A proposito di valanghe e reparti militari

La recente tragedia in Francia ricorda un episodio del 1931

La recente valanga che ha travolto 11 legionari francesi in Val Frejus, provocando la morte di cinque e il ferimento di sei di loro, mi ha richiamato alla mente una valanga che, nel gennaio del 1931, si è abbattuta su un reparto di alpini che erano in esercitazione nella vicinissima Valle di Rochemolles, a neppure 10 km di distanza.

LA TRAGEDIA DEL 1931 – Dalla ‘Storia delle Truppe Alpine’, curata dal Generale Emilio Faldella, traggo e sintetizzo queste notizie. Con giorni di tempo bellissimo e temperatura attorno ai 20 °C, un intero battaglione, il Fenestrelle, è impegnato in un’esercitazione alla testata della Valle di Rochemolles. Il 24 gennaio le punte avanzate, compreso il Comando del Battaglione, raggiungono il Rifugio Scarfiotti (2.156 m) ma, improvvisamente, il tempo si guasta: a Bardonecchia la temperatura passa da – 20° a + 5 e in basso piove mentre in alto nevica, una pessima neve, bagnata e pesante. Le due compagnie arretrate, che già avevano raggiunto la diga, ricevono l’ordine di rientrare e, faticosamente, tornano a valle. A causa del maltempo, le staffette che hanno portato l’ordine, non riescono a raggiugere il reparto avanzato, che resta in quota. In alto la situazione non sembra grave perché la temperatura torna sottozero e sulla neve si forma una sottile crosta ghiacciata, ma il maltempo sale dal basso e, dopo un breve intervallo, riprende a nevicare con temperature sopra zero. Le truppe in quota entrano in crisi: non hanno collegamenti con il basso, non hanno ricevuto i rifornimenti di viveri e molti uomini devono passare la notte all’addiaccio perché il rifugio è troppo piccolo per accogliere tutti. 

LA PRIMA VALANGA – Il mattino del 26 gennaio il Maggiore Piccato, che è con le truppe avanzate, decide autonomamente di rientrare e il reparto si mette in marcia, tenendosi sul fianco sinistro della valle ma, alle 10.45, dal versante destro si stacca una valanga che ha un fronte di 400 m; la massa di neve risale per un centinaio di metri il versante opposto e investe la testa della colonna. Altre valanghe si staccano subito dopo, ma non travolgono altri uomini. I superstiti s’impegnano nella ricerca dei travolti e alcuni alpini sono tratti in salvo. Il Maggiore Piccato lascia al Capitano Lajolo il comando delle ricerche e, con una pattuglia di alpini, scavalca la valanga e raggiunge la diga, dove trova un reparto che, sebbene all’oscuro della tragedia, si è già mosso incontro per prestare aiuto. La situazione meteorologica peggiora, il maltempo diventa una furiosa tormenta e il Capitano Lajolo decide di interrompere le ricerche e risalire al rifugio, dove molti alpini trascorrono un’altra notte all’addiaccio. Dal basso affluiscono i soccorsi che, invece che sul fondo valle, raggiungono la diga tenendosi in quota, lungo i 7 km della condotta forzata dell’impianto idroelettrico. 

LA SECONDA VALANGA – Al Rifugio la situazione è diventata insostenibile e, alle 7 del mattino del 27, il Capitano Lajolo decide di scendere a valle; questa volta tiene il versante sinistro, che le valanghe hanno ormai quasi del tutto ripulito dalla neve. Superata la zona delle valanghe del giorno precedente, la situazione sembra quasi risolta quando un’altra valanga di grandi proporzioni si abbatte sulla colonna travolgendo una quarantina di alpini: una trentina di loro viene subito tratta in salvo dai compagni, ma per altri non c’è più nulla da fare. Il bilancio si sintetizza con la scomparsa di tre ufficiali, due sottufficiali e sedici alpini. 

IERI E OGGI – Solo la vicinanza dei luoghi e la tragica morte di uomini alle armi accomunano le due tragedie, la situazione ambientale è però ben diversa: nel caso degli alpini le valanghe hanno colpito un reparto che era salito in quota con buone condizioni nivo-meteorologiche che, improvvisamente e gravemente peggiorate, hanno obbligato a tentare la discesa a valle. A quei tempi la meteorologia non solo era ben lontana dall’affidabilità dei giorni nostri, ma le previsioni erano finalizzate alla sola sicurezza della navigazione aerea, quindi chi si muoveva in montagna doveva contare unicamente sulla sua esperienza. Meno di un mese dopo, il 23 febbraio 1931, travolto da una valanga mentre scendeva dal rifugio Gino Biasi, nelle quasi sconosciute Alpi Breonie, morirà anche Ottorino Mezzalama, che non era proprio uno sprovveduto, visto che è quel tale che è considerato il padre dello sci alpinismo italiano e al quale è dedicato il Trofeo più prestigioso dello scialpinismo. Non ho informazioni sufficienti per discutere delle responsabilità in merito al caso dell’incidente del Frejus e, se pure le avessi, non avrei nessuna intenzione di farlo. Vorrei solo far osservare che, in questo caso, la situazione era ben diversa da quella della Valle di Rochemolles: da più di 30 anni la Mètéorologie Nationale diffonde quotidianamente numerosi Bollettini Valanghe, ben strutturati e validi per estensioni territoriali contenute, quindi affidabili e ben dettagliati; è superfluo aggiungere che gli attuali mezzi di comunicazione sono ben più veloci delle ‘staffette portaordini’. Ciò nonostante è successo. Come mai?

INCIDENTI PREVEDIBILI –
È quello che sarà appurato dalle indagini e ci vorrà del tempo: nell’immediato vorrei invece che tutti i lettori si rendessero conto che gli ultimi incidenti erano prevedibili da parte di chiunque fosse in possesso di un piccolo bagaglio di cultura sulla neve e, per chi ne fosse stato privo, erano stati chiaramente previsti dagli enti che emettono i Bollettini di pericolo. Nel caso dell’incidente di Les 2 Alpes, era addirittura stato vietato l’accesso alle due piste nere che si dipartono dalla sommità dell’impianto di risalita; era aperta solo una pista molto facile, una stradina che conduce a una nuova pista, una blu, che doveva essere inaugurata proprio quel giorno stesso. Ma al ‘professore’ quella stradina deve essere sembrata banale, per cui ha preferito ignorare i divieti e, invece del buon senso, ha preferito mettere in pratica quella legge estemporanea che, nel maggio del ‘68, ho inteso sbraitare dagli studenti di una Parigi in rivolta, nella quale mi trovavo occasionalmente per lavoro: «Il est interdit d’interdire». Il professore è ora incriminato di omicidio colposo, ma prima ancora di chiedermi quale sarà la sentenza mi sorge spontanea la domanda: che razza di educatore è quel professore?  

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