L’inverno, quando sembrava ormai chiuso, è tornato con forza sull’Appennino. Tra fine marzo e i primi giorni di aprile 2026, il Centro e Sud Italia sono stati investiti dalla tempesta Erminio, un ciclone mediterraneo capace di riportare condizioni pienamente invernali, in alcuni casi eccezionali, su gran parte della dorsale appenninica.
Non si è trattato di una semplice perturbazione tardiva, ma di un evento che, per estensione, intensità e accumuli, entra di diritto tra i più significativi degli ultimi anni.

I numeri: metri di neve e piogge torrenziali

I dati raccolti tra Abruzzo, Molise e Puglia restituiscono un quadro netto:

  • Fino a 300 cm di neve al suolo sul Gran Sasso, con valori registrati al Pilone di Mezzo (1753 m)
  • 175 cm a Prati di Tivo (1380 m) e oltre 150 cm sopra i 1800 metri
  • Majella con punte tra 210 e 240 cm nell’area di Passolanciano

Numeri che, letti insieme, parlano di un manto nevoso paragonabile a quello di pieno inverno, ma costruito in pochi giorni, tra il 31 marzo e il 3 aprile.

Accanto alla neve, la componente liquida è stata altrettanto estrema:

  • oltre 150 mm di pioggia in 24 ore tra Molise, Puglia e basso Adriatico
  • picchi che localmente hanno superato i 200 mm complessivi durante l’evento
  • 14 fiumi esondati tra Abruzzo, Molise e Basilicata

Un doppio carico (neve in quota, acqua a valle) che ha saturato i suoli e aumentato in modo significativo il rischio idrogeologico.

Quote neve e intensità: perché è stato un evento anomalo

Uno degli elementi più interessanti è stato il comportamento della quota neve.

Durante le fasi più intense:

  • la neve è scesa stabilmente intorno ai 900 metri,
  • con episodi fino a 600–700 metri, soprattutto nelle ore notturne

In un contesto di inizio aprile, si tratta di valori decisamente bassi. In molte aree dell’Appennino centrale, infatti, le nevicate primaverili tendono a essere episodiche e limitate alle quote medio-alte. La dinamica è stata quella classica delle grandi irruzioni adriatiche: aria artica fredda in ingresso da nord-est, scorrimento sul mare relativamente più caldo e intensificazione delle precipitazioni. Il risultato è stato un accumulo rapido, continuo e distribuito su più giorni, la combinazione più efficace per costruire grandi spessori.

Vento e instabilità: una tempesta completa

Non solo neve e pioggia. La tempesta ha portato anche:

  • raffiche di vento oltre i 100 km/h lungo il medio Adriatico
  • temperature pienamente invernali in quota
  • condizioni diffuse di pericolo valanghe forte (grado 4) su diversi settori appenninici

Sono state segnalate valanghe spontanee anche di grandi dimensioni, conseguenza diretta di un manto nevoso cresciuto rapidamente su strati preesistenti instabili.

Un evento raro, ma non unico

Nevicate tardive sull’Appennino non sono una novità assoluta. Episodi simili si sono verificati anche in passato, ad esempio nell’aprile 2015 o in eventi storici come il 1995, con neve fino a quote basse e accumuli significativi

Tuttavia, ciò che distingue questo episodio è la combinazione di fattori:

  • durata (più giorni consecutivi)
  • estensione geografica (dall’Abruzzo alla Puglia)
  • intensità simultanea di neve e pioggia

Un mix che lo rende particolarmente impattante, sia dal punto di vista nivologico sia da quello idrogeologico.

La montagna che cambia (anche in primavera)

Nel giro di pochi giorni, l’Appennino si è ritrovato con un volto completamente diverso: pendii carichi, linee nuovamente sciabili, ma anche instabilità diffusa e gestione complessa del rischio.
È il paradosso della primavera: mentre a valle si parla già di caldo e stagione finita, in quota si possono accumulare metri di neve in poche ore.
Eventi come questo ricordano quanto la montagna, soprattutto quella appenninica, sia ancora capace di sorprendere. Anche quando sembra troppo tardi per l’inverno.

 

© foto Il Fatto Quotidiano / CNSAS

 

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