Raccontare la montagna è facile quando si parla di nuove vie, record e grandi salite. Molto meno quando è la montagna stessa a interrompere una storia, lasciando dietro di sé soltanto domande e silenzio.

Sul Broad Peak (8.051 m), nel Karakorum pakistano, una violenta valanga ha travolto una spedizione internazionale, causando la morte di dieci alpinisti. Tra loro c’era anche Nirmal Purja, probabilmente il nome più conosciuto dell’alpinismo himalayano contemporaneo, insieme a guide nepalesi, clienti e alpinisti provenienti da diversi Paesi. Si tratta di uno dei più gravi incidenti collettivi degli ultimi anni su un Ottomila.

Non ci piace scrivere articoli su chi non c’è più. Preferiamo raccontare le salite riuscite, le nuove vie, le imprese che fanno sognare. Ma quando scompare una figura che ha contribuito a cambiare il volto dell’alpinismo moderno, fermarsi a riflettere diventa quasi un dovere.

Nirmal Purja divideva il mondo della montagna. Ex Gurkha e membro delle forze speciali britanniche, aveva rivoluzionato il concetto stesso di velocità sugli Ottomila con il progetto Project Possible, salendo tutti i quattordici Ottomila in appena sei mesi e sei giorni. Un’impresa che sembrava appartenere alla fantascienza e che lo aveva reso celebre ben oltre l’ambiente alpinistico, anche grazie al documentario 14 Peaks.
Ma Purja era anche uno degli alpinisti più discussi della sua generazione. L’utilizzo sistematico dell’ossigeno supplementare, il forte approccio commerciale alle spedizioni, una comunicazione spesso spettacolare e alcune polemiche degli ultimi anni gli avevano attirato numerose critiche. Per alcuni rappresentava una nuova idea di himalayismo, più veloce ed efficiente, per altri incarnava un modello troppo distante dall’alpinismo tradizionale.

È giusto ricordarlo anche così. Perché la montagna non ha bisogno di santi, ma di persone vere, con i loro meriti, le loro contraddizioni e i loro errori.
Questa tragedia lascia anche un’altra riflessione. Diversi membri della spedizione erano dotati di dispositivi di localizzazione satellitare e GPS. Strumenti ormai sempre più diffusi, capaci di indicare con precisione la posizione di una persona e di facilitare enormemente le operazioni di recupero. E infatti hanno permesso ai soccorritori di individuare rapidamente l’area dell’incidente e organizzare una delle operazioni di recupero più complesse mai affrontate sul Broad Peak.

 

Ma la tecnologia ha mostrato il proprio limite. Un GPS può dire dove sei, può inviare una posizione. Un drone può sorvolare un pendio. Nulla di tutto questo, però, può fermare una massa di neve che precipita lungo un versante a migliaia di metri di quota.
Anche sulle nostre montagne negli ultimi anni abbiamo imparato ad affidarci sempre di più alla tecnologia: satellitari, smartwatch, airbag, ARTVA sempre più evoluti. Sono strumenti straordinari, che aumentano le possibilità di sopravvivenza e rendono i soccorsi più efficaci. Ma nessuno di loro elimina il rischio.
La montagna, e la natura in generale, continua a ricordarci che la sicurezza non nasce dall’attrezzatura, ma dalle decisioni prese molto prima di uscire di casa. La tecnologia può aiutare quando qualcosa va storto, la prevenzione rimane l’unico vero modo per evitare che quel momento arrivi, ma il rischio zero non esiste.

 

Nei prossimi giorni si parlerà inevitabilmente di quote, seracchi, condizioni del manto nevoso e responsabilità. È giusto farlo? Serve a capire, a migliorare e a ridurre il rischio.

Oggi, però, forse è il momento di fermarsi un istante.

Per ricordare dieci alpinisti che sono partiti sognando una cima e non sono più tornati. E per ricordare anche Nirmal Purja, una figura che ha cambiato l’alpinismo contemporaneo, nel bene e nel male. Perché le montagne continueranno a dividere le opinioni, ma davanti alla loro forza siamo tutti, inevitabilmente, uguali.

 

 

© foto National Geographic

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