l’esperienza d’uso, senza sacrificare troppo la durata della batteria.
Dal punto di vista funzionale, il Suunto Vertical 2 conferma una vocazione marcatamente outdoor. Le mappe offline, il GPS ad alta precisione (equipaggiato con tutti i sistemi di geoposizionamento), l’altimetro barometrico, la bussola e il barometro mettono a disposizione un pacchetto completo per la navigazione e la gestione di itinerari complessi. Con più di 100 ore di allenamenti e lunghe uscite con gli sci e scarpe da trail ho potuto riscontrare una sorprendente precisione dei dati, basti pensare che nei diversi allenamenti effettuati su i miei percorsi benchmark l'orologio ha riportato praticamente sempre i stessi dati di distanza ed elevazione, anche paragonando i dati altimetrici con quote note sul territorio i dati sono sempre stati molto precisi, un dato non scontato per diversi competitor.
Il nuovo sensore ottico della frequenza cardiaca garantisce rilevazioni più stabili e affidabili rispetto al passato, sia durante l’attività sia a riposo, integrando un monitoraggio efficace dell’allenamento e del recupero. Lo stesso sensore è equipaggiato con un sensore ottico per la misurazione della saturazione dell'ossigeno, dato molto interessante soprattutto per allenamenti o permanenze in quota. La torcia LED integrata, con diverse modalità tra cui luce rossa e SOS, è una funzione concreta e realmente utile che vi ritroverete ad usare molto più spesso di quanto possiate immaginare, anche se la gestione tramite menu potrebbe essere resa più immediata.
La navigazione tramite le mappe risulta estremamente fluida e reattiva, l'orologio al polso indica sempre la direzione giusta ed è praticamente assente ogni sorta di lag. Le mappe sono scaricabili gratuitamente direttamente dall'applicazione e sono morfologicamente molto accurate. La mancanza che salta più all'occhio, soprattutto se paragonato alla concorrenza diretta, è la completa assenza di toponimia sulle mappe, in poche parole la mappa mostra fedelmente la morfologia (tramite isolinee e colori del terreno) e la griglia dei sentieri (i più noti, come la concorrenza) ma mancano completamente i nomi, sia delle vette che delle città e i numeri/nomi dei sentieri e delle strade. Proprio questo compromette la possibilità di avere un buon ricalcolo della navigazione, che funziona benissimo tramite l'importazione di tracce GPX, quando si esce dal percorso prestabilito. Anche la funzione Back Home è limitata a una semplice indicazione della direzione da seguire per ritornare al punto di partenza e non a un vera riprogrammazione del percorso.
Il dispositivo è dotato di funzioni per gli allenamenti, programmabili tramite applicazione, e le attività registrabili sono moltissime, difficilmente non troverete la modalità di registrazione per il vostro sport. Le varie schermate delle attività sportive sono inoltre completamente personalizzabili.
Nonostante l’adozione del display AMOLED, l’autonomia resta uno degli aspetti più convincenti del Vertical 2: si arriva a circa 65 ore con GPS attivo in modalità performance, oltre 20 giorni in modalità smartwatch e diversi giorni utilizzando modalità GPS più conservative. Un risultato che rende questo orologio adatto a uscite di lunga durata senza l’ansia della ricarica. Il vero limite rimane il software, che in alcune aree risulta ancora poco rifinito, con menu non sempre intuitivi e funzioni che richiedono un periodo di adattamento. I menù e sottomenù più scarni possono essere una facilitazione per gli utenti meno smanettoni ma allo stesso tempo un limite per chi preferisce personalizzare il dispositivo. L'interfaccia utente è facilmente utilizzabile tramite i tre tasti posti sul lato destro (facili da adoperare anche con i guanti) ed un touchscreen particolarmente veloce e reattivo.
Nel complesso, il Suunto Vertical 2 si propone come uno strumento con una forte identità tecnica: robusto, completo e pensato per l’endurance e l’outdoor, capace di offrire prestazioni convincenti in termini di qualità costruttiva, autonomia e affidabilità dei sensori. Con un ulteriore affinamento del software, potrebbe esprimere appieno un potenziale che già oggi è evidente.
Perfetto per chi passa molte ore in montagna, sia che si tratti di puro allenamento che di esplorazione, un affidabile compagno anche sotto l'aspetto dell'autonomia.
Si posiziona nella fascia alta degli orologi outdoor con un prezzo di 599 euro per la versione in acciaio e 699 euro per quella in titanio, che risultano più competitivi dei top di gamma di altri brand.
Ski Trab Academy, appuntamento dal 12 al 15 marzo
Quattro giorni di gite guidate, formazione e divertimento in Alta Valtellina.
Torna la Ski Trab Academy. L’anno due dell’evento che l’anno scorso è andato quasi subito sold out è in programma dal 12 al 15 marzo prossimi con base a Bormio. La formula è ormai collaudata: quattro giorni di sci, avventura e divertimento insieme agli ambassador del marchio e alla famiglia Ski Trab. Dal ripido alla polvere, dal fast & light alla classica traversata Bormio-Livigno, senza dimenticare le serate conviviali. Oltre a partecipare alle attività guidate, infatti, sarà possibile condividere le emozioni dell’après-ski insieme a Giuliano Bordoni, Nicola Ciapponi, Bruno Mottini. Filippo Sala, Davide Spini e altri ambassador del marchio.

Il programma prevede ‘sci ripido e sicurezza in montagna’ il giovedì, ‘freetouring experience, visita alla fabbrica Ski Trab e cena tipica il venerdì’, ‘Tour fast & light e serata speciale con Filippo Sala’ sabato e la ‘traversata Bormio-Livigno con party finale’ la domenica. Il pacchetto ‘bronzo’ comprende le attività di giovedì e venerdì al costo di 350 euro, quello ‘argento’ il programma a partire da venerdì a 480 euro e quello ‘oro’ tutte le attività a 570 euro.
Info e iscrizioni QUI
© Ski Trab
Skialper a Skimofestival
Le novità dell’edizione 2026, in programma dal 6 all’8 marzo
Appuntamento dal 6 all’8 marzo a Santa Caterina Valfurva con diverse novità, a partire dalle gite nell’area dei Forni.
Santa Caterina Valfurva si prepara ad accogliere, dal 6 all’8 marzo 2026, la terza edizione di Skimofestival, il primo festival italiano interamente dedicato allo scialpinismo. Un evento unico nel suo genere di cui anche nel 2026 Skialper sarà media partner. Dopo il successo dell’edizione 2025, che ha richiamato oltre 900 partecipanti, il festival torna con un format ancora più ricco, esperienziale e accessibile.

UN FORMAT CHE CRESCE
Organizzato da MagNet in collaborazione con Outdoortest.it e con il supporto delle Guide Alpine di Bormio, Skimofestival si distingue per un’offerta su misura, pensata per coinvolgere ogni tipo di appassionato, dal beginner all’esperto. Il cuore pulsante dell’evento restano le experience guidate, ma sono confermati i test di attrezzatura direttamente sul campo, con il supporto delle aziende e dei professionisti presenti.
NOVITÀ 2026
L’edizione 2026 introduce diverse novità. Per la prima volta agli stand verrà data la possibilità di vendere i prodotti testati e verranno definiti nuovi itinerari tecnici per un pubblico esperto nella zona della Valle dei Forni. Tra le innovazioni logistiche più attese, l’impianto di risalita diretto dal villaggio permetterà test più agili e ripetuti, mentre lo Skimo Palace, una tensostruttura riscaldata, servirà per accoglienza, ricambio scarponi, relax e info point.
FORMAZIONE
A Skimofestival 2026 saranno introdotte le Safety Academy: momenti di formazione aperta su sicurezza e autosoccorso, ideali sia per chi si approccia allo scialpinismo sia per chi cerca un aggiornamento tecnico. Non mancherà anche lo Skimo School Program, scuole di skialp dedicate ai principianti e a chi è in evoluzione tecnica e vuole acquisire nozioni da Guide Alpine certificate ed esperte di questo sport. Il corso darà agli entry level le nozioni sufficienti per permettergli di partecipare alle experience nei giorni successivi.

ESPERIENZE GUIDATE
L’evento offre una ricca scelta di experience divise per livelli: principiante, intermedio o esperto.
Tutte le attività sono consultabili nel programma, dove è possibile accedere ai dettagli delle experience – come l’esperienza richiesta, il dislivello, il prezzo, il giorno o i giorni di svolgimento e la Guida Alpina che accompagnerà il gruppo – e successivamente procedere all’acquisto di una o più attività inserite nel carrello.
Sul sito di Skimofestival le uscite sono già ripartite tra i livelli e sono disponibili alcune combinate – come lo Skimo School Weekend Pack, pensato per coloro che muovono i primi passi proprio nei giorni dell’evento ma non vogliono rinunciare a un’uscita facile. A partire dalla sera di giovedì 5 marzo e fino al primo pomeriggio di domenica 8 marzo gli appassionati di scialpinismo potranno partecipare alle uscite con le Guide Alpine di Bormio a un prezzo vantaggioso.
I principianti potranno invece apprendere le tecniche dello skialp nella Skimo School First Steps, mentre gli intermedi potranno affinare assetto e inversioni alla Skimo School Progression. Chi sceglierà una di queste due lezioni potrà eventualmente aggiungere l’uscita Skimo Easy (500 m D+), inclusa nel pacchetto Skimo School Weekend Pack, per consolidare le basi di quanto appreso il giorno precedente. Il tutto senza dimenticare di prendere parte allo Skimo Safety Camp, un modulo pratico di sicurezza ARTVA e valanghe. Quest’anno viene aggiunta inoltre la Skimo Olympic Night, un’uscita notturna sugli itinerari delle gare olimpiche in compagnia dei campioni locali (Antonioli, Boscacci e De Silvestro). Gli esperti potranno cimentarsi invece nella Skimo Challenge (>1.500 m D+) e nella Skimo Pro Peak, ben otto ore su una delle cime locali più belle.
Lo strano caso del signor Brian Wiens
Un uomo ha sciato ogni mese per 30 anni consecutivi. Sempre in Colorado
La moglie dice che è ossessionato. Lui, più semplicemente, appassionato. C’è assonanza, ma il significato è ben diverso.
Forse sono valide entrambe le definizioni se è vero che Brian Wiens la scorsa estate ha festeggiato 30 anni consecutivi di sci ogni maledetto mese. Per di più sempre in Colorado. Un’impresa che ha richiesto molta creatività proprio nei mesi estivi, quando Brian si è arrampicato, sci nello zaino, su per pietraie alla ricerca delle poche lingue di neve rimaste. Neve spesso più marrone che bianca, dalla consistenza di un gelato sciolto. Però, come un bagno nell’acqua fredda vale più di mille nuotate nel mare tiepido, anche una sciata conquistata, in pantaloncini corti, ha il suo perché. Il bello è che Brian ha creato qualche emule che è salito in maglietta e pantaloncini su una stretta lingua di neve con lui per festeggiare i 360 mesi di sci e mettere un puzzle in più al proprio personale record di mesi. Per arrivare a quota 360 ci vorrà ancora tanto, ma se sapranno essere caparbi come Brian, potranno anche loro festeggiare le nozze di perla con lo sci. Ogni maledetto mese.

© Brian Wiens
Italia K2: la versione inglese fa vedere con occhi nuovi il film della spedizione italiana all’Ottomila
Proiettata al Mestia International Short and Mountain Film festival, senza il retorico testo italiano diventa uno dei migliori docufilm di una spedizione himalayana dell’epoca
Della spedizione italiana al K2, nel 1954, si è scritto e detto di tutto. Eppure, più di settant’anni dopo, capita di venire a sapere particolari nuovi, vederla sotto luci diverse, che ci fanno capire meglio quanto abbia contato. Nella storia d’Italia (eppure mai è stata citata neppure nei sussidiari delle scuole medie, per non dire dei saggi sul dopoguerra) e in quella alpinistica. Lo si è visto l’estate scorsa quando, in occasione della quinta edizione del Mestia International Short and Mountain Film Festival, è stata proiettata la versione inglese, recentemente restaurata dal CAI, di Italia K2. Nulla di nuovo, si dirà, un film visto mille volte, anche in tv, e disponibile su youTube. Sì, ma rivederlo con il commento originale in lingua inglese lo rende un altro film. Il retorico e roboante testo italiano, che fu scritto – narra la leggenda – in una notte dal giovane cronista Igor Man, ce lo ha reso sempre pesante, una pellicola d’altri tempi, pregna di nazionalismo, come d’altronde ci si sarebbe potuti aspettare in quei primi anni Cinquanta. Le altre nazioni protagoniste di quell’inizio di corsa agli Ottomila non la raccontarono in pellicola – salvo i britannici all’Everest, ma il loro film è in gran parte ricostruito a posteriori sulle Alpi – ma i loro resoconti non si distinguono certo per carenza di patriottismo.

Ecco, Italia K2 nella versione inglese è invece un’altra cosa, un docufilm in stile BBC, asciutto, che racconta la salita senza indulgere a commozioni, pulito, obiettivo, perfino con meno accenti colonialisti. E anche le immagini riprendono quota. Il girato del cineoperatore ufficiale, il bolognese Mario Fantin, montato poi dal regista trentino Marcello Baldi, ridiventa quello che era, forse il miglior resoconto per immagini di una spedizione himalayana, o almeno di una spedizione dell’epoca. Un grandissimo lavoro di ripresa, cui diedero il loro apporto alpinisti digiuni di tecnica cinematografica, ma istruiti a dovere da uno straordinario Fantin, che pure portò la cinepresa ben oltre i seimila metri (e per la prima volta venne utilizzata, da Compagnoni e Lacedelli, sulla vetta di un ottomila). E un grande lavoro di montaggio, realizzato da un regista ingiustamente poco valutato dalla Cinecittà di allora, spesso identificato solo come autore di agiografiche pellicole cattoliche.
Il merito di questa rilettura va al Mestia Film Festival, diretto sul versante meridionale del Caucaso da Khatuna Khundadze, che il 31 luglio scorso – il giorno in cui gli italiani raggiunsero nel 1954 la vetta del K2 – ha costruito una splendida serata attorno alla pellicola, voluta dall’ambasciata italiana in Georgia – con la vice ambasciatrice Fabiola Albanese e l’addetta culturale Nino Kilosanidze – e messa in piedi da Aldo Audisio, già presidente del Museo Nazionale della Montagna di Torino. La rassegna di Mestia, capoluogo della Svanezia, è un piacevole viaggio nel tempo, una vacanza tra le montagne che riporta a una sorta di Chamonix di qualche decennio fa. Una sola main street, alberghi e b&b, ristoranti eccellenti a prezzi ridicoli, escursionisti soprattutto dal nord Europa - e tanti cinesi e giapponesi – le antiche torri di guardia patrimonio dell’Unesco e, a dominare tutto, alcune delle più belle montagne del Caucaso, l’Ushba su tutte. Si esce dal centro anche a piedi per ritrovarsi in una natura che in estate offre magnifici trekking di più giorni e d’inverno è un paradiso – ancora relativamente poco frequentato – del freeride e dello scialpinismo. Organizzare un viaggio sciistico (o escursionistico) non è difficile e soprattutto è poco costoso, almeno rispetto ad altre mete che oggi attraggono gli skialper, come la Norvegia. Le località attorno a cui muoversi sono Mestia, Ushguli (cittadina patrimonio Unesco), la stazione sciistica di Tetnuldi (14 km di piste e un’infinità di fuori pista, anche ripidi) e quella di Hatsvali. Questo per restare alla sola valle di Mestia. Vale il viaggio. La guida di riferimento, per l’inverno, è “Still Wild Georgia” di Oleg Gritskevich (Fatmap edizioni). https://mestiaff.com/












